IL CANTO E 'L SONO DELLA SARA SIBILLA[1]

C'era una volta un Re d'una gran città, che ogni mattina all'otto

voleva dell'ova a bere, ma fresche; motivo per cui il su' servitore

andava per le strade a girare e gridava:—«Chi ha ova fresche da vendere

pel Re?»—Una mattina che passava per una straduccia for di mano, questo

servitore sentètte delle ragazze che discorrevano in fra di loro in

una casa; sicchè lui si fermò per sapere quel che loro dicevano. Le

ragazze erano tre, insenza mamma, nè babbo; e campavano la vita con

il su' lavoro. La maggiore dunque diceva:—«S'i' potessi aver per

isposo il fornaio del Re, i' farè' pane in un giorno solo quanto ne

mangia la corte in un anno. Mi garba tanto quel giovinotto!»—Doppo

di lei disse la mezzana:—«E i' vorrei per isposo il vinaio del Re,

chè mi va a genio! e con un bicchier di vino vorrè' 'mbriacare tutta

la corte.»—Ma la più piccina, che l'era anche la più bella:—«Io poi

vorrei per isposo il Re; e se lui mi pigliassi, gli vorrè' fare a

un parto du' bambini con una collana d'oro al collo, e una bambina

con una stella in sulla testa.»—Ritornato al palazzo il servitore,

in quel mentre che lui vestiva il Re, gli raccontò i ragionari di

quelle tre ragazze. E il Re incuriosito disse al servitore:—«Vammi a

chiamà subbito la maggiore, chè la voglio vedere»—Quando la maggiore

gli ebbe quell'ambasciata, tutte e tre le sorelle si sturbarono,

perchè avean paura per il discorso fatto dalla più piccina; ma bisognò

ubbidire al Re, che è quello che comanda. Arrivata in presenzia del

Re, lui volse risapere da lei che discorso aveva fatto. E non gli

valse lo scusarsi, che eran parole di chiassata, perchè lui le volse

in ogni mo' risentire da lei Sicchè lei gliele disse.—«Non c'è nulla

di male,»—disse il Re:—«Si chiami il fornaio e sarà subbito vostro

sposo.»—E così fece.—Doppo mandò il servitore che gli menasse la

sorella mezzana, e anco lei fu obbligata a rifargli quel discorso

sentito dal servitore; e il Re la contentò col dargli il vinaio di

corte per marito. Finalmente si viense alla più piccina delle tre

sorelle. Bisognava vederla, genti mia! come l'era bella e garbosina,

cogli occhi neri e co' capelli neri! e di più, per la vergogna, era

diventa rossa rossa in viso.—«State vispola,»—gli disse il Re,—«e non

abbiate sospetto. Voglio soltanto che mi ridiciate da voi le parole che

v'enno sortite di bocca a udita del mi' servitore. Via, su, dite.»—Lei

proprio non sapea da dove cominciare; ma poi, fai e rifai, si diede

coraggio:—«Maestà,»—disse,—«si diceva per dire, così per chiassata,

insenza un malo pensiero. Gua'! dissi, che se il Re mi pigliava per

su' legittima sposa, i' gli arè' partorito, tutti assieme, due bambini

colla collana d'oro al collo, e una bambina con una stella isplendente

in sulla testa.»—«E saresti bona a mantiener la promessa?»—«Di sicuro,

Maestà, che mi credo capace di mantienerla.»—Allora il Re, che a

sentirla parlare se n'era innamorato, gli disse:—«Vi piglio in parola,

e sarete la mi' legittima sposa, e Regina in sul trono.»—E doppo

averla fatta 'struire con una bona educazione, seguirono le nozze

con grandi allegrie per tutto il Regno, e le sorelle della Regina il

Re gliele messe a servirla in corte per su' compagnia. Ma loro non

ci s'adattavano a esser da meno, e l'astiavano con un rodimento di

core, che non si pole raccontare; e se gli potevan far de' dispetti,

non si risparmiavan mica. Passato del tempo, de' mesi, via, la Regina

era gravida e al Re gli toccò a andare alla guerra e lassarla sola

nel palazzo; ma lui, prima di partire, la raccomandò a tutti e alle

sorelle, che gliela tenessin bene e l'ubbidisseno ne' su' comandamenti,

