Ero salvo.
Per quanto attento a me stesso io non comprendevo che vagamente quel
che era accaduto dentro di me; e, non volendo ammettere d'essere
lipemaniaco, la tentazione o l'allucinazione del delitto, che nei
lipemaniaci è frequente, mi aveva lasciato uno stupore enorme e un
orrore profondo. Tosto però ebbi l'impressione che finalmente mi si
fosse disgelato il cuore; un'onda, quale di passione a lungo contenuta,
irrompendo infrenabile, aveva sollevato dal petto il peso che mi
soffocava; il rimorso m'aveva ridestata del tutto la coscienza.
Tornerei lieto di speranza? Smetterei per sempre quel sarcasmo che mi
avvelenava le parole?
Non potevo ancor chiedermi questo. Neanche avvertivo che un indizio
che il mio pensiero restava non poco torbido era nel bisogno di tornar
a considerare i passi della mia vita dolorosa e di misurare gli sforzi
sostenuti.
Che giorni! e a che prezzo avevo ricuperato la facoltà di sentire!
Sì: ora soffrivo; non rivedevo più Ortensia senza patire, patire
veramente, un vero rimorso; desideravo che ella mi dicesse a parole
o a sguardi che mi credeva buono. Non più per infingimento, ma per
moto sincero dell'animo, cercavo ora di mostrarmi diverso.... E cercai
anche di mitigare le antipatie che mi avrebbero reso insopportabile.
Così, di sera, scambiai qualche parola con le signore; lasciai che la
Fulgosi, sbattendo le palpebre e raggricciando il naso, mi riferisse le
delizie delle _soirées_ aristocratiche; ascoltai dalla Learchi ricette
di buon mangiare; concessi alla Melvi madre di narrarmi, in disparte,
con grandi scossoni di risa, l'ultimo scandalo paesano. Ad Anna Melvi
mi accostai senza quell'aria di uno che volesse provocarne l'ostilità,
sebbene ancora mi urtasse l'intenzione manifesta in lei di sedurre il
sicuro e guardingo Roveni; e le strizzavo l'occhio quando scomponeva
quel _manichino_ di Pieruccio. Ma di Pieruccio e delle sue occhiate
languide a Ortensia mostravo di non curarmi affatto; Ortensia non gli
badava e correva volentieri a raccontarmi tante cose! (E che orrore
di me se, mentre Ortensia parlava, mi rammentavo del mio immaginario
delitto!)
Fin al cavalier Fulgosi rivolgevo dimande intorno le condizioni
politiche di Valdigorgo, col pericolo che la mia affabilità divenisse
davvero per lui, com'egli diceva, una _great attraction_, cioè egli mi
s'attaccasse come una sanguisuga.
Soprattutto mi sforzavo a rasserenarmi quando stavo con Eugenia, o
rincasava Claudio.
Ogni giorno le ragazze ed io ci mettevamo con Eugenia al solito
rezzo. Essendo noi soli, mentre le ragazze cucivano o ricamavano, non
di rado cadeva il discorso; ma i brevi silenzi erano pieni d'anima;
d'anime concordi nell'armonia del giorno e della vita. Io la sentivo,
quell'armonia; non in me ma intorno a me. _Sentivo....: io sentivo!_
Allorchè non interloquiva Ortensia a bisticciarsi, per chiasso, con la
sorella, interrompeva il silenzio la capinera da lungi, o, da presso,
il reattino. _Zerr...._; ed ecco la più lieta fra le più liete creature
del mondo, sbucare, balzar dalla siepe al cespuglio; penetrarvi svelto,
riuscirne alacre; arrestarsi spiando, inchinando il capo per curiosità
e drizzando la coda; e subito con un nuovo _zerr_, giù in terra!; e
via, difilato, rapidissimo, a ficcarsi nel noto intrico, ove pareva
trovar sempre qualche preda.
Diventò presto nostro amico, quel reattino così ardito e pettegolo,
seppure il tremendo Mino non sopravveniva a spaventarlo; e quando s'era
cibato ben bene, non dimenticava una modulata lista di note cadenti,
sgranate e limpide, che si ricomponevano in trillo.
— Bravo!
— Dov'è?
— Sparito! S'è consumato nel canto.
Spesso interveniva Guido Learchi, o perchè si diceva mandato dalla
madre a prender notizie della convalescente, o perchè passava di
là «per caso». Io e Ortensia trovavamo i motti che pungevano lui e
Marcella; ed egli arrossiva, si schermiva mal destro. Marcella levava
dal ricamo il suo sguardo ombrato e trepido, quasi a dirci: «Sì, tutto
il mondo lo sa che ci vogliamo bene. Non siate cattivi, voi due....»
