FIORINDO E CHIARA STELLA[1]

Un Re andava a caccia; e una volta, nel girare, incontrò un contadino,

che per una selva strolagava di notte le stelle. Dice il Re:—«Oh!

che fate voi costì?»—«Strolago le stelle.»—«Per farne che? Vo' non

potete esser capace.»—«Capace i' sono; e fo la strolagazione, perchè

ho la moglie soprapparto, che m'ha da partorire un bambino; e le

stelle prognosticano, che lui sarà il Re di Spagna.»—A questo discorso

il Re si sturbò, perchè lui gli era proprio il Re di Spagna in

persona e figlioli maschi non n'aveva per legittimi eredi. Ma stiede

zitto e 'nvece gli disse a quel contadino:—«Gli farò da padrino,

se vo' siete contento, alla vostra creatura. Vo' non ve n'arete a

pentire.»—«Oh! faccia Lei, se si vole incomidare; vienga pure in

casa con meco.»—Entrano dunque in casa del contadino, e già la donna

aveva partorito un bel maschio. E gli si messan tutti d'attorno per

ammannirlo alla cirimonia del comparatico; e, fatto che ebbano ogni

cosa, come costuma in simili casi, il Re disse:—«Questo figliolo lo

voglio io. Me l'avete a dare, perchè, se lui dev'esser Re, bisogna

dargli un'aducazione; e voialtri per questo non n'avete i mezzi.

Io de' figlioli non n'ho, e 'nvece tierrò questo per mi' figliolo

legittimo.»—Si sa, gli omini tacciano e le donne discorron di più: il

contadino steva zitto e non opponeva difficoltà; ma la su' moglie si

lamentava, che gli volessan portar via la su' creatura a mala pena

nata. Ma poi, doppo del pezzo, di' e ridì', anco lei si persuase; e il

Re, col bambino rifasciato, lassata una bona mancia a' su' genitori,

se n'andette assieme al su' servitore, che l'aveva accompagnato insino

a lì. Quando furno drento a un bosco folto, che c'era il mare vicino,

disse il Re al servitore:—«Piglia questo coltello e ammazzalo codesto

bambino e buttalo 'n mare. I' t'aspetto all'osteria; e 'ntendo, che tu

mi porti il fegato del bambino, che me lo vo' mangiare.»—Il servitore

rimase nel bosco; e, doppo che il Re si fu dilontanato, badava a

dire da sè:—«Gua', che be' modi! rubbare i bambini degli altri per

poi ammazzarli! E bisgognerà, che l'ammazzi per l'ubbidienza; chè,

se non gli portassi 'l fegato, la mi' testa non la salverei.»—Alzò

il coltello e alla creatura gli diede un colpo nel collo; ma in quel

mentre che gli tirava, gli comparse a piedi un agnello; e subbito

ripensò di levare il fegato all'agnello e la creatura lassarla nel

bosco, a quel modo ferita, alla bontà di dio: e a quel modo lo fece.

E quando il Re ebbe il fegato dell'agnello, sicchè lui e' lo credè

quello del bambino; e con rabbia se lo mangiò, scramando:—«In sul mi'

trono tu non ce lo barbi il sedere!»—Ma che vadia pure il Re a casa sua

allegro e contento per aver commesso questo delitto! Tanto, quel che è

scritto 'n cielo non si scampa; e 'l su' destino a chi tocca tocca; e

rinusce ogni sempre a quel modo come dio ha decretato. Torniamo dunque

a quella creatura sciaurata lì a diacere dentro un cesto di stipa nel

bosco, e colla piaga sanguinosa nel collo; la piaga imperò non era

mortale, perchè poi rinsanichì e gli lassò soltanto una ciprigna, che

a toccarla si sentiva sotto le dita. La mattina doppo, a levata di

sole, un signore di que' contorni girava a caccia co' su' cani; e,

quando i cani giunsano al cesto di stipa, addove steva il bambino

niscosto, eccoti a scagnare, che pareva il finimondo. Il padrone corse

subbito là, perchè lui pensava, che ci fusse la liepre al covo; e ti

vede la creatura che ugnolava dalla fame.—«Oh!»—dice,—«Iddio m'ha

provvisto! appunto non ho figlioli, e anco la moglie sarà contenta

d'aver questo per suo.»—Lo prende pian piano e lo porta a casa,

che era un'allegrezza. Quelle du' bone persone l'allevorno per su'

