C'era una volta un Re d'una gran città, che ogni mattina all'otto
voleva dell'ova a bere, ma fresche; motivo per cui il su' servitore
andava per le strade a girare e gridava:—«Chi ha ova fresche da vendere
pel Re?»—Una mattina che passava per una straduccia for di mano, questo
servitore sentètte delle ragazze che discorrevano in fra di loro in
una casa; sicchè lui si fermò per sapere quel che loro dicevano. Le
ragazze erano tre, insenza mamma, nè babbo; e campavano la vita con
il su' lavoro. La maggiore dunque diceva:—«S'i' potessi aver per
isposo il fornaio del Re, i' farè' pane in un giorno solo quanto ne
mangia la corte in un anno. Mi garba tanto quel giovinotto!»—Doppo
di lei disse la mezzana:—«E i' vorrei per isposo il vinaio del Re,
chè mi va a genio! e con un bicchier di vino vorrè' 'mbriacare tutta
la corte.»—Ma la più piccina, che l'era anche la più bella:—«Io poi
vorrei per isposo il Re; e se lui mi pigliassi, gli vorrè' fare a
un parto du' bambini con una collana d'oro al collo, e una bambina
con una stella in sulla testa.»—Ritornato al palazzo il servitore,
in quel mentre che lui vestiva il Re, gli raccontò i ragionari di
quelle tre ragazze. E il Re incuriosito disse al servitore:—«Vammi a
chiamà subbito la maggiore, chè la voglio vedere»—Quando la maggiore
gli ebbe quell'ambasciata, tutte e tre le sorelle si sturbarono,
perchè avean paura per il discorso fatto dalla più piccina; ma bisognò
ubbidire al Re, che è quello che comanda. Arrivata in presenzia del
Re, lui volse risapere da lei che discorso aveva fatto. E non gli
valse lo scusarsi, che eran parole di chiassata, perchè lui le volse
in ogni mo' risentire da lei Sicchè lei gliele disse.—«Non c'è nulla
di male,»—disse il Re:—«Si chiami il fornaio e sarà subbito vostro
sposo.»—E così fece.—Doppo mandò il servitore che gli menasse la
sorella mezzana, e anco lei fu obbligata a rifargli quel discorso
sentito dal servitore; e il Re la contentò col dargli il vinaio di
corte per marito. Finalmente si viense alla più piccina delle tre
sorelle. Bisognava vederla, genti mia! come l'era bella e garbosina,
cogli occhi neri e co' capelli neri! e di più, per la vergogna, era
diventa rossa rossa in viso.—«State vispola,»—gli disse il Re,—«e non
abbiate sospetto. Voglio soltanto che mi ridiciate da voi le parole che
v'enno sortite di bocca a udita del mi' servitore. Via, su, dite.»—Lei
proprio non sapea da dove cominciare; ma poi, fai e rifai, si diede
coraggio:—«Maestà,»—disse,—«si diceva per dire, così per chiassata,
insenza un malo pensiero. Gua'! dissi, che se il Re mi pigliava per
su' legittima sposa, i' gli arè' partorito, tutti assieme, due bambini
colla collana d'oro al collo, e una bambina con una stella isplendente
in sulla testa.»—«E saresti bona a mantiener la promessa?»—«Di sicuro,
Maestà, che mi credo capace di mantienerla.»—Allora il Re, che a
sentirla parlare se n'era innamorato, gli disse:—«Vi piglio in parola,
e sarete la mi' legittima sposa, e Regina in sul trono.»—E doppo
averla fatta 'struire con una bona educazione, seguirono le nozze
con grandi allegrie per tutto il Regno, e le sorelle della Regina il
Re gliele messe a servirla in corte per su' compagnia. Ma loro non
ci s'adattavano a esser da meno, e l'astiavano con un rodimento di
core, che non si pole raccontare; e se gli potevan far de' dispetti,
non si risparmiavan mica. Passato del tempo, de' mesi, via, la Regina
era gravida e al Re gli toccò a andare alla guerra e lassarla sola
nel palazzo; ma lui, prima di partire, la raccomandò a tutti e alle
sorelle, che gliela tenessin bene e l'ubbidisseno ne' su' comandamenti,