Pur Eugenia, esente da inutile severità o furbizie materne, sorrideva.
E quanti fiori recava Guido Learchi! Per monti e boschi, con lo
schioppo sulla spalla e tutto in pensieri di Marcella, raccoglieva
fiori insoliti o non facili a raccogliere, che servissero a copia di
ricamo: rododendri, campanule, anemoni, giacinti selvatici, salcerelle
e rosse valeriane, in fascio con erbe odorose, bacche, foglie a vaghe
tinte e a strane forme.
— Questo? — domandava Guido scegliendo, per l'esame di botanica, fra il
mazzo.
Ortensia rispondeva con tali spropositi che lo scandalizzavano a lungo.
Marcella, ingenua, correggeva:
— _Euphrasia officinalis._
E noi a ridere; perchè ella sola rammentava le lezioni di Guido.
Finchè l'ora declinava, e il cielo, a lembi, tra i rami, e nella plaga
verso i monti, impallidiva; e noi ad ogni suono di trotto nella strada,
ci mettevamo in ascolto. Però fra i rumori vivaci o sordi, prossimi
o lontani, io non avevo peranche appreso a distinguere il trotto del
cavallo di Moser, che di subito le figlie e la madre lo riconoscevano,
e annunziavano spesso a una voce:
— Il babbo!
Correvano le ragazze al cancello, o per la via. Eugenia si appoggiava
al mio braccio e facevamo qualche passo incontro: Guido sgattaiolava.
— Ben arrivato! Babbo, babbo!
Nè prima la carrozza s'arrestava al cancello, che già Moser era a terra
d'un salto; e se veniva dalla ferrovia, dopo più d'un giorno d'assenza,
con maggior trasporto e fretta dava saluti e chiedeva notizie.
— Come va, Eugenia? Bene! Benone! Le bimbe? Benissimo! E tu, vecchio?
(a me) E Mino?
Il monello, giungendo, gli si gettava al collo.
— Basta! Auff! Che caldo! Sono stanco morto! Capite: 35 gradi
all'ombra, laggiù! — Perde, frattanto che snoda la cravatta e respira
a pieni polmoni, con piena gioia, cartocci e carte; esprime dal volto
onesto il sollievo della fatica; la consolazione come d'un premio
meritato; la forza e la bontà. — Ah! ora sto meglio! Andiamo a sedere.
Tutti c'incamminiamo lasciando parlare lui solo; il quale si guarda
felice intorno e par che non creda d'essere salvo dall'afa e dalla
carcere e dalle faccende cittadine.
— Valdigorgo! Questo è il paradiso! Una delle più belle opere di
Domineddio! Che cielo! Che aria! Che fresco!
Poi a vedere le figliole che corrono per il bicchiere di acqua, già
prima d'esserne richieste, si ricorda che ha sete e urla:
— Marcella! Ortensia! un bicchier d'acqua! Ho sete!
— La fabbrica? — domanda Eugenia.
— A meraviglia! Siamo al terzo piano; e tra un mese....; insomma, un
buon affare, Eugenia; sta sicura!
E arriva l'una o l'altra delle figlie col bicchiere annebbiato.
— Oh che acqua! l'acqua di Valdigorgo! Non vantarla sui giornali, amico
(egli mi prega): se no, ce la portan via, o vengono a bercela!...
Segue una pausa, perchè le ragazze e Mino possan chiedere:
— La lana, babbo?
— La trottola?
— La lana?! la trottola?! Oh credete che non abbia per la testa,
laggiù, che i vostri capricci? La fabbrica, i capomastri, gli artieri,
le seccature; corri in provincia, in comune, allo studio, dai clienti:
chi mi cerca, chi mi sfugge.... Paga questo; licenzia quest'altro....
E voi, come se nulla fosse, la lana? la trottola?
Ma poi egli trae di tasca il cartoccino della lana e lo getta alle
ragazze; mentre parla a me:
— E tu hai scoperto finalmente la quadratura del circolo?
Rispondo: — _Eureka!_ — quando già le ragazze strillano:
— Dio! che lana!
— Che colore! Cos'hai fatto, babbo? Ma il campione?
— Il campione! il campione! — brontola il padre. — Dunque non ci ho
colto?...
— Un orrore!
— Eh.... se l'avessi avuto, il campione!...
— Te l'ho dato!
— Te l'abbiamo involto in un pezzo di giornale. Lo mettesti nel gilet!
— Sì! E io sono corso dal negoziante, prima di partire. «Mi vuole della
lana così....» Se non che il campione non si trova. Fuori tutte le
tasche; cerca tra le carte, sul banco, sotto il banco, per la strada:
irreperibile! Non importa: «mi dia della lana verde per pantofole....
da regalarmi nel mio onomastico....»