e che poi scrivesseno al campo quando lei partoriva. Difatto la Regina,

quando fa il su' mese, partorì du' be' bambini colla collana d'oro al

collo e una bambina colla stella luccichente in sul capo. Figuratevi

l'ascherezza delle su' sorelle maligne! Che ti fanno? S'accordano

assieme; e di niscosto, che nissun se n'avvedde, cavonno dal letto

quelle tre creature e ci messano invece du' cani e una cagna; e poi,

diviato scrissano al Re che la Regina aveva mantienuto la su' promessa

a quel modo, col partorirgli du' cani e una cagna. Quando il Re lesse

la lettera cascò 'n terra istramortito dal gran dolore; ma rivienuto

in sè, mandò ordine in corte che la Regina fusse in nel momento

presa e murata viva a piè della scala di palazzo, e che tutti quelli

che passavano di lì, pena la testa, gli avessino a dare uno stiaffo

o sputargli 'n faccia; e le sorelle eran sempre le prime a fargli

quelli spregi e la martirizzavano quella povera donna innocente in

tutte le maniere. Ma torniamo alle creature, che le zie avean cavato

dal letto della Regina. Loro mandonno a chiamare una vecchiaccia, di

nome Menga, e gli dissano:—«Piglia queste creature, mettile in una

scatola di legno e buttale in mare, chè l'affoghino. E bada di stare

zitta, se ti garba la vita.»—Poi alla vecchia gli regalorno di molti

quattrini; e lei, ubbidiente al comando, se n'andiede al mare e ci

buttò la scatola colle creature dientro: la scatola imperò, perchè era

di legno, rimase a galla, e l'acqua, dimenala di qua, dimenala di là,

la fece approdare a un'isola, in dove steva un eremita. Quest'eremita

un giorno spasseggiava per la su' isola e vede a un tratto la scatola

in sulla spiaggia: lui corre e la piglia di peso in mano e l'apre e

rimane com'un allocco a trovarci dentro quelle tre belle creature

vive, ma che cominciorno a piangere dalla fame che avevano. L'eremita

ritornò subbito alla su' capanna; e siccome[2] teneva delle capre, gli

messe sotto le tre creature, che poppavano poppavano, e non ismessero

se non quando satolle. A questo modo l'eremita rallevò le creature;

e quando le furon cresciute, gl'insegnò a leggere e a scrivere; e in

su i tredici o quattordici anni, i ragazzi andavano a caccia per il

campamento, e la ragazza badava a casa e lavorava. Ma poi, doppo del

tempo, l'eremita sentì di dover presto morire; gli prese un male,

che non ci fu scampo; le coja vecchie tanto non reggono! Allora lui

chiamò intorno al su' letto i ragazzi e la sorella e gli fece un bel

discorso, che stessin d'accordo e si volessin bene, e che i fratelli

difendessino sempre la sorella, e che forse, abbenchè poveri a quel

mo', potevan col tempo diventar ricchi e ritrovare i genitori; e alla

ragazza gli regalò una bacchetta fatata, che picchiandola in terra

compariva quello che si voleva; e doppo rendette l'anima a Dio. A mala

pena che l'eremita fu spirato, con pianti e lamenti loro gli dettano

sepoltura e poi pensorno al modo di sortire da quell'isola, e colla

bacchetta fatata la ragazza comandò d'esser tutti portati in nel Regno

vicino. Quando si trovorno in terra, camminavano insenza sapere che

strada era quella, e a bujo eccoteli tutti e tre in mezzo a un bosco,

con una fame che proprio non ne potevan più. Dice il maggiore:—«Qui

bisogna fermarsi. Sorellina, via, colla tu' bacchetta fa' comparire

qualche cosa di bono.»—«Volentieri,»—disse lei:—«farò comparire un

bel palazzo tutt'ammannito a darci albergo e con una cena imbandita in

sulla tavola.»—E pigliata la bacchetta, in un battibaleno, appare il

palazzo, ma ricco, con tanti lumi, e la cena in sulla tavola; sicchè

non fecien'altro che entrar dientro e mettersi a siedere a mangiare.

