IL LUCCIO[1].

C'era una volta una donna vedova, che aveva una figliola. Dunque,

questa donna la trova da maritarsi con un vedovo, che aveva una

figliola anche lui; ma quella di lui era bella; ma tanto bella, che non

si pole spiegare! Un giorno Sua Maestà era alla finestra. Vede questa

bella ragazza. Dice:—«Bella questa ragazza! quanto mi piace!»—Queste

due ragazze, una la tesseva e una la faceva cannelli: i cannelli

della seta. Dunque, Sua Maestà entra in casa; picchia e va su. Va e

dice:—«Io son venuto da me a rivedere questa tela.»—E tutti i giorni,

quando gli era quell'ora, Maestà andava in casa; se la bella gli è a

tessere, gli dice:—«Bon dì e bon anno a quella che tesse; e bon giorno

a chi fa i cannelli.»—La madre che era tanto astiosa (la fortuna, la

voleva darla a sua figliola, avete capito?), la la mette a tessere e

la bella a fare i cannelli. Eccoti il Re:—«Bon giorno a quella che

tesse; e bon dì e bon anno a quella che fa i cannelli.»[2]—Dunque,

la pensa, questa donna:—«Aspetta: la voglio mandare dalle fate

per lo staccio; così me la mangeranno.»—Eccoti:—«Domattina»—gli

dice—«quando avrete fatto quel che avete a fare, dovrete andare dalle

mamme per lo staccio; a dire che facciano il piacere di darvi lo

staccio.»—«Sissignora, come la comanda.»—La mattina si leva; la fa

quel che l'aveva a fare; e la va via e si mette in cammino. Quando

ella ha camminato un pezzo, la trova una vecchina.—«In dove tu vai,

poerina?»—«Eh»—dice—«io vo' così e così dalle fate a farmi dare lo

staccio.»—«Ah poerina!»—dice—«tu hai da passare de' pericoli, sai?

Quando t'hai fatte due altre miglia tu troverai una piazza. Quell'uscio

dove c'è quattro finestre, gli è questa la casa. Abbi da sapere che

ci sono le scale di vetro: fai adagio, che le non ti si rompino; sali

adagino, adagino. Ogni piano tu troverai tutte donne che ti grideranno:

_Vien quà, poerina! vieni e cercaci, chè si ha tanto pizzicore!_ E le

ti domanderanno quel che tu trovi. Tu troverai, con rispetto, cimici,

con rispetto, pidocchi; tutti questi insetti sudici; ma tu devi dire:

_Perle e diamanti_. Quando poi tu sarai su il piano della fata, tu

gli dirai: _Son venuta per lo staccio._ Ma lei, prima di dartelo,

ti dirà: _Vieni meco, ragazza; vieni con me._ La ti condurrà in una

stanza, dove sarà piena di cappelli belli e brutti, di vestiti belli

e brutti. Là ti domanderà: quale tu vòi? Scegli il più brutto abito

e il più brutto cappello. Poi la ti dirà: _Sai? quando t'esci fòri

dell'uscio, tu sentirai il ciuco che fa: «irrahahn! irrahahn!» Non

ti voltare addietro dove tu senti ragliare. Ma quando tu senti fare:

«chicchericù!,» vòltati._»—«Grazie, Grazie!»—«Addio!»—«Addio!»—La

va via questa donna. E la bambina arriva su questa piazza; e trova

l'uscio; e va su; e trova queste donnine.—«Poerina, vien quà! Vieni a

cercarci, che s'ha tanto pizzicore.»—Quando la le ha cercate:—«Cosa

tu ci trovi?»—«Perle e diamanti»—la dice.—«E perle e diamanti avrai.

Addio, sai, poerina, grazie.»—E va via la bambina, e la va su, e

picchia. Dice la fata:—Chi è?»—«La m'ha mandato la mamma a prendere lo

staccio.»—«Eccoci, eccoci! Poerina, vieni, vieni di quà.»—La conducono

in questa stanza dove c'era tutti vestiti: di quà belli e ricamati; di

là brutti e stracciati; e i cappelli l'istesso, di quà belli, di là

brutti. Gli dicono:—«Quale tu vòi?»—Lei la dice:—«Questo quà»—ma il

più brutto, stracciato vestito, e il più brutto cappellaccio. Allora

gli dicono:—«No, anzi tu hai da aver questo!»—E gli mettono il più bel

vestito, il più bel cappello, perchè trovano che non è superba.—«Oh

senti, piccina: tieni, questo è lo staccio. Quando tu esci, fòri

dell'uscio, tu sentirai fare: _irrhahn! irrhahn!_ Non ti voltare,

sai? Quando tu senti fare: _chicchericù!_, vòltati allora.»—Eccoti

la bambina:—«Grazie, grazie! Addio!»—«Addio.»—La ragazza vien via.

