FANTA—GHIRÒ, PERSONA BELLA.[1]

A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva,

ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima

Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta—Ghirò, persona

bella, perchè gli era la più bella di tutte. Questo Re pativa d'un

certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le

su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede,

una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan

da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il

padre; se su quella celeste, voleva dire _allegria_; su quella nera,

_morte_; su quella rossa, _guerra_. Un giorno, entrano in cambera e

il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—«Signor padre, oh!

che gli è intravvenuto?»—«Ho ricevuto una lettera dal Re a confino,

e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so

dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando

dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale.»—Dice la

maggiore:—«Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son

capace a comandare a' soldati.»—«Chê! non son affari da donne,»—gli

arrispose il Re.—«Oh! la mi provi.»—«Sì, farò a tu' modo,»—disse il

Re:—«Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne,

subbito 'ndietro e a casa.»—Quando si furno accordati, il Re chiama il

su' fido servitore e gli comanda di montare a cavallo colla Principessa

per accompagnarla alla guerra; ma che lui la rimeni al palazzo, se

la Principessa rammenta cose da donne. Ogni cosa pronta, montano a

cavallo e vanno via; e 'l servitore accanto della Principessa. E,

camminato che ebbano un pezzo, arrivorno a un bel canneto. Dice la

Principessa:—«Oh! che belle canne! Se s'avessano a casa, quante ma'

rocche ci si faremmo.»—«A casa, a casa,»—disse il servitore:—«Vo'

avete ricordato cose da donne.»—E tornorno a casa. Si fece allora

alla presenzia del Re la mezzana, che volse in tutti i modi andar

lei a comandar la battaglia; ma il Re ce la mandò co' medesimi patti

della maggiore. E, arrivata che lei fu al canneto, stiede zitta; poi

passorno in mezzo a una palaia. Dice la mezzana:—«Bada, Tonino, che

be' pali svelti e diritti! Se s'avessano a casa, quanti ma' be' fusi

per filare.»—«A casa, a casa,»—disse Tonino servitore:—«Vo' avete

rammentato cose da donne.»—E bisognò ritornare alla città dal Re.

Il Re s'era messo per perso; ma eccoti, va da lui Fanta—Ghirò e lo

supprica di mandarla lei alla guerra. Dice il Re:—«Tu sie' troppo

bambina! Non son rinuscite quell'altre a bene, che vo' tu, ch' 'speri

'n te?»—«Che mal ci sarà egli a provarmi, babbo? Vedrete, che non vi

farò disonore, se mi mandate.»—Volse il Re provare anche lei, e al

servitore gli diede i medesimi comandamenti: 'ntanto Fanta—Ghirò si

vestì da guerrieri, colla su' spada, le pistole, la montura; pareva un

bel dragone valoroso. Montano a cavallo e via, coll'assercito dreto.

Passano il canneto, passano la palaia, e Fanta—Ghirò zitta. Arrivati al

confino, Fanta—Ghirò si volse abboccare col Re nimico, che era un bel

giovinotto sderto. E lui, a male brighe vedde Fanta—Ghirò, disse in tra

di sè, che gli era una donna; e la 'nvitò al su' palazzo per parlarsi

meglio delle ragioni della guerra prima di battagliare. Quando questo

Re fu al palazzo, corse da su' madre, e gli raccontò del guerrieri, che

comandava l'assercito contrario, e che l'aveva condotto con seco per

l'abboccamento:—«Oh! mamma, mamma!»—scramava dalla passione, che si

sentiva nel core:

—«Fanta—Ghirò, persona bella,

Du' occhi neri, drento la su' favella:

Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice su' madre:—«Portala in nella stanza dell'armi. Se lei è una

donna, non le guarderà e non le vorrà toccare.»—Il Re fece subbito a

quel modo: ma Fanta—Ghirò pigliava le spade e le provava, scaricò gli

stioppi e le pistole, proprio a somiglianza d'un omo. Il Re torna da

su' madre:—«Mamma, lei brancica l'armi come un omo. Ma in d'ogni mo':