Altro grido delle ragazze: — No! Non è vero!
Tuttavia, rifacendo la scena, prosegue egli:
— «Di verdi, signore, ce ne sono molti....»
«Bene, me li mostri....» Che volete? Io mi ricordavo tanto bene il tono
della voce di Marcella quando mi disse «un verde così», che ho scelto
tra le matasse a colpo sicuro.
— Vergogna!
— Cattivo!
— Scegliere la lana a orecchio!
— Eh.... per pantofole....
— No: per un berretto da notte!
È questa la vendetta delle ragazze.
— Ah! infami! Un berretto da notte a me?... a me?!
Infine Claudio si ricorda che è stanco e si rimette a sedere con le
mani in tasca. Allora, non senza sua grande meraviglia, come a un
miracolo, leva la destra con qualche cosa fra le dita....: il campione
della lana.
Ma segue Mino, che richiede il giocattolo.
— Non mi amareggiare, figliolo! Non ho potuto comprarlo; non avevo più
soldi....
Il ragazzo si vendica puntando, senza piangere, l'indice al viso del
padre e accusandolo alla madre.
— Mamma: il babbo ha detto una bugia! Guarda! guarda che bugia!
Talora giunge anche Roveni, per il viale, con quel suo passo da
conquistatore.
— Oh! Roveni! Novità?... Andiamo!
E quell'uomo, stanco morto, corre col giovane nello studio; dove rimane
fino a che, chiamato una terza volta a desinare, precipita in camera da
pranzo, arrabbiandosi contro di me.
— Bravo, Sivori! Che uomo sei, perdio? Neppur buono a dar scodelle!
Come fate quando non ci sono io?.... Vedi: si fa così!
Ma non è raro il caso che un ritardo ad afferrarla, o un disguido,
rovesci, tra le grida e le risa, la scodella sulla tovaglia.
Egli, Moser, fu più lieto dopo che ebbe visto rischiararsi la mia
faccia.
— Finalmente Valdigorgo ti fa bene anche a te — mi diceva. — Bada che
sino alla prima neve non si parte di qua: nessuno!
Negli occhi e nei modi d'Eugenia io notavo invece il dubbio che mi
facessi forza a stento.
Talvolta il cuore intende meglio dell'ingegno.
Al consueto luogo, nel giardino, colsi una di quelle occhiate per dirle:
— Claudio ha ragione: sto meglio. Quest'aria fa bene non solo a voi; ed
ero forse più esaurito, più debole di voi, io!
Eugenia scosse il capo, e arrossendo lievemente:
— Voi — disse — non siete debole. Ora vi dominate per non affliggerci.
— Perchè pensate così? — domandai io con impeto. — Che cosa pensate,
che cosa avete pensato di me? Voglio saperlo! Non temete di svelarmi
tutto il vostro pensiero, se davvero credete che io non sia debole....
Vi prometto che non torneremo mai più su quest'argomento.
— Dirvi quel che penso? quel che ho pensato di voi? Ecco: i primi
giorni ch'eravate qua dubitavo soffriste per una passione.
— Una passione d'amore? — feci ridendo.
— Sì — rispose senza ridere. — Non ci sarebbe stato da meravigliarsene;
nulla di strano. Ma presto capii che il vostro male era molto più
grave.
— Perchè?
— Una passione.... — esitava; indi risoluta: — forse me l'avreste
confidata o, almeno, non avreste tentato di nasconderla così, a noi,
a me. Il vostro male doveva essere molto più grande, perchè avevate
timore che io e Claudio ce ne accorgessimo....; eppure non potevate
nasconderlo. Non eravate più quello d'una volta. Perchè? Da prima ero
un po' curiosa, lo confesso; ma l'altra sera, quando vi costrinsi io a
svelarvi un poco, indovinai, e avrei voluto non indovinare.
— Come? Che cosa indovinaste?
— Ricordavo con che entusiasmo mi parlavate una volta dei vostri
studii. Io sono una povera donna; non so nulla. Ma quante volte
mi dissi: «E se non fosse possibile arrivare dove Sivori vuole?»
Comprendevo le fatiche che doveva costarvi il vostro ideale;
comprendevo che voi non avevate nulla, non volevate nulla fuori di
quello. Tutta la vostra vita era là. Mi dicevo: «Sivori non vuole
ammogliarsi.... Come vive? perchè vive? Per i suoi studii. Non ha
altro bene al mondo. Ma: e se per una causa qualunque perdesse la sua
fede?...»
