GLI ASSASSINI.[1]

C'era una volta un omo, che aveva tre figliole. Quando erano sulle

ventitrè si affacciavano alla finestra. Passa un capo—assassino, si

volta in su e vede queste belle ragazze. Che ti fa? Vede una bottega là

di faccia:—«Scusate, chi sono quelle tre belle ragazze?»—«Sono figliole

d'un poero sarto»—gli dicono—«che sta quì in questa strada.»—Quest'omo

va alla bottega dove gli aveva detto questo ed apre. Dice:—«Cosa

mi comanda?»—Gli era un sarto; credeva, che gli portasse del

lavoro.—«Quante figlie avete voi?»—dice. Dice:—«Tre, signore.»—«Abbiate

da sapere, che io le ho vedute: una delle tre la voglio

sposare.»—«Signore,»—dice—«Io sono un poeromo. Non gli posso dar niente

di dote, nè di altro.»—«Io ricerco la ragazza, e non ricerco quattrini.

Mi fareste il piacere,»—dice—«di condurmi a casa e sapere chi di loro

mi vole?»—«Volentieri.»—Chiude la bottega e va a casa e picchia.—«Oh

dio!»—dicono le ragazze—«gli è il babbo con un signore.»—Tirano la

corda. Vengon su. Le ragazze dicono:—«Felice giorno;»—fanno de'

complimenti tanto a suo padre, che a questo signore. Il babbo,

le fa mettere a sedere e dice:—«Vedete, ragazze; questo signore,

una di voi vi vole per isposa.»—Dice la minore:—«No.»—Quell'altra

anch'essa:—«No.»—Ma la maggiore dice:—«Lo prenderò io, quando sia

contento.»—«Io»—dice allora questo capo—assassino—«ho bisogno di

sbrigare questo matrimonio, perchè ho bisogno di tornare nel mio

posto.»—In quattro o sei giorni si concludono le nozze: si fa presto!

Partono gli sposi; e lei dice addio a il padre, alle sorelle; lui

lascia una borsa di quattrini; e vanno via. E principia a imboscare.

La dice:—«Che c'è molto ancora per arrivare alla casa?»—«Eh»—dice—«c'è

molto ancora; c'è un pezzo; c'è un pezzetto.»—Eccoti arrivano alla

casa.—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—Tutti quelli altri

assassini con le fiaccole. Una tavola apparecchiata: bocca mia, che

vuoi tu? che ci era d'ogni ben di dio. Quando ebbero cenato:—«Abbiate

da sapere, che noi siamo mercanti. Voi siete padrona di tutto tutto

tutto il palazzo, qualunque cosa; ma si vole una grazia da voi.»—«E

quale?»—dice.—«Che noialtri si va fori, si va via; e si rimane otto,

dieci giorni. Quando noi si picchia, che voi ci aprite subito: questa

è la grazia. Ma voi potete dormire in queste notti.»—Dunque, la notte,

partono questi assassini; e rimane questa ragazza e comincia a guardare

dappertutto, a piangere. La si accorge, che era fra gli assassini. La

dice:—«Poero mio babbo! poere mie sorelle!»—E il sonno, piangi piangi,

il sonno la prende. Eccoti gli assassini; e lei la dorme, non sente.

Che ti fanno? buttan giù la porta. E il marito va su e l'ammazza. E

dice ai servi, questo capo assassino:—«Portatela di là, dove c'è tutti

gli altri morti.»—La mattina viene a Firenze questo capo—assassino

e picchia alla casa delle sorelle e d'il padre:—«Uh»—dicono le

ragazze—«gli è il nostro cognato, babbo.»—Tiran su la corda:—«Come la

sta la nostra sorella?»—«Uh! non la riconoscereste: l'è ingrassata

da non lo poter credere. Anzi la l'ha detto, una di voi la vi vol

lassù, per otto o quindici giorni.»—Dice la maggiore:—«Anderò

io, verrò io.»—«Oh!»—dice—«venite quella, che volete.»—Partono e

via, verso casa. Principia a imboscare, come fece all'altra. E la

ragazza dice:—«Quanto c'è per arrivare a casa?»—«Eh»—dice questo

assassino—«c'è tempo ancora!»—«Eh»—dice—«mi par mill'anni di veder mia

sorella.»—Arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—tutti, che vengon

giù a scortare. Dice la ragazza:—«Ahn, dov'è la mia sorella?»—Lei, la

cerca subito la sua sorella.—«Ehm!»—dice il capo—assassino—«mangiate

ora, la vedrete poi la sorella.»—«No, davvero, ch'io non mangio, s'io

non la vedo, io.»—«Ebbene, conducetela a veder la sorella.»—Accendono

una torcia, aprono la stanza mortuaria:—«Ecco, la vedete? E così

sarà di voi, se non ubbidirete ad aprirci quando noi si torna. Ci

dovete aprir subito, altrimenti finirete come quella. Stanotte noi si

parte e si starà sette o otto giorni. Quando si torna, bisogna che

ci aprite subito; altrimenti vi si ammazza.»—E vanno via. La notte

partono; e rimane questa ragazza a piangere. Più che la piangeva, non

dormiva, si disperava. E quando la notte lei doveva star desta, lei

si addormiva. Eccoti gli assassini; picchiano e nessuno risponde.