figliolo, sicchè diventò grande e lo facevano 'struire da de' maestri

'sperti nel leggere e scrivere e gli posano nome Fiorindo. E Fiorindo

cresceva a vista d'occhio, robusto e virtudioso, che era proprio

una maraviglia. Aveva Fiorindo in su i tredici anni e assieme cogli

altri ragazzi del vicinato ruzzava; un giorno, che facevano a nocino,

lui perse per il valsente d'otto quattrini: a que' tempi correvano

sempre i quattrini. Ma questi otto quattrini per le tasche non ce gli

aveva. Dice:—«Vi pagherò domani.»—«No, si voglian'ora.»—«Ma io con

meco non ce gli ho. Lassatemi andare a casa a chiedergli al babbo e

alla mamma. Son ricchi, sapete, e domani ve gli porto.»—«Dal babbo e

dalla mamma?»—quelli risposano beffeggiando:—«Poero grullo! Non son

mica il tu' babbo e la tu' mamma que' signori, che t'hanno rallevo in

casa.»—«Come?»—«Eh! di certo: ti trovorno in un bosco, lì dibandonato,

con una piaga di coltello nel collo; e, se tu ti tasti, tu ci trovi

tavia la ciprigna.»—A simili discorsi Fiorindo rimase sbalordito; e

corse a casa e volse sapere come le stavan le cose; e prega prega, e'

gli dissan tutta la verità. Scrama lui:—«Allora, se non son vostro

figliolo, me ne vo' ire. Vi ringrazio di tutto 'l bene, che m'avete

fatto, ma io qui son bastardo e non ci vo' stare.»—«Ma senti! per

noi tu sie' nostro figliolo. Ti si darà quel, che tu voi; ma non ci

lassare disperati e solingoli accosì.»—Lui però stiede fermo nel su'

pensieri; e 'n tutti modi volse, che lo riaccompagnasser nel bosco,

addove l'avevan trovato; e non ci fu versi di smoverlo. Solo lì nel

bosco, pensava da che parte andare; e principiò a camminare a caso;

e cammina cammina, gli eran vicine le ventiquattro, e la stracchezza

e la fame gli devano alle gambe. Sicchè si fermò al cancello di un

giardino, addove dentro il giardinieri annacquava le piante e i fiori;

e, nel voltar gli occhi, vedde Fiorindo. Dice:—«Chi siei? che vo'

tu?»—«Sono un poero ragazzo insenza babbo, nè mamma; e sono stracco

morto e ho fame. Che mi piglieressi costì nel giardino ad aitarvi?

Mi contento del mangiare.»—Al giardiniere gli era garbato dimolto il

giovinotto, soltanto a mirarlo; sicchè gli arrispose:—«Vieni pure,

qui da mangiare non ne manca. Il giardino gli è del Re di Spagna e

io sto al su' servizio.»—In quel mentre, che Fiorindo abitava col

giardinieri, il Re andeva spesso a spasseggiare per il giardino, e

nell'imbattersi con lui gli garbava. Gua'! ci sono sempre le persone,

che incontrano! Sicchè un giorno gli disse:—«Fiorindo, tu ha' da

vienire con meco per camberieri.»—A Fiorindo non gli parve vero; e fu

alloggiato nel palazzo reale, e vestiva il Re e sempre accosto alla

su' persona.—Ora, bisogna sapere, che questo Re de' maschi non n'aveva

punti; bensì aveva una figliola di tredici anni, che si chiamava

Chiara Stella; una bellezza da non si dire; manierata, gentilina, con

una faccia di sole, sempre piena d'allegria. Vo' capite quel, che gli

accadde. È facile, che i giovani s'innamorino nel solo vedersi, massime

se s'intendono tra di loro. Fiorindo preparava tutte le mattine un

mazzolino con un po' di geranio, un po' di dittamo, delle rose, delle

viole ammammole; e, quando Chiara Stella sortiva per il giardino

in compagnia della camberiera, lui glielo dava. Discorsi non se ne

facevano, ma cogli occhi parlavan meglio che colla bocca. Insomma,

finirono col volersi un ben dell'anima, e tutti se n'erano accorti

all'infori del Re. Già, i babbi e i mariti son sempre ciechi a bono.

