Dammi ajuto, che puoi, musa divina,
Di componere una istrana istoria,
Che la mia cetra non vi si rovina;
Ma ajuta la debol mia memoria,
(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,
Nemmen di poesìa non vanto gloria)
Sì ch'io possa narrar un caso in rima,
Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.
Signori, trovo, che per povertade
Molte persone son male arrivate,
Hanno perduto la lor libertade,
La povertà sì forte l'ha cacciate.
Voglio cantar di una veritade,
Qual'è di un padre (se mi ascoltate),
Com'egli venne a così gran periglio,
Che per campar vendè un suo figlio.
Il pover uomo era un Pescatore,
Ed ogni giorno sì andava a pescare.
Per sua disaventura, a tutte l'ore,
Poco pesce veniva egli a pigliare.
Terra, nè vigna non aveva ancora,
Ben tre Figliuoli avea da nutricare;
La sua Donna era fresca più che rosa,
Viveva di pescar, non d'altra cosa.
Una mattina il buon uom si levò,
A pescar con la barca fu andato.
Punto di pesce il giorno non pigliò,
Onde il buon uomo si fu crucïato.
E a un'Isoletta del mare arrivò,
Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;
Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,
«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—
Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;
«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—
Parlò il Corsaro con i detti suoi,
E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare
«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,
«Se mi prometti di non m'ingannare,
«Io ti darò del pesce per ristoro,
«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—
E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;
Per povertà convien che gl'imprometta,
E gli rispose:—«Io ti darò il minore,
«E menarollo su quest'Isoletta.»—
Il mal Corsaro non fece dimore:
Pigliò del pesce ed empì la barchetta;
Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.
Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—
E quel buon uomo gli rispose ardito:
—«Io certamente non t'ingannerò.»—
E poi verso di casa ne fu ito
Con tutto il pesce assai dinar portò,
E di buon vestimento assai vestito.
La moglie ed i figliuoi ben adobbò;
Di vettovaglia la casa ha fornita;
Ma del figliuolo avea una gran ferita.
E poi chiamò il suo figliuol minore;
Nella barchetta seco lo menò;
Dentro del cor aveva gran dolore,
E navigando a l'Isola arrivò.
Onde dalla barchetta il trasse fuore,
Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—
Così lasciò il figliolo con affanni,
Qual non avea passato li sett'anni.
Essendo il Padre suo da lui partito,
(Che del figliuol non vuol veder la morte)
Il Corsar Turco gli apparse ardito,
E via 'l volea portar per cotal sorte.
E quel figliuolo forte fu smarrito,
Che non aveva nissun, che 'l conforte.
—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,
Che il Turco tosto si mise a scappare.
Rimase il fanciullin con gran paura,
Solo soletto su quell'Isolella;
E guardò, e vide sopra dell'altura
Sotto forme grifagne una donzella,
Che un'Aquila parea la sua figura.
E pel fanciullo se ne venne quella,
E gli disse così:—«Non dubitare,
«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—
Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,
«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—
L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:
—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—
E prese quel fanciul, senza mentire,
Sopra dell'aere cominciò a volare:
E così lei per l'aere il portava,
E meglio che in barca camminava.
Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,
E il suo Castello, ch'era in lunghe parte
Quattrocento giornate per certano.
E più ancora fa menzion le carte:
Che l'Aquila con quel fanciullo altano
In una notte se gli andò per arte;
La sera, che dall'Isola traeva,
E la mattina al suo Castel giungeva.
Poselo in una sala molto bella.
—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;
Ed entrò in zambra, e diventò donzella,
E parve fuor del Paradiso uscisse.
Lucevan gli occhi suoi più che la stella,
E assomigliava il Sol, che risplendesse;
Era vestita di molti bei panni,
E non avea passati li dieci anni.
La fanciulla, la qual ora vi dico,
Lei si chiamava madonna Aquilina,
Che scampò quel fanciullo dal nemico,
Quando lo trasse fuor della Marina.
Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,
«Io ti auguro la buona mattina:
«Io son colei, che in alto ti portai,
«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—
E quel fanciul, con grande sentimento,
Cortesemente esso la ringraziò,
E dissegli:—«Madonna, io son contento
«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—
E lei rispose:—«Non pigliar spavento,
«Ch'ancora più contento ti farò.»—
E lei dieci anni avea, ed egli sette:
E così più d'otto anni ancora stette.