Dicono al marito:—«Non l'ammazzare, poerina; che vòi!»—«Eh!»—dice—«ce

n'è un'altra!»—Va su e l'ammazza senza far discorsi. Giorni dopo,

viene a Firenze; e va dalla cognata e dal sòcero; e picchia:—«L'è quì

mio cognato; ma non ha la sorella, babbo.»—Dice:—«No?»—Risponde la

ragazza:—«No.»—[2] e tira su la corda. Dice l'assassino:—«Dunque; vo'

avete da sapere....»—«Oh, le sorelle?»—«Vo' non le riconoscereste.

Le sono ingrassate tutt'e due, così; specie la me' cognata! E vole,

che la veniate anche voi; e poi tornerete tutt'e due insieme.»—Dice

il padre:—«È impossibile!»—Dice:—«Io non posso rimaner solo!»—«Ed

io Le prenderò una donna, che La custodirà.»—Prende una donna; e

gli lascia uno sborso di quattrini a il padre e gli procura una

donna per custodirlo. E va via con questa ragazza; e arrivano a il

palazzo:—«Evviva! Evviva!»—Figuratevi, che festa facevano gli altri

assassini. Ma lei, la dice:—«Dove sono le mie sorelle, dove sono?»—«Eh

mangiate! alle sorelle c'è tempo.»—«Eh non mangio, quando non le ho

vedute.»—«Ebbene, conducetela a veder le sorelle.»—Aprono la stanza

mortuaria: e gli dice:—«Vedete le vostre sorelle? Perchè nojaltri

gli si diceva, che ne aprissero, e loro dormivano, noi le si è

ammazzate.»—«Bravi!»—dice—«Hanno fatto bene! Briccone, a non obbedì'

questi signori!»—«Abbiate da sapere, che fra due giorni nojaltri

andremo via; e si starà dieci, dodici giorni. Quando si torna, bisogna

che ci aprite subito, altrimenti vi si ammazza. Dormite il giorno

innanzi.»—Eccoti, vanno via dopo due giorni; e la ragazza riman sola.

L'accende un lume e va alla stanza mortuaria a vedè' le sue sorelle.

Piangeva:—«Poerine! se potesse vederci nostro padre!»—Piangeva; e

mentre piange, sente fare:—«Uhuh! Uhuh! Uhuh!»—un rammarichìo. Lei

crede che sien le sorelle, che si lamentano; tira fori tutti i morti,

e tira fori un figliolo del Re, che era ferito, ma non era morto.

La lo tira fuori, la lo mette sopra un materasso, con i balsami la

gli medica le ferite; e poi, la gli fa delle gelatine, dei brodi,

e lì per lì. La rimette tutti i morti adagio dentro la stanza; e

poi, trascina il malato adagio adagio e lo mette in una stanza in

disparte, che nessuno poteva trovar questo ferito, che lei l'aveva

girata la casa e sapeva quel che si faceva. La gli medica le ferite,

la gli prepara quel brodo e poi la si mette alla corda.[3] Eccoti,

gli assassini picchiano. Lei lesta la tira la corda:—«Ah brava!»—Chi

la pigliava di lì, chi di là, regali!—«Voi siete brava! Vedete,

quando siete brava, noi come si tratta?»—«Ma sicuro! Non si prendono

gl'impegni piuttosto!....»—Lei, la mangia tutt'allegra.—«Ma»—dice il

capo—assassino—«fra qualche giorno noi partiremo e si starà anche

da venti giorni fòri.»—«Quanto mi rincresce!»—dice:—«Son sempre

sola!»—«Eh, ma non pensate! Quando si torna, si starà anche un mese

con voi!»—E così loro vanno via; e lei la corre subito da il figlio

del Re: e lo trova, che stava veramente benino, ecco. Dopo due tre

giorni, dice il Re:—«Morti per morti, qui bisogna scappare.»—Che

ti fanno? vanno giù alle scuderie e prendono i meglio cavalli e si

caricano di quattrini, di robe, figuratevi! caricano questi cavalli e

vanno via.—«Morti per morti, gua'!»—dice. E principiano a imboscare;

perchè, per volere, che andassero a casa, bisognava passa' pel

bosco; con una paura potete credere! Ma finiscono il bosco liberi.

Vanno al palazzo del Re. I servitori dice:—«Se non fosse morto il

nostro padrone, si direbbe che gli è lui.»—S'avvicina al palazzo e i

servitori lo riconoscono: urli!—«Ah! Ecch'il nostro padrone! ecch'il

nostro padrone!»—La Regina, che giusto la non faceva che[4] piangere,

la sente quest'urli; la corre a vedere, la riconosce il figliolo.