Ma, in nelle corti, degl'invidiosi ce n'è dovizia; e tutti gli altri

servitori astiavano all'arrabbiata Fiorindo, perchè il Re l'aveva

sempre d'attorno e si confidava con lui d'ogni cosa. Cominciorno dunque

a fargli la spia e a riportare al Re, che lui faceva all'amore colla

su' figliola.—«Chê,»—arrispondeva quel Re mammalucco:—«Non la posso

credere tanto sciaurata la mi' figliola, da mettersi a fare all'amore

con un camberieri.»—Ma la badaron tanto quelli astiosi, che una sera

la fecian trovare assieme con Fiorindo, che si discorrevano da soli.

A quella vista, il Re, impermalito che lo tradissero nella su' fede,

pensò subbito al gastigo. Sicchè diede ordine, che Chiara Stella fusse

dilontanata dal palazzo e mandata al fratello del Re, che lui pure

era Re del Portogallo. E gli scrisse, che la tenessi custodita. Sì,

tieneteli anco in prigione sotto terra gl'innamorati, che tanto loro

trovano il modo di darsi le novità! Cominciorno dunque a scriversi; ma

una di queste lettere capitò in nelle mani d'un servitore, che la portò

al Re. Dice il Re:—«Questa lettera è di Chiara Stella!»—e gli venne a

lui tanta rabbia, che l'amore per Fiorindo lo trasmutò in barbarità.

Lo fa chiamare e gli dà una lettera sigillata, che la porti al Re del

Portogallo. E nella lettera c'era scritto, che 'l corrieri dovesse

essere impiccato drento una settimana. Oh! badate la bella sorte

degl'innamorati! Fiorindo arriva nella città del Re del Portogallo, e

'ncontra appunto Chiara Stella, che spasseggiava colla su' guardiana in

certi chiostri. E quando si veddano, che feste! che allegrie! Fiorindo

gli sporse la lettera di su' padre; ma Chiara Stella n'ebbe sospetto;

e insenza cancugnare, l'aprì e ci lesse drento quella po' po' di

birbonata. Figuratevi, che pena! Imperò non perdette il giudizio. Lei

scriveva come su' padre; e strappò quella brutta lettera e ne scrisse

un'altra, in dove ci diceva:—«La mi' brama è di sposare Chiara Stella a

un valoroso cavaglieri. Fatela tra una settimana giocare alla giostra,

e chi la vince, sia sua.»—A male brighe, che il Re del Portogallo gli

ebbe in nelle mane questa falsa lettera, bandì la giostra per tutto il

Regno. E ci accorsano principi, baroni e cavaglieri di cartello. In

quel mentre, Chiara Stella fece, che Fiorindo anco lui addimandasse

di giocar la giostra. Ma al primo e al secondo combattimento non

ce lo volsano, perchè lui non era cavaglieri; sicchè dunque Chiara

Stella, con uno de' su' gioielli, essendo lei figliola di Re e erede

del trono, lo nominò cavaglieri e lo mandò pure lui alla giostra. E

ci si diportò tanto da virtudioso, che vinse tutti, e bisognò dargli

per isposa Chiara Stella. E s'era per far le nozze, che a un tratto

comparì un corrieri con una lettera crociata di nero. E ci diceva, che

il Re di Spagna era morto, e Chiara Stella doveva regnare. Che bella

combinazione! Tanto quel, che è scritto _lassù_ e' non c'è modo di

scansarlo! E le stelle dissano il vero, perchè Fiorindo diventò Re di

Spagna[2].

_Fiorindo e Chiara Stella!

Chi vuol la libertà, vadia per ella._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 160 / 292 题