C'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti:
uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva
tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne
aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non
sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle.
Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:—«Sai, figlia
mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso
esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del
palazzo?»—«Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo
interesse.»—Guarnito di mercanzie il primo bastimento d'argento e tutto
per andare a mercanteggiare; quando è a un buon punto, gli apparisce
un vascello di Levantini. L'assaltano, che il povero mercante ha un
dicatti di scampare la pelle e perde il primo bastimento. Piangendo
e sospirando d'aver perso il primo bastimento, se ne torna al suo
palazzo, entra nel suo quartiere e vede mancanti alcuni effetti
di roba.—«Guardate, ignoranti delle mie figlie; avendo avuto la
perdita del primo bastimento e mi cominciano a sfogliarmi la casa di
roba!»—Va da quella bona nel suo quartiere.—«Figlia mia, avete sentito
che novità? Ho perduto il primo bastimento e le vostre sorelle mi
cominciano a sfogliarmi la casa.»—«E che vole, signor padre! Ci vol
pazienza.»—Dice:—«Dimani andrò a mercanteggiare con quello d'oro.
Vedremo, eh, figlia?»—«Eh, signor padre, vedremo! Speriamo bene!»—la
fa, la bona figlia. La mattina va dalle figlie, quelle che son cattive,
dice:—«Figlie, vado a mercanteggiare col secondo bastimento, d'oro.
Vedremo se continuerete a sfogliarmi la casa.»—«Vada, vada, signor
padre! vada, vada!»—Di mattina, lui va via alla riva del mare. Pronto
era il bastimento d'oro; e lui va via per andare a mercanteggiare.
Prende un'altra strada differente e non prende quella, che gli
assaltarono a il primo bastimento; ne prende un'altra. Di novo due
vascelli di Levantini, che assaltano il bastimento, e ha dicatti di
salvar la vita il povero mercante e perde anco quello. Torna addietro,
piangendo e sospirando della perdita di due bastimenti, di quello
d'argento e di quello d'oro.—«Se io perdo l'ultimo bastimento, non
sarò più innominato il gran ricco mercante; sarò innominato un poero
mendico, che anderò a mendicare un pezzo di pane per sostentare le
mie figlie.»—Il poero mercante, piangendo e sospirando, si conduce a
casa; e vede la casa, che quelle due figlie gnene avevano mandata a
buon porto di spogliargnene. Povero mercante, che va nella stanza della
figlia bona a raccontarli la sua disgrazia, che lui aveva avuta!—«Eh
figlia mia!»—«Che vole, signor padre? ci vol pazienza!»—«E le vostre
sorelle impertinenti, che mi disturpano tutto, ogni cosa nel mio
casamento! Eh cara figlia, smentite di chiamare il signor padre un gran
ricco negoziante; smettetelo e smentitelo. Mi potete chiamare un gran
poero mendico, s'io vo a perdere l'ultimo bastimento. Se piace a dio,
figlia, domani tornerò col terzo bastimento a mercanteggiare. Se poi
perdo anco questo!...»—La mattina si alza e va per andare a fare i suoi
interessi con l'ultimo bastimento. Prende altre vie, per non prendere
quelle medesime, in dove era stato assaltato. Un altro bastimento di
Levantini, per Bacco! comincia ad assaltare il ricco negoziante, che
ebbe campo di salvar la vita e di perder anche l'ultimo bastimento.
