Dichiarava

Di confermare la sentenza 1º ottobre p. p., n. 4247, dell'I. R.

Tribunale provinciale in Rovigo.

Il resoconto sommario che abbiam dato di questo processo non sarebbe

però completo se non lo facessimo seguire da una importante lettera che

il dott. Alessandro Cervesato, di Rovigo, l'avvocato cui il signor

Caliman Ravenna, costituitosi parte civile, aveva incaricato di

sostenere le sue ragioni contro la sua calunniatrice, indirizzava

all'_Eco dei Tribunali_ di Venezia.

Eccola tal quale:

_Signor Redattore!_

Chiudeasi in quest'oggi il pubblico dibattimento nel confronto della

giovine Giuditta Castilliero e questo r. Tribunale dovette condannarla

per crimine di calunnia a sei anni di carcere duro, sebbene assistita da

circostanze attenuanti e meglio ancora da quelle simpatie che durante il

dibattimento avea saputo, a fronte delle più sinistre prevenzioni,

destare in suo favore colla pacatezza del contegno, colle misurate

parole, colle accorte risposte e con tale un'apparenza d'innocente

candore da rendere il più singolare contrasto colla scaltrita malizia

della quale seppe usare, e con felice successo, dal principio alla fine

per fuorviare le più accurate investigazioni.

Ma se indipendentemente dalle ritrattazioni della Castilliero e la mercè

delle più irrecusabili testimonianze, risultava a luce meridiana

comprovata la piena innocenza del mio cliente Caliman Ravenna, rimaneasi

spiacevolmente delusa la pubblica aspettazione sul punto cardinale di un

così interessante processo.

Nessuno può dubitare che la favola dalla Castilliero spacciata in odio

del signor Ravenna sia stata la fedele parodia di quella antica calunnia

che in tempi d'intolleranza e di barbarie venne scagliata contro i figli

d'Israele, e la quale, sebbene percossa dai fulmini del Vaticano,

compulsata dagli editti de' principi, e smascherata da cento formali

processi, non ha però, mai cessato di riapparire a quando a quando, e

sempre o quasi sempre prodromo infausto ed esca di sociali

perturbamenti.

Dove adunque potea la povera villica ed ignorante attignere

quell'assurda fola? Chi le apprese a vestirla con tanta sembianza di

vero e con sì minute ed abbaglianti descrizioni di persone, di luoghi,

di oggetti da essa indubbiamente non mai veduti ed ignorati? Chi per

acquistarle fede maggiore le ha praticate quelle varie incisioni alle

braccia, ai polsi, alle mani a modo da imitare i più perfetti salassi?

Chi la indusse a propalarla, a deporla in giudizio, a confermarla con

suo giuramento? Per quale scopo ve la indusse, se il signor Ravenna non

aveala tampoco mai veduta, s'egli non saprebbe indicare un suo personale

nemico, se in Badia, ove soggiorna da ben diciott'anni, ha sempre goduto

di una intera fiducia e della più conclamata generale estimazione? Chi

potea finalmente inspirarle tanta forza di spirito, tanta pertinacia di

volontà, e tanta annegazione di sè medesima, nel tenerne occulto

l'autore morale, resistendo ad ogni maniera di legittime coartazioni e

sfidando, sarei per dire, colla indomata rassegnazione di un martire la

vindice spada della giustizia?...

In tali incognite si racchiude il mistero del dramma; dramma tenebroso e

che nessuna luce ha ricevuto da un processo, avvegnachè condotto con sì

circospetto e paziente amore del vero.

Quale patrocinatore del danneggiato signor Ravenna, ammonito di dovermi

attenere a quanto fosse di mestieri per la giustificazione delle sue

ragioni di privato diritto, io mi trovai collocato in assai difficile

condizione; perchè da un canto il signor Ravenna non volea a patto

nessuno associarsi all'accusa nemmanco coll'apparenza di coltivare basse

ed illusorie vedute di materiale interesse; e perchè dall'altro canto io

non potea spiegare quella più ampia difesa che reclamata quasi era

dall'onore di lui e di tutti gl'Israeliti sì crudelmente intaccati da

quella falsa imputazione, non che dalla viva rimembranza del corso

pericolo da parte del volgo contro essi esasperato; e ciò nella speranza

che sì solenne giustificazione avesse potuto farla una volta per sempre

finita con un pregiudizio assurdo, immorale e cotanto vituperoso ad

un'êra della più progredita civiltà com'è la nostra.