A farla corta, que' tre stavan lì come in casa sua; e i ragazzi

sortivan fori tutte le mattine a cacciare, e la ragazza teneva il

quartieri ravviato o leggeva o cuciva, secondo come più gli garbava.

Infrattanto il Re lo rodeva sempre la passione: dalla guerra gli era

torno vincitore, ma a vedere la su' moglie murata lì a pie' della

scala, non si poteva dar pace, e se non fussi stato per la su' parola

di Re, l'avrebb'anco fatta le mille volte levare da quella pena. Ma per

isvagarsi, lui sortiva quasi ogni giorno la mattina presto, e andava

pe' boschi a caccia; e gira e gira, sicchè quando ritrovava il palazzo

gli era tanto stracco, che non si reggeva in piedi dallo strapazzo. In

somma, una volta gli accadde che lui si smarrì per un bosco, e aveva

perso la via a rivienirsene alla città; sicchè a notte fatta, per non

essere sbranato dagli animali, abbenchè avessi detto a ogni momento

che per lui era meglio morire, s'arrampicò in vetta a un albero folto

coll'idea di aspettar lassù il giorno. In nell'assettarsi per non

cascare, vede a un tratto un lumicino lontano lontano, e ripensò che

ci doveva essere qualche casa laggiù in fondo: scende e s'avvia per

quel verso; e tanto camminò, che alla fine viense per l'appunto al

palazzo de' su' figlioli: ma lui non lo sapeva che gli erano i su'

figlioli. Picchia al portone e di dientro la ragazza domanda:—«Chi è, a

quest'ora?»—«Sono un Re e mi son smarrito a caccia per la selva. Datemi

un po' d'albergo, chè ho paura degli animali che mi sbranino.»—Scesero

tutti con de' lumi e apersano al Re, e lo menorno in una cammera al

foco, e l'asciugorno tutto dalle guazze e poi gli diedano de' panni

perchè si mutasse; e quando si fu riavuto lo volsano a cena con loro.

Il Re non capiva in sè dall'allegrezza per quell'accoglienze, e badava

a dire in cor suo:—«Ecco, potevo anch'io avere di questi figlioli, se

non era la mi' moglie a mancarmi di parola. Paian proprio quelli che

m'aveva impromesso.»—Alla mattina quando fu giorno, il Re s'alzò da

letto per andarsene, e doppo colizione gli abbracciò e baciò tutti

que' giovinotti e non si sapeva staccar di lì; pareva che ci fosse

inchiodato: ma alla fine si fece animo e gli disse addio, con questo

però, che lui volse che andasseno a trovarlo e stessero a desinar con

lui nel su' palazzo, almeno tra una settimana. Loro l'accompagnorno

giù al portone, e daccapo con abbracci e baci e pianti del Re, ognuno

se n'andette per il fatto suo. Arrivato il Re alla su' casa, a corte,

in quel mentre che era a tavola, raccontò tutte le cose che gli erano

intravvenute, e di quelle belle creature che gli avevan dato albergo

con tanta carità, e che lui l'aveva anco invitate a desinare. In nel

sentire queste novità, le zie, ossia le cognate del Re, ci mancò poco

che non si caconno nelle gonnelle dalla pena, perchè loro capirno

bene che que' giovinotti colla ragazza erano i figlioli del Re; e se

lui lo scopriva, loro dicerto l'ammazzava. Sicchè dunque infuriate

corsano dalla vecchia:—«Oh! Menga, e che ne facesti voi di quelle

creature che vi si diede per buttarle in mare e affogarle? Ci aresti

vo' tradito?»—Dice la vecchia:—«Gua', la scatola ce la buttai nel

mare, ma l'era di legno e stava a galla. Se poi gli andette a fondo

o no, non stiedi mica a vedere.»—«Oh! sciaurata,»—dissan le zie;—«le

creature son sempre vive e il Re l'ha 'ncontrate; e se le riconosce

per sue, siem tutte morte.»—«Che rimedio c'è?»—«Il rimedio è questo.