Vien via il gran mercante dispiacente. Piangendo e sospirando, si
condusse al suo palazzo. Le figlie, che ti veggono tornare piangendo
e sospirando il padre a casa:—«Bada veh! è che ha perso l'ultimo
bastimento. Oh! signor padre, felice giorno.»—«Eh così avete da dire:
_Felice giorno, signor padre_? Vedete ignoranti delle mie figlie? Ho
avuto la disgrazia di perdere tutti e tre i miei bastimenti; e vojaltre
mi avete spogliato tutto il mio quartiere, che non c'è niente più di
bene!»—Avevano asserbato un pajolo e un piccolo lume da poter veder
lume la sera; non avevano serbato altro. Piangendo e sospirando, va
in camera della figlia bona a rammaricarsi:—«Eh che vole, signor
padre? e' ci vol pazienza.»—Non aveva altro in bocca che:—«Ci vol
pazienza.»—«Fintanto che ci sarà da potersi sdigiunare, vi sdigiunerò;
sennò mi toccherà di andare a fare come tutti gli altri, di andare a
chiedere un tozzo di pane per potervi sostentare a vojaltre.»—Passa
quel primo giorno, passa quell'altro, oggi e domani, e leva leva leva
ogni gran monte scema, rimase pulito di tutto, ogni cosa.—«Eh figlia
mia»—ora a quella bona gli dice—«Mi tocca di andare a prendere un tozzo
di pane: ora prenderò quella porta, ora quell'altra, tanto di potervi
portare ogni giorno da sdigiunare a tutt'e tre.»—La mattina si alza,
se ne va fori di una porta, cercando la limosina. Gli aveva un pezzo
di pane, gli aveva il soldo, gli aveva la erazia[2]; e intanto giù di
sù gli andava a provvedersi un pochino di vitto, per sè e per tutte
e tre le figlie. La mattina dopo, prende da un'altra porta, e se ne
va chiedendo la limosina in quel casamento, in quell'altro, in quella
bottega, e giù per sù tira via e fa anche il suo fastello delle legna.
Fatto anche il suo fastello, come dico, delle legna; fatto del pane e
dei denari come lui aveva fatto; si ritrova in un bellissimo prato, che
costì in cotesto bellissimo prato ci era piantato tutto cavol nero, ma
bello.—«Cogliendone un torso,»—pensa lui,—«un torsolo quà, un torsolo
là, nessuno se ne può avvedere. È meglio, che faccia il mio fastello
anche del cavolo, giacchè non c'è nessuno.»—Comincia, come dico, un
torsolo qua, un torsolo là, aveva fatto il suo fastello del cavolo.
Si dà la combinazione, che nel mezzo del prato vede un bellissimo
torsolo, di questa portata, ch'è quì:—«Oh bello! Sarei capace di
coglierlo!»—dice. Ah! si mette lì nel mezzo, e si mette a dimenare in
quà e in là questo torso del cavolo, sin tanto che lo tira fori. Nel
tirarlo fori, salta fori un serpente.—«Mercante, cosa fai, che vieni
a derubarmi il mio cavol nero qui? Hai figlie te?»—«Sissignore, ne
ho tre.»—«Tu m'imprometti di portare una delle figlie? Riacquisterai
il primo bastimento, che te perdesti. Cogli pure quanto cavol nero,
che tu vuoi, e vattene via. Dimani ti aspetto. A bon'ora ti aspetto
cor una delle tue figlie.[3]»—Va via a casa, piangendo e sospirando,
che pensava a una delle sue figlie di portarla e lasciarla nelle mani
di un serpente. Va a casa con il fagotto delle legna, il fagotto del
cavolo e tutto. Cammina cammina si conduce a casa. Le figlie, che
veggono; che erano alla finestra, e veggono il padre con il fagotto
del cavolo, il fastello delle legna e tutto:—«Eh! Eh! leste, leste!
stasera ci farà mangiar bene il nostro signor padre. Si farà le fette
con il cavol nero.»—Gli dà tutto, i danari per comprare quel che c'era
di bisogno; e si piantano la sera a mangiare. Portato il mangiare anche
di là a quella bona, il mercante, nell'esser lì a tavola, guardava
quella delle figlie, guardava quell'altra, gittava un sospiro e gittava
le lagrime anche dagli occhi.—«Cos'ha, signor padre, che ci guarda
lei, dà un sospiro e getta le lagrime dagli occhi?»—«Eh»—dice,—«la
vostra disgrazia piango e sospiro, figlie mie.»—«Che disgrazia
sarà?»—Dice:—«Questo e questo mi è successo. Nin quel mentre, che era
lì e coglieva quel cavolo, nell'aver visto quel torsolo più grosso,
che avrete visto anche vojaltre, nello spiantarlo m'è apparito un
gran serpente; e mi ha domandato, se avevo figlie. Io gli ho detto:
_Tre ce ne ho_.—_Se mi prometti di portarmi una delle tue figlie, ti
farò riacquistare il primo bastimento, che te perdesti._»—La maggiore
delle figlie:—«Bene, o che male, eh? signor padre. Non sospiri più, nè
pianga. Vengo e vengo volentieri.»—«Come, nelle mani di un serpente
andate volentieri?»—«Non è niente, sa, signor padre.»—Se ne vanno a
letto.—«Domani, signor padre, io sarò bell'e pronta.»—«Avete un gran
coraggio, figlia mia.»—La mattina si alza la figlia, si veste e tutto.