Ella, o signore, conosce assai meglio di me che nessun rito rabbinico ha

mai permesso l'uso del sangue, e che anzi gli Ebrei ne hanno in ogni

tempo provato tale un abborrimento da tenersene contaminati al solo

toccarlo. È notorio che, ben lungi dal cibarsene, respingono essi con

orrore le carni degli animali non isgozzati giusta la prescrizione della

loro legge, per la tema appunto che una qualche stilla di sangue ne sia

rimasta nei visceri o tra le fibre; ond'è che nessun altro popolo ha mai

come l'ebreo servito a rigore di lettera il precetto che Dio tramandava

per la bocca di Mosè — non verserete sangue; non vi ciberete di sangue;

il contravventore perisca. —

Non potrebbe sospettarsi tampoco che quella pratica feroce sia un avanzo

di vetuste superstizioni redate dagli Ebrei ne' loro contatti co'

gentili cui fossero abituali i riti di sangue, e che sia sorta dal

supposto lor odio contro i seguaci di Cristo, mentre depongono in

contrario le storie ed i formali processi in più occasioni istituiti.

Ci narra Tertulliano che nei primi tempi di Nostra Chiesa e duranti le

persecuzioni ordinate dagl'Imperatori contro i Cristiani, veniano questi

accusati di immolare vittime umane, di beverne il sangue, di mangiarne

le carni e che quell'ignominiosa incolpazione fu per ben tre secoli

l'incentivo di persecuzioni ognora più crudeli. Ma nella storia di quei

tristissimi giorni non abbiamo pur cenno che altrettanto siasi detto o

sospettato degli Ebrei, sebbene all'imperversare di quella grande

rivoluzione religioso-morale dovessero trovarsi in massimo grado

inaspriti gli animi, e più facili e sicure le vie della calunnia.

Ella sa pure, o signore, assai meglio di me che, soltanto nel secolo

XIII apparve per la prima volta l'accusa che gli Ebrei in date loro

solennità versassero il sangue di un innocente Cristiano quale simbolo

di espiazione, o ne usassero quale filtro portentoso. Ma se gli Ebrei

non hanno infierito contro i Cristiani quando più vivi ed operosi erano

gli odii, e quando deboli e percossi i Cristiani dalle ricorrenti

persecuzioni avrebbero potuto farlo impunemente, come ammettere in buona

logica che sieno stati osi di adottare quella pratica inumana, allorchè

di fronte al Cristianesimo per tutto trionfante avrebbero posta in

compromesso quell'unica protezione sociale che loro era rimasta in una

legge di tolleranza? — Mirando alla coincidenza degli avvenimenti ed

all'agitazione religioso-sociale a que' giorni inferita dal bando della

crociata per cui pareva che tutto Occidente dovesse, a modo d'immensa

valanga, rovesciarsi sopra Oriente, saremmo indotti a sospettare che un

qualche fanatico od un qualche ambizioso, a parodia di quel gigantesco

movimento siasi pensato di bandire una specie di crociata anche contro

gli Ebrei; e nel fatto ebbe la storia a registrare il nome di un certo

Rodolfo uomo di gran seguito in Lamagna, il quale pel primo appunto

avrebbe tentato in Colonia, Spira, Magonza e Strasburgo di levare la

croce contro gli Ebrei. Senonchè Gregorio IX, durante il suo

pontificato, con tre Bolle ha proclamata l'innocenza del popolo ebreo,

condannando quell'insensata calunnia. Lo stesso Pontefice con suo Breve

ne ammoniva i principi cristiani perchè si stessero a buona guardia e

non vi prestassero fede. Anche i papi Innocenzo IV ed Alessandro VII

fecero altrettanto e dottori della Chiesa e santi insigni presero le

difese del calunniato Israele. S. Bernardo tra gli altri scrivendo ad

Enrico arcivescovo di Magonza protestava contro il diffondersi di quella

vergognosa calunnia e ne deplorava le funeste conseguenze.

È notabile il fatto che tale diceria non sia mai sorta nella Spagna,

mentre tutti sanno che in nessun altro paese di Europa furono gli Ebrei

sì duramente perseguitati come ai tempi di Ferdinando ed Isabella in

quella contrada.

