_Al chiarissimo sig. Direttore della_ Civiltà Cattolica,
Firenze.
I primi capitoli di questo mio, qualsiasi, lavoro erano già licenziati
alle stampe, allorquando, ricercando nella _Civiltà Cattolica_ i
documenti che sapevo esservi stati pubblicati sul preteso uso del sangue
cristiano nei riti ebraici, mi accorsi che il _coscienzioso_ indagatore
di quei documenti li aveva fatti precedere da alcune sue articole sulle
qualità generali degli Ebrei.
All'articolaio suo non risponderei; chè quelle articole non
meriterebbero proprio che io sprecassi attorno ad esse tempo ed
inchiostro; ma rivolgo la mia risposta alla Signoria Vostra Preclara,
perocchè quelle articole non hanno, agli occhi di ogni uomo spassionato,
altro valore, da quello infuori che ad esse deriva dall'essere state
accolte in un periodico tanto importante, quale è quello, diretto da V.
S. Chiarissima.
Io non so quanto siavi di vero nella comune credenza, che asserisce, la
_Civiltà Cattolica_ essere l'organo di quella Compagnia, che nei secoli
scorsi ha dato all'Italia, nel Padre Lana Terzi, il divinatore delle
maggiori scoperte, per cui vada orgoglioso il secolo nostro, e che,
nell'età, nostra, ci diede quel Padre Secchi il cui nome, la cui memoria
_ut sidera fulgent_.
Ma appartenga Ella, o meno, alla dotta Compagnia, di una cosa io sono
sicurissimo, che cioè Ella risente per essa la maggior stima, e
considera le persecuzioni delle quali fu, è, e, pur troppo, sarà,
vittima, da una parte, come una prova della malvagità dei tempi,
dall'altra, come una grazia specialissima del Signore che vuole, con
triboli e persecuzioni immeritate, sperimentare la fedeltà di quei
devoti Suoi servi.
Ora, vorrebbe Ella dirmi, riveritissimo signor mio, qual cuore sarebbe
il suo se un giorno, aprendo qualche giornale, e non ne mancano, nemico
di quella Compagnia, le accadesse di leggervi le seguenti pagine?
“Assurdo è il supporre che i varî popoli si siano data la voce e la
parola d'ordine, di odiare, disprezzare e perseguitare così, senza scopo
nè perchè, un _ordine_ speciale. Dunque bisogna ammettere in
quest'_ordine_ speciale una causa a _lui_ inerente, insita e quasi
connaturata, che sempre mostra i suoi effetti ed eccita sempre l'odio,
il disprezzo e la persecuzione non evitabile, nè di fatto mai evitata,
in pressochè _un secolo e mezzo_. La qual causa consiste nel suo odio
teorico e pratico contro il genere umano _non gesuita_. E la causa di
quest'odio dove si trova? Ossia, come si forma così e si educa l'indole
e la natura _gesuitica_ a quest'odio teorico e pratico contro il genere
umano? Non per fermo colla legge morale ed educazione religiosa
semplicemente _cattolica_, qual è rivelata da Dio nell'antico e _nel
nuovo_ Testamento. Resta dunque, che la _Compagnia_ _di Gesù_, si sia
foggiata una legge, una morale ed un'educazione religiosa novella e non
_cristiana_, che seco si porta in tutti i paesi dove si va ad abitare, e
che mai non ha abbandonata per tanti _anni_, ed anzi andò sempre più
perfezionando, ossia corrompendo in teoria ed in pratica, ottenendo così
da tutti i popoli e da tutti i tempi quel ricambio di odio, di disprezzo
e di persecuzione che essa ha giurato e praticato sempre contro tutti i
popoli ed in tutti i tempi. Or questo impasto di veleno, di odio, di
immoralità e di empietà che forma ora la _regola_ e la morale, se non
sempre pratica, almeno sempre certamente teorica, della _Compagnia di
Gesù_ è quello che si chiama _Monita secreta_.
