C'era una volta un omo, che aveva tre figliole. Quando erano sulle
ventitrè si affacciavano alla finestra. Passa un capo—assassino, si
volta in su e vede queste belle ragazze. Che ti fa? Vede una bottega là
di faccia:—«Scusate, chi sono quelle tre belle ragazze?»—«Sono figliole
d'un poero sarto»—gli dicono—«che sta quì in questa strada.»—Quest'omo
va alla bottega dove gli aveva detto questo ed apre. Dice:—«Cosa
mi comanda?»—Gli era un sarto; credeva, che gli portasse del
lavoro.—«Quante figlie avete voi?»—dice. Dice:—«Tre, signore.»—«Abbiate
da sapere, che io le ho vedute: una delle tre la voglio
sposare.»—«Signore,»—dice—«Io sono un poeromo. Non gli posso dar niente
di dote, nè di altro.»—«Io ricerco la ragazza, e non ricerco quattrini.
Mi fareste il piacere,»—dice—«di condurmi a casa e sapere chi di loro
mi vole?»—«Volentieri.»—Chiude la bottega e va a casa e picchia.—«Oh
dio!»—dicono le ragazze—«gli è il babbo con un signore.»—Tirano la
corda. Vengon su. Le ragazze dicono:—«Felice giorno;»—fanno de'
complimenti tanto a suo padre, che a questo signore. Il babbo,
le fa mettere a sedere e dice:—«Vedete, ragazze; questo signore,
una di voi vi vole per isposa.»—Dice la minore:—«No.»—Quell'altra
anch'essa:—«No.»—Ma la maggiore dice:—«Lo prenderò io, quando sia
contento.»—«Io»—dice allora questo capo—assassino—«ho bisogno di
sbrigare questo matrimonio, perchè ho bisogno di tornare nel mio
posto.»—In quattro o sei giorni si concludono le nozze: si fa presto!
Partono gli sposi; e lei dice addio a il padre, alle sorelle; lui
lascia una borsa di quattrini; e vanno via. E principia a imboscare.
La dice:—«Che c'è molto ancora per arrivare alla casa?»—«Eh»—dice—«c'è
molto ancora; c'è un pezzo; c'è un pezzetto.»—Eccoti arrivano alla
casa.—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—Tutti quelli altri
assassini con le fiaccole. Una tavola apparecchiata: bocca mia, che
vuoi tu? che ci era d'ogni ben di dio. Quando ebbero cenato:—«Abbiate
da sapere, che noi siamo mercanti. Voi siete padrona di tutto tutto
tutto il palazzo, qualunque cosa; ma si vole una grazia da voi.»—«E
quale?»—dice.—«Che noialtri si va fori, si va via; e si rimane otto,
dieci giorni. Quando noi si picchia, che voi ci aprite subito: questa
è la grazia. Ma voi potete dormire in queste notti.»—Dunque, la notte,
partono questi assassini; e rimane questa ragazza e comincia a guardare
dappertutto, a piangere. La si accorge, che era fra gli assassini. La
dice:—«Poero mio babbo! poere mie sorelle!»—E il sonno, piangi piangi,
il sonno la prende. Eccoti gli assassini; e lei la dorme, non sente.
Che ti fanno? buttan giù la porta. E il marito va su e l'ammazza. E
dice ai servi, questo capo assassino:—«Portatela di là, dove c'è tutti
gli altri morti.»—La mattina viene a Firenze questo capo—assassino
e picchia alla casa delle sorelle e d'il padre:—«Uh»—dicono le
ragazze—«gli è il nostro cognato, babbo.»—Tiran su la corda:—«Come la
sta la nostra sorella?»—«Uh! non la riconoscereste: l'è ingrassata
da non lo poter credere. Anzi la l'ha detto, una di voi la vi vol
lassù, per otto o quindici giorni.»—Dice la maggiore:—«Anderò
io, verrò io.»—«Oh!»—dice—«venite quella, che volete.»—Partono e
via, verso casa. Principia a imboscare, come fece all'altra. E la
ragazza dice:—«Quanto c'è per arrivare a casa?»—«Eh»—dice questo
assassino—«c'è tempo ancora!»—«Eh»—dice—«mi par mill'anni di veder mia
sorella.»—Arrivano a il palazzo:—«Evviva! Evviva!»—tutti, che vengon
giù a scortare. Dice la ragazza:—«Ahn, dov'è la mia sorella?»—Lei, la
cerca subito la sua sorella.—«Ehm!»—dice il capo—assassino—«mangiate
ora, la vedrete poi la sorella.»—«No, davvero, ch'io non mangio, s'io
non la vedo, io.»—«Ebbene, conducetela a veder la sorella.»—Accendono
una torcia, aprono la stanza mortuaria:—«Ecco, la vedete? E così
sarà di voi, se non ubbidirete ad aprirci quando noi si torna. Ci
dovete aprir subito, altrimenti finirete come quella. Stanotte noi si
parte e si starà sette o otto giorni. Quando si torna, bisogna che
ci aprite subito; altrimenti vi si ammazza.»—E vanno via. La notte
partono; e rimane questa ragazza a piangere. Più che la piangeva, non
dormiva, si disperava. E quando la notte lei doveva star desta, lei
si addormiva. Eccoti gli assassini; picchiano e nessuno risponde.