Anche i principi secolari se ne occuparono seriamente, e forti delle

decisioni pontificie vollero con formali processure quella calunnia

sventare e punire. Abbiamo i bandi dei duchi di Milano e di Mantova,

abbiamo gli editti imperiali di Federico III, di Carlo V, di

Massimiliano II, abbiamo le decisioni dei senati di Casale e di Venezia;

documenti tutti che comprovano la malvagità di quella calunnia per non

dire delle molte sentenze proferite in casi particolari da giudici

imparziali e competenti e che sono tuttora negli archivi nostri e

forestieri. — E qua cade in acconcio rammentare il voto che sopra

ricerca del Re di Polonia veniva pronunciato dalla Facoltà teologica di

Lipsia nell'anno 1714; voto che, ridondante di dottrina e di erudizione,

respinge fin anche il sospetto che con quella pratica brutale siansi mai

disonorati gli Ebrei. Io son dell'avviso, che ov'Ella, signore, ne

facesse dono a' suoi molti associati in appendice al processo che sta

pubblicando colle stampe, non solo presterebbe un ottimo servigio alla

verità, ma recherebbe ben anche un raggio di luce a quelle parti del

processo che non emersero a sufficienza chiarite.

S'io avessi potuto su questo terreno allargare la difesa, avrei forse

conseguito il vantaggio di paralizzare più compiutamente ogni sinistra

prevenzione e di rettificare qualche torta idea nei menoveggenti a

maggiore presidio e conforto di una casta sociale per molti rispetti

onorevole e per illustri notabilità benemerente.

Sarà forse credibile appena dai lontani che in un secolo di tanto senno,

di tanta tolleranza e di tanta umanità siasi agitato, e qui tra noi, un

processo di quella fatta: tra noi, che governati da sapientissime

istituzioni, tolto ogni privilegio di classe e di stirpe, siamo tutti

uguali in faccia alle leggi e quasi altrettanti figli di una sola

famiglia. — Giova sperare però che le Autorità competenti non vorranno

desistere da ulteriori indagini, mentr'è nell'interesse del pubblico

ordine e della pubblica sicurezza che l'occulto motore della Castilliero

venga scoperto.

Eccole, o mio buon signore, i poveri cenni che le ho promessi quasi a

compimento della difesa del signor Ravenna, sarò ben lieto se si

compiacerà di usarne a suo grado.

_Suo dev. servitore_

ALLESSANDRO dott. CERVESATO.

A questa dotta lettera dell'egregio avv. Cervesato, il direttore

dell'_Eco dei Tribunali_ che era, piace il ricordarlo, quel valoroso

pubblicista e fervido cattolico che oggi dirige la _Gazzetta di

Venezia_, Paride Zajotti, faceva seguire queste considerazioni sue:

Compiuto il resoconto del dibattimento, col pubblicare l'appendice

fattavi dal chiarissimo avv. Cervesato, coi due importantissimi

documenti (360) che ne formano per così dire necessario supplimento,

resterebbe che ancor noi scendessimo nell'arringo, come, con soverchia

fiducia, avevamo promesso nell'imprendere questa pubblicazione.

Ma, obbligati a rimanere entro quella ristretta cerchia che chiamasi la

questione legale, non potremmo estenderci a quelle considerazioni e

dimostrazioni, che sono suggerite e richieste dalla questione sociale,

di cui questo processo non è che un passaggiero fenomeno, senza correre

grave pericolo o di entrare in un campo a noi straniero, o di nuocere

alla cosa stessa, parlando con un riserbo incompatibile colla fermezza

delle nostre convinzioni.

Perciò crediamo più savio partito il tacere, e lasciar parlare per noi

l'eloquenza dei fatti, accertati con tutto il rigore delle forme

processuali e con quella scrupolosa esattezza, di cui tu testimonio

chiunque assistette allo svolgersi di questo dibattimento.

I fatti parlano da sè. Ed è fatto incontrastabile che il primo racconto

della Castilliero fu provato falso nel modo più luminoso che si potesse.

Diciamo nel modo più luminoso, perchè, lasciando da parte la manifesta

sua inverisimiglianza, la falsità ne fu dimostrata oggettivamente e

subbiettivamente.

