CANTARE SECONDO

Signori, dissi nell'altro cantare,

Come Liombruno dal Corsar scampò;

Di punto in punto v'ebbi a ricordare,

Come per grand'onor al padre andò.

Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,

Come madonna Aquilina il lasciò

Senz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,

E come s'incontrò in un gran fallo.

Tre malandrini avevano rubbato,

Duoi mercanti e morti a gran furore,

E lor denari avevano essi a lato

Sopra una pietra per partir allore (_sic._)

Ciascuno quivi parea disperato,

Insieme facendo essi gran rumore.

Per darsi morte le spade son tratte,

Per un mantello, per un par d'osatte.

E quel mantello lo voleva l'uno,

L'altro le osatte, nè si può accordare;

Al terzo poi non ne rimaneva uno,

E tutti tre si ebbero a crucciare.

In tanto ivi arrivava Liombruno;

E quando lui gli vide così stare,

Il più antico di loro il chiamò;

E Liombruno prestamente andò.

E sì gli disse:—«Amico valoroso,

«A queste cose abbi gran providenza,

«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,

«Di queste osatte dacci la sentenza.»—

E Liombruno sì gli ebbe risposo:

—«Acciò che possa dar giusta sentenza,

«La virtù del mantello voi mi dite,

«E delle osatte poi che voi sentite.»—

Uno di loro, ch'era più saputo,

A Liombruno si prese a parlare,

E sì gli disse:—«Sarà provveduto,

«Chi questo manto indosso avrà a portare:

«Da uom del mondo non può esser veduto.

«Di quelli osatti ti voglio contare:

«Chi gli ha in piedi camina più che vento,

«Perchè son fatti per incantamento.»—

Disse Liombruno:—«Non lo crederia,

«Se primamente non l'avrò a provare.»—

Ed il più antico sì gli rispondia:

—«Or te li metti e poi comincia andare

«Alquanti passi su per questa via.»—

Lui se li mise senza dimorare;

Di poi si fu calzato, Liombruno

E del mantello dimandava ad uno.

—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,

«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—

Disse il più antico—«Se ve lo mettete,

«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—

Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»—

—«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.

Lui prese dei fiorini a suo piacere,

Perchè niuno non lo può vedere.

Sì che Liombruno non tardò niente,

Ma il mantello e gli osatti ha via portato,

Lì malandrini rimaser dolente.

Sul più antico il lor cruccio han disfogato

Dicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—

E gli altri due così l'hanno ammazzato,

Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,

«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—

E fatto questo, s'ebbero voltati

Verso la pietra, ov'eran li denare;

E vedendo, che gli erano scemati,

Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;

Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—

E con le spade cominciorno a dare.

Li colpi furono sì crudeli, e forti,

Che ambi restonno su quel punto morti.

Liombruno sentiva il gran rumore,

Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.

E vide crudi colpi di valore,

Che ciaschedun si dan di buon volere.

Indietro ritornò senza timore,

E prese de' fiorini a suo piacere,

Ch'eran da trenta milla e settecento,

Poi caminava più che non fa il vento.

E Liombruno tanto caminò,

Che ad una gran Città fu arrivato;

Dentro d'un'Osteria lui entrò,

E tre Mercanti lì ebbe trovato,

E quei cortesemente salutò.

Lor il saluto gli ebber raddoppiato,

E pel saluto, che fe' Liombruno,

In piedi fu levato ciascheduno.

