IL MONDO SOTTOTERRA.[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si sa bene che più che

vecchi non si campa; quest'omo, prima di morire, chiama i figlioli al

letto e gli dice:—«Sentite ragazzi. Vedete, io sono per morire: mi

raccomando che voi stiate in pace. E questo po' di roba, fatene le

parti uguali.»—Dunque questo viene a morte, e non se ne parla più; e

rimane questi tre figlioli poeri[2].—«Come si deve fare?»—dicono.—«Si

venderà questo po' di roba e ci si metterà in viaggio per vedere se

si fa fortuna.»—Vendon la roba e poi vanno via. Quando sono per la

strada camminan quanton[3] posson camminare, e si mettono in un'osteria

a mangiar qualcosa, perchè avevan fame, sapete? Poi si rimettono

in viaggio e cammina cammina si trovano sur una bella piazza. E si

voltano e vedono una lapide che ci diceva: _Il Mondo sottoterra_. E

questi ragazzi trovano una casa di un contadino e picchiano. Dice:—«Ci

dareste un corbello, una fune ed un campanello? Or ora noi vi si

riporta?»—Questi contadini gnene dànno e loro si mettono ad alzà'

questa lapide. L'alzano. Dice il maggiore:—«Entrerò io in questo

corbello. Quando sentite ch'io sôno, tiratemi su; gli è segno che non

trovo il fondo.»—Più che gli andava in giù, più bujo, più bujo. Sona

il campanello e vien su. Quell'altro fratello—«Ma perchè?»—dice.—«Ora,

ora, che vado io!»—Entra lui e va giù. Anche codesto, quando gli

è a un dato punto, sona e ritorna in su: gua', non trovava fondo!

Dice il minore:—«Anderò io. O che si mora di fame, o che si mora

nell'andare giù, gli è la medesima: qualcosa sarà di me.»——E così entra

nel corbello e va giù, giù, giù: sino in fondo. E vede un cortile.

Guarda: di qui morti, di qua morti, tutti morti attaccati. In mentre

gli è lì a guardare i morti, sente dire:—«Che fai tu costì?»—Dice,

poerino:—«Siamo venuti a cercar fortuna. Siamo tre figlioli che ci è

morto il babbo. Siamo in estremo bisogno.»—«Ah poerino!»—dice—«tu non

lo sai? Tu non vedi come sono questi morti? Come sei venuto te? Tu

sarai come loro.»—«Perchè?»—«Ora ti dirò il perchè. Abbi da sapere che

ci è un gigante che tiene una Regina tutta incatenata. Se ti riescisse

d'ammazzarlo, tu l'avresti pur troppo la sorte. Tieni!»—dice:—«Questo è

un mazzo di chiavi e questa è una falce. Va avanti. Ci sono sette porte

da aprire da questo gigante. Se tu siei bravo e lesto con questa falce

di tagliargli la testa, tu siei un signore.»—E sparisce il vecchio.