e che poi scrivesseno al campo quando lei partoriva. Difatto la Regina,
quando fa il su' mese, partorì du' be' bambini colla collana d'oro al
collo e una bambina colla stella luccichente in sul capo. Figuratevi
l'ascherezza delle su' sorelle maligne! Che ti fanno? S'accordano
assieme; e di niscosto, che nissun se n'avvedde, cavonno dal letto
quelle tre creature e ci messano invece du' cani e una cagna; e poi,
diviato scrissano al Re che la Regina aveva mantienuto la su' promessa
a quel modo, col partorirgli du' cani e una cagna. Quando il Re lesse
la lettera cascò 'n terra istramortito dal gran dolore; ma rivienuto
in sè, mandò ordine in corte che la Regina fusse in nel momento
presa e murata viva a piè della scala di palazzo, e che tutti quelli
che passavano di lì, pena la testa, gli avessino a dare uno stiaffo
o sputargli 'n faccia; e le sorelle eran sempre le prime a fargli
quelli spregi e la martirizzavano quella povera donna innocente in
tutte le maniere. Ma torniamo alle creature, che le zie avean cavato
dal letto della Regina. Loro mandonno a chiamare una vecchiaccia, di
nome Menga, e gli dissano:—«Piglia queste creature, mettile in una
scatola di legno e buttale in mare, chè l'affoghino. E bada di stare
zitta, se ti garba la vita.»—Poi alla vecchia gli regalorno di molti
quattrini; e lei, ubbidiente al comando, se n'andiede al mare e ci
buttò la scatola colle creature dientro: la scatola imperò, perchè era
di legno, rimase a galla, e l'acqua, dimenala di qua, dimenala di là,
la fece approdare a un'isola, in dove steva un eremita. Quest'eremita
un giorno spasseggiava per la su' isola e vede a un tratto la scatola
in sulla spiaggia: lui corre e la piglia di peso in mano e l'apre e
rimane com'un allocco a trovarci dentro quelle tre belle creature
vive, ma che cominciorno a piangere dalla fame che avevano. L'eremita
ritornò subbito alla su' capanna; e siccome[2] teneva delle capre, gli
messe sotto le tre creature, che poppavano poppavano, e non ismessero
se non quando satolle. A questo modo l'eremita rallevò le creature;
e quando le furon cresciute, gl'insegnò a leggere e a scrivere; e in
su i tredici o quattordici anni, i ragazzi andavano a caccia per il
campamento, e la ragazza badava a casa e lavorava. Ma poi, doppo del
tempo, l'eremita sentì di dover presto morire; gli prese un male,
che non ci fu scampo; le coja vecchie tanto non reggono! Allora lui
chiamò intorno al su' letto i ragazzi e la sorella e gli fece un bel
discorso, che stessin d'accordo e si volessin bene, e che i fratelli
difendessino sempre la sorella, e che forse, abbenchè poveri a quel
mo', potevan col tempo diventar ricchi e ritrovare i genitori; e alla
ragazza gli regalò una bacchetta fatata, che picchiandola in terra
compariva quello che si voleva; e doppo rendette l'anima a Dio. A mala
pena che l'eremita fu spirato, con pianti e lamenti loro gli dettano
sepoltura e poi pensorno al modo di sortire da quell'isola, e colla
bacchetta fatata la ragazza comandò d'esser tutti portati in nel Regno
vicino. Quando si trovorno in terra, camminavano insenza sapere che
strada era quella, e a bujo eccoteli tutti e tre in mezzo a un bosco,
con una fame che proprio non ne potevan più. Dice il maggiore:—«Qui
bisogna fermarsi. Sorellina, via, colla tu' bacchetta fa' comparire
qualche cosa di bono.»—«Volentieri,»—disse lei:—«farò comparire un
bel palazzo tutt'ammannito a darci albergo e con una cena imbandita in
sulla tavola.»—E pigliata la bacchetta, in un battibaleno, appare il
palazzo, ma ricco, con tanti lumi, e la cena in sulla tavola; sicchè
non fecien'altro che entrar dientro e mettersi a siedere a mangiare.