Preparata che è, va alla camera del suo signor padre.—«Signor padre,
quando si deve partire, son bell'e pronta.»—«Eh figlia mia, avete un
gran coraggio!»—Allestito che era anche il padre, prende la figlia
e via a braccetto te la straporta in questo prato. Quando è a una
distanza di diverse braccia, salta fori il serpente dalla buca.—«Caro
mercante, vieni avanti te, e mandamela via! non la posso vedere.»—E va
avanti il mercante e gli fa alla figlia:—«Vai, vai a casa.»—«Tieni,
gran mercante; questa è una borsa di luigi d'oro[4]. Va alla riva del
mare e troverai quel primo bastimento, che tu perdesti; ma con questo,
portami una di quell'altre, che ti rimane, domani.»—Il mercante era
allegro, perchè va alla riva del mare e trova il primo bastimento, che
lui aveva perso:—«Oh questo è ritornato! meno male!»—Va dalla figlia
bona e gli racconta il fatto, come io ho detto.—«Potrebb'essere, caro
signor padre, gnene porterà quell'altra domani, ma non sarà fatto
niente di nulla.»—«Non mi dare questo dolore, sai, figlia mia.»—E va di
là da quell'altra figlia, mangiano, bevono; sempre col pensiero quel
gran mercante, che al domani doveva portare al serpente quell'altra
figlia.—«Non lagrimi, signor padre, non sospiri.»—La mattina, seconda
mattina, era pronta anche quest'altra delle figlie. Se quella era
stata pronta avanti, quest'altra più che mai. Prende la figlia e
via insieme. Cammina, cammina, cammina, quand'è a una distanza di
poche braccia, salta fori il serpente dalla buca:—«Gran mercante,
mandamela via e vieni avanti te.»—«Vai a casa, vai a casa!»—gli fa
alla figlia. Il serpente:—«Veggo il tuo bon core, caro mercante; che
di tre, che n'hai, me ne hai portate due. Ma dimmi un po': sono tutte
perfide e scellerate a quella maniera? Tieni, questa è un'altra borsa
di zecchini in oro. Va alla riva del mare, vi troverai il secondo
bastimento, che te perdesti. Ma con questo, portami quell'altra tua
figlia domani.»—«Sì, gnene porterò,»—dice il mercante al serpe; ma con
il dolore in corpo gnene portava codesta. Va alla riva di mare, come
ho detto; ritrova il secondo bastimento; lo mette al sicuro; e se ne
va a casa. Se ne va in camera a piangere e sospirare la disgrazia di
quella bona:—«Eh figlia mia!»—piangendo e sospirando.—«Non pianga, nè
sospiri, signor padre. Vengo e vengo volentieri.»—«Volentieri, figlia
mia, vai nelle mani di un serpente?»—«Non è niente, caro signor padre.
In breve tempo, caro signor padre, si avrà le mie notizie.»—«Eh!
devo sapere le vostre notizie a cedervi in mano d'un serpente?»—«Sì,
in breve tempo «Le saprà. Dimani partiremo.»—La mattina dopo, la
figlia, se quell'altre perfide e scellerate erano allestite avanti,
questa più avanti che mai.—«Eh figlia mia, avete un gran coraggio!»—e
piange e piange e piange il padre. Il rincrescimento di perdere la
figlia! Dice la mattina addio alle sorelle, fa i suoi complimenti
al padre, te lo abbraccia e te lo bacia, te lo prende a braccetto e
via. Via, camminando per andare incontro a il serpente. Quando sono
alla medesima distanza, salta fori il serpente e dice:—«Vieni, vieni,
caro diletto mercante, con la tua diletta figlia.»—E' non gli venne
un arciprete[5] a codest'omo, ma poco meno. Si avviticcia il serpente
alle vita di quella ragazza; e in quella buca, brrrrrrmmp! di sotto,
lui (il serpente) e quella ragazza; e rimane il mercante lì solo.
