IL PESCIOLINO[i]

Tempo fa, ma sono di molti anni, regnava ne' paesi una grande carestia,

e la gente non aveva da mangiare, sicchè ne morivano de' cristiani

dalla fame tanti, che era una disperazione e faceva 'scherezza a vedere

que' disgraziati cascare, chi di qua, chi di là, per le terre senza

fiato. A que' medesimi tempi, campava una povera donna pigionacola in

un borgo; e il su' marito gli era morto da un pezzo; e lei era rimasa

vedova con du' figlioli, un mastio più grandino e una bambina doppo

lui; e il mastio lo chiamavano Gianni. Dice un giorno la su' mamma a

Gianni:—«Se tu andessi a cercare un po' di pane, bambino! è tanto che

non si mangia! Qualcuno forse tu lo trovi, che ti faccia un po' di

carità per l'amor di dio.»—Gianni dunque si messe a girandolare per

que' luoghi, ma non potiede raccapezzare da nissuno manco una briciola

di pane. Che volete! con quella carestia, ognuno n'aveva di catti a

tienerselo per sè. Sicchè Gianni, stracco morto e allaccato tra la

fatica e la fame, si buttò giù a diacere al sole sulle sponde d'una

fossettina, dove ci correva della bell'acqua chiara. E, nell'esser lì,

tutt'a un tratto vedde un pesciolino, che navicava; e pareva, che fosse

d'argento. Lui pensò subbito d'acchiapparlo e portarlo a casa alla su'

mamma, perchè lei almanco lo mangiasse. E piano piano, sceso dentro il

fosso, gli riuscì serrare il Pesciolino tra le mani. Ma il Pesciolino

principiò a discorrere e a raccomandarsi a Gianni di lassarlo libero,

e che l'avrebbe ricompensato della su' bona azione. Gianni, in nel

sentire quell'animale, che parlava, s'impaurì e spalancò le dita, e

rimase lì mezzo grullo in sospetto di qualche gastigo. Il Pesciolino

però gli disse:—«Non aver temenza, chè del male non te ne voglio

fare, sai. Oh! perchè mi volevi mangiare?»—Dice Gianni:—«No' siamo

tanto affamati a casa e non s'ha pane: ogni cosa è bona in tempo di

carestia. La mi' poera mamma fila la stoppa; ma, bene che guadagni

poco, prima s'andava innanzi; ora 'nvece ci converrà a tutti morire

affamati.»—«Senti,»—disse il Pesciolino,—«tu mi garbi, e io vi aiterò

tutti di quel, che v'abbisogna. Quando vi manca qualcosa, basta, che tu

dica, per essere esaudito:

«Pesciolino, mi' amante,

Saresti a me costante?

Mi faresti la carità?»—

—«Allora,»—gli arrispose Gianni,—«i' lo dico in questo vero momento:

«Pesciolino, mi' amante,

Saresti a me costante?

Mi faresti la carità?

M'abbisogna del pane.»—Alle su' parole, il Pesciolino fece apparire

un pane di dieci libbre, perchè lo portassi a casa. Ma gli comandò a

Gianni, che doveva star cheto e non raccontare del Pesciolino fatato

di quel fosso[ii]. Gianni dunque andiede dalla su' mamma con quel pane

di dieci libbre; e inventò, che gliel'aveva regalo uno zio mugnajo per

limosina. Dice su' madre:—«Chè, questo è impossibile; è una limosina

troppo grossa per de' tempi di carestia. Tu l'ha' rubo, sciaurato, non

dir bugie.»—E Gianni a giurare di nò, e che era un regalo del su' zio.

Dice su' madre:—«Oh! s'io degli zii è tanto, che non n'ho più; son

tutti morti e seppelliti da un bel pezzo.»—E Gianni:—«Guà, vole dire,

che voi non gli cognoscevi tutti; e che questo l'ho trovo io nel su'

mulino di molto lontano di casa nostra. Gnamo, chetatevi, mamma, e non

dubitate di nulla. Anzi lo zio m'ha promesso di darmi tutto quello,

che m'abbisogna.»—Abbenchè quella donna non fosse tanto persuasa delle

parole del su' Gianni, siccome aveva fame, si messe a mangiare il pane

assieme co' su' figlioli, e in quel mentre gli scappò detto:—«Pan solo!