A farla corta, que' tre stavan lì come in casa sua; e i ragazzi
sortivan fori tutte le mattine a cacciare, e la ragazza teneva il
quartieri ravviato o leggeva o cuciva, secondo come più gli garbava.
Infrattanto il Re lo rodeva sempre la passione: dalla guerra gli era
torno vincitore, ma a vedere la su' moglie murata lì a pie' della
scala, non si poteva dar pace, e se non fussi stato per la su' parola
di Re, l'avrebb'anco fatta le mille volte levare da quella pena. Ma per
isvagarsi, lui sortiva quasi ogni giorno la mattina presto, e andava
pe' boschi a caccia; e gira e gira, sicchè quando ritrovava il palazzo
gli era tanto stracco, che non si reggeva in piedi dallo strapazzo. In
somma, una volta gli accadde che lui si smarrì per un bosco, e aveva
perso la via a rivienirsene alla città; sicchè a notte fatta, per non
essere sbranato dagli animali, abbenchè avessi detto a ogni momento
che per lui era meglio morire, s'arrampicò in vetta a un albero folto
coll'idea di aspettar lassù il giorno. In nell'assettarsi per non
cascare, vede a un tratto un lumicino lontano lontano, e ripensò che
ci doveva essere qualche casa laggiù in fondo: scende e s'avvia per
quel verso; e tanto camminò, che alla fine viense per l'appunto al
palazzo de' su' figlioli: ma lui non lo sapeva che gli erano i su'
figlioli. Picchia al portone e di dientro la ragazza domanda:—«Chi è, a
quest'ora?»—«Sono un Re e mi son smarrito a caccia per la selva. Datemi
un po' d'albergo, chè ho paura degli animali che mi sbranino.»—Scesero
tutti con de' lumi e apersano al Re, e lo menorno in una cammera al
foco, e l'asciugorno tutto dalle guazze e poi gli diedano de' panni
perchè si mutasse; e quando si fu riavuto lo volsano a cena con loro.
Il Re non capiva in sè dall'allegrezza per quell'accoglienze, e badava
a dire in cor suo:—«Ecco, potevo anch'io avere di questi figlioli, se
non era la mi' moglie a mancarmi di parola. Paian proprio quelli che
m'aveva impromesso.»—Alla mattina quando fu giorno, il Re s'alzò da
letto per andarsene, e doppo colizione gli abbracciò e baciò tutti
que' giovinotti e non si sapeva staccar di lì; pareva che ci fosse
inchiodato: ma alla fine si fece animo e gli disse addio, con questo
però, che lui volse che andasseno a trovarlo e stessero a desinar con
lui nel su' palazzo, almeno tra una settimana. Loro l'accompagnorno
giù al portone, e daccapo con abbracci e baci e pianti del Re, ognuno
se n'andette per il fatto suo. Arrivato il Re alla su' casa, a corte,
in quel mentre che era a tavola, raccontò tutte le cose che gli erano
intravvenute, e di quelle belle creature che gli avevan dato albergo
con tanta carità, e che lui l'aveva anco invitate a desinare. In nel
sentire queste novità, le zie, ossia le cognate del Re, ci mancò poco
che non si caconno nelle gonnelle dalla pena, perchè loro capirno
bene che que' giovinotti colla ragazza erano i figlioli del Re; e se
lui lo scopriva, loro dicerto l'ammazzava. Sicchè dunque infuriate
corsano dalla vecchia:—«Oh! Menga, e che ne facesti voi di quelle
creature che vi si diede per buttarle in mare e affogarle? Ci aresti
vo' tradito?»—Dice la vecchia:—«Gua', la scatola ce la buttai nel
mare, ma l'era di legno e stava a galla. Se poi gli andette a fondo
o no, non stiedi mica a vedere.»—«Oh! sciaurata,»—dissan le zie;—«le
creature son sempre vive e il Re l'ha 'ncontrate; e se le riconosce
per sue, siem tutte morte.»—«Che rimedio c'è?»—«Il rimedio è questo.