Ritorna in sù il serpente con un sacchetto di luigi d'oro:—«Tieni
caro mercante; questo è un sacchetto di luigi d'oro, che io ti
regalo. Vai alla riva del mare, ritroverai l'altro bastimento,
che tu perdesti. Potrai mercanteggiare quanto tu vuoi; se tu eri
ricco, diventerai più ricco che mai, chè non sarai molestato da
nessuno.»—Alla riva del mare ritrova l'ultimo bastimento. Tornando
alla figlia del gran ricco mercante, essendo portata in cotesta
buca, ci trova uno, vestito come fusse uno di nojaltri; e era il
Maggiordomo del figlio del Re di Spagna, che era incantato per un
anno e tre giorni di essere un serpente. Questi ultimi tre giorni si
dovevano combattere insieme con i demonî[6].—«Eh carissima sposa,
mi vedete, che io sono un serpente?»—«Si, che io vi vedo, che siete
un serpente,»—la gli fa questa figlia del mercante.—«Stasera, alle
ore dodici, sentirete un grandissimo scatenìo, che sono i demonî
che vengono a combattere insieme con nojaltri. Vedi qui: è un anno
preciso, che il mio maggiordomo non mi ha mai abbandonato di star con
meco sottoterra; e, fra te e lui, sarete quelli, che mi libererete
da' demonî e dall'incantesimo.»—Nell'essendo lì sottoterra, la figlia
del gran ricco mercante dice:—«Caro Maggiordomo, dimmi un po',
che ora sono?»—Tira fori la sua ripetizione e dice:—«Regina»—gli
fa:—«Regina, sono vicine alle dodici.»—Lei alza gli occhi al cielo e
una mano:—«Domanda, Signora»—si sente dire.—«Una spada e una bottiglia
di licore.»—Apparisce la spada e la bottiglia di licore. Le venivano
dal cielo. Prende la bottiglia e la gli tronca il collo, lei: mezza la
beve lei e mezza la dà al maggiordomo del Re. Bevuto cotesto licore e
tutto, lei si cinge la spada alla mano.—«Maggiordomo, forza e coraggio,
per liberare il tuo padrone!»—Scocca le dodici e trrrr! si sente uno
scatenìo immenso di demonî che venivano per combattere insieme con il
serpente. Batti, batti, batti; tra lei e il maggiordomo e i demonî,
si battono bene bene bene. Scocca il mattutino, spariscono i demonî;
e si vede il serpente dalla pianta dei piedi sin qui diventato carne,
rimasto ferito un poco in una coscia. Lei, la figlia del mercante,
alza gli occhi al cielo e la mano.—«Comandi, signora.»—«Un vasettino
d'unguento prezioso!»—Gli apparisce il vasettino d'unguento prezioso
e unge la ferita dello sposo, che lei doveva avere; e così viene a
guarigione. La sera, quando a lei pare, che sia vicino le dodici, la
risponde:—«Maggiordomo, guarda la tua ripetizione e dimmi che ore
sono.»—«Regina, è le dodici vicine.»—Alza gli occhi e la mano; e sente
una voce, che dice:—«Comanda, Regina.»—«Comando la solita spada e due
bottiglie di licore.»—Tronca il collo a tutt'a due le bottiglie. Una
la dà a il suo maggiordomo e una se la beve per sè:—«Forza e coraggio,
maggiordomo, per liberare il tuo padrone.»—Scocca le dodici e un
grossissimo scatenìo. Se la prima sera ne venne parecchi, la seconda
sera altrettanti di soprappiù de' demonî. Cominciano a combattersi.
Batti, batti, batti, quand'è lo scocco del mattutino, sparisce i
demonî; e si vede in carne in sin quì il serpente. Rimasto ferito, lei,
con il medesimo balsamo, unge la ferita e viene a guarigione: l'era
rimasto ferito a una coscia il serpente:—«Vedete, carissima sposa,
che queste due volte, il vostro legittimo sposo, che deve essere,
in tanto è carne. In quest'ultimo combattimento, se mi liberate, si
sarà sopr'a terra subito.»—Come difatti, ci s'approssima la terza
sera.—«Maggiordomo! guarda, che ore sono.»—«Regina, vicino alle
dodici.»—Alza gli occhi al cielo e chiede la l'istessa[7] spada e tre
bottiglie di licore: una la dà a il suo maggiordomo; una la beve di
per sè; di quell'altra, mezza lei e mezza il suo maggiordomo:—«Allò!
maggiordomo! È l'ultima sera, che si deve liberare il tuo padrone.»—Che
credo che nell'inferno non ve ne fusse rimasto neppur uno dei diavoli!