“. . . . . Del resto, sarebbero ben sciocchi i _gesuiti_ se non
negassero anche in tal caso la verità conosciuta. Ma si mostrerebbero
molto più accorti e più savî se invece di negare a parole ciò che le
loro autentiche e canoniche leggi dimostrano a chi sa leggere i loro
libri, negassero invece coi fatti quello che invece pur troppo coi fatti
certamente e notoriamente sempre confermarono e confermano ancor
presentemente. Senza i quali fatti, conformi alle loro leggi, chi
potrebbe mai spiegare quelle sì ognora rinascenti sollevazioni contro di
loro di tanti popoli? Le quali non si sono verificate mai contro nessun
altro _ordine religioso_; perchè nessun altro _ordine religioso_ vi ha
mai dato somigliante motivo. Giacchè anche qui è vero che _nihil fit
sine ratione sufficienti_. E se la _Compagnia di Gesù_ sola fra tutti
gli _Ordini religiosi_ fu sì odiata sempre, convien bene che vi sia in
lei insita una sufficiente ragione eccitante questo continuo e comune
odio contro di lei di tutte _le nazioni_. Or questa ragione sufficiente
non può trovarsi certamente nella Legge _religiosa_. È dunque, anche per
ciò solo, necessario il supporre che vi sia ora un'altra legge che la
regola e governa, ossia la sregola e la sgoverna.
“La quale legge non è altro che i _Monita secreta_, lambiccati e
quintessenza dell'odio e della malizia antisociale ed anticristiana e
_dei gesuiti cacciati_ per divino castigo _dalle loro sedi_, e dispersi
tra le genti fino al giorno in cui riconosceranno anche essi il vero
Messia: _la libertà_. Allora avremo forse anche noi _salutem ex inimicis
nostris et de manu omnium qui oderunt nos_. La _Compagnia di Gesù_
infatti, come fu ed è dappertutto influentissima nel male, dopo che
abbandonò la vera _dottrina di Cristo_, così sarebbe stata e sarà senza
dubbio, influentissima nel bene quando o non l'avesse abbandonata, o le
ritornasse in seno.”
Io sono certo che leggendo siffatto ammasso di banali insolenze, non
sorrette da nessuna ragione, non confortate da nessun fatto, da quello
infuori, brutalmente vero, delle persecuzioni sofferte, Ella proverebbe
un impeto di sdegno.
Ed avrebbe, Riverito Signor mio, non una, ma mille ragioni; perocchè
oggi chi studia le questioni sociali e storielle, sopra libri alquanto
più seri che non sieno i romanzi di Eugenio Sue, sa, con certezza, che
l'invenzione dei _Monita secreta_ è una delle più spudorate calunnie che
sieno mai uscite dalla penna di libellista settario.
Ma sa Ella donde ho tratto le pagine surriferite contro la Compagnia di
Gesù?
Sono nè più nè meno che quanto si legge nel volume 6º, anno 1881, pagg.
601 e 735 della sua _Civiltà_; soltanto, non per ricordare anco una
volta. a V. S. Ill.ma il noto _qui gladio ferit, gladio perit_, ma per
mero artifizio di polemica, mi son permesso di sostituire sempre e
dovunque alla parola _ebrei_ quella di _gesuiti_, alla parola _Talmud_
quella di _Monita secreta_ (calunnia per calunnia) indicando del resto
sempre e dovunque le mie modificazioni con carattere corsivo; buona fede
questa alla quale nè i Gesuiti, nè gli Ebrei sono avvezzi da parte dei
loro avversari.
Capisco che Ella mi dirà che ciò che si è detto dei _Monita_ è calunnia
nera, e verità invece sacrosanta quanto l'articolaio suo blatera contro
il _Talmud_; ma io le risponderò pregandola a rileggere quanto è scritto
nei precedenti capitoli e ad esaminare, con serena coscienza, se più
sian convincenti gli argomenti miei o quelli dell'articolaio suo; ma
siccome in quei capitoli io non pigliavo di fronte uno piuttosto che un
altro nemico del giudaismo, e combattevo, non il calunniatore, ma la
calunnia, così consenta che in questa mia lunga lettera io risponda a
talune delle più impudenti osservazioni dell'articolaio suo.
Abilità miranda, malizia sopraffina od arte infernale, Riveritissimo
Signor mio, è invero quella di cui fa prova l'articolaio suo,
allorquando a pag. 4 e 5 del vol. V, pretende provare che l'Assemblea
dei notabili ebrei, prima, ed il Sinedrio da poi, convocati a Parigi dal
primo Napoleone, ingannarono la Francia ed il mondo, e facendo mostra di
amore pei Francesi e per gli uomini civili in generale, proclamarono
invece altamente il loro odio per tutti quanti non sono Ebrei.
Riassumo l'argomentazione dell'articolaio suo.