Questo povero giovane comincia ad aprire una porta, ne apre un'altra,

infino a sei[4]. Quando gli è all'ultima sente uno scatenìo, un rumore

d'armi: era il gigante, che sentendo avvicinare il nemico, arrotava le

armi. E lui un timor pànico, non sapeva neppure cosa si fare. Si fa

coraggio, apre l'uscio, e con la falce lo piglia così alla gola e il

gigante casca a terra. Appena cascato a terra, un urlìo:—«Eccolo il

nostro salvatore! eccolo il nostro liberatore!»—Va dietro alle voci e

trova la porta in dove era incatenata la Regina. Apre e vede questa

disgraziata poerina lì più morta che viva, piena di catene. Gli apre

le catene, gli leva tutte quelle che vede. Dice:—«Voi sarete il mio

sposo, voi mi avete salvata la vita.»—Prendono tutte le ricchezze

che c'eran lì: e mettono tanta roba nel corbello; sonano e i fratelli

tiran su, e veggono questa gran ricchezza di quattrini, d'oro, di

tutto. Ricalano il corbello: per quattro volte il corbello fu pieno di

queste gran ricchezze. Finalmente il fratello minore mette la sposa

nel corbello, perchè la tirin su. I fratelli che veggon tutta questa

gran ricchezza e questa bella donna, che fanno? Buttan giù la lapide,

vanno a riportare il corbello e la fune e si rimettono in viaggio

con la Regina e i tesori. Il fratello minore sta lì ad aspettare il

corbello per venir su: l'aspetta ancora. Sente l'istessa voce del

vecchio che s'affaccia:—«Vedi tu, se tu siei stato tradito? Ora tu

siè' morto: che vuoi tu fare? Non c'è' altro scampo»—dice—«chè alle

dodici viene il drago. O senti: li vedi questi morti? Mettigline tre

o quattro costì; ed empigli un bel bigotto d'acqua.»—Questo ragazzo

obbedisce subito a quel che dice il vecchio.—«E quando tu senti che

gli ha mangiato tutti questi morti, e gli ha bevuto; lui s'addormenta.

Vai adagio, adagio; attaccati al collo. Lui va via e ti porta via da

questo posto.»—E questo vecchio si vole che fosse l'anima di suo padre,

de' tre fratelli. Questo ragazzo gli fa tutta l'obbedienza; prepara

tutta la roba come aveva detto e si mette da sparte d'un cantuccio,

niscosto. Quando gli è le dodici, eccoti il drago, bruummatatapum! Si

mette a mangiare tutti questi morti; beve; e poi si mette a dormire

saporitamente. Questo ragazzo adagio adagio si attacca al collo; e

il drago che sente e non sa che sia, via fori della buca. E lui, gli

riesce di attaccarsi ad un albero.[5] Dunque la mattina, sapete bene,

i contadini vengon giù presto, all'alba; quando sono a questo posto,

dice:—«Oh c'è gente sopra quegli alberi.»—Dicono gli altri:—«Eh, c'è

davvero, io vo' a casa.»—E tornano tutti addietro. Vanno a casa;

e prende la falce, prende la vanga:—«Perchè»—dice,—se è qualche

traditore, in tanti si ammazza.»—Aspettan che si faccia lume e veggon

che gli è un omo davvero:—«Che fai costassù?»—«Ahn!»—dice,—«sono

un povero disgraziato! Èramo tre fratelli: siamo venuti per far

fortuna...»—e gli fa tutta la spiegazione. Dicono:—«Questo de'

esser quello! Io ho inteso che avete trovata la ricchezza?»—«Sì,

appunto.»—Dicono:—«O non sapete che a mezzogiorno uno dei vostri

fratelli gli è sposo della Regina che voi avete liberata?»—Gli metton

delle funi, s'imbraca e vien giù questo poero disgraziato.—«Noi»—dicono

i contadini—«vi accompagneremo sino alla casa de' vostri fratelli,

poerino!»—Vanno alla casa e picchiano. I traditori s'affacciano

e veggono che gli è il fratello.—«Che nessuno apra! che nessuno

apra!»—Picchia picchia e nessuno apriva. Che ti fanno i contadini?

Vanno alla giustizia e gli raccontano il caso. La giustizia picchia; e

nessun risponde. E buttan giù la porta, oh lo credo, io!—«Oh traditori

iniqui»—dice—«ora per voi è finito il bene stare!»—Li ammanettano,

gli legano le braccia e li portano al bargello.—«E voi sarete lo

sposo»—dice il giudice al fratello minore.—«E lo sposalizio seguirà a

mezzogiorno con la vostra sposa.»—Ah potete credere la sposa quando lo

vedde (può immaginarsi! il suo liberatore!) che gioja ch'ella ebbe.

Segue lo sposalizio, com'era fissato; e all'ora del pranzo i fratelli

furono impiccati tutti e due. Questo fu il pago che ebbero. E così

loro, gli sposi, senza più paura e timore se ne vissero insieme in

pace. E così questa novella è finita. O non è bella?

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 40 / 292 题