ORAGGIO E BIANCHINETTA[1]

C'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si

chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano,

per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe

andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come

cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio,

lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le

varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente

l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese

ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava

tanto tempo innanzi a quella pittura? Oraggio rispose che quel ritratto

era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso

tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non

credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè

aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna,

che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse:—«Falla venire qua; e,

se è bella come dici, la farò mia sposa.»—Subito scrisse Oraggio a

Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al

porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli

gridava:—«Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che

il sol non la tinga.»—Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi

pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte

vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò

nel mare[2]. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella;

e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così

tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere

quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo

mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E

tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava

di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:

Crò! crò!

Dal mar venghiamo,

D'oro e perle ci cibiamo.

La sorella d'Oraggio è bella,

È bella come il sole:

Sarebbe bene al nostro padrone.

Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni

quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare,

era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo

palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata[3]. Però, con una lunga

catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui

portava fuori le oche. Disse il Principe:—«Se è vero ciò che racconti,

domandagli cosa ci vorrebbe per liberarla da quella prigione.»—Il

giorno dopo domandò Oraggio a Bianchinetta come avrebbe potuto fare per

toglierla di là e condurla al Principe. Essa rispose:—«È impossibile

togliermi di qua. Così almeno mi dice sempre il mostro: _Ci vorrebbe

una spada che tagliasse quanto a cento; E un cavallo che corresse

quanto il vento._ Queste due cose è quasi impossibile trovarle. Tu vedi

dunque, per me è destino, che debba rimaner sempre qua.»—Tornando

Oraggio al palazzo, riferì la risposta di sua sorella al Principe.

Ed esso fece di tutto, e riuscì a trovare il cavallo che correva

quanto il vento, e la spada che tagliava quanto cento. Andarono al

mare: trovarono Bianchinetta, che li attendeva. Li condusse nel suo

palazzo. Con la spada fu tagliata la catena. Montò sul cavallo e così

potè liberarsi. Giunti al palazzo, il Principe la trovò bella quanto

il ritratto che guardava sempre Oraggio, e la sposò. L'altra brutta

fu bruciata in mezzo di piazza con la solita camicia di pece; e loro

vissero contenti e felici.

_Stretta la foglia, larga la via,

Dite la vostra, chè ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 114 / 292 题