Che vo' andate, Menga, al palazzo nel bosco, quando i giovinotti
son fori a caccia, a chieder la lemosina. Vierrà la ragazza e nel
discorrere gli avete a dimandare se i su' fratelli gli voglian bene.
Lei dirà di sì. Ma vo' avete a rispondere: _Se vi volessin bene vi
porterebbano_ IL CANTO E IL SÔNO DELLA SARA SIBILLA. Se loro vanno a
cercarlo, non tornan più mai, e la su' sorella creperà dalla pena.»—La
Menga subbito si vestì da pitocca e diviata se n'andette a quel
palazzo nel bosco e picchia al portone.—«Chi è?»—«Una povera vecchia
tribolata. Fatemi un po' di lemosina per amor di Dio e n'arete rimerito
in Paradiso.»—La ragazza dunque, che era sola in casa, scese colla
lemosina e la diede a quella vecchiaccia malandrina, e cominciorno a
attaccar discorso.—«Chi siete? Da dove venite?»—«Son di lontano, e
vo a cercar di pane: non ho più nessun de' mia. E voi che ci state
sola in questo bel palazzo?»—«Chêh! i' ho anco du' fratelli, che mi
vogliono un ben dell'anima. Ma tutte le mattine vanno a caccia.»—«Vi
voglion bene? Perdonatemi: se vi volessin bene...»—«Che volete vo'
dire? Mi parete una bella sfacciata.»—«Eh! gnora no. I' so ben quel
ch'i' dico. Se vi volessin bene, non vi porterebbano i vostri fratelli
degli animali morti soltanto, ma _il Canto e il Sôno della Sara
Sibilla_. Quello davvero sarebbe un bel regalo.»—Alla ragazza (si sa
le donne son tutte compagne) quelle parole della vecchia gli messano
il foco 'n corpo, per la smania d'avere quel regalo: sicchè dunque,
quando i su' fratelli tornorno dalla caccia, lei non era più allegra
e contenta al solito. Dicon loro:—«Oh! che hai? T'è accaduto qualche
disgrazia?»—«No.»—«Ti senti male? ti dole i' corpo?»—«No, no.»—«Oh!
dunque, che c'è' di novo?»—«C è che vo' non mi volete tutto quel bene
che vo' dite.»—«Come non ti si vol bene? Che ti manch'egli? Tu non
siè' la padrona spotica d'ogni cosa e a tu' modo? Via, di' su: che ti
manch'egli?»—«Cari fratelli, mi manca _il Canto e il Sôno della Sara
Sibilla_; e se vo' mi volete bene andatemelo a prendere.»—«Ma in dov'è
questo _Canto e Sôno_? Se si sapesse in dov'è, fuss'anco in capo al
mondo, s'anderà per esso, perchè tu sia contenta.»—«Ma! i' non lo so.