Quando l'è all'uscio, sente ragghiare:—«Irrhahn! irrhahn!»—Uhm! la

non si volta. Quando la sente fare:—«Chicchericù!»—la si volta e gli

viene una stella nel mezzo della testa. Figuratevi che, se era bella,

vestita in quella maniera e con quella stella in testa, non si pol

dire che bellezza che era codesta! E picchia dalla sua madrigna. La

matrigna si affaccia e vede, ahn! quella bella ragazza, e la prende

quello staccio:—«Che t'ha ella detto la fata? e che hai tu qui?»—e la

gli graffiava la stella. Più che gnene graffiava e più grande la veniva

quella stella e più bella: lo credo, eh! Ah, questa donna, disperata

dalla rabbia! perchè:—«Il Re»—dice—«ora la piglia davvero!»—Che ti fa?

la mattina, dopo che l'ebbero fatto quel che l'avevan da fare, la vi

manda la sua delle figliole a portar lo staccio.—«Così»—la penda—«la

diverrà bella anche la mia.»—«Sai»—dice—«Domani, quando tu avrai fatto

quel che tu hai da fare, ci anderai te a riportare lo staccio.»—«Sì,

mamma»—risponde—«ci anderò io.»—Eccoti la mattina, quando l'ha fatto

quel che ha da fare, la si veste e la va via con lo staccio. Quando

l'ha fatto un pezzo di strada, un pezzetto, la trova una vecchina.—«Ma

dove tu vai?»—«Vo' a riportare lo staccio alla fata.»—«Ma ora c'è di

molto da camminare ancora.»—«Appunto,»—dice—«questa gita non la farei

io.»—«Tu troverai»—dice la vecchina—«una piazza con un palazzetto di

quattro finestre: gli è appunto il palazzo della fata. Ma fa adagio,

sai? c'è le scale di vetro;»—gli dice l'istesso come all'altra.—«Dopo

che tu hai salito, troverai delle donne che ti chiameranno a cercare

e ti domanderanno dopo: _Icchè tu trovi?_ Tu hai a dire: «_Perle e

diamanti._»—«Sì, sì.»—La vecchina gli dice tutto l'istesso come a

quell'altra e poi:—«Addio!»—«Addio!»—La ragazza la va via, arriva a

questa casa e sale. E principia, bruntuntun, bruntuntun, a salire;

e spezza tutte le scale, le rompe. Salite le scale, la trova un

uscio:—«Vien qua, poerina, vieni a cercarci.«—«Sì, pare che sia venuta

a cercarvi! Cercatevi voi; io non vi vo' cercare!»—Ma poi la si mette a

cercarle. Dicono:—«Cosa trovi?»—La risponde lei, con rispetto:—«Cimici

e pidocchi.»—la gli dice.—«E cimici e pidocchi avrai»—gli rispondono.

La va su, proprio dalla fata, picchia.—«Chi è?»—«Se m'ha mandato la

mamma a riportar lo staccio!»—«Brava! passa passa, vieni bambina.»—E

la conduce nella stanza di questi vestiti, di questi cappelli.—«Quale

tu voi di questi?»—dice la fata—«Guardali bene.»—Lei la va e sceglie

il più bel vestito ed il più bel cappello.—«No»—dice la fata—vieni.

Anzi tu devi aver questo.»—Gli mettono un vestito tutto stracciato e un

bertuccio in capo.—«Senti: quando tu sortirai dell'uscio, tu sentirai

il gallo che canta; non ti voltare. Ma quando tu senti fare: _ihahn!

ihahn!_ allora vòltati. Addio.»—«Addio!»—E la vien via. Quando l'è

all'uscio, sente fare:—«Cucchericù!»—e lei non si volta, cheh! Quando

sente fare:—«_Ihahn! ihahn_!»—si volta e gli vien la coda dell'asino

in mezzo la fronte. Gli era brutta, mah! non gli era guardabile! gli

era impossibile esser più brutta.[3] E vien via e viene a casa da su'

madre e picchia. Sua madre la s'affaccia e vede questo spettacolo della

figliola con un pezzo di coda, figuratevi! in mezzo della testa. Più

che gnene strappava e gnene tagliava e più lunga che la veniva. Ah!

tutt'arrabbiata, la teneva la bella proprio per servaccia, la mandava

al mercato, al bucato, l'affaticava, la strapazzava, per vedere se

gli moriva. Un giorno la va al mercato e compra de' lucci. In mentre

che la li ammazza, un di quei lucci gli dice:—«Non mi ammazzare!