Quando è lo scocco del mattutino, sparisce i demonî, e si vede
tutto in carne il figlio del Re. Ferito, l'unge col balsamo. Il suo
maggiordomo avea portato un vestito; l'infilza nelle braccia del suo
padrone e lo copre; e subito sopr'a terra tutt'e tre[8]. Camminando,
facendo, andierono a risiedere la sera dopo in una locanda, che gli
apperveniva a il figlio del Re. Il locandiere, che vede che era il
figlio del Re di Spagna, fa allestire ogni cosa.—«Per me,»—dice il
maggiordomo—«non allestite niente. Questa stanza quì cor una tavola,
tappeto, candeliere e lume e una sieda per sedere.»—Mangiano, bevono:
dopo mangiato e bevuto, il Re e la Regina si ritirorno ne' suoi
quartieri. Il maggiordomo, nella sua stanza, dove gli avevan fatto
preparare, si mette a sedere. E si mette così pensoso a pensare a
i' caso, che lui gli era intravvenuto, a stare un anno e tre giorni
sottoterra, a stare insieme con il suo padrone, che gli era divenuto
serpente. Nello stare così a pensare, apparisce quattro incappati;
e si dicono tra loro quattro:—«Felicissima sera!»—«Felicissima
sera!»—«Felicissima sera!»—e—«Felicissima sera!»—Risponde uno di
questi quattro incappati:—«Ah è stato libero, eh, il figliolo del Re
di Spagna dall'incantesimo di esser un serpente? E l'ha liberato la
figlia di un ricchissimo mercante, tra lei e il suo maggiordomo.»—«Ma
no»—risponde un altro di questi quattro incappati—«sta bene, che lui
sia stato libero dall'incantesimo di essere un serpente. Ma non sapete
niente voi, eh? Il Re, il figlio del Re è in camera sua, che scrive due
versi a il suo padre, che venga al riscontro di lui e della sua sposa,
che lui deve prendere. Il padre, io vi ho da dirvi questo, verrà a il
riscontro del figlio, gli farà delle garbatezze e cose simili; ma se
n'invaghirà della nora, che lui deve avere. Il padre, sapendo che il
figlio gli piace tanto le mele, gli farà avvelenare il suo melo; ed,
appena arrivati nel palazzo, gli dirà: _Figlio mio, è tanto tempo che
non avete mangiato mele, andate nel giardino e levatevene la voglia._
Ma, se il suo maggiordomo, che gli vole tanto bene, che è stato un
anno e tre giorni sottoterra con lui, non gli si allontanasse mai dal
fianco; e, quando fosse per pigliare la mela, gnene strappasse di mano
e gnene buttasse via; sarebbe libero da il veleno della mela. Ma quì,
se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo
diventassi.»—Risponde il terzo di quell'incappati e dice:—«Quando il
padre vedrà, che è libero da il veleno della mela, gli farà avvelenare
il pasticcio, che deve avere avanti. Con politica d'il suo maggiordomo,
gli si mettesse al suo fianco, che quando il suo Re è per prendere
il pasticcio, per metterselo alla bocca, gli prendesse il pasticcio,
lo buttasse via e gli mettesse il suo davanti, sarebbe libero anche
da il veleno d'il pasticcio. Ma qui, se ci fusse qualcheduno, che
ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo e' diventassi.»—Ecco
l'ultimo incappato, che risponde e dice:—«Tra il veleno del melo,
tra il veleno del pasticcio, vede che è libero; eh! di nottetempo,
alle ore dodici, gli farebbe apparire un grosso leone in camera per
divorarlo. Ma, se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto
bene, chiedesse grazia a il suo Re di pernottare nella nottata sur
una sieda in camera sua; che quando fusse vicino alle dodici, si
sbracciasse, si levasse il soprabito, che ha addosso, e si buttasse