Egli dice: Gli Ebrei dichiararono in quelle solenni adunanze, di avere
in conto di fratelli coloro che osservano i sette precetti noachitidi. E
questo è vero. Ma, prosegue l'articolaio, fra questi precetti vi ha
quello di non mangiar carne strappata da animale vivo, e l'altro di
aborrire dal culto degli idoli. Ora nessun popolo, tranne l'ebreo,
aborre dall'uso di carni strappate da animali vivi e l'ebreo considera
idolatri i Cristiani pel culto di latria che rendono a N. S. Gesù
Cristo, pel culto di dulia che professano alla Beata Vergine. Quindi gli
Ebrei dicendo di aver in conto di fratelli coloro che osservavano i
sette precetti noachitidi, venivano, alla fin dei conti, a dire che non
avevano in conto di fratelli altro che se stessi.
Non mi affannerò io certamente a provare che il Dio della Bibbia rivelò
a Noè ed a' suoi figli i sette precetti che i talmudisti dicono
noachitici.
Son fole, indegne che Ella ed io ci perdiamo tempo.
Ma vorrà Ella negarmi che quei sette precetti rappresentino il
_minimum_, per così dire, della morale?
Che vi ha dunque di strano se gli Ebrei dicono doversi considerare
fratelli quelli soltanto che quei precetti noachitici osservano?
Per noi, educati alle idee di moderna tolleranza, di quella tolleranza
che l'articolaio suo chiama massonica e che io dico cristiana, è infame
eccettuare, teoricamente almeno, dalla fratellanza universale il
cannibale e l'antropofago; alla S. V. Ill^ma — nel cui giornale si
tributano continui elogi alla cattolica Spagna, che non paga di aver
bruciato Mori ed Ebrei in casa sua, ha distrutto, quasi, in America, le
razze autoctone — alla S. V. Ill^ma, siffatta eccezione deve sembrar
naturale quando le sia provato che non si riferisce a' popoli cristiani
o maomettani, ma soltanto agli idolatri ed ai cannibali propriamente
detti. E questo lo proverò in poche righe, malgrado i sofismi, diremo
_rabbinici_, dell'articolaio suo.
Cominciamo _in amoenis_, e cioè dal precetto di non mangiar carni
strappate da animali vivi. Nessuna religione, dalla giudaica in fuori,
dice l'articolaio suo, ha tale precetto siccome rivelato da Dio; sopra
il che ricorda quanto è scritto nei _Fioretti di San Francesco_ nel capo
I della vita di Fra Ginepro: “Visitando un frate infermo, domandollo:
Possoti io fare servigio alcuno? Rispose l'infermo: Molto mi sarebbe
grande consolazione uno peduccio di porco. Disse Frate Ginepro: Lascia
fare a me. E va e piglia un coltello, ed in fervore di spirito va per la
selva dov'erano certi porci a pascere, e gittossi addosso ad uno e
tagliali il piede e fugge lasciando il porco col piè troncato” violando
così — prosegue l'articolaio — un precetto noachitico e rendendo indegni
sè e il Frate infermo che mangiò il peduccio di porco, della carità
universale ebraica.
L'articolaio ha dimenticato che il buon Fra Ginepro ha violato, non uno
ma due precetti noachitidi — tanto è vero che i precetti della legge
morale sono strettamente connessi gli uni cogli altri — ed ha violato
proprio un precetto che Dio ha dato, non soltanto a Noè, ma a Mosè sul
Sinai, che la Chiesa cattolica ha conservato fra i comandamenti di Dio,
e che i codici penali di tutti i paesi del mondo, non cannibale, hanno
accolto nelle loro ampie braccia: _Settimo_: NON RUBARE.
Non farò io colpa a Fra Ginepro del furto commesso e della crudeltà di
cui si rese colpevole verso quel povero porco; il fervore della carità
giustifica colpe ben più gravi che non sian quelle del buon fraticello,
ma chieggo a V. S. Ill^ma di indicarmi una nazione civile, un uomo solo,
il cui senso morale non sia completamente ottuso, che consenta a
recidere un membro ad un animale vivo per cibarsene.
Allorquando i Talmudisti scrivevano non si conosceva _morale
indipendente_; sola sorgente di ogni morale era Dio; se essi posero
sotto la salvaguardia di Dio un precetto che Dio non ha certamente
rivelato a Noè, ma che ha scolpito nel cuore di ogni uomo, vorrà Ella
farne colpa agli Ebrei? E lo potrebbe Ella, pensando con quanto
accanimento i giornali di parte sua, e forse la stessa sua _Civiltà_,
perseguitarono la vivisezione, certamente altrettanto crudele quanto
l'atto di Frà Ginepro, ma, forse, giustificata dal grande incremento che
apporta alle anatomiche discipline?
