ALESSANDRO. (Qual fronte!)

TIMAGENE. Eh di clemenza

Tempo non è. La cura

Lascia a me di punirlo. Il zelo mio

Saprà nuovi strumenti

Trovar di crudeltà. L'empio m'addita,

Palesa il traditor, scoprilo omai.

ALESSANDRO. Prendi, leggi quel foglio e lo saprai.

TIMAGENE. (Stelle! il mio foglio! Ah son perduto! Asbite

Mancò di fè.)

ALESSANDRO. Tu impallidisci e tremi?

Perchè taci così? Perchè lo sguardo

Fissi nel suol? Guardami, parla. E dove

Andò quel zelo? È tempo

Di porre in opra i tuoi consigli. Inventa

Armi di crudeltà. Tu m'insegnasti,

Che indegno di pietà colui si rese,

Che mi tradì, che l'amicizia offese.

TIMAGENE. Ah signor, al tuo piè....

ALESSANDRO. Sorgi. Mi basta

Per ora il tuo rossor. Ti rassicura

Nel mio perdono; e, conservando in mente

Del fallo tuo la rimembranza amara,

Ad esser fido un'altra volta impara.

Anche nella _Mortella_ (BASILE. Pentamerone I, 2.) le colpevoli

pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nel _Burdilluni_

(PITRÈ. Op. cit. LXI).

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 112 / 292 题