su il letto ai piedi del suo Re; che con la spada, che l'ha liberato
dai demonî montasse su il letto e uccidesse il leone, sarebbe libero
anche dalla morte d'il leone. Ma qui, se ci fusse qualcheduno, che ne
sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo addiventassi.»—«Felicissima
notte!»—«Felicissima notte!»—«Felicissima notte!»—e—«Felicissima
notte!»—e spariscono tutt'e quattro. Il maggiordomo, che è rimasto solo
lì a pensare ai suoi casi:—«Credeva di aver fatto festa! mi pare a me
di cominciare adesso.»—Mattino si alza il Re, si alza la sposa; si
preparano, fanno una bona colezione e se ne vanno fori dalla locanda,
incontr'a il padre, che veniva a riscontrarli: sortendo fora per
andare a il riscontro del padre, sentendo alla lontana la banda con
i soni e tutta la sua soldatesca. Il padre vede a il figlio, gli fa
dei garbi boni, ma non gran cosa d'allegria, più che sia alla sposa,
che doveva prendere il figlio. Entrando nella sua città trionfalmente
e bene, si approssimano a il palazzo. Andato, andato:—«Figlio mio,
è tanto tempo, che voi non avete mangiato mele; andate nel giardino
e levatevene quella voglia.»—Il maggiordomo, sempre accanto a il suo
fianco, va il figlio del Re per prendere una mela ed avvicinarla alla
bocca; il maggiordomo dà un colpo alla mela, la butta per terra, non si
parla più di mangiar mela e cambia discorso. Il padre, che vede che è
liberato da il veleno del melo, il giorno gli fa apparire davanti alla
tavola il pasticcio avvelenato. Il figlio d'il Re, che va per prendere
il pasticcio, il maggiordomo gnene piglia e gnene getta fori e gli
pianta il suo davanti. Disse il padre fra sè:—«Uh che affare è questo?
Gli è libero anche da il veleno del pasticcio. Ma, nella nottata, gli
farò apparire questo leone.«—Il maggiordomo chiede una grazia a il suo
Re:—«Che grazia voi, ti sarà concessa.»—«Io, nella nottata, gradirei
di riposare sur una delle sue siede nella sua camera.»—Come difatti,
gnene concede la grazia il figlio del Re. Entra in camera e si mette
a riposarsi in una sieda. Il Re, te lo spogliano e te lo mettono al
letto. Addormentato, che è, il Maggiordomo prende la sua ripetizione
e guarda che ore sono.—«Eh! sono vicine le dodici.»—Si leva il suo
soprabito d'addosso, si sbraccia bene bene e monta su il letto appiede
d'il figlio d'il Re, adagio adagio, con la medesima spada, che si era
combattuto co' demonî. Se la cinge bene alla mano. Apparisce questo
grosso leone. Uccide il leone; e il leone rimane in cenere. Il Re, che
si sveglia e vede appiede d'il suo letto il maggiordomo con la spada
sguainata, grida:—«Ajuto, guardie! ajuto, guardie! Il maggiordomo
m'ammazza! il maggiordomo m'ammazza!»—Preso il maggiordomo, è messo
in una scura carcere. Dopo tanto bene, che gli aveva fatto! Viene
il momento, che fu condannato a morte il maggiordomo.—«Voglio una
grazia da Sua Maestà, il mio padrone.»—«Gli sia concessa!»—fa, tutto
severo.—«Voglio la grazia di parlare al mio padrone in mezzo alla sala
d'udienza.»—Prese le misure, cominciò a parlare:—«Maestà, si rammenti
bene, che, io sono stato un anno e tre giorni con lei e tre giorni
con la sua legittima sposa, che lei ha sposato, che siamo stati fra
me e lei il suo liberatore ad essere liberato da essere incantato in
un serpente. Sortendo di sottoterra e andando in quella bellissima
locanda, si rammenti bene, che io mi feci preparare un tavolino con
un tappeto e un candeliere, con una candela e una sieda per riposare.