Creda, creda pure l'articolaio, che il mondo civile intero professa il
precetto noachide di non mangiar carne strappata ad animali vivi.
_Sed majora premunt_. Al dire degli Ebrei, i Cristiani sono idolatri,
quindi non osservano i sette precetti noachitidi e quindi sono esclusi
da quella che l'articolaio suo chiama, elegantemente, fratellanza
giudaica.
Non uso a valermi di altre espressioni, dirò soltanto che in questa
argomentazione sono altrettante le inesattezze quante le parole. Gli
Ebrei negano la divinità di N. S. Gesù Cristo — se non la negassero, non
sarebbero Ebrei — ma ammettono e riconoscono che i Cristiani lo adorano,
non come Uomo, ma come Figlio di Dio. Potranno deplorare questo, che per
essi è un errore, ma non cadono nell'altro di non comprendere che
l'Unità di Dio, il monoteismo, è dogma anche pei Cristiani. Non adorano
certamente la Santissima Trinità, non si arrogano di spiegare ciò che è
mistero per la Religione cristiana, ma sanno che il dogma della Trinità
non esclude il monoteismo. E se il suo articolaio conoscesse almeno di
nome la Cabbala e le opere di Knorr, di Rosenroth, di Reuchlin e di
Rettangel, non ignorerebbe che nella Cabbala — che gli Ebrei, come
Ebrei, non hanno del resto in nessun conto — si trovano parecchie
allusioni favorevoli al dogma della Trinità.
Ma senza perderci in questioni cabalistiche, lo stesso articolaio non
cita a pag. 732, vol. VI, queste parole del Maimonide? “La concezione,
colui che concepisce e chi è concepito sono in Dio tre modi di essere i
quali non costituiscono che la stessa essenza, nè formano punto una
pluralità.”
Io non mi sento di addentrarmi nel ginepraio di una discussione
teologica o filosofica, ma parmi, che queste parole provino abbastanza
chiaramente che, nella mente del massimo filosofo e teologo ebreo, il
dogma della Trinità non è incompatibile col monoteismo.
Parmi adunque aver dimostrata falsa ed insussistente la calunnia che il
suo articolaio addebita agli Ebrei adunati a Parigi di avere, con un
abile gioco di parole, manifestato il loro odio verso i popoli non
israeliti, facendo credere a sentimenti di fratellanza cui avrebbe
repugnato la loro religione. Ma, ad esuberanza, voglio addurre una altra
prova.
Il suo articolaio, che a pag. 485 del vol. V enumera abbastanza
esattamente i precetti noachitidi, si accorge poi che tutta la sua
argomentazione, per provare che, a giudizio degli Ebrei, i Cristiani non
osservano quei precetti, claudica, zoppica. Ed allora cosa fa quel bravo
signore, che in parecchi luoghi del suo articolo accusa gli Ebrei di
aver falsato la Bibbia, con un tratto di mala fede, veramente rabbinica,
a pag. 99 del vol. VII, include fra i precetti noachitidi, _risum
teneatis_, la circoncisione! _Tantae molis erat_ provare che gli Ebrei
non credono che i Cristiani osservino i precetti noachitidi!!
E passo ad un altro capo d'accusa.
L'articolaio suo è andato ad esumare, dai libri di uno dei tanti Ebrei
rinnegati, il Drach, una vecchia, vecchissima accusa contro gli Ebrei.
“Ancora ai nostri giorni, egli dice, un tribunale di tre Ebrei, talvolta
i meno civilizzati ed i più ignoranti del luogo, ma che dinanzi alla
sinagoga ha piena autorità, si arroga il diritto (noi gemiamo di doverlo
dire) di sciogliere i loro correligionari dai loro giuramenti, di
annullare le loro promesse ed i loro impegni più sacri, così pel
passato, come pel futuro.” Che il Drach fosse un malvagio ed un
mentitore impudente, sapevamcelo da un pezzo; che il suo articolaio non
conoscesse verbo del Talmud, se non a traverso le opere venali degli
Ebrei rinnegati, aveva avuto cura di avvertircene egli stesso con queste
parole (pag. 215, vol. VI):
“Alle rivelazioni dei Rabbini convertiti si dee pressochè esclusivamente
quella qualunque (_assai scarsa!_) siasi cognizione in cui ora siamo
(_parli per sè, il_ dotto _articolaio, chè gli uomini di buona fede
sanno attingere ad altre, meno impure, sorgenti_) di quella perversa
legge (_il Talmud_).” Ma che nel secolo XIX toccasse rispondere, per la
millesima volta, ad un'accusa di questo genere, e che quest'accusa fosse
riferita dal giornale di una Compagnia meritamente celebre per vastità
di dottrina ed acutezza di mente, è cosa che davvero non mi sarei mai
aspettato.