Vedendo Liombrun li Mercadanti,

Che ciascheduno gli facea onore

E gli parlava con dolci sembianti,

—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—

E Liombruno disse all'Oste innanti:

—«Reca del vino, dico, e del migliore;

«A questi Mercadanti dà da bere,

«Che voglio star con lor di buon volere.»—

E così stando, il vino fu recato,

Poichè ebbero bevuto lì davanti,

Liombruno a loro gli ebbe parlato,

E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,

«Voi che cercate del Mondo ogni lato,

«Li Regni co' paesi tutti quanti,

«M'insegnate la terra oltremarina,

«Ov'è signora madonna Aquillina.»—

Niun di loro gli sapea insegnare,

Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,

Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,

«Noi per il vero questo tal paese.»—

Disse il più antico:—«Tu potresti andare

«Millanta miglia, e forse più d'un mese,

«Caminaresti, cotal argomento

«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—

Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,

«Come si possa il vento ritrovare?»—

Il più antico par, che rispondesse:

—«Se su quel monte tu potessi andare,

«Ed aspettar il vento, che venesse,

«A casa d'un Romito ad albergare,

«Più di sessanta venti per certano,

«Quando là sono ogn'un par corpo umano.

«Ma dell'andar non ti metter in prova,

«Che giammai non vi fu uomo creato.

«Sol un Romito, e questo vi si trova,

«Perchè da' venti lui vi fu portato;

«Ed ogni capo d'anno si rinnova.

«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,

«Così vi viene portato dal vento,

«Conforme al grande Nume è in piacimento.

«Quella montagna ha sì grande altura

«È sì pendente da montarvi suso,

«Che mai nissun vi monta per sciagura,

«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso

«Morto per terra in quella pianura.

«Però d'irvi ciascuno è pauroso;

«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—

Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—

Per la virtù, che avevan quegli osatti,

Allegramente Liombrun caminava,

E giunse alla montagna in cotal patti,

Che sopra quella non timido andava.

Arrivato al romito, batti batti!

E quel Romito si maravigliava,

Ed alla cella fuori si facea:

Aprì il portello e nissun non vedea.

E quel Romito gran paura avea,

Perchè credeva fosse un spirto fello.

Ma Liombruno a dietro si traeva,

E dal dosso si trasse il mantello,

Acciò che il Romito lo vedea,

E poi sì fè davanti del portello.

Allora quel Romito s'assicura

Vedendo di persona la figura.

Ancor non era il Sol ben tramontato,

Secondo che l'Istoria ne fa conto,

Quando Liombrun dal Romito arrivato,

Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—

Quel buon Romito l'ebbe addimandato;

—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?

«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,

«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—

E Liombruno sì gli rispondia,

E disse a quel Romito con desìo:

—«Mi ha portato la ventura ria,

«E questi osatti, che a' piedi ho io,

«Sol per amore della donna mia,

«La qual mi tiene legato il cor mio.

«Monna Aquilina si chiama palese,

«Che signoreggia di strano paese.»—

E quel Romito, da lui invitato,

A Liombruno si prese a parlare:

—«In la mia vita mai in nissun lato,

«Cotal paese non udì nomare.»—

Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,

«Che quà su i venti vengon albergare,

«Per lo mio amor quando saran tornati,

«Pregovi di averli interrogati.»—

—«Or entra dentro»—quel Romito disse,

—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,

«Che gli domanderò se lor sapisse.»—

Dentro la cella n'andò Liombruno.

Nel luogo del Romito egli si misse.

Per fin che i venti tornasser ciascuno,

E quel Romito poi li congiurava,

E di Aquilina gli addimandava.

In prima venne il vento Ponente,

E di poi quello veniva il Garbino;

Vento Levante; e poi, subitamente,

Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;

Vento Maestro venne similmente,

Vento Greco, ed il buon vento Marino;

Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,

E molti venti del mar della Tana.

Quel Romito da Liombrun pregato,

Ad uno ad uno scongiurava i venti,

Che quel paese gli avesse insegnato

In qual parte si trovava presente,

Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—

E un di loro parlò immantinente,

Disse:—«Scirocco è già per arrivare,

Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—

Così essendo Scirocco già arrivato,

Che quel romito per virtù inclina,

Di quel paese gli ebbe domandato,

Dov'è signora madonna Aquilina.

Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.

E ritornarci voglio domattina.»—

E Liombruno sì gli prese a dire:

—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—

Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,

Che il paese è tanto lontano?

D'aspettar te io vedo non potire.