— Avete indovinato! — esclamai stringendomi il capo tra le mani e
coprendomi la faccia con le palme.
Perplessa, col timore d'avermi fatto troppo male a vedermi in quel
modo, essa ristette un poco. Poi riprese:
— Debbo dirvi tutto. Avere un ideale come il vostro e perderlo, deve
essere un dolore immenso, una sventura immensa! Ma voi avete resistito.
Avete sostenuto una lotta terribile, è vero?; ma avete resistito!
Vedete dunque che siete forte. E siete ancora giovane. Perchè non
volete persuadervi che potete avere altri affetti, altre consolazioni,
forse un'altra fede?
— No! Quando si è perduta, la fede non si riacquista più; e io ho
perduta la fede più bella, la fede di me, del mio ingegno, del mio
cuore In chi credere? in che cosa? L'altra sera vi dissi: «temo che la
mente mi abbia divorato il cuore»; poco fa vi ho detto; «sto meglio», e
infatti il mio cuore non è più di pietra. Ma adesso mi domando: «Non è
forse peggio? Soffrire senza affetti, senza speranze, senza uno scopo,
non è forse peggio che non sentir nulla?»
Eugenia avrebbe voluto parlare ancora. La trattennero dei passi che
venivano alla nostra volta; e tacque, pensosa. Confrontava la mia
miseria alla miseria di chi per vivere non chiede che un tozzo di pane?
o alla squallida miseria d'un uomo roso da un morbo insanabile?
— Una sorella.... — mormorò in fretta, seguendo il corso del suo
pensiero mentre Ortensia veniva a noi. — Perchè Dio non vi ha dato una
sorella?
Ancora il sentimento le aveva detto il solo bene che avrebbe impedito
o mitigato il mio male. Per risponderle, il mio cuore palpitò. Ma
Ortensia, senza badare a noi, a voce alta e lieta, riferiva non so che
ambasciata, o notizia.
— Cervellina! — le disse la madre in tono di soave rimprovero,
rialzandole i capelli su la fronte. — Cervellina!
La ragazza si rivolse, passò dietro la madre per trarne a posto il
cuscino su cui poggiava le spalle, e mi guardò; e accortasi che quella
sua gaiezza era giunta inopportuna, attese, incerta, con le braccia
allo schienale della poltrona.
Senza badare a lei, io dissi a Eugenia:
— Sì; ho pensato spesso di che benefizio mi sarebbe stata e mi sarebbe
una sorella. La sorella è la custode della bontà materna; è la immagine
materna che sopravvive.
La signora annuiva. Ma io mi corressi:
— Forse esagero, perchè attribuisco a questo bene, che mi manca e che
comprendo, anche la parte pura del sentimento che nessuna donna esaurì
pienamente dal mio cuore. Sono certo però che quest'affetto può bastare
a sè stesso; gli basta, per sussistere, nutrirsi di sè stesso; e ciò lo
rende superiore forse a ogni altro.
Eugenia disse:
— Infatti quante mogli non buone sono sorelle buone.
Io proseguii concitato.
— Oh l'affetto che nessuna colpa contamina, che nessuna volontà o
finzione o profitto dirige, e che si esprime spontaneo, placido,
continuo, in prove d'abnegazione, nella voluttà del sacrifizio!
Disperato, solo, io mi son visto in un'interminabile via, irta di
triboli. Tutti i beni a cui feci rinuncia eran perduti, e la vetta a
cui tendevo era sparita. Sarei caduto se avessi avuto le parole che
son balsamo allo strazio? le stesse parole che avrebbe avute per me
mia madre? Maledirei così il mio pensiero se io vedessi negli occhi di
una sorella le lagrime stesse che piangerebbe, a udirmi, mia madre?
Maledirei la vita se sentissi un cuore fraterno partecipare del mio
cuore? Ma — conchiusi, triste: — una sorella non si trova!
Eugenia taceva, triste. Senza guardarmi, essa rigirava gli anelli nelle
dita, considerandole, pareva, come bianche.
Mi guardava intanto, fisa, stupita, Ortensia; quasi quella mia
disperazione fosse una rivelazione per lei....
Ed io le vidi l'anima negli occhi, come un'altra volta le avevo
veduta....
Fu un attimo. In un attimo ebbi io pure l'impressione d'una rivelazione
improvvisa, d'una gioia ineffabile, d'un sollievo insperato e certo al
mio lungo soffrire. Due anime, in quell'istante, s'intesero. E Ortensia
sorrideva d'un sorriso trepido, quale il suo sguardo....
Un attimo: le nostre anime ricaddero in noi. Ma l'affettuoso patto era
già conchiuso.