Siccome però tengo per assioma il precetto che a qualunque anche stolida
accusa convenga rispondere, così rispondo al Drach ed allo articolaio.
Anche in questo caso si verifica il detto volgare, che non c'è fumo
senza fuoco, ma è un fuocherello ben piccolo, glielo accerto, in
paragone di quello dei roghi che bruciarono tanti poveri Ebrei ed anche,
_une fois n'est pas coutume_, il R. P. Malagrida, che io tengo per
altrettanto innocente quanto, quei poveri Ebrei.
Mi stia dunque a sentire, Riverito Signor mio!
È vero che una volta all'anno l'Ebreo si fa prosciogliere dalle promesse
non mantenute; ma bisogna distinguere, perchè, come Ella mi insegna:
_Qui bene distinguit, proximus est veritati_.
Non si tratta dunque, come il Drach _rabbinicamente_ insinua, e
l'articolaio pecorescamente copia, di promesse fatte a qualsivoglia
persona o di giuramenti fatti a privati, a tribunali, a principi; si
tratta soltanto di _voti religiosi fatti a Dio e non adempiuti per cause
indipendenti dalla volontà di chi li ha fatti_ (325).
Ora giova avvertire due cose: e cioè che se un Cattolico si trova nello
stesso caso, ricorre alla Santa Sede, che avendo ricevuto da N. S. Gesù
Cristo facoltà di sciogliere e di legare, lo proscioglie dal voto;
l'Ebreo, che non ha autorità spirituale, ricorre a tre, che chiamerei
probiviri, i quali adempiono ad un atto di carità, tranquillizzandone la
coscienza. Oltre a ciò, è a sapersi che gli Ebrei non furono mai troppo
teneri dei voti. Nell'_Ecclesiaste_ è detto: “Meglio è che tu non voti,
che se tu voti e non adempi” (v. 5) e Rabbi Meir commentando questo
versetto soggiunge: “Ma meglio assai non far nessun voto” (326). E forse
il buon Rabbi nell'emettere tale parere, aveva presente il versetto 14
del VI dei _Numeri_, nel quale il Signore comandò che chi ha fatto un
voto e lo ha osservato, debba, tra gli altri sacrifizi, offrirne uno in
espiazione del peccato di aver fatto un voto.
E se il suo articolaio non fosse convinto e volesse fare un atto di
giustizia inconsueto in lui, e che si riassume nel precetto _audietur et
altera pars_, legga la _Défense du Judaisme_, di Isaac Levy, ed a pag.
62 vi troverà ampiamente confutata la sciocca accusa sulla quale, per
mio conto, mi sono anche troppo dilungato.
Un'altra accusa che trovo nel vol. VI, pag. 605, è la seguente:
“I giudei poi non accettano la testimonianza dei non giudei; perchè non
si dee credere a chi è sospetto di delitti. E tali sono tutti i non
giudei. E perciò, anche secondo il Talmud, nessun ebreo dee porre una
sua bestia da soma, o qualsiasi altra nelle stalle dei non giudei, nè
lasciar sola con essi una loro donna, e neanche rimanere egli stesso
solo con loro, per sospetti espressi chiaramente nel Talmud; ma che
bello è il tacere (_e più bello il non accennare, in omaggio al
proverbio: non parlar di corda in casa del... padre Sanchez_).
“Sospettano dunque, gli Ebrei di tutto il genere umano non ebreo, e
credono birbanti ed infami tutti fuorchè loro: e ciò notisi bene in
forza della loro legge e per precetto religioso.”
Sicuro; gli Ebrei ed i loro Rabbini avevano, nel secolo V in cui fu
scritto il Talmud, il gran torto di non fidarsi di chi non professava la
loro religione; ma di grazia, a che sentimento si ispiravano i Padri del
VI Concilio d'Adge e del Concilio Epaonense, vietando ai Cristiani di
non mangiare cogli Ebrei? (327). A che sentimento si inspirava papa
Benedetto XIII, per tacer d'altri, vietando agli Ebrei di formare
società coi Cristiani, di esercitare la medicina, di aver domestici
cristiani, ecc., ecc. E quei predicatori che, al dire di papa Martino
V (328), che cristianamente ne li biasima, vietavano persino ai
Cristiani di cuocere pane per gli Ebrei, obbedivano, di grazia, a che
sentimento?