Ma esserci ci ha da essere: me l'ha detto una che lo sapeva; il su'
luogo però non me l'ha detto.»—Insomma, per non vederla a quel modo
appassionata la sorella, e anco avevan promesso all'eremita d'ubbidirla
in tutto, il fratello maggiore deliberò d'andare il primo a cercarlo
(se lo trovava) _il Canto e il Sôno della Sara Sibilla_; e innanzi di
partire messe sur una tavola una boccia d'acqua chiara e disse:—«Se
quest'acqua intorba, vuol dire che sono o sperso o morto, e che non
tornerò più. Addio.»—Parte e camminò dimolti giorni, insino a che
giunse a un luogo dove c'era un vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—Ma
lui, ingrugnito, gli rispose:—«La gente di bon affare non dimanda delle
cose degli altri.»—«E vo', tanto superbioso, non tornerete addietro.»—E
così gli accadette, perchè il giovinotto nel logo in dove andò ci
rimase statua di marmo. Doppo questa disgrazia, l'acqua della boccia
diventò torba, sicchè il fratello minore volse subbito partire anche
lui, tanto per trovare il fratel maggiore che _il Canto e il Sôno
della Sara Sibilla_; e come quell'altro, lasciò una boccia d'acqua
alla sorella, perchè s'accorgesse se lui era sperso o morto. Arriva
dopo dimolti giorni a quel vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—«Vo
dove mi pare; e se vo' avessi un po' di giudizio, non mi dimanderesti
de' fatti miei.»—«Andate, andate pure: anche un altro, superbioso
come voi, addietro non c'è tornato.»—Ma il giovinotto non lo stiede
a sentire, e arrivato al posto del su' fratello, rimase statua di
marmo. Figuratevi la disperazione della sorella quando vedde intorbita
l'acqua della boccia del fratel minore.—«Son io la sciaurata, che gli
ho morti. Ma gli vo' andare a ricercare.»—Difatto si mette in via, e
lei pure arriva in dove era il solito vecchino: ma lei non gli rispose
a traverso, quando lui gli domandò:—«Ragazzina, dov'andate a codesto
modo sola?»—«Che volete! i' avevo du' fratelli e mi viense la brama
che mi portassino il _Canto e il Sôno della Sara Sibilla_; e loro
andettero a cercarlo, ma non gli ho più visti e di certo son morti.
Me sciaurata! son io che gli ho morti.»—«Eh! se mi devan retta, la
disgrazia non gli accadeva,»—disse quel vecchino.—«Come? oh! che gli
avete visti? Dov'enno? per carità, ditemelo. «Ma che son morti?»—«Morti
no, ma quasimente. Son diventi du' belle statue di marmo, e della
compagnia non gliene manca. Ma se mi date retta, ragazzina, vo'
potresti riaverli sani e vispoli, purchè vi rinusca[3] impadronirvi
del _Canto e Sôno della Sara Sibilla_. Del coraggio n'avete? Ma
badate, veh! che ce ne vole dimolto, ma dimolto.»—Dice lei:—«Purch'i'
ritrovi i fratelli son disposta a tutto. Coraggio non me ne manca e
n'ho a dovizia. Che ho da fare?»—«Ecco: vo' vedete questo stradone
lungo lungo: bisogna camminare per insino in vetta; lassù c'è un
prato, e d'attorno tante statue di marmo, e le prime son quelle de'
vostri fratelli; tutte l'altre, di cavaglieri, di Regi e di principi,
che cercavano _il Canto e il Sôno della Sara Sibilla_ e rimasono lì
impietriti in pena del su' ardimento. All'entrata del prato ci stanno
du' feroci leoni a far la guardia; e non lascian passare, se non gli
si dà un pane per uno a mangiare; mangiato che hanno, s'abboniscono
e vanno a accompagnare il forastiero. Quand'uno è dientro al prato,
bisogna che non si fermi mai, e giri e giri in tondo a guardar tutte
quelle statue. Poi, alle ventiquattro, che sarà buio, deve mettersi
ritto fermo in mezzo al prato e aspettar che soni la mezzanotte. A
mezzanotte in punto nasceranno di gran rumori e comparirà una scala
di cento scalini; subbito bisogna montarla per insino a cinquanta
scalini e lì aspettar daccapo. Ma non ci vole temenza; perchè si
vede scendere un'ombra smensa[4], co' capelli lunghi ciondoloni per
le spalle, che è la Sara Sibilla. Lei scende insenza sospetto; e
però bisogna di repente acciuffargli i capelli colle mane e badar
che non iscappi. Allora incomincerà a urlare:—_Ohi! ohi! che cercate
da me_?—_Cerco il_ CANTO E IL SÔNO DELLA SARA SIBILLA.—_Chi ve l'ha
detto? chi vi ci ha mando_?—Rispondete diviato:—_Vo' non ci avete a
pensare. Datemi il_ CANTO E IL SÔNO _e po' vi lascio_.—Lei dirà:—_Lo
volete rosso? lo volete celeste? verde?_—Dovete risponder sempre di
no, in sin tanto che non dice:—_Lo volete color di rosa?_—Quando la
Sara Sibilla v'avrà dato quell'arnese, lei sparirà colla scala, e vo'
dovete restar in sul posto in mezzo del prato insino allo spuntar
del sole, e poi toccando le statue col _Canto e il Sôno della Sara
Sibilla_, le statue ridiventeranno omini vivi. Avete vo' 'nteso?»—La
ragazza, tutta contenta delle 'struzioni del vecchino, lo ringraziò
ammodo, si fece dare i pani per i leoni, e via per lo stradone, sicchè
arrivò all'entrata del prato ch'eran vicine le ventiquattro. Insomma
lei ubbidì in tutto e per tutto alle parole del vecchino, e più brava
di quelli che c'erano stati prima di lei, potette impadronirsi del
_Canto e Sono della Sara Sibilla_: e quando l'ebbe avuto in mano
codesto arnese (un arnese, ma com'era fatto non si sa) si messe a
toccar le statue e in un momento il prato fu pieno di persone vive.