anche il pan solo è bono, quando non c'è altro. Ma sarebbe più bono

tavia con del cacio e con un po' di vino per mandar giù meglio ogni

cosa.»—Dice Gianni:—«Lassatemi ritornare dallo zio e il cacio e il vino

vo' l'avrete.»—Insomma, per non farla tanto stucca, bastava, che Gianni

andesse dal su' Pesciolino e gli chiedessi della robba, che tutto quel,

che voleva, lui l'aveva; e, quando viense il freddo di verno, Gianni

portò a casa una pezza di lendinella per fare il vestito alla mamma e

alla sorella, e un'altra di panno per sè, chè erano prima quasi gnudi

e battevano le gazzette. Ora gli accadè, che un giorno, Gianni era

dientro a un bosco a cercare di legne, e s'accostò a un palazzo e ci

vedde al balcone la figliola del Re; una bellezza da levar gli occhi

a guardarla soltanto. Pensò Gianni:—«Se fosse mia! Ma com'è possibile

ch'i' possa sposare una figliola di Re, io meschino accosì?«—E stava lì

sotto al balcone a strolagare. Ma quella ragazza non ci badò a lui più

che tanto. Figuratevi, se una Principessa a quel mo' voleva badare a

un poero straccione di per le strade! A un tratto Gianni scrama:—«Che

tu possa fare un figliol mastio per virtù del mi' Pesciolino!»—e se

ne va diviato a casa. Le parole di Gianni non cascorno invano; perchè

la figliola del Re si cominciò a sentir male. Subbito chiamano i

dottori a visitarla. E, doppo averla tastata chi di qua e chi di là,

gli dissano:—«È gravida.»—Nascette un buggianchio in tutta la corte,

perchè la Principessa giurava, che lei non aveva dato retta a nissuno

e che era innocente. Ma il Re la ragione non la intendeva, vedendo

che alla su' figliola il corpo gli cresceva sempre. Che ti fa? ordina

che senza indugio sia serrata dentro a una torre con delle guardie.

E lì ce la tiense finchè lei non ebbe partorito un figliol mastio. E

il Re volse, che questo mastio fosse rallevato nel palazzo; e badava

a cercare se mai si scoprisse chi aveva ingravidata di niscosto la

Principessa. Quando il bambino arrivò a du' anni finiti, il Re, che

si struggeva di sapere chi fosse il babbo, fece attaccare per tutti i

canti del su' Regno un bando: _che a un giorno fissato s'adunassino

nella corte tutti i signori e cavaglieri e che lui avrebbe concesso per

isposa la su' figliola a quello tra loro, stato scelto dal bambino, con

una palla d'oro, che gli voleva mettere nelle su' manine_. Al sentire

quel bando, anco Gianni pensò d'andare alla Corte. E si messe addosso

i meglio vestiti e gli riuscì bucare, senz'esser visto, nella sala

dell'adunanza, addove in mezzo, sur un tappeto, c'era il figliolo della

Principessa colla su' palla d'oro tra le mani. E, abbenchè Gianni si

fosse accoccolato in un cantuccio, nonistante il bambino lo trovava

sempre e la palla d'oro la dava a lui. Figuratevi, che stupore di quel

Re e di que' signori! La Principessa, poi, diventava quasi matta,

in nel vedere la trascelta del su' figliolo, perchè lei Gianni non

l'aveva mai cognosciuto. Infine tutti incattiviti a bono, a spintoni

discacciorno Gianni fori di lì. E il Re disse, che quell'adunanza non

gli garbava più e che ne voleva fare un'altra col bambino quand'era

più grande; tra un anno, via. L'anno dunque arrivò e i bandi furono

appiccicati alle cantonate del Regno; sicchè anco Gianni ci volse

ritornare al palazzo. Ma prima andiede al fosso del Pesciolino e lo

chiamò come lui gli aveva insegnato:

—«Pesciolino, mi' amante,

Saresti a me costante?