Che vo' andate, Menga, al palazzo nel bosco, quando i giovinotti

son fori a caccia, a chieder la lemosina. Vierrà la ragazza e nel

discorrere gli avete a dimandare se i su' fratelli gli voglian bene.

Lei dirà di sì. Ma vo' avete a rispondere: _Se vi volessin bene vi

porterebbano_ IL CANTO E IL SÔNO DELLA SARA SIBILLA. Se loro vanno a

cercarlo, non tornan più mai, e la su' sorella creperà dalla pena.»—La

Menga subbito si vestì da pitocca e diviata se n'andette a quel

palazzo nel bosco e picchia al portone.—«Chi è?»—«Una povera vecchia

tribolata. Fatemi un po' di lemosina per amor di Dio e n'arete rimerito

in Paradiso.»—La ragazza dunque, che era sola in casa, scese colla

lemosina e la diede a quella vecchiaccia malandrina, e cominciorno a

attaccar discorso.—«Chi siete? Da dove venite?»—«Son di lontano, e

vo a cercar di pane: non ho più nessun de' mia. E voi che ci state

sola in questo bel palazzo?»—«Chêh! i' ho anco du' fratelli, che mi

vogliono un ben dell'anima. Ma tutte le mattine vanno a caccia.»—«Vi

voglion bene? Perdonatemi: se vi volessin bene...»—«Che volete vo'

dire? Mi parete una bella sfacciata.»—«Eh! gnora no. I' so ben quel

ch'i' dico. Se vi volessin bene, non vi porterebbano i vostri fratelli

degli animali morti soltanto, ma _il Canto e il Sôno della Sara

Sibilla_. Quello davvero sarebbe un bel regalo.»—Alla ragazza (si sa

le donne son tutte compagne) quelle parole della vecchia gli messano

il foco 'n corpo, per la smania d'avere quel regalo: sicchè dunque,

quando i su' fratelli tornorno dalla caccia, lei non era più allegra

e contenta al solito. Dicon loro:—«Oh! che hai? T'è accaduto qualche

disgrazia?»—«No.»—«Ti senti male? ti dole i' corpo?»—«No, no.»—«Oh!

dunque, che c'è' di novo?»—«C è che vo' non mi volete tutto quel bene

che vo' dite.»—«Come non ti si vol bene? Che ti manch'egli? Tu non

siè' la padrona spotica d'ogni cosa e a tu' modo? Via, di' su: che ti

manch'egli?»—«Cari fratelli, mi manca _il Canto e il Sôno della Sara

Sibilla_; e se vo' mi volete bene andatemelo a prendere.»—«Ma in dov'è

questo _Canto e Sôno_? Se si sapesse in dov'è, fuss'anco in capo al

mondo, s'anderà per esso, perchè tu sia contenta.»—«Ma! i' non lo so.

Ma esserci ci ha da essere: me l'ha detto una che lo sapeva; il su'

luogo però non me l'ha detto.»—Insomma, per non vederla a quel modo

appassionata la sorella, e anco avevan promesso all'eremita d'ubbidirla

in tutto, il fratello maggiore deliberò d'andare il primo a cercarlo

(se lo trovava) _il Canto e il Sôno della Sara Sibilla_; e innanzi di

partire messe sur una tavola una boccia d'acqua chiara e disse:—«Se

quest'acqua intorba, vuol dire che sono o sperso o morto, e che non

tornerò più. Addio.»—Parte e camminò dimolti giorni, insino a che

giunse a un luogo dove c'era un vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—Ma

lui, ingrugnito, gli rispose:—«La gente di bon affare non dimanda delle

cose degli altri.»—«E vo', tanto superbioso, non tornerete addietro.»—E

così gli accadette, perchè il giovinotto nel logo in dove andò ci

rimase statua di marmo. Doppo questa disgrazia, l'acqua della boccia

diventò torba, sicchè il fratello minore volse subbito partire anche

lui, tanto per trovare il fratel maggiore che _il Canto e il Sôno

della Sara Sibilla_; e come quell'altro, lasciò una boccia d'acqua

alla sorella, perchè s'accorgesse se lui era sperso o morto. Arriva

dopo dimolti giorni a quel vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—«Vo