Quando cresciuti furon in etate,
Egli pareva un giglio, ella una rosa;
Quella Madonna, piena di bontade,
Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,
«Se non adempio la mia volontade;
«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.
«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,
«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—
E quel fanciullo, con buona dottrina,
Cortesemente gli ebbe parlato,
E gli rispose:—«Madonna Aquilina,
«Con gran fatica m'avete allevato,
«Voi mi cavaste fuor della marina,
«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—
Ed il suo nome dico a ciascheduno:
La gente sì lo chiama Liombruno.
E poi sposò la donna a cotal sorte:
Lei per sua sposa, e lui per suo marito.
Il suo Castello era cotanto forte,
Di ciò, che bisognava, era fornito;
Per fin nell'aere aveva due porte,
Fatte per arte ed in cotal partito,
Che niuna persona intrar potea,
Se madonna Aquilina non volea.
E Liombruno sapea l'incantamento,
A suo diletto usciva egli ed entrava;
E sì spesso facea torniamento,
In belle giostre al tutto si approvava.
E quella donna di buon sentimento
Di giorno in giorno sempre più l'amava,
Perch'era bello e pien di gagliardìa,
Sì che la donna gran ben gli volìa.
E, stando un giorno tutto pensieroso,
Quella donna gentil gli ebbe parlato,
E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,
«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—
Rispose Liombrun tutto doglioso:
—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,
«Li miei fratelli veder io vorria,
«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—
Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,
«Voglio, che mi prometti senza inganno,
«Termine ti darò, di ritornare:
«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—
E Liombruno gli prese a parlare:
—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—
Ed ella gli donò un bell'anello,
Che da disagio campasse il Donzello.
Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,
«Tu l'averai a tutto tuo piacere;
«Denaro e robba senza dimorare,
«Ti sarà dato a tutto tuo volere.
«Ma guarda ben, non lo manifestare,
«Che mai più grazia non potresti avere!
«E fa, che dentro un anno tu ritorni,
E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—
E Liombruno disse:—«Volentiere.»—
E questa donna nobile e gradita,
Innanzi che partisse a tal mestiere,
Ben quattro dì fe far corte bandita;
E fecelo far anco Cavaliere,
Fugli ben cinta la spada forbita.
E fatto questo prese esso comiato,
Messer Liombrun: così era chiamato.
Egli avea d'andar giorni quattrocento,
Innanzi ch'al suo paese arrivasse;
E questa donna, per incantamento,
Ordinò che lui si addormentasse.
Ed all'Arte ella fa comandamento,
Che in suo paese presto lo portasse.
E Liombrun s'adormentò la sera,
E la mattina nel suo paese era.
Ma quando venne sù l'alba del giorno,
Presto Liombruno si fu risvegliato;
Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,
Il bel Paese ha ben raffigurato.
Di Liombrun quel Cavaliere adorno,
Umilmente la Fata ha ringraziato,
Ed all'anello grazia gli chiedia,
Ciò che gli domandava gli venia.
Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,
In prima se gli diede un buon destriero;
Un vestimento poi sì ricco e bello,
Come bisogna a ciascun Cavaliero.
Valige poi ancora appresso quello
Fornite di fiorini, a tal mestiero,
E gente gli chiedeva senza fallo:
Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.
Con questa gente e con quelle valici
Andò a sua casa, ove trovò suo padre
E' suoi fratelli, ch'erano felici,
E le valige appresentò alla Madre.
Danari avea per sè e per gli amici,
Per li parenti e cugine leggiadre;
I suoi parenti dicea ciascheduno:
—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—
Ed essi pur dicevan tutti quanti:
—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—
E Liombrun gli rispose davanti:
—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;
Io son stato con ricchi mercadanti,
Che m'han così vestito ed addobato,
Per il bene servir, che ho fatto a loro,
M'han fatto Cavalier di Bufaloro.
E a questi mercadanti io ho promesso,
Prima che passi un anno, di tornare.»—
Li suoi parenti gli dissero adesso:
—«O Liombruno, dove voi tu andare?
Il gran Re di Granata sta qui appresso,
Ed una figlia sua vol maritare.
Il torneamento ha fatto già bandire,
Che chi vince ne faccia il suo desire.»—
E quando Liombruno questo udìa,
Vennegli il cor di veder sua ventura:
Ed all'anello subito chiedia
Un bel corsier con tutta sua armatura.
Ciò, che domanda, tutto gli venìa,
E Liombrun si armava a dirittura,
Da suoi parenti comiato pigliava,
E ciaschedun di loro lacrimava.