Dicono al marito:—«Non l'ammazzare, poerina; che vòi!»—«Eh!»—dice—«ce
n'è un'altra!»—Va su e l'ammazza senza far discorsi. Giorni dopo,
viene a Firenze; e va dalla cognata e dal sòcero; e picchia:—«L'è quì
mio cognato; ma non ha la sorella, babbo.»—Dice:—«No?»—Risponde la
ragazza:—«No.»—[2] e tira su la corda. Dice l'assassino:—«Dunque; vo'
avete da sapere....»—«Oh, le sorelle?»—«Vo' non le riconoscereste.
Le sono ingrassate tutt'e due, così; specie la me' cognata! E vole,
che la veniate anche voi; e poi tornerete tutt'e due insieme.»—Dice
il padre:—«È impossibile!»—Dice:—«Io non posso rimaner solo!»—«Ed
io Le prenderò una donna, che La custodirà.»—Prende una donna; e
gli lascia uno sborso di quattrini a il padre e gli procura una
donna per custodirlo. E va via con questa ragazza; e arrivano a il
palazzo:—«Evviva! Evviva!»—Figuratevi, che festa facevano gli altri
assassini. Ma lei, la dice:—«Dove sono le mie sorelle, dove sono?»—«Eh
mangiate! alle sorelle c'è tempo.»—«Eh non mangio, quando non le ho
vedute.»—«Ebbene, conducetela a veder le sorelle.»—Aprono la stanza
mortuaria: e gli dice:—«Vedete le vostre sorelle? Perchè nojaltri
gli si diceva, che ne aprissero, e loro dormivano, noi le si è
ammazzate.»—«Bravi!»—dice—«Hanno fatto bene! Briccone, a non obbedì'
questi signori!»—«Abbiate da sapere, che fra due giorni nojaltri
andremo via; e si starà dieci, dodici giorni. Quando si torna, bisogna
che ci aprite subito, altrimenti vi si ammazza. Dormite il giorno
innanzi.»—Eccoti, vanno via dopo due giorni; e la ragazza riman sola.
L'accende un lume e va alla stanza mortuaria a vedè' le sue sorelle.
Piangeva:—«Poerine! se potesse vederci nostro padre!»—Piangeva; e
mentre piange, sente fare:—«Uhuh! Uhuh! Uhuh!»—un rammarichìo. Lei
crede che sien le sorelle, che si lamentano; tira fori tutti i morti,
e tira fori un figliolo del Re, che era ferito, ma non era morto.
La lo tira fuori, la lo mette sopra un materasso, con i balsami la
gli medica le ferite; e poi, la gli fa delle gelatine, dei brodi,
e lì per lì. La rimette tutti i morti adagio dentro la stanza; e
poi, trascina il malato adagio adagio e lo mette in una stanza in
disparte, che nessuno poteva trovar questo ferito, che lei l'aveva
girata la casa e sapeva quel che si faceva. La gli medica le ferite,
la gli prepara quel brodo e poi la si mette alla corda.[3] Eccoti,
gli assassini picchiano. Lei lesta la tira la corda:—«Ah brava!»—Chi
la pigliava di lì, chi di là, regali!—«Voi siete brava! Vedete,
quando siete brava, noi come si tratta?»—«Ma sicuro! Non si prendono
gl'impegni piuttosto!....»—Lei, la mangia tutt'allegra.—«Ma»—dice il
capo—assassino—«fra qualche giorno noi partiremo e si starà anche
da venti giorni fòri.»—«Quanto mi rincresce!»—dice:—«Son sempre
sola!»—«Eh, ma non pensate! Quando si torna, si starà anche un mese
con voi!»—E così loro vanno via; e lei la corre subito da il figlio
del Re: e lo trova, che stava veramente benino, ecco. Dopo due tre
giorni, dice il Re:—«Morti per morti, qui bisogna scappare.»—Che
ti fanno? vanno giù alle scuderie e prendono i meglio cavalli e si
caricano di quattrini, di robe, figuratevi! caricano questi cavalli e
vanno via.—«Morti per morti, gua'!»—dice. E principiano a imboscare;
perchè, per volere, che andassero a casa, bisognava passa' pel
bosco; con una paura potete credere! Ma finiscono il bosco liberi.
Vanno al palazzo del Re. I servitori dice:—«Se non fosse morto il
nostro padrone, si direbbe che gli è lui.»—S'avvicina al palazzo e i
servitori lo riconoscono: urli!—«Ah! Ecch'il nostro padrone! ecch'il
nostro padrone!»—La Regina, che giusto la non faceva che[4] piangere,
la sente quest'urli; la corre a vedere, la riconosce il figliolo.