Ma Ella mi dirà che, verso l'Ebreo, empio e spregiatore di ogni legge
umana e divina, la diffidenza non è mai troppa, ma che l'Ebreo, sempre
trattato amorevolmente dagli altri popoli, aveva obbligo di avere verso
di loro la maggior confidenza.
Le storie tutte attestano di questa amorevolezza con cui eran trattati
gli Ebrei, ma a me basta spigolare pochissimi fatti, che non sono però
fatti isolati, per mostrare quanto torto avessero gli Ebrei di diffidare
di coloro che professavano altre religioni, anche se queste imponevano
come obbligo, la carità e l'amore verso l'uman genere.
A Beziers nella settimana santa ERA PERMESSO ai Cristiani di pigliare a
sassate gli Ebrei (329).
Ma pigliarli a sassate non basta, e nelle Assise di Bretagna nel 1239,
si trova una disposizione che vietava di procedere contro chiunque
avesse ucciso un ebreo (330).
E questi empi Ebrei, così ben protetti dalle leggi dei popoli fra cui
vivevano, osavano iscrivere nei loro libri religiosi, massime di
precauzione contro i loro persecutori!
Perchè, invece, non affidarsi alla pietà di questi? Perchè non invocare,
per esempio, l'appoggio di quel buon Ugo, cappellano del visconte di
Rochechouart, di cui voglio narrarle le gesta, ad edificazione
dell'articolaio suo.
È quasi certo che Ella sa, e che l'articolaio suo che nulla sa, ignora,
che una di quelle sante leggi del passato, di cui l'articolaio invoca
parecchie volte il ripristinamento, disponeva che gli Ebrei di Tolosa
dovessero ricevere uno schiaffo alla porta del maggior tempio, cerimonia
piissima ed edificante, che durò fino al principio del XII secolo (331).
Ora quel buon cappellano..... ma val meglio lasci la parola ad un autore
non sospetto di soverchia benevolenza verso gli Ebrei: “Quo tempore Ugo,
capellanus Americi vicecomitis Rocacardensis, cum eodem seniore suo
Tolosæ adfuit in Pascha: et colaphum judaeo, sicut illic omnis Pascha
semper moris est, imposuit et cerebrum illico et oculos ex capite
perfido ad terram effodit. Qui judæus statim mortuus, ad synagogam
judæorum de basilica Sancti Stephani elatus, sepulturæ datus
est.” (332).
E badi, Riverito Signor mio, che questi perfidi Ebrei avevano tanto
maggior torto di diffidare di questi mitissimi avversari, in quanto la
legge li tutelava così bene, che al piissimo cappellano Ugo non fu torto
un capello!
Ma che vado io cercando esempi nel _tanto calunniato medio evo_ (come si
suol dire nel suo giornale), per provare il torto grandissimo che
avevano gli Ebrei di non fidarsi dei loro nemici?
Lo stesso suo articolaio mi fornisce un argomento prezioso. È noto,
_lippis et tonsoribus_, che la Spagna, fra tutte le nazioni europee, è
quella che gode la maggior simpatia di V. S. Ill.ma e dei redattori del
suo giornale, tanto è vero che a pag. 456 del volume V la trovo chiamata
“la più cavalleresca ed anche forse la più cattolica di tutte le
nazioni.”
Ora, il suo pio articolaio visto, che se i tempi non volgono propizi
agli arrosti, non sono neppur adatti a ristabilire la _colafizazione_ di
Tolosa, appena sente che il Governo spagnuolo si mostra disposto a
richiamare gli Ebrei, scrive queste precise parole:
“Poco si fidano gli Ebrei dell'ospitalità spagnuola. E non hanno torto.
Tanto più che la Spagna passa ora per avere le finanze sì pubbliche e sì
private un po' ammalate. E quando gli Ebrei vi avessero seco portati i
loro milioni, non si sa se poi qualche moto antisemitico non dovesse
ricacciare gli Ebrei dalla Spagna, ritenendo i milioni. Sono cose già
accadute, e che il presente dominio liberalesco non può che rendere
sempre più facili a riaccadere.”