E Liombruno sì prese comiato.
Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,
Là dove il torneamento era ordinato,
E la gran Giostra era già cominciata.
L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,
Dove la gente era ben radunata.
Ivi era un saracin molto possente,
Che nella Giostra era quasi vincente.
Quel Saracino avea tanta fortezza,
Nissun a lui non si volea accostare;
Perchè era prode e pien di gagliardezza,
A suoi colpi nissun potea durare.
Ma Liombruno, pien di gentilezza,
Davanti a lui s'andò a presentare;
Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;
O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—
E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—
Arditamente del campo pigliava;
Il Saracino, ch'è forte e leggeri,
Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.
E rivoltorsi i nobil Cavalieri,
L'un inver l'altro forte spronava.
Li Cavalieri insieme fur scontrati,
Or udirete i colpi smisurati.
Il Saracino e messer Liombruno
Venivansi a ferir arditamente:
Dui gran colpi si dettero ciascuno,
Ma pur il Saracino fu perdente.
Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;
Che Liombruno, nobile possente,
Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,
E giù del destrier morto lo gettò.
Caduto in terra morto il Saracino,
Liombrun forte nel campo ferìa;
Quanti giungeva metteva a declino;
Ma ciascheduno gli dava la via,
Che ben pareva un franco paladino.
Con alta voce ciaschedun dicia:
—«O non combatter più, franco Signore,
Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—
Il Re fece venir il Cavaliere,
E sì gli disse:—«Baron valoroso,
La mia figliuola sarà tua mogliere,
E tu sarai mio genero e suo sposo.»—
E Liombruno disse:—«Volontiere,
Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—
Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,
Co' suoi Baroni si vuol consigliare.
Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,
Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?
Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:
—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,
E non ci par di così gentil stato,
Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.
Benchè sia prode e pien di gagliardia,
A noi non par, che convenevol sia.
«Ma, se volete a nostro senno fare,
Voi ordinate, che ciascun si vanti,
E, dopo, il vanto, senza dimorare,
Ve lo presenti subito davanti.»—
E l'altro dì si fece ritornare
In su la Sala i Baron tutti quanti,
Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,
Poi li vanti davanti ad un portasse.
Chi si avvanta di bella mogliere,
Chi si avvanta di bella magione,
Chi di Caval corrente e buon destriere,
Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,
Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,
Chi si vanta di sua condizione;
E quando poi ciascun si fu vantato,
Messer Liombruno si fu domandato.
Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—
E Liombruno così rispondia,
—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—
Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—
E Liombruno disse:—«In veritade,
Io pur mi vanto della donna mia,
Più bella donna non la puoi trovare;
Fra venti giorni lo voglio provare.»—
—«Termine mi dimandi venti dì,»—
Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—
Liombruno disse all'anello lì:
—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—
E quella donna, perchè a lei fallì,
Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.
Ne passa trenta giorni senza resta,
Alli trenta dovea perder la testa.
A i trenta giorni quella fu venuta.
Fuori della Città si ritenìa.
Una donzella gli ebbe travestita,
Mandolla al Re e sua baronia.
E quando il Re costei ebbe veduta,
Che era piena di tanta leggiadria.
Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—
E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—
La cameriera presto si arrivava
Davanti al Re e ad ogni Barone,
Quando il Re la donzella non guardava.
Quella era tanto bella di fazione!
Verso di Liombruno lui parlava:
—«È questa tua moglie gentil campione?»—
Disse Liombruno con dolce favelle:
—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—
E Madonna Aquilina fu arrivata,
Col suo bel viso, che rendea splendore;
Davanti al Re si fu rappresentata,
Poi di lì si partì senza dimore.
E quando il Re costei ebbe guardata,
Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,
Or mi perdona per tua cortesia.»—
—«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.
E Liombruno prese comiato,
E dietro alla sua donna se ne gia.
Ella l'aspetta con viso turbato;
Liombruno gridando la chiedia.
Ed ella disse:—«Falso rinegato,
Della tua morte ancor m'incresceria!»—
Per Arte quella donna se n'andava,
Nè arme, nè caval non gli lasciava.
Nè arme, nè caval non gli lasciò,
Liombruno in un bosco fu entrato,
Dove che tre malandrini trovò,
Che ciascheduno parea disperato.
Nel secondo cantare vi dirò,
Ciò che al Cavaliero fu incontrato,
Di Liombrun dett'ho il primo cantare,
E la seconda parte vò contare.