Buttami nella vaschettina»—dice. Questa ragazza la prende il luccio

come gli dice, va nell'orticino e lo butta nella vaschettina.[4] Tutti

i giorni Sua Maestà vedendo questa gran bella ragazza, Sua Maestà

tutti i giorni torna a far visita, a vedere la tela e tutto quello

che c'era da vedere.—«Oh sentite»—la dice un giorno alla madrigna—«o

che vogliate o che non vogliate, vostra figlia io la voglio per

isposa.»—Questa donna la s'ebbe da accordare, gua'. Come fareste a dir

di no ad un Re quand'egli vole?—«Oh sentite, io»—dice il Re—«appena

che io ho dato l'anello, io parto subito per fare un viaggio di molti

mesi.»—Lei la gli dice:—«Bisognerà pensarci a questo viaggio»—dice la

madre:—«perchè è così delicata, bisognerà ordinare tutta una carrozza

di ferro; perchè in via, dell'aria, in questo viaggio, non gli faccia

male, via.»—Eccoti subito, ordinata la carrozza: figuratevi, ordinata

e fatta, la fu tutt'una. Bella e finita che la fu la carrozza, eccoti

il giorno dopo che ci fu lo sposalizio: uno scialo! Dopo che gli è

corso l'anello, vanno al palazzo per i rinfreschi, sapete, dopo lo

sposalizio, cose grandi! Eccoti lei la si ricorda del luccino: la sa

che l'ha a partire e la si ricorda del luccino. Va nell'orticino e la

lo chiama:—«Luccino!»—e lui viene.—«Io vo' via, sai?»—«Lo so, lo so.

Levami di qui e mettimi nel lago.»—Eccoti lei lo chiappa, esce fuori

della porta e lo butta via, in dove gli aveva detto—«Addio!»—Addio! noi

ci rivedremo»—gli dice il luccino.—«Bada, tu sarai tradita.»—E lei la

ritorna di quà dallo sposo. La vecchia la va e prende la sua figliola,

la brutta, e la nasconde da un tino; e la dice alla bella:—«Sapete,

quando noi si sarà da un pezzo di strada, dovete dire: _I' ho voglia

d'orinare_; così mi fate piacere.»—Vengon via dal palazzo. Dice la

Regina:—«Avrei voglia di fare qualcosa.»—Il Re dà ordine, fa fermare

la carrozza. La madrigna la smonta anch'ella e la mena la bella là da

il tino. La gli leva gli occhi, l'alza questo tino e la mette dentro;

e gli aveva dato in mano gli occhi, dicendo:—«Tieni, metteli in

tasca.»—Piglia la brutta ch'era di sotto il tino e l'alza in carrozza.

Appena entrata in carrozza, principiano tutti i gatti, dietro la

carrozza:—«Gnau, gnaulino! La bella è sotto il tino, la brutta va in

carrozza e il diavolo se la porta.»—Allora il Re principia:—«Andate

a vedere con questi gatti, cosa c'è sotto il tino.»—E lei non

voleva, la madre, la non voleva. Vanno a vedere a il tino, l'alzano

e trovano questa bella donna, ma l'aveva levati gli occhi. La gli

dice, ai servitori:—«Accompagnatemi a il fiume, fatemi il piacere,

accompagnatemi a il fiume, me li voglio lavare questi occhi.»—Quando

è per entrare nel fiume, eccoti il Luccio e gli dice:—«Bàgnati così

con quest'acqua e poi mettiti l'occhio; e così da quell'altra parte:

e vedi che gli occhi ti tornano tutti e due.»—Eccoti lei la si bagna

come gli han detto e gli si riattaccan gli occhi come eran prima. Dice

il luccio:—«Quand'ora tu torni addietro, fai levare quelle due scimmie

di tua madre e di tua sorella, e per ordine mio falle mettere dentro

a questo tino che nessuno gli dia aiuto. Poi torna a prender me e poi

quando tu siei a casa, buttami nella tua vasca del giardino.»—Eccoti la

va via, la va alla carrozza. La madre gli aveva ficcato la brutta in

carrozza. Il Re vede apparire in vece dei servitori soli, la sua sposa

anch'essa, e si vede una sposa in carrozza e una in istrada; due non ne

poteva avere! Allora la gli dice, lei:——«Prima d'entrare in carrozza io

voglio una grazia da voi, Maestà; che prima di entrare io in carrozza,

sian prese queste due maligne donne e sian poste sotto il tino dove

stava io: altrimenti, non vi conosco più.»—Eccoti subito levate queste

due donne e messe dentro a questo tino, serrate a lucchetto, che

nessuno ci potesse andare a dargli ajuto. Lei torna addietro, la prende

il suo luccino, entra in carrozza, e via. Ora lo tiene addosso, quando

l'è a casa lo butta nella vasca. Dice Maestà:—«Briccona! maraviglia

che la volse la carrozza tutta di ferro! Mi voleva ficcar la figliola!

Se faceva una carrozza tutta di cristallo, si vedeva! Traditora, ora

comprendo quanto era maligna.»—Arrivarono al suo posto di Sua Maestà.

Figuratevi!—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—chi di qua, chi di

là; feste da tutte le parti. La prese il suo luccino e lo buttò nella

sua vasca e tutti i giorni l'andava a discorrer con lui.—«Vedi se fu

bene che tu non m'ammazzassi?»—gli dice il luccino.—«Se non era io, tu

eri morta chi sa da quanto!»—Eh di certo, gua'; perchè pare che questi

gattini fossero per effetto del luccino. Il luccino poi, dopo degli

anni, venne a morte; e lei, la gli fece una campana tutta di cristallo

e contornata di pietre preziose e la teneva nel salotto bono. E così è

finita. Stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto

la mia.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 72 / 292 题