C'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si
chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano,
per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe
andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come
cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio,
lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le
varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente
l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese
ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava
tanto tempo innanzi a quella pittura? Oraggio rispose che quel ritratto
era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso
tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non
credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè
aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna,
che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse:—«Falla venire qua; e,
se è bella come dici, la farò mia sposa.»—Subito scrisse Oraggio a
Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al
porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli
gridava:—«Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che
il sol non la tinga.»—Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi
pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte
vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò
nel mare[2]. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella;
e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così
tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere
quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo
mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E
tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava
di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:
Crò! crò!
Dal mar venghiamo,
D'oro e perle ci cibiamo.
La sorella d'Oraggio è bella,
È bella come il sole:
Sarebbe bene al nostro padrone.
Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni
quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare,
era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo
palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata[3]. Però, con una lunga
catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui
portava fuori le oche. Disse il Principe:—«Se è vero ciò che racconti,
domandagli cosa ci vorrebbe per liberarla da quella prigione.»—Il
giorno dopo domandò Oraggio a Bianchinetta come avrebbe potuto fare per
toglierla di là e condurla al Principe. Essa rispose:—«È impossibile
togliermi di qua. Così almeno mi dice sempre il mostro: _Ci vorrebbe
una spada che tagliasse quanto a cento; E un cavallo che corresse
quanto il vento._ Queste due cose è quasi impossibile trovarle. Tu vedi
dunque, per me è destino, che debba rimaner sempre qua.»—Tornando
Oraggio al palazzo, riferì la risposta di sua sorella al Principe.
Ed esso fece di tutto, e riuscì a trovare il cavallo che correva
quanto il vento, e la spada che tagliava quanto cento. Andarono al
mare: trovarono Bianchinetta, che li attendeva. Li condusse nel suo
palazzo. Con la spada fu tagliata la catena. Montò sul cavallo e così
potè liberarsi. Giunti al palazzo, il Principe la trovò bella quanto
il ritratto che guardava sempre Oraggio, e la sposò. L'altra brutta
fu bruciata in mezzo di piazza con la solita camicia di pece; e loro
vissero contenti e felici.
_Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, chè ho detto la mia._