I fratelli l'abbracciavano la su' sorella; i cavaglieri, i Regi e i
principi badavano a ringraziarla del su' coraggio, e chi gli profferiva
una cosa, chi un'altra, o ricchezze, o tesori, o il Regno con la mano
di sposo: lei però non volse nulla. Dissano i su' fratelli:—«E ora in
dove si va?»—Dice lei:—Non s'ebbe l'invito di andare a desinare dal
Re? Dunque andiamo a mantenergli la promessa.»—Si messano subbito in
viaggio con tutto quel corteo dreto, perchè tutti volsan fare onoranza
a quella che gli aveva liberati da morte a vita. Al vedere arrivare in
città quella schiera di cavaglieri con alla testa la ragazza, che gli
splendeva la stella in sul capo, la gente correva e gli accompagnò per
insino al portone del palazzo. Il Re scese a incontrargli; e, quando
fu per salire la scala, disse:—«Qui c'è' una legge: prima di vienir
su, bisogna dare uno stiaffo o sputare in faccia a questa sciaurata
confitta nel muro.»—Dice la ragazza:—«A questa legge noi non ci si
sta. Chê: non si fanno di simili birbonate.»—E senza tanti discorsi
se n'andette co' su' fratelli a albergo in una locanda. Il Re gli
era disperato; perchè e' non voleva mancare alla su' legge, e gli
dispiaceva che quelle tre belle persone non stessero a desinar con
lui, anco per rimerito del bene che gli avean fatto nel bosco. Manda
un'ambasciata, che lui si contenta che passino in senz'obbedire alla
su' legge. Ma la ragazza disse:—«Quando si viene a desinare dal Re,
a tavola ci ha da essere anche la padrona. Non si pole stare allegri
colla padrona a quel gastigo.»—Il Re non sapeva propio come contenersi.
Ma poi lo vinse la brama che que' tre stessano alla su' mensa, e
comandò che la moglie si cavasse di drento al muro e fusse rivestita
da Regina. Poera donna! gli era secca finita, allampanita, che non
si reggeva in sulle gambe, tanto aveva patito per tant'anni! Quando
tutti furono a tavola che mangiavano allegramente (all'infuori delle
zie, che tremavan come foglie dalla paura che si scoprisse ogni cosa),
la ragazza tirò di tasca il _Canto e il Sono della Sara Sibilla_, e
quell'arnese principiò a ballare e sonare in sulla mensa, e cantava
a tutto potere:—«Quest'è la mamma, e questi i su' figlioli: e le zie
l'hanno tradita.»—Il Re a sentir quel canto venne in sospetto; e le
zie in quel mentre eran casche in terra tramortite. Sicchè lui le fece
arrestare e mettere in prigione; e la su' moglie gli raccontò quel che
loro gli avevan fatto. Cercorno della Menga e si seppe da lei tutto il
tradimento. Il Re allora inviperito comandò che si rizzasse in piazza
una catasta di stipa, e sopr'essa volse che ci si bruciasser vive tutte
e tre quelle porche lezzone[5], e così gastigate fu finita la miseria.