Pensando io ai casi successi, nel momento mi vedo apparire quattro
incappati; e si danno la bona sera ognuno coll'altro: _Sapete cosa ho
io da dirvi di novo? Che il figlio del Re di Spagna è stato libero
dall'incantesimo di essere un serpente; tra lui e la figlia di un gran
ricchissimo mercante e il suo maggiordomo. Ma abbiate da sapere, che
lui è nel suo quartiere, che scrive due versi a il suo signor padre,
che lui venga a riscontro del figlio e della nora, che lui deve avere_.
Risponde il secondo: _Ehi sta bene, che lui scriva due versi a il suo
signor padre. Non sapete, che lui farà più complimenti alla sposa,
che deve prendere il figlio, che a il figlio? A il figlio, siccome
lui è tanto tempo, che lui non mangia mele, gli farà avvelenare il
melo. Ma se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto bene,
stessi sempre al fianco del suo Re; quando è per prendere la mela per
mettersela in bocca gnene gettasse via; libero rimarrebbe dal veleno
della mela. Se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di
pietra e marmo addiventassi_.»—Ti vede il Re il maggiordomo, che,
dalla punta de' piedi insino qui, rimane di marmo. Dà un lancio
dalla sua sieda e gli va lì da il suo maggiordomo:—«Maggiordomo, per
pietà, non discorrere più, stai fermo!»—«Maestà, condannato a morte
Lei mi ha; dunque io rimarrò per belluria nel mezzo del gran salone
d'udienza. Di qui non mi posso più smovere; è meglio, che io seguiti
a parlare. Risponde quell'altro degl'incappati: _Ebbene, e quando il
suo signor padre vedrà che lui è libero da il veleno della mela, gli
farà avvelenare il pasticcio, che lui deve avere avanti nel pranzo.
Ma se il suo maggiordomo gli si mettesse al suo fianco; quando il suo
Re è per prendere il pasticcio per metterselo alla sua bocca, gnene
strappasse, lo buttasse via e gli mettesse il suo avanti; il Re sarebbe
libero anche da il veleno del pasticcio. Ma se ci fosse qualcuno, che
ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo diventassi_.»—E diventa
insino alla vita e qui di pietra e marmo:—«Per pietà, Maggiordomo,
non parlà' più!»—«Che vole? di qui non posso sortire, non mi posso
smovere; è meglio, che io finisca di ragionare. Risponde il quarto
degl'incappati: _Quando il suo signor padre vedrà, che lui è libero
anche da il veleno del pasticcio, nella nottata, a ore dodici, gli farà
apparire nella sua camera un gran leone, per divorare il suo figlio.
Ma, se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto bene,
chiedesse in grazia al suo Re di pernottare questa notte in camera
sua con la spada medesima, che l'ha liberato da' demoni, lo potrebbe
liberare anche dalla morte del leone. E se ci fosse qualcuno, che ne
sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo diventassi.—Felicissima
notte!—Felicissima notte!—Felicissima notte!—e—Felicissima notte!_»—E
diventa tutto di pietra e di marmo, il Maggiordomo. Eh! dispiacente e
disperato Sua Maestà, quando sente, che il suo Maggiordomo è diventato
tutto di pietra e di marmo! Va in camera della sposa:—«Eh! carissima
sposa, un gran rincrescimento ho avuto! Il mio maggiordomo è divenuto
tutto di pietra e di marmo!»—Eh! dispiacente ancora lei. Il Re chiede
grazia alla sposa di partire dalla sua Reggia.—«Addio! Addio!»—«Addio!
Addio!»—e se ne va via. Cammina cammina e arriva alla locanda, in
dove era stato, che il suo maggiordomo aveva visti questi incappati.