Fanta—Ghirò, persona bella,

Du' occhi neri, drento la su' favella:

Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Portala nel giardino. Se lei è una donna, piglierà una

rosa o una viola in mano e poi se la metterà nel petto: ma, se gli è

omo, vederai, che si ferma al gelsumino catalogno; e, doppo averlo

annusato, se lo metterà all'orecchio.»—Dunque il Re menò Fanta—Ghirò

nel giardino a spasseggiare; ma lei le rose e le viole non le guardò

neppure; colse bensì un gelsumino catalogno, l'annusò ben bene e poi se

lo messe nell'orecchio. Il Re torna da su' madre:—«Ha fatto com'un omo.

Ma io son sempre della medesima idea:

«Fanta—Ghirò, persona bella,

Du' occhi neri, drento la su' favella:

Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre, che vedeva il su' figliuolo tanto disperato per

l'amore, e a lui il core gli faceva tuppete tappete dalla gran

passione:—«'Nvitala a desinare. Se lei piglia il pane e per tagliarlo

l'appoggia al petto, è una donna; ma, se 'nvece lo taglia accosì per

aria, allora poi è dicerto un omo, e non vale star tanto sollevato.»—Ma

anco questa prova non fu bona; perchè Fanta—Ghirò tagliò 'l pane

insenza metterselo alla vita. Torna il Re da su' madre:—«Mamma, gli ha

fatto tutto 'l contrario d'una donna. Ma son sempre dell'istessa idea:

«Fanta—Ghirò, persona bella,

Du' occhi neri, drento la su' favella:

Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Tu m'hai l'aria d'un matto. Ma fa' anco questa di

prove. Menala a letto con teco. Se è una ragazza, dirà di no.»—Il

Re andò subbito a trovare Fanta—Ghirò:—«Quanto i' sare' contento,

se voi volessi vienire a dormir con meco.»—«Sarebbe il mi' piacere,

Maestà,»—disse lei:—«Se lei vole, sia pure: stasera si dormirà

assieme.»—Prima di mettersi a letto, però, volsano cenare; e il Re

aveva fatto un grand'apparecchio di bottiglie, e a Fanta—Ghirò la

bottiglia gli era alloppiata; ma lei furba, non beveva. Quando furno al

fine del mangiare, dice lei:—«S'ha da fare un brindesse prima d'andare

a letto.»—Si baciorno, si presano a braccetto, e Fanta—Ghirò cantava:

—«Bevi su, compagno,

'N sennò t'ammazzerò:»—

E il Re arrispondeva:

—«Non m'ammazzar, compagno,

Perchen'io beverò.»—

E 'ntanto, lui beveva, insenz'accorgersene, la bottiglia alloppiata.

Sicchè, quando fu 'n cammera, si buttò nel letto e intrafinefatta

s'addormentò, che russava com'un animale. Allo svegliarsi della

mattina, il Re vedde Fanta—Ghirò bell'e 'n piedi e tutta vestita da

dragone, e non potiede sapere, se era donna o omo. Figuratevi le

disperazioni e la passione! Non poteva più campare. Il Re torna da su'

madre, che cominciò a gridarlo fortemente della su' mattia. Ma lui

badava a dire:

—«Fanta—Ghirò, persona bella,

Du' occhi neri, drento la su' favella:

Carissima madre, mi pare una donzella.»—

Dice la madre:—«Dunque fa' anco questa di prove: ma sarà l'ultima.