Amico caro mio, tu parli in vano.»—

Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!

Seguir ti voglio per monte e per piano;

Se domattina tu mi vuoi chiamare,

Quando sei in punto di voler andare.»—

Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,

Poichè con meco pur tu vuoi venire;

In niuna parte non t'aspetterò,

Questo ti dico, e ti faccio gire.

La strada col cammin ti mostrerò;

Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»—

—«Io son contento,»—Liombrun dicìa,

Purchè mi trovi il cammin e la via.»—

E quel Romito da cena gli dava,

Di quelle cose, che per lui aveva;

E mentre per ciò egli preparava,

Mai da Sirocco Liombrun si parteva.

Poscia a dormire subito n'andava,

E gli osatti da' piè non si traeva,

Per esser presto, se il vento il chiamasse,

A seguitarlo dove quello andasse.

E quando il giorno cominciò a spuntare,

Scirocco Liombrun ebbe chiamato,

E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—

Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—

E uscì di fuori senza dimorare,

La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato

—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?

Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—

Poi si partiva Scirocco fuggendo.

E Liombruno da quel Romitello

Prese comiato; e vassen via, correndo

Dietro il vento, e messesi il mantello.

Sirocco indietro si andava volgendo,

E Liombruno andava innanzi ad ello.

E così alla montagna arrivò prima

Del vento, e l'aspettò su quella cima.

Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,

Che per la via non ti posso vedire,

E quanto io cammino, e ancor tu più?

Non mi credea, che potessi venire.

Quella montagna lungi vedi tu?

Fin là con meco ti convien seguire,

E poi là mostrerotti, amico bello,

Di madonna Aquillina il suo castello.»—

Allor Scirocco innanzi s'avviava;

E Liombruno il mantel si mettea,

Ed innanzi del vento se n'andava.

Scirocco pur indietro si volgea,

E spesse volte Liombrun chiamava,

Liombruno, che innanzi rispondea,

E come alla montagna fu arrivato

Innanzi il vento, il mantel s'ha cavato.

Liombruno allora levato il mantello,

Il vento giunse presto; e sì gli disse:

—«Io ti prometto, caro amico snello,

Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!

Or leva su, che ti mostri il castello.»—

E poscia il vento da lui dipartisse;

E per un'altra via il vento andava,

E Liombruno al castel caminava.

E Liombruno niente ha dimorato;

Con allegrezza prese a camminare,

E dentro del castello fu entrato.

Salì il palazzo senza più tardare.

Nella sala trovò apparecchiato,

Che madonna Aquillina è a desinare;

E con lei stava a mangiare a tagliere,

E non vedean le donne il Cavaliere.

Una donzella di coltel tagliava,

L'altra donzella di coppa serviva,

E Liombrun di buon cor mangiava,

Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.

E quella donna si maravigliava,

Di quella robba, ch'innanzi venia,

La quarta parte non gli par mangiare,

Di quel, che innanzi si facea recare.

Per la virtù, ch'aveva questo mantello,

La donna non vedea quel sì ardito;

E Liombruno aveva ancor l'anello,

Che essa gli donò quando fu partito,

Ed egli allor si ricordò di quello,

Liombruno gentil, Signor gradito,

Sopra il tagliere lo lasciava gire.

La donna il vide, e presto prese a dire:

—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,

Ch'a Liombruno diedi quella volta!

Ancora l'averia fatto giojoso,

Se la virtute non gli avesse tolta.

Sempre il mio core ne sarà doglioso,

L'alma mia in pena si è rinvolta.»—

A la passion che la donna ha sentita,

Svenne, ed al suolo cadde tramortita.

. . . . . . . . . . . . . .

E la donzella di camera uscia,

Come la donna gli avea ordinato.

Nascosto Liombrun dentro ne gia,

Ed alla sponda lui si fu accostato.

Quella donna pel gran dolor dormia;

Appresso lei egli fu appoggiato,

Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:

Allor la donna si fu risvegliata.