Lascio a parte l'insinuazione contro il dominio liberalesco; non oppongo
l'osservazione che Ferdinando ed Isabella, che cacciarono gli Ebrei,
ebbero dalla storia un nome che, grazie a V. S. Ill.ma, ed a pochi suoi
accoliti, significa l'opposto di liberale; ma chieggo, a chiunque abbia
pratica di arguzie rabbiniche, se dalle linee che ho testè riferito, non
appare chiaro il desiderio del pio articolaio suo, che avvenga ciò
ch'egli ipocritamente finge di temere, che cioè la _cattolica_ e
_cavalleresca_ Spagna scacci _cavallerescamente_ gli Ebrei, e ne
ritenga, altrettanto _cavallerescamente_, i milioni, dato e non concesso
che milioni ci sieno?
E quando oggi ancora, in pieno XIX secolo, esistono pie persone come
l'articolaio suddetto, come il Rohling, come il sucido falsario
dell'anonimo opuscolo di Prato, come quel rinnegato di tutte le nazioni
e di tutte le religioni che si fa chiamare Osman bey, vi è di che
meravigliarsi se gli Ebrei del V secolo avevano ricorso a qualche
provvedimento precauzionale contro i loro nemici?
E qui giunto alla fine mi nasce, Riveritissimo Signor mio, un dubbio.
Valeva egli la pena di discutere coll'articolaio suo che mi dà prove
luminose di dottrina, collocando Damasco in Egitto (VII, 476); facendo
di S. E. il generale Menabrea un ebreo (VII, 238), quando sanno anche i
bimbi che quell'egregio uomo di Stato fu tra i fondatori dell'_Armonia_,
ed infine mettendo, come già ebbi a rilevare, la circoncisione fra i
precetti noachidi? Ma istruire gli ignoranti è opera di carità, ed io
non rimpiangerei le mie parole se non temessi che l'articolaio in
questione, fosse fra quegli ignoranti che non vogliono essere istruiti.
Come si fa per esempio ad ammettere la buona fede, altrimenti che
spiegandola colla crassa ignoranza, dello scrittore che a pag. 736 del
vol. VI, scrive queste parole:
“_Polemicamente_ poi si manifesta la reazione religiosa ebraica con
quell'informe ammasso dei loro libri, tutti diretti contro quanto non è
ebreo. Più celebri fra questi, perchè più empî e più blasfematorî, sono
il _Toldos Jescou_ ossia la _generazione_ di Gesù, e il _Maase Talony_,
ossia _Storia dell'impiccato_. Ma gli Ebrei si vantano ancora di
possedere tre _Nizacchi_ ossia _Libri vittoriosi_ contro i Cristiani e
contro il Vangelo, composti l'uno dal Rabbino Matatial, l'altro dal
Rabbino Lipman, ed il terzo dal Rabbino Giuseppe Kimchi.
“. . . . . Orribili veramente sono quei libri: ma però necessari a
conoscersi da chi vuol sapere ciò che veramente pensano dei Cristiani
gli Ebrei.”
Apra l'articolaio il _Dizionario storico degli Autori Ebrei_, opera di
quell'eccellente sacerdote cattolico che fu il prof. De Rossi, a pag.
152 del vol. 2º, e troverà che il _Toledoth Jesù_ ed il _Maasse Jésù_ o
_taluì_ sono un libro solo con due titoli diversi, e quanto poi al farne
colpa agli Ebrei vedrà che il celebre Mendelssohn protesta “che è uno di
quei libri che nessun ebreo di buon senso legge o conosce” e che lo
stesso De Rossi conviene che “tutti i più savi e dotti Rabbini sono
talmente persuasi della sua impostura che non ne trovo veruno di tanti
che hanno scritto di controversie, e difesa la loro religione contro de'
Cristiani, che abbia osato citarlo per genuino, per antico, per
autorevole.”
Mi è impossibile riportare intiero il capitolo del De Rossi, ma lo legga
l'articolaio, e vedrà che l'autore del libercolo è ignoto e non è neppur
provato che esso sia un ebreo; sicchè volerne far colpa all'intiera
nazione giudaica, sarebbe come dire che tutti gli Europei sono empî,
perchè in Europa fu pubblicato, se pur fu pubblicato, il _De Tribus
impostoribus_. Quanto a quelli, che in gergo romanesco-giudaico,
l'articolaio chiama _Nizzacchi_, legga il De Rossi ed all'articolo
Matatia, e non Matatial, come sproposita l'articolaio, troverà che
questo Rabbino d'incerta età e luogo, è autore di un libro polemico
_manoscritto_, noti l'articolaio _manoscritto_, contro il Vangelo,
intitolato: _Nitzachon_, o _Libro della Vittoria_.