Vi lascio dire! dalla contentezza la si sviene. Quando s'è riavuta,

gli dice:—«Questa è la mia sposa!»—e gli racconta tutto il caso,

com'era stato.—«Oh!»—la madre.—«Lo credo poerina, ve lo meritate pur

troppo!»—Dunque seguono, per far più breve, le nozze: loro penan poco

a sposarsi, si sposano, via. E lasciamo a questi, che stanno in festa;

e venghiamo agli assassini. Gli assassini, picchia picchia, uh! nessun

risponde. Dice un di quegli:—«'Un l'ammazzare, sai, poerina?»—Dice

quello:—«Io non l'ammazzo, cheh! cheh!»—Buttan giù la porta; vanno

su; e chiama chiama, nessun risponde. Non c'era, gua'! Principiano a

girare il palazzo, vanno alla stanza mortuaria e principiano a cavar

tutti i morti: e vedono che manca il figliolo del Re.—«Ah briccona!

ora ti s'è trovata dove siei! S'è scoperto! col figlio del Re!»—Dice

il capo—assassino:—«Acchiappate un orso ed ammazzatelo!»—Quando

l'hanno ammazzato, gli levan la pelle; e l'assassino con tutt'arme si

fa metter dentro a questa pelle, cucito, che paja un orso vero. E gli

dice:—«Portatemi alla piazza del Re. Quando Maestà mi vorrà comprarmi,

chiedetene una gran somma.»—Vanno sulla piazza e si metton fermi sulla

piazza; e quest'orso, scherzi, ma una cosa che sorprendeva, ecco, una

meraviglia! Dice la servitù:—«Maestà, La s'affacci alla finestra, La

venga a vedere, che degna cosa, che è questa!»—Maestà s'affaccia; e

vede quest'orso, che.... non era possibile, ecco, le maniere che faceva

quest'orso. Gli dice a' servitori:—«Domandate quel che vole. Quel che

vole, vole; chè io lo voglio comprare.»—Eccoti i servitori:—«Dite,

galantomo, lo vendete quest'orso?»—«Nossignori, io non lo posso

vendere, su questo ci campo.... Altro che con una gran somma!...»—Così

i servitori vanno da Maestà e gli dicono:—«Lo vende, ma con una gran

somma.»—«Voglia quel che vole, io lo voglio comperare.»—E l'assassino

gli chiede cinquanta o sessanta scudi, ora non mi ricordo. E il Re gli

dà i quattrini; e i servitori prendon l'orso. Figuratevi lo scherzo,

che gli faceva a il Re questa bestia... Ma non si pol credere: faceva

apposta lui, avete inteso? E Maestà dice:—«Chiamate la Regina, che

venga a vedere la compra che ho fatta!»—I servitori gnene dicono. Essa

risponde:—«Dite a il Re, che se vol bene a me, ammazzi l'orso. Se

poi vol bene all'orso, io me ne vado.»—Eccoti i servitori gli portano

l'ambasciata:—«O L'ammazza l'orso, oppure la Regina se ne va.»—Potete

credere, il dolore che gli ebbe Sua Maestà a dire che gli aveva da

ammazzar questa bestia:—«Poerino!»—gli diceva all'orso il Re—«Ah

quanto son dispiacente! eppure, t'ho da fare ammazzare. Tra poche ore

tu hai da esser morto! Il dovere gli è verso la moglie e non verso

te.»—Quando sono le ventitrè, eccoti i maniscalchi e ammazzan l'orso;

i maniscalchi quelli di mercato, che ammazzan le bestie, i macellari.

Quando gli è morto, allora Maestà manda a dire alla Regina, se ora la

può venire di qua a vederlo almeno da morto, se non l'ha voluto veder

vivo. Lei la risponde:—«Nossignore, che non ci verrò, fino che non è

sparato.»—Ritornano i servitori:—«Maestà, la Regina non voi tornare,

altro che quando sarà sparato l'orso.»—«Poerino!»—fa Sua Maestà—«ancora

sparato, tu vedi!»—Lo fa sparare e ci trovano questo assassino con

tutte le qualità dell'armi più peggiori.[5] E la Regina, la viene

allora senza esser chiamata:—«Vedete, ch'è due volte»—la dice—«che v'ho

salvata la vita? Voi non li conoscevi, perchè rimanesti ferito; ma io

li conosco appieno, mentre che (sapete) mi trattenni tutti quei giorni,

che io vi medicava. Dunque in quel posto, che noi siamo partiti, ce

n'è rimasti altri trentadue: questi bisogna di spengerli.»—Vanno lassù

quelli comandati da il Re e li chiappan caldi, caldi. A forza di

cannoni, di fucilate, chi bruciato, morirono tutti tutti tutti. Presero

tutte le ricchezze, che potete considerare! Danno foco a il posto e

vengon via, e portan tutta questa gran ricchezza a il Re. La Regina fa

ricerca di suo padre: gli era vecchio, vecchio, ma gli era vivo. La gli

racconta tutto il caso delle sorelle, di lei; quel che l'ha patito.

Suo padre pianse, potete credere! Lei, lo fece il primo signore del

palazzo. Se ne vissero e se ne godièdero, ed in pace sempre stiedero.

_Stretta la foglia sia, larga la via,

Dite la vostra, chè ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 102 / 292 题