CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]

Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo?

Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era

un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su'

contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre

si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava

nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia,

via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a

andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce

n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un

po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di

gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da

orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno,

che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano

di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a

modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co'

figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe'

tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi

meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un

giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci

comandava un Re, che lo chiamavano il _Re delle contentezze_. Sicchè

dunque deliberorno di fargli una visita, perchè, con quel nome, loro

si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino;

e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito

gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò

de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno

gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban

finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno,

in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla

su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il

nome _delle contentezze_! Dice quello, che era travestito da orefice

forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli

manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano il _Re

delle contentezze_?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco

e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re

innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose;

una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un

salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè

la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne,

che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le

su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io,

con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di

compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava

e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e,

quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una

statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa,

che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo

sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasono

sbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla

corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e

state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti

non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa

vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si

lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli

mandava.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 157 / 292 题