'Nvitala, Fanta—Ghirò, a bagnarsi gnuda con teco nella pescaia del

giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o non ci viene, oppuramente

tu te n'addai insenza dubbio.»—Lui, difatto, fece quell'invito a

Fanta—Ghirò; gli disse:—«Non mi par vero! Anco a casa son'avvezza

a lavarmi ogni giorno, e ora gli è un pezzo, che non son'entra

nell'acqua. Ma però il bagno s'ha da fare domattina; stamani no, chè

non posso.»—Subbito Fanta—Ghirò chiama il su' fido servitore, che

monti a cavallo e porti una lettera al Re suo padre, e con pronta

risposta. Nella risposta, da mandarsi per un dragone de' meglio,

ci aveva a dire:—«Che lui steva male in fin di vita, e che voleva

rivedere Fanta—Ghirò prima di morire.»—Il servitore di carriera se

n'andette coll'ambasciata. Intanto, il giorno dopo, in sul mezzodì,

il Re aspettava nel giardino Fanta—Ghirò, e s'era cominciato a

spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto,

si leva d'addosso il resto de' panni e si tuffa nella pescaia. Lei

però disse:—«Non mi voglio ancora bagnare: ho troppo caldo e son

molle di sudore.»—Ma faceva così, perchè gli arrivassi il corrieri

colla lettera. Aspetta, aspetta, mezzodì era già sonato da un pezzo,

e non appariva nessuno. Fanta—Ghirò moriva dalla pena, perchè il

Re la pintava a gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice

Fanta—Ghirò:—«Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle

e per le gambe. Gli è un segno cattivo; c'è qualche disgrazia per

aria.»—Il Re s'impazientiva:—«Non è nulla. Spogliatevi e buttatevi

giù, chè ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete, che ci sieno?»—In

quel mentre si sente un rumore; scrama Fanta—Ghirò:—«Un cavallo, un

cavallo alla carriera, con uno de' miei dragoni sopr'esso. Sta, sta.

Deccolo.»—A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la

lettera di su' padre a Fanta—Ghirò; e lei fece le viste d'aprirla con

gran premuria. E, quando l'ebbe letta, disse al Re:—«Mi rincresce,

Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que' gricciori

eran un segno cattivo! mi' padre è lì lì per morire e mi vole rivedere.

Dunque, bisogna, che parta in nel momento. Sicchè facciamo la pace; e,

se volete, vienite a trovarmi nel mi' Regno. Il bagno si farà un'altra

volta.»—Figuratevi, se il Re era disperato davvero, perchè lui proprio

credeva, che Fanta—Ghirò fusse donna, e ci moriva sopra dalla passione.

Ma gli conviense adattarsi al destino e lassarla andar via. Lei,

dunque, passò prima dalla su' cambera; e in sullo 'nginocchiatoio ci

messe un foglio scritto, che diceva:

—«Fanta—Ghirò,

Donna è venuta e donna se ne va,

Ma 'mperò cognosciuta il Re non l'ha.»

Quando, la mattina doppo, il Re gli andette in quella cambera per

isfogarsi della passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo

lesse; sicchè rimase lì di sasso, come un baiocco, tra 'l dispiaciere

e l'allegrezza. Corre diviato da su' madre:—«Mamma, mamma! l'avevo

indovinato, che Fanta—Ghirò era donna. Leggete questo foglio, che ha

lassato scritto in sullo 'nginocchiatoio della cambera.»—E non stiede

ad aspettar la risposta di su' madre; ma, fatta attaccare la carrozza,

si messe dreto a tutta carriera a Fanta—Ghirò. Fanta—Ghirò, intanto,

steva alla presenzia di su' padre e gli raccontava le cose, che gli

erano intravvenute, e come a quel mo' avessi vinto le battaglie;

quando, doppo poco, si sente un rumore nella corte; era il rumore

della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere

Fanta—Ghirò. E lì, dissano tante cose, chè la concrusione fu la pace

tra que' Re e lo sposalizio di Fanta—Ghirò col Re dapprima nimico.

Sicchè lui la menò con seco al su' palazzo nel su' Regno; e, quando poi

morì il babbo di Fanta—Ghirò, lei ebbe in eredità tutto il Regno di su'

padre.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 170 / 292 题