dove mi pare; e se vo' avessi un po' di giudizio, non mi dimanderesti

de' fatti miei.»—«Andate, andate pure: anche un altro, superbioso

come voi, addietro non c'è tornato.»—Ma il giovinotto non lo stiede

a sentire, e arrivato al posto del su' fratello, rimase statua di

marmo. Figuratevi la disperazione della sorella quando vedde intorbita

l'acqua della boccia del fratel minore.—«Son io la sciaurata, che gli

ho morti. Ma gli vo' andare a ricercare.»—Difatto si mette in via, e

lei pure arriva in dove era il solito vecchino: ma lei non gli rispose

a traverso, quando lui gli domandò:—«Ragazzina, dov'andate a codesto

modo sola?»—«Che volete! i' avevo du' fratelli e mi viense la brama

che mi portassino il _Canto e il Sôno della Sara Sibilla_; e loro

andettero a cercarlo, ma non gli ho più visti e di certo son morti.

Me sciaurata! son io che gli ho morti.»—«Eh! se mi devan retta, la

disgrazia non gli accadeva,»—disse quel vecchino.—«Come? oh! che gli

avete visti? Dov'enno? per carità, ditemelo. «Ma che son morti?»—«Morti

no, ma quasimente. Son diventi du' belle statue di marmo, e della

compagnia non gliene manca. Ma se mi date retta, ragazzina, vo'

potresti riaverli sani e vispoli, purchè vi rinusca[3] impadronirvi

del _Canto e Sôno della Sara Sibilla_. Del coraggio n'avete? Ma

badate, veh! che ce ne vole dimolto, ma dimolto.»—Dice lei:—«Purch'i'

ritrovi i fratelli son disposta a tutto. Coraggio non me ne manca e

n'ho a dovizia. Che ho da fare?»—«Ecco: vo' vedete questo stradone

lungo lungo: bisogna camminare per insino in vetta; lassù c'è un

prato, e d'attorno tante statue di marmo, e le prime son quelle de'

vostri fratelli; tutte l'altre, di cavaglieri, di Regi e di principi,

che cercavano _il Canto e il Sôno della Sara Sibilla_ e rimasono lì

impietriti in pena del su' ardimento. All'entrata del prato ci stanno

du' feroci leoni a far la guardia; e non lascian passare, se non gli

si dà un pane per uno a mangiare; mangiato che hanno, s'abboniscono

e vanno a accompagnare il forastiero. Quand'uno è dientro al prato,

bisogna che non si fermi mai, e giri e giri in tondo a guardar tutte

quelle statue. Poi, alle ventiquattro, che sarà buio, deve mettersi

ritto fermo in mezzo al prato e aspettar che soni la mezzanotte. A

mezzanotte in punto nasceranno di gran rumori e comparirà una scala

di cento scalini; subbito bisogna montarla per insino a cinquanta

scalini e lì aspettar daccapo. Ma non ci vole temenza; perchè si

vede scendere un'ombra smensa[4], co' capelli lunghi ciondoloni per

le spalle, che è la Sara Sibilla. Lei scende insenza sospetto; e

però bisogna di repente acciuffargli i capelli colle mane e badar

che non iscappi. Allora incomincerà a urlare:—_Ohi! ohi! che cercate

da me_?—_Cerco il_ CANTO E IL SÔNO DELLA SARA SIBILLA.—_Chi ve l'ha

detto? chi vi ci ha mando_?—Rispondete diviato:—_Vo' non ci avete a

pensare. Datemi il_ CANTO E IL SÔNO _e po' vi lascio_.—Lei dirà:—_Lo

volete rosso? lo volete celeste? verde?_—Dovete risponder sempre di

no, in sin tanto che non dice:—_Lo volete color di rosa?_—Quando la

Sara Sibilla v'avrà dato quell'arnese, lei sparirà colla scala, e vo'

