LA VERDEA[1].

C'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste

eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro

fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva

dire:—«Non ci vado!»—A voler mangiare!... Ma gli rincresceva

d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di

lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto;

e gli dice:—«Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro.

Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da

voi.»—«Qual'è, babbo,»—dice—«la grazia?».—Che voi vi contentiate ch'io

vi muri l'uscio.»—Dice:—«Oh come questo è, noi siamo contentissime!»—E

così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello

necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:—«Prendete questo bel

paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini

che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così

mangerete. E addio!»—«Addio!»—Le bacia: potete credere, gua', che

pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un

pochino per passare; e si mette in viaggio[2]. Lasciamo che Sua Maestà

stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra.

Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le

erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere

un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre

belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a

dire:—«Che c'è stato?»—La mattina si veste da poerone con un paniere di

fila d'oro, e va girando:—«I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle

fila! I' ho le belle fi'!»—E le ragazze dice:—«Si chiama quest'omo?

Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via.»—Lo chiamano;

e lui:—«Comandino, cosa vogliono, signore?»—«Quanto le fate le fila

d'oro?»—Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano:

il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò

uno zecchino.—«Ma badino»—dice il Re—«le pesan di molto.»—«Eh!—dice

loro—«siamo in tre! «Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?»—E

che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon

che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio.

Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no:

lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse:—«Ferme! sono il Re!»—e

s'afferrò alla finestra.—«Avendo saputo che voi èrate sole, son

venuto a farvi compagnia.»—Queste ragazze, potete comprendere,

vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:—«Maestà,

perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il

vostro merito. Ci vorrebbe altro!»—«Ah!»—dice—«Niente, niente! Io non

ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete

tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto

mi rincresce»—dice—«che non ci sia vostro padre! perchè io do tre

festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire.»—Le

fanciulle gli fanno i complimenti:—«Troppo garbato, Maestà, troppo

garbato.»—«Ma»—dice—«quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli

altri ed allora vo' ci verrete.»—Si trattenne un altro poco, un'altra

mezz'ora, dirò; e poi gli dice:—«Addio, addio a domani.»—Si rimette

nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli

è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando

di questa cosa. Dice la minore:—«Che credete che questa sera vo' non

abbiate a calarmi?»—a calar giù ancora lei.—«A fare icchè»—dice le

sorelle—«ti s'ha a calare?»—«Voi mi dovete calare e non ricercare

quel ch'io farò.»—Dunque insisteva. Loro di no; e lei sempre:—«Voi mi

calerete, vo' m'avete a calare.»—S'erano stancate: dicevan di no e lei

la diceva sì.—«Vuoi calare? e tu cala!»—e con la fune la calarono.

Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto

di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia

a salire e entra nella cucina. E siccome[3] tutte le guardie erano

a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan

neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto,

potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la

meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua

Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va

via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie,

tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte

le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso

casa.—«Tiratemi su! tiratemi su!»—alle sorelle.—Eccoti le sorelle la

tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio.

Gli domandano:—«In che maniera?»—E lei:—«Zitto! ve lo dirò. Serrate

le finestre e ve lo dirò!»—Serrano e gli dice:—«Io sono stata così

da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio

roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta.

E poi ho dato l'andare alle botti.»—Dice le sorelle:—«O cos'hai tu

fatto!»—«Pensiamo a mangiare»—dice—«e non pensiamo ad altro.»—Venghiamo

a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo

in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in

cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi,

addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a

dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva:—«Mettete in tavola!»—Allora un

di quelli disse:—«Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere

la disgrazia che n'è seguita.»—«Ah bricconi!»—dice—«Traditori! Uno

di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!»—Loro gli si buttano ai

piedi piangendo:—«Maestà, noi siamo innocenti!»—«Ah!»—dice—alzatevi.

Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere.»—E va da'

signori e dice:—«Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di

rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno,

qualche fata che mi vol male assoluto.»—Gli òmini di corte vanno

alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano!—«Maestà,

abbiate bontà di venire con noi, perchè...»—Va giù e vede tutto un

lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:—«Signori, abbiano

bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi

birbanti chi sono?»—E piangeva per la vergogna.—«Ma domani sera,

signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo

che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di

rena. Questo ladro, questo birbante...»—I signori si licenziarono a

corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte

dicendo sempre:—«Sconta[4] delle mie bambine, che mi voglion tanto

bene, con questi traditori che mi voglion tanto male.»—Venghiamo alle

ragazze.—«Oh!»—dice—«tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da

vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta

questa cosa.»—E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:—«Ho le belle