Vi lascio dire! dalla contentezza la si sviene. Quando s'è riavuta,
gli dice:—«Questa è la mia sposa!»—e gli racconta tutto il caso,
com'era stato.—«Oh!»—la madre.—«Lo credo poerina, ve lo meritate pur
troppo!»—Dunque seguono, per far più breve, le nozze: loro penan poco
a sposarsi, si sposano, via. E lasciamo a questi, che stanno in festa;
e venghiamo agli assassini. Gli assassini, picchia picchia, uh! nessun
risponde. Dice un di quegli:—«'Un l'ammazzare, sai, poerina?»—Dice
quello:—«Io non l'ammazzo, cheh! cheh!»—Buttan giù la porta; vanno
su; e chiama chiama, nessun risponde. Non c'era, gua'! Principiano a
girare il palazzo, vanno alla stanza mortuaria e principiano a cavar
tutti i morti: e vedono che manca il figliolo del Re.—«Ah briccona!
ora ti s'è trovata dove siei! S'è scoperto! col figlio del Re!»—Dice
il capo—assassino:—«Acchiappate un orso ed ammazzatelo!»—Quando
l'hanno ammazzato, gli levan la pelle; e l'assassino con tutt'arme si
fa metter dentro a questa pelle, cucito, che paja un orso vero. E gli
dice:—«Portatemi alla piazza del Re. Quando Maestà mi vorrà comprarmi,
chiedetene una gran somma.»—Vanno sulla piazza e si metton fermi sulla
piazza; e quest'orso, scherzi, ma una cosa che sorprendeva, ecco, una
meraviglia! Dice la servitù:—«Maestà, La s'affacci alla finestra, La
venga a vedere, che degna cosa, che è questa!»—Maestà s'affaccia; e
vede quest'orso, che.... non era possibile, ecco, le maniere che faceva
quest'orso. Gli dice a' servitori:—«Domandate quel che vole. Quel che
vole, vole; chè io lo voglio comprare.»—Eccoti i servitori:—«Dite,
galantomo, lo vendete quest'orso?»—«Nossignori, io non lo posso
vendere, su questo ci campo.... Altro che con una gran somma!...»—Così
i servitori vanno da Maestà e gli dicono:—«Lo vende, ma con una gran
somma.»—«Voglia quel che vole, io lo voglio comperare.»—E l'assassino
gli chiede cinquanta o sessanta scudi, ora non mi ricordo. E il Re gli
dà i quattrini; e i servitori prendon l'orso. Figuratevi lo scherzo,
che gli faceva a il Re questa bestia... Ma non si pol credere: faceva
apposta lui, avete inteso? E Maestà dice:—«Chiamate la Regina, che
venga a vedere la compra che ho fatta!»—I servitori gnene dicono. Essa
risponde:—«Dite a il Re, che se vol bene a me, ammazzi l'orso. Se
poi vol bene all'orso, io me ne vado.»—Eccoti i servitori gli portano
l'ambasciata:—«O L'ammazza l'orso, oppure la Regina se ne va.»—Potete
credere, il dolore che gli ebbe Sua Maestà a dire che gli aveva da
ammazzar questa bestia:—«Poerino!»—gli diceva all'orso il Re—«Ah
quanto son dispiacente! eppure, t'ho da fare ammazzare. Tra poche ore
tu hai da esser morto! Il dovere gli è verso la moglie e non verso
te.»—Quando sono le ventitrè, eccoti i maniscalchi e ammazzan l'orso;
i maniscalchi quelli di mercato, che ammazzan le bestie, i macellari.
Quando gli è morto, allora Maestà manda a dire alla Regina, se ora la
può venire di qua a vederlo almeno da morto, se non l'ha voluto veder
vivo. Lei la risponde:—«Nossignore, che non ci verrò, fino che non è
sparato.»—Ritornano i servitori:—«Maestà, la Regina non voi tornare,
altro che quando sarà sparato l'orso.»—«Poerino!»—fa Sua Maestà—«ancora
sparato, tu vedi!»—Lo fa sparare e ci trovano questo assassino con
tutte le qualità dell'armi più peggiori.[5] E la Regina, la viene
allora senza esser chiamata:—«Vedete, ch'è due volte»—la dice—«che v'ho
salvata la vita? Voi non li conoscevi, perchè rimanesti ferito; ma io
li conosco appieno, mentre che (sapete) mi trattenni tutti quei giorni,
che io vi medicava. Dunque in quel posto, che noi siamo partiti, ce
n'è rimasti altri trentadue: questi bisogna di spengerli.»—Vanno lassù
quelli comandati da il Re e li chiappan caldi, caldi. A forza di
cannoni, di fucilate, chi bruciato, morirono tutti tutti tutti. Presero
tutte le ricchezze, che potete considerare! Danno foco a il posto e
vengon via, e portan tutta questa gran ricchezza a il Re. La Regina fa
ricerca di suo padre: gli era vecchio, vecchio, ma gli era vivo. La gli
racconta tutto il caso delle sorelle, di lei; quel che l'ha patito.
Suo padre pianse, potete credere! Lei, lo fece il primo signore del
palazzo. Se ne vissero e se ne godièdero, ed in pace sempre stiedero.
_Stretta la foglia sia, larga la via,
Dite la vostra, chè ho detto la mia._