dovete restar in sul posto in mezzo del prato insino allo spuntar

del sole, e poi toccando le statue col _Canto e il Sôno della Sara

Sibilla_, le statue ridiventeranno omini vivi. Avete vo' 'nteso?»—La

ragazza, tutta contenta delle 'struzioni del vecchino, lo ringraziò

ammodo, si fece dare i pani per i leoni, e via per lo stradone, sicchè

arrivò all'entrata del prato ch'eran vicine le ventiquattro. Insomma

lei ubbidì in tutto e per tutto alle parole del vecchino, e più brava

di quelli che c'erano stati prima di lei, potette impadronirsi del

_Canto e Sono della Sara Sibilla_: e quando l'ebbe avuto in mano

codesto arnese (un arnese, ma com'era fatto non si sa) si messe a

toccar le statue e in un momento il prato fu pieno di persone vive.

I fratelli l'abbracciavano la su' sorella; i cavaglieri, i Regi e i

principi badavano a ringraziarla del su' coraggio, e chi gli profferiva

una cosa, chi un'altra, o ricchezze, o tesori, o il Regno con la mano

di sposo: lei però non volse nulla. Dissano i su' fratelli:—«E ora in

dove si va?»—Dice lei:—Non s'ebbe l'invito di andare a desinare dal

Re? Dunque andiamo a mantenergli la promessa.»—Si messano subbito in

viaggio con tutto quel corteo dreto, perchè tutti volsan fare onoranza

a quella che gli aveva liberati da morte a vita. Al vedere arrivare in

città quella schiera di cavaglieri con alla testa la ragazza, che gli

splendeva la stella in sul capo, la gente correva e gli accompagnò per

insino al portone del palazzo. Il Re scese a incontrargli; e, quando

fu per salire la scala, disse:—«Qui c'è' una legge: prima di vienir

su, bisogna dare uno stiaffo o sputare in faccia a questa sciaurata

confitta nel muro.»—Dice la ragazza:—«A questa legge noi non ci si

sta. Chê: non si fanno di simili birbonate.»—E senza tanti discorsi

se n'andette co' su' fratelli a albergo in una locanda. Il Re gli

era disperato; perchè e' non voleva mancare alla su' legge, e gli

dispiaceva che quelle tre belle persone non stessero a desinar con

lui, anco per rimerito del bene che gli avean fatto nel bosco. Manda

un'ambasciata, che lui si contenta che passino in senz'obbedire alla

su' legge. Ma la ragazza disse:—«Quando si viene a desinare dal Re,

a tavola ci ha da essere anche la padrona. Non si pole stare allegri

colla padrona a quel gastigo.»—Il Re non sapeva propio come contenersi.

Ma poi lo vinse la brama che que' tre stessano alla su' mensa, e

comandò che la moglie si cavasse di drento al muro e fusse rivestita

da Regina. Poera donna! gli era secca finita, allampanita, che non

si reggeva in sulle gambe, tanto aveva patito per tant'anni! Quando

tutti furono a tavola che mangiavano allegramente (all'infuori delle

zie, che tremavan come foglie dalla paura che si scoprisse ogni cosa),

la ragazza tirò di tasca il _Canto e il Sono della Sara Sibilla_, e

quell'arnese principiò a ballare e sonare in sulla mensa, e cantava

a tutto potere:—«Quest'è la mamma, e questi i su' figlioli: e le zie

l'hanno tradita.»—Il Re a sentir quel canto venne in sospetto; e le

zie in quel mentre eran casche in terra tramortite. Sicchè lui le fece

arrestare e mettere in prigione; e la su' moglie gli raccontò quel che

loro gli avevan fatto. Cercorno della Menga e si seppe da lei tutto il

tradimento. Il Re allora inviperito comandò che si rizzasse in piazza

una catasta di stipa, e sopr'essa volse che ci si bruciasser vive tutte

e tre quelle porche lezzone[5], e così gastigate fu finita la miseria.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 57 / 292 题