I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.

C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne

la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io

voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando

fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in

che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono

illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili,

ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la

porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno;

ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri

e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si

messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con

tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi

dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si

fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel

palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli

altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina

un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed

i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi

siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato

perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tante bastonate quanti giorni

l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti

in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello

si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno

ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai,

fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho

avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò

il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come

sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò

tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non

me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate

quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera,

domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho

avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece

un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva

veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò

dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho

ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse

l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel

palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa

fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è

piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno

giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono

più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose

il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il

gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più

grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza

volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più

grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il

giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in

pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che

voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una

campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar

giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato

la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e

al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe e

be' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva

un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo;

l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per

rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo,

che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il

portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una

bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a

questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e

fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti

che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un

mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si

messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su

e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io

ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo

corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la

bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi

ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva

portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di

me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello

e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa

alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di

quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono

mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci

sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in

letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e

la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con

la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare,

la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova

allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane

che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a

questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e

fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio

marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri

e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola

bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre

sorelle, figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero

al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima

la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto

bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la

voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono

su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare,

volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava

allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla

corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli,

quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e

credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo

fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che

si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito

portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si

faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più

ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima

era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge

nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando

entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare

alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due

figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in

casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno

il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io

voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del

Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a

terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse

il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non

fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello

tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte

ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati

in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato.

Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo,

presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io

non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai

cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani

erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse

il Re.—«È permesso che io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi

appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre

figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi

appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede

mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la

terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era,

e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli

furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la

più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che

presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.

[2] _Poero_, che più esattamente si scriverebbe _Póhero_, giacchè

il _v_ non isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve

aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenico _La Virtù vince

l'Avarizia_, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«FIDENZIO.

Heu, heu, tu puer!»—«MENGHINO. Dov'è egghi i' poero?»—«FIDENZIO. Dico

a te.»—«MENGHINO. Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche

tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e

non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«FIDENZIO. Io non ho

detto che tu sia poero.»—«MENGHINO. Ma io ho inteso a coresto mo',

che ci faresti voi?»—«FIDENZIO. Io t'ho chiamato puero, idest infante

impubero.»—«MENGHINO. Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo'

m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal

Borratello.»

[3] _Sic._ Probabilmente _lapsus linguae_, per amore delle altre _n_,

antecedente e seguente.

[4] Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei

in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio

di simili descrizioni tolto dalla DIANEA di Gianfrancesco Loredano,

Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da

stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad

una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò

appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella

pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più

addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima

grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi

posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità

chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostrava molto meno la

sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla

natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e

quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo

non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa

la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli

dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel

ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva

strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore

presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni

considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando

d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi

fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa

verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che

adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere

stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato,

degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che

da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide

e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete

cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto

potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un

soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di

quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea

il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro.

È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere

gli (_sic_) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle

insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto

distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo.

Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a

questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare

questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il

contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è

delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a

terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo,

che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque,

fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per

queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della

figliuola, che per ordinario se ne sta qui per essere il più forte e

più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si

ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro

alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto.

La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le

veggono levate.»—

Chi ci darà un buon libro intitolato: _Grotte e caverne nella fantasia

del popolo Italiano_? La natura è stata povera e meschina nel creare

sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e

balzana del popol nostro.

[5] Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato

della novella palermitana _Dammi lu velu_ (PITRÈ, Op. cit.) dov'è

anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino

conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un

picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul

quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto

del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel

che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero

destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 42 / 292 题