All'articolo _Lipman_, troverà che costui compose nel 1399 un altro
_Nitzachon_ in cui confuta gli atei, i sadducei, i caraiti, e
specialmente i Cristiani, ed esamina tutti i testi della scrittura da
loro prodotti per provare i loro dogmi; all'articolo Kimchi Giuseppe,
troverà accuratamente notati i varî titoli delle opere anticristiane di
questo dottissimo Rabbino spagnuolo del XII secolo, il quale, al pari
degli altri due scellerati Rabbini sunnominati, ha avuto il torto di
scrivere dei libri in difesa della religione che professava senza
chiederne il permesso all'articolaio suo.
Ed il suo articolaio può rabbrividire ed inorridire e raccapricciare
quanto vuole nel ricordarli, ma deve sapere che le opere, quasi tutte
inedite, del Kimchi, per dir di questo solo, vennero ritenute dal
celebre Michaelis, dal Bruns, dall'anonimo autore delle Effemeridi di
Gotha, e da altri letterati moderni, valentissimi nella filologia
orientale e sacra, tanto utili per il progresso della medesima e di
tanto pregio e importanza, che vivamente desiderarono che venissero
ricercati con diligenza e dissotterrati e pubblicati.
Un'ultima osservazione ed ho finito. L'articolaio suo accusa gli Ebrei
(vol. X, pag. 611) di aver sostituito al precetto biblico: “_Ama dunque
il Signore Iddio tuo_ _con tutta l'anima tua e con tutto il tuo maggior
potere_” l'altro _che Dio non si dee amare ma soltanto temere_.
Se fossimo ancora nei tempi in cui la lingua ebraica era ignota ai
Cristiani, se i riti e i costumi degli Ebrei fossero avvolti nel più
profondo mistero, simile accusa potrebbe forse comprendersi; ma essa
riesce, oggigiorno, peggio che inesplicabile.
Tutti sanno che gli Ebrei hanno una speciale preghiera, lo _Sceman_, che
devono ripetere almeno due volte al giorno, e che è per loro il simbolo
della loro fede, ciò che il _Credo_ è pei cattolici, sicchè tutti i
martiri ebrei, morirono collo _Sceman_ sulle labbra.
Ora i primi versetti di questa preghiera, di questo _credo_, sono
testualmente i versetti 4–9 del libro VI del _Deuteronomio_, e quindi le
parole: _Ama dunque il Signore Iddio con tutta l'anima tua e con tutto
il tuo maggior potere_, che non sono altro che il 5º versetto del libro
citato del Deuteronomio, forman proprio parte di questa preghiera
quotidiana.
Ma non basta; chè gli Ebrei aggiustano tanta importanza a questo
versetto, che secondo l'articolaio avrebbero invece posto in non cale,
che oggi ancora pronunziandolo “all'oggetto di concentrare la loro
attenzione sopra questa verità fondamentale della Religione, usano,
dietro l'esempio di un antico dottore della legge, coprirsi gli occhi
colla mano destra” (333).
Come ella vede a farlo apposta l'articolaio per una delle poche volte
che ha accusato gli Ebrei, senza riprodurre calunnie trite e ritrite, ha
avuto proprio la mano felice!
E chiedendo scusa a Lei, della lunga cicalata, depongo la penna,
pregandola di credere che è con sommo dolore che devo dar posto ad uno
scrittore della _Civiltà Cattolica_ fra un Rohling ed un Osman bey.
Gradisca, ecc.
CORRADO GUIDETTI
_Dottore in lettere._
(325) Tur Orach Chaim, cap. DCXIX.
(326) _Chulin_, I, _a_.
(327) _Conciliorum coll._, t. IV, pag. 1389.
(328) Bolla, anno 1429.
(329) _Ex Cronica Gonfredi Vosiensis_, anno 1167, Dom. Bouquet, t. XII,
p. 496.
(330) D'ARGENTRÉ, _Histoire de Bretagne_, libro IV, capo XXIII, p. 207.
(331) Dom. Bouquet. _His. d. Fr._, t. XII.
(332) _Ex Chronico Ademari Cabanensis_ ad an. 1020 in _Recueil des hist.
de France_ di Dom. Bouquet, tomo X, p. 154. Cfr. MARY LAFON. _Hist. du
midi de la France_, t. II, p. 122.
(333) MORTARA, _La religione israelitica compendiosamente esposta_,
Mantova, Beretta, 1855, pag. 40.