fila d'oro![5]»—«Eccolo!»— dice. Gli calan la fune, e lui vien su;

afflitto, con gli occhi rossi.—«Maestà, cos'avete oggi?»—gli dicono.—

«Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho,»— dice.—«Vi ricordate

voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?»—«Sissignore.»—«Abbiate

da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola,

i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua,

tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più

morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero

in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: _Maestà, venite a

vedere il caso brutto che è seguito._ Ed io gli dissi: _Ah, traditori,

bricconi, uno di voi siete._ Loro si gittarono ai piedi e conobbi

bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un

traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco

di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un

chicco di rena.»—«Ma come si fa a fare queste cose?»—gli rispondono

le ragazze.—«Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a

fargli questi strazii di buttargli la roba?»—«Oh, ma stasera ci sono

le guardie doppie, oh!»—Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le

mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va:—«Addio,

addio, a domani.»—Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella

minore:—«Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?»—Dice le

sorelle:—«Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver

sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere

più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala.»—No e sì, no e

sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno

calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non

sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan

le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino

segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre.

Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più

squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e

tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci

possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima

volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa.—«Tiratemi

su, tiratemi su!»—Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte

allegre. Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:—«Questa sera

non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie.»—«Mettete in

tavola!»—dice ai cuochi, alla servitù. Vanno in cucina e trovano peggio

dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume.—«Maestà»—dice—«abbiate

la bontà di venir di qua da noi.»—«Ahn? forse ci sarebbe lo stesso

tradimento?»—«Maestà, venite a vedere.»—«Ah traditori, ora poi

conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato

qui nessuno.»—Questi urlavano appiedi:—«Maestà, salvateci! siamo

innocenti.»—Maestà dice:—«Qui c'è qualcheduno che mi vole un male

a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina:

questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi.»—Vanno

alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona,

questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà

è costretto a dire a que' signori:—«Vengano a vedere la disgrazia che

ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non

lo potere scoprire!»—E quei signori ebbero a andare con le trombe

nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda

sera.—«Ma»—dice il Re—«domani sera ci sto in persona io.»—Vanno via.

Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:—«Le

mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto

mi voglion male!»—Venghiamo alle ragazze.—«Oh!»—dice—«badate! Non ci

sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità,

sennò noi siam morte.»—E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila

d'oro: non avea nemmanco fiato.—«Oh»—dice—«eccolo! coraggio!»—Calan

la fune e lui va su, più morto che vivo.—«Felice giorno, Maestà. O

come va? che si sente male?»—Un viso gli aveva, morto. Dice:—«Ah le

mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il

tradimento.»—«Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che

gli debban fare queste cattività?»—«Eh, ma stasera ci sto in persona.

Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi

replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso

di questa persona quando lo mando in tritoli.»—«Oh l'ha ragione! È

tanto il bon signore!»—le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi

trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra

mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:—«Che

credete che stasera non mi abbiate a calare?»—disse la minore di

tutte.—«Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala;

e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di

queste cose.»—Che volete? Sì, no, si, no; furono costrette a calarla

anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera

ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende

il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci

fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel

camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in

cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori[7], poi si

volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel

panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:— «Tiratemi su,

tiratemi su!»—La va su a mangiare con le sorelle. Lasciamo là quelle

che sono _in gaudeamus_, a cenare come principesse, e venghiamo a

Maestà che dice:—«Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono

stato da me a guardare.»—E questi signori tutti contenti dentro di sè.

Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono

più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da

Sua Maestà, perchè:—«Se stasera»—dice—«c'è stato da sè, non ci pole

incolpare.»—«Maestà, venite a vedere.»—«E cosa c'è da vedere?»—«Venite

a vedere»—dice. Va a vedere, che? figuratevi la cosa!—«Qui c'è un astro

maligno, qualche fata che si gioca di me!»—Va dai signori:—«Signori,

siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!»—Poveretto, gua'.

Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio

dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi

signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più,

perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago

giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva

mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:—«Le

mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto

mi voglion male!»—Per tornare un passo addietro, queste ragazze:—«Dove

si metterà»—dice—«questo vaso di verdea?»—La verdea, l'è roba che si

mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non

so[8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto,

rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:—«Ho le belle fila

d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'.»—«Eccolo, eccolo! per l'amor

d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'.»—Calano il

paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.—«Oh

Maestà! Ma cos'avete?»— lo vedevan troppo disperato.—«Ah quel ch'i'

ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in

persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne

darò mai più di questi festini.»—Discorrevano del più e del meno,

loro dicendo sempre:—«Tanto bon signore!»—e sempre replicavano questa

parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da

queste ragazze, e se ne va:—«Addio, addio, a domani.»—Nel mentre le

ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto:—«Oh

traditore!»—gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano

di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua

Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le

ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:—«Qualunque

sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa.»—Venghiamo

a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle

ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse

al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo

nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè

Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo

manda a chiamare:—«Eh, qualcosa ci è!»—dice.—«Le mie figliole non

possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!»—Si mette

in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero;

e arriva al palazzo. Dice:—«Sua Maestà mi ha mandato a chiamare.»— E

così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:—«Fatelo passare.»—E

passa quest'omo.—«Che mi comanda Sua Maestà?»—«Mettetevi a sedere»—

dice. E quest'omo si mette a sedere.—«Ditemi, quante figlie avete

voi?»—Lui, si sente una stilettata, perchè:—«qualcosa c'è sulle mie

figliole!»— Dice:—«Tre, Maestà.»—«Bene: si potranno vedere queste

tre figlie?»—«Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi

siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di

certo.»—«Non m'importa!»—disse Sua Maestà.—«Io bramo di conoscerle;

ed una di loro la voglio in isposa.»—Quest'omo si butta a' piedi

dicendo:—«Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate

abbassarvi a prendere una delle mie figliole.»—«Oh io vi replico che

una di tre io la voglio.»—«Allora,»— dice—«Maestà, mi permetterete

che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio

murato. E allora potremo andare.»—Va e fa buttare giù l'uscio, e va su

dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.—«Oh

babbo!»—Gli fanno le feste, lascio pensare.—«Oh babbo, ben tornato.

In che maniera così presto?»—«Maestà mi ha mandato a chiamare, e io

son dovuto tornare, eh. E mi ha detto:— «_Quante figlie avete?_»—Loro,

figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:—«Ci siamo,

gua'!»—«E io gli ho detto: _Tre, Maestà; tre figlie ho._—_Si potrebbero

vedere?_ Io gli ho detto: _Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non

vi si potrà ricevere secondo il vostro merito._ E lui ha detto: _Cheh!

no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio

per isposa. Quella che mi vole._»—La maggiore dice a suo padre:—«Io

no, io non lo prenderei davvero.»—La seconda:—«Neppure io, sa,

babbo; perchè...»—La minore:—«Lo prenderò io»—dice.—«Io lo prenderò

volentieri.»—Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va

su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è

costretto a dirgli:—«Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa.»—La

maggiore dice di no:—«Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io

non posso essere capace...»—La seconda l'istesso:—«Noi non siamo

istruite, quel che Lei merita.»—La minore dice:—«Lo prenderò io, io

sono contenta.»—Era lei che aveva fatta la mancanza. Ecco, conchiudono

le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello

sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice

alle sue damigelle:—«Io voglio fare una celia al Re.»—«Cosa, signora,

vol fare?»—«Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una

donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci

siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no.»—Figuriamoci,

non aveva finito d'ordinare che gli era bell' e fatta!—«Perchè la

voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire

invece d'io[9] che ci sia questa donna di pasta[10].»—Ed appena fatta,

la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la

fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta

l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un

momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara

con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no. Venghiamo

a Maestà che dice ai servi:—«Non occorre che mi spogliate stasera:

faccio da me.»—Entra in camera, e serra. E dice:— Briccona! Ti ricordi

eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che

te andavi dicendo: _è tanto bon signore!_, traditora.»—Lei, sotto al

letto:—«Sì, me ne ricordo.»—E tirava i fili, perchè dicesse _sì_

la donna di pasta.—«Ah, te ne ricordi, eh?»—«Sì»—la dice.—«Me ne

ricordo.»—«Adesso è tempo della mia vendetta.»—Prende la spada e va al

letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E

gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero

e miele, comincia a dire:—«Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se

io ti avessi ora ti vorrei gran bene.»—Lei dice:—«Io son morta.»—Lo

dice, gua'! con una voce flebile. E lui insiste:—«Ah Leonarda mia di

zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene.»—E lei

ridice:—«Son morta.»—Quando la vede che lui gli era veramente per

ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice:—«I' son viva, son

viva!»—S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe

nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu

celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece

venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E

così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene,

ma ci vol di quelle furberie.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 30 / 292 题