Oggettivamente per mezzo di tutti quei testimoni, i quali coabitando col

Ravenna, e dovendo necessariamente aver avuto qualche sentore del fatto,

se qualche cosa di somigliante fosse colà avvenuto, esclusero ad una

voce qualunque circostanza che potesse avervi anche remota allusione; e

per mezzo principalmente della deposizione di Antonio Fadin, che fu nel

locale stesso in cui la Castilliero voleva essere stata rinchiusa, e

nelle ore in cui doveva essa pure esservi stata; deposizione suffragata

e da dichiarazioni d'altri testimoni e dalle corrispondenti annotazioni,

fatte, a caso vergine, nei registri dell'Ufficio postale.

Subbiettivamente, per quella serie sterminata di testimoni tutti

concordi, benchè appartenenti a varie condizioni della società ed a

differenti paesi, i quali con tanta precisione ci attestarono la

presenza della Castilliero, ora qua ed ora là, appunto nei varii giorni,

in cui secondo il primo suo esame essa voleva essere stata in quella

fantastica fortezza, in cui si entra e da cui si esce, di giorno e di

notte, in carrozza chiusa senza incontrare una guardia di polizia o di

finanza che chiegga conto dei misteriosi passeggieri. E fu savissimo

intendimento del Tribunale quello di citare al dibattimento tutti quei

testimoni, benchè deponessero su circostanze affatto secondarie, dopo

tanta luce di prove, affinchè il numero stesso delle persone, la loro

qualità di Cristiani, la franchezza di tante svariate deposizioni, ma

tutte coincidenti nell'argomento che interessava, valesse a persuadere i

più testerecci.

Dopo tutto questo, che cosa importa se la Castilliero, a cui il parlare

a nulla personalmente avrebbe giovato, dacchè il fatto rimaneva in ogni

modo ed in ogni caso una calunnia, si chiuse in un inviolabile silenzio,

e volle farla da romanzesca eroina, dicendo — nessuno fuorchè lei sapere

come la cosa fosse stata — oppure calcolò sui frutti del suo silenzio?

Che cosa occorre di più, oltre la prova che il fatto era una menzogna?

La spiegazione delle cause, che indussero la Castilliero, e pongasi

anche, la condanna dei correi, non avrebbero nè provato maggiormente la

falsità dell'accusa, nè persuaso nemmeno uno solo di quelli che credono

a tutto, fuorchè a quanto fu provato in questo processo.

Anzi, la specialità delle circostanze che accompagnarono questo caso, ci

dà una notevole guida per giudicare di altri fatti consimili in addietro

processati, specialmente nei tempi in cui dominava in tutto il suo

rigore il sistema inquisitorio. Secondo la massima parte delle leggi,

ne' secoli scorsi la deposizione del danneggiato, appoggiata ad una

prova qualsiasi del fatto in genere, bastava per applicare all'imputato

la tortura; ora qui si aveva la deposizione della danneggiata, che

esclusa l'inverosimiglianza del fatto per se stessa, era improntata di

tutti i caratteri della veridicità; si aveva una specie di prova del

fatto in genere nella sparizione, nei primi momenti inesplicabile

dell'odierna imputata, e nelle tracce della scalfitura alle mani ed alle

braccia; ora se fossero stati altri tempi ed il signor Ravenna fosse

stato messo sull'eculeo, noi vorremmo fortemente dubitare che, frammezzo

agli strazi della tortura e col progressivo accrescersi del martirio,

egli non avesse, come gli Ebrei di Damasco, tutto affermato pur di

sottrarsi agli spasimi.

E quale argomento per la sussistenza del fatto, qual prova si avrebbe

potuto dedurre dalla sua condanna? Questa conclusione, a cui è pur forza

di venire, fa che, per noi, questo processo, in cui sulle prime le

stesse Autorità furono tratte in inganno dal racconto della Castilliero

(tanto da ordinare l'arresto del Ravenna), assuma un'importanza storica

immensa.

Per chi volesse di più, basti il fatto che in questo processo, il

Presidente del dibattimento non reputava nemmeno meritevole di

discussione la questione in massima, ed il Pubblico Ministero

qualificava l'oggetto dell'accusa della Castilliero quale pregiudizio

del volgo.

Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti · 第 67 / 85 题