Il locandiere vide, che gli era il figlio del Re. Dice:—«Niente
preparativi! la stanza, che pernottò il mio maggiordomo. Come stava
lui, è come m'avete a fare a stare anche a me: con tavola, tappeto,
candeliere e la candela e una sieda per riposare.»—Quand'è l'ore
dodici, si vede in codesta stanza apparire questi quattro incappati, e
si danno la bona sera l'un coll'altro.—«Felicissima sera!»—«Felicissima
sera!»—«Felicissima sera!»—e—«Felicissima sera!»—«Oh, gli ha buscato
un bel premio, povero maggiordomo, dopo d'aver liberato il suo Re da
il veleno della mela, da il veleno del pasticcio e da esser divorato
da il leone! Fu messo in carcere e presto presto venne a esser
condannato a morte.»—Risponde un altro:—«Eh! poero maggiordomo, che è
rimasto di pietra e di marmo, che è meglio che morte. Il Re, abbiate
da sapere, che è qui insieme con nojaltri. Sua Maestà.... che credete,
che non ci fusse rimedio per Sua Maestà di riavere in carne il suo
maggiordomo? Altro! Perchè Sua Maestà, ch'è qui, quando lui partirà
di qui, dalla locanda, per andare inverso la sua città, inverso
l'ora di mezzogiorno sentirà un gran sonìo di campane, cannonate,
schioppettate, da tutte le parte. Sarà la sua sposa, che partorirà
due bellissimi maschi.»—«Questo»—risponde l'ultimo incappato—«ch'è il
bello, che se Sua Maestà avesse tanto di coraggio e lo facesse di bon
core, quando lui è da entrare nel suo palazzo, scambio di prendere la
scala maestra, prendesse quella secreta, vedrebbe tutt'e due i suoi
bimbi in una culla, bianchi e rossi, poerini! Ma se lui lo facesse
di bon core, di prendere una bacinella con una spugna (ma badate!
sapete? lo deve fare di bon core!), li prendesse a uno a uno: con la
spada, che ha a il suo fianco, li scannasse tutt'e due, che il sangue
ne andassi in codesta bacinella; andesse nel gran salone d'udienza
innanzi al maggiordomo; e lo bagnasse dal capo insino ai piedi col
proprio sangue dei suoi figli; avrebbe il suo maggiordomo vivente,
sano e salvo, e riavrebbe i suoi figli in bona salute. Ma sempre
ragionare di farlo di bon core.»—«Felicissima notte!»—«Felicissima
notte!»—«Felicissima notte!»—e—«Felicissima notte!»—Mattina, il Re
parte dalla locanda. Quand'è verso l'ora di mezzogiorno, sente un gran
sonìo di campane, cannonate, schioppettate da tutte le parti. Quando
ha[9] entrare nel suo palazzo, scambio di prender la scala maestra,
prende quella secreta; e trova tutt'e due i suoi bimbi in una culla,
bianchi e rossi, poerini! Prende una bacinella con una spugna e li
scanna a uno a uno con la spada, che ha a il suo fianco, che il sangue
ne va in cotesta bacinella. Poi va nel gran salone d'udienza, innanzi
a il maggiordomo; lo bagna, come ho detto, da capo insino ai piedi;
e lo rià in perfetta e bona salute il maggiordomo.—«Oh Maestà!»—«Oh
caro mio maggiordomo!»—Te l'abbraccia e te lo bacia.—«Vieni, vieni
a vedere cosa io ho fatto, per riavere te in perfettissima salute.
Vedi cosa ho fatto, caro maggiordomo! Ho scannato tutt'e due i miei
figli, per riaverti in perfettissima e bona salute.»—«Oh Maestà!
questo, che è qui, non lo doveva fare.»—«Ma vieni, vieni, caro il mio
maggiordomo!»—Te lo prende pel braccetto e te lo porta nella stanza,
dove c'erano tutt'e due i suoi bimbi. Erano nel suo quartiere, che si
pascolavano con un pomo d'oro in mano tutt'e due. Il Re fa:—«Cielo,
io vi ringrazio, del favore, che voi mi avete fatto; di aver reso
alla luce il mio maggiordomo e i figli viventi!»—Prendendone uno per
uno, uno il maggiordomo e uno Sua Maestà:—«Andiamo a far visita alla
Regina in camera.»—La Regina, che ti vede il maggiordomo:—«Come mai? Oh
maggiordomo!»—«Carissima sposa, questo e questo ho fatto. E ho avuto
la grazia di riavere in perfettissima e bona salute il mio maggiordomo
innocente, e ho avuto in bona e perfettissima salute anche i figli.»—Fu
rinnovato tra il Re e la Regina novo sposalizio tra di loro. E rimasero
contenti e felici tra il Re, la Regina, i figli e il maggiordomo, che
tra sè se la godettero e a me nulla mi dettero:
_Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detta la mia._