Mi faresti la carità?»—

Dice il Pesciolino:—«Che vo' tu, Gianni?»—Dice lui:—«Voglio diventare

un gran signore, con di be' vestiti, de' cavalli, la carrozza e i

servitori, cucchieri e cacciatore, tutti colla livrea.»—Dice il

Pesciolino:—«Per farne che di tutta questa robba?»—E Gianni allora gli

raccontò quel, che gli era intravenuto colla figliola del Re; e che lui

l'aveva ingravidata per virtù del su' amante Pesciolino; e in somma gli

scoperse ogni cosa. Dice il Pesciolino:—«Vai, mi' Gianni, che tu sie'

esaudito.»—Il giorno dell'adunanza, dunque, ci venne anco Gianni con

un traino alla reale, che non ce n'era altri de' compagni. E nissuno

potiede raccapezzare chi fosse quel gran signore e di che paese del

Regno; ma in ogni mo' lo lassorno ascendere in fino in sala. E lui si

messe a siedere assieme cogl'invitati. E quando cominciorno le prove

per iscoprire il babbo del figliolo della Principessa, questo, senza

manco pencolare, portò la palla d'oro nelle mani di Gianni. Dice il

Re:—«Dunque siete voi quello, che ha 'mpregnato la Principessa mi'

figliola.»—Arrispose Gianni:—«Al parere è accosì, Maestà.»—La figliola

del Re però non stiede zitta; e cominciò a urlare, che non era vero,

che lei non lo cognosceva quel signore prutenzionoso e che lei non lo

voleva per isposo. Ma il Re la fece stare cheta, perchè la prova per

lui era bona e intendeva di mantienere la su' parola. Sicchè diede il

comando, che ogni cosa fosse ammannito per le nozze della su' figliola

con Gianni. A quell'ordine, la Principessa, perchè Gianni non gli

garbava, disse:—«Almanco sua Maestà, m'accordi una grazia.»—Dice il

Re:—«È accordata, purchè tu sposi chi è stato trascelto per babbo dal

tu' figliolo.»—«Sposare lo sposerò,»—arrisponde lei;—«ma che lui, prima

di menarmi con seco, mi fabbrichi un palazzo con un giardino compagni

e dirimpetto al palazzo reale, per poterci star dientro da par mio; e

vo' sapere chi sono i su' parenti.»—A quella domanda nonistante non

si sgomentò Gianni nel sentirla; e gli promesse alla su' sposa, che

subbito la contenterebbe a su' piacimento. E, senza indugio, andiede

dal Pesciolino; e al solito lo chiamò fori:

—«Pesciolino, mi'amante,

Saresti a me costante?

Mi faresti la carità?»—

Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento

quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu

levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col

giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di

cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta

poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di

Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa

s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era

contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere;

perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un

bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando

furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno

non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel

discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò

in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso

dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gli aveva fatto

quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi

state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma

arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in

ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando

e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce

l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per

tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette

per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui

partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però

gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa

lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò

d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana,

insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome

Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla

lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e

la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze,

per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera;

e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni

la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci

steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e

di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone

fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni

era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un

rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta.

In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa

andiede a trovarla e gli domandò _se voleva dar via quel, che c'era di

vecchio per la casa_. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba

inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i

cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo

che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel

merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che

Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la

lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre

dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la

Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendetti per ottone vecchio

a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No'

siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una

lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo

mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.

_E finisce accosì la mi' novella:

Se vo' sapete, ditela più bella._

[i] Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese

all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf. _Pentamerone_, I. 3.

_Peruonto_.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na

sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che

dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia

de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual

cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura,

lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio,

iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse

libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo

stesso racconto è presso lo STRAPAROLA. Notte III, Favola I. (Vedi

pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIII _Il

Luccio_). PITRÈ (Op. cit.) CLXXXVIII. _Lu loccu di li passuli e

ficu_. PITRÈ (_Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca

del popolo ed annotate_, Bologna, 1873). III. _Lu Cuntu di Martinu_.

[ii] Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo

è stata opinione diffusa. Narra BRUNETTO LATINI:—“Et elli si trova

ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane

et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con

lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse

morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò

un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui.

Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo

fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—

[iii] È la lampada di Aladino delle _Mille e una Notte_.

[3] Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelica _legate al duro

sasso_ dell'ARIOSTO; il _Mostro Turchino_ del CERLONE, ecc.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 138 / 292 题