E Liombruno il mantel si mettea,

Sì che la donna nol vedea per niente,

Subitamente quella allor dicea

In fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—

(Che Liombruno morto ella credea),

—«Io me lo insognava certamente!

Tapina me, ch'io non ho più conforto,

Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—

Allor la bella donna imantinente,

Un'altra volta si mise a dormire,

E Liombruno fece similmente,

Il mantello fingendosi scoprire.

Ma ella si voltò ben prestamente;

Che col mantel non si puote coprire.

Ed alquanto lo vidde ella per certo,

Prima che col mantel fosse coperto.

Di dormire Aquillina allor s'infinse

E Liombruno il mantel si è levato.

Ella fu presta e con le mani il cinse,

Prima che Liombrun l'abbia indossato;

E così fortemente ella lo strinse,

Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnato

Lo incantamento, che adopri per Arte?

Chi t'insegnò venir in questa parte?»—

E Liombrun gli disse tutti i fatti,

De' malandrini, che trovato avia,

Di quel mantello e ancor di quelli osatti,

E del vento, che gl'insegnò la via,

In tra lor dui non ci bisogna patti,

Le braccia al collo ciascun si mettia,

Ed ambidui con un amor verace

Sposandosi, così fecer la pace.

Entrambi stetter poi allegramente,

Per fin che visser, con perfetto amore.

Io prego il mio lettore paziente

Di perdonare ogni mio grave errore.

Auguro a tutta la mia buona gente

Che si mantenghi in pace e buon umore;

E al fine ognuno di voi abbia gloria!

Al vostro onore cantata ho l'istoria.

La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è

scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle

facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dal fumo

dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza

frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato

l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e

s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto

si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre

modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi

pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome

et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera

casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo

d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi,

quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di

Liombruno.....»—Vedi, _Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M.

Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta

d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia,

M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti_.

[2] Rammenta il mito di Ganimede.

[3] Aquilina.

[4] Curioso quel _sissignore_ divenuto invariabile, col semplice

significato di _sì_, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.

[5] _Gódersele_, facendo il verbo della seconda, in _ère_ lungo, anzi

che della terza, in _ere_ breve.

[6] _Siete_, quì per _siate_.

[7] Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien

ricordato dal PANANTI nel _Poeta di Teatro_, canto XXIV.

Se scorgo una carrozza, ove suppongo

Che possa riconoscermi qualcuno,

Mi turo, mi rannicchio, mi nascondo,

Il mantello vorrei di Liombruno.

Liombruno è ricordato anche nel Canto XVII di _Bertoldo, Bertoldino e

Cacasenno_.

.....È un giovanotto di circa trent'anni

Instivalato e avvolto in mantel bruno,

Che il copre e par gli metta al corso i vanni.

Dice Marcotte allor:—«Questi è Liombruno,

Che fece col mantello vari inganni.»—

[8] _Risèdere_, sdrucciolo. Dicendo essi spessissimo _sèdere_, verbo

e sostantivo. (Vedi in questo volume la novella intitolata _Le due

Belle Gioje_ e la Nota a pag. 410). Il che mi ricorda quell'aneddoto

dell'improvvisatore, che s'indusse dopo lunghe preghiere ad

improvvisare e cominciò in tal forma:

Oh che bel vèdere

Se spunta il dì....

Subito l'interruppe uno degli astanti e compì la strofetta:

Si ponga a sèdere,

Basta così.

_N.B._ Questo aneddoto si narra anche diversamente. Secondo un'altra

lezione, l'improvvisatore avrebbe detto:

O che bel vèdere,

Sul far del giorno

Volar la grù!...

E l'interuttore:

Si ponga a sèdere.

Si ride intorno:

Non parli più.

[9] Suppongo, che s'abbia a dire _Romitorio_ oppure _Eremo_ ovvero

_Romitaggio_.

[10] Questi leoni ricordan Cibele.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 152 / 292 题