VII.

Ero salvo.

Per quanto attento a me stesso io non comprendevo che vagamente quel

che era accaduto dentro di me; e, non volendo ammettere d'essere

lipemaniaco, la tentazione o l'allucinazione del delitto, che nei

lipemaniaci è frequente, mi aveva lasciato uno stupore enorme e un

orrore profondo. Tosto però ebbi l'impressione che finalmente mi si

fosse disgelato il cuore; un'onda, quale di passione a lungo contenuta,

irrompendo infrenabile, aveva sollevato dal petto il peso che mi

soffocava; il rimorso m'aveva ridestata del tutto la coscienza.

Tornerei lieto di speranza? Smetterei per sempre quel sarcasmo che mi

avvelenava le parole?

Non potevo ancor chiedermi questo. Neanche avvertivo che un indizio

che il mio pensiero restava non poco torbido era nel bisogno di tornar

a considerare i passi della mia vita dolorosa e di misurare gli sforzi

sostenuti.

Che giorni! e a che prezzo avevo ricuperato la facoltà di sentire!

Sì: ora soffrivo; non rivedevo più Ortensia senza patire, patire

veramente, un vero rimorso; desideravo che ella mi dicesse a parole

o a sguardi che mi credeva buono. Non più per infingimento, ma per

moto sincero dell'animo, cercavo ora di mostrarmi diverso.... E cercai

anche di mitigare le antipatie che mi avrebbero reso insopportabile.

Così, di sera, scambiai qualche parola con le signore; lasciai che la

Fulgosi, sbattendo le palpebre e raggricciando il naso, mi riferisse le

delizie delle _soirées_ aristocratiche; ascoltai dalla Learchi ricette

di buon mangiare; concessi alla Melvi madre di narrarmi, in disparte,

con grandi scossoni di risa, l'ultimo scandalo paesano. Ad Anna Melvi

mi accostai senza quell'aria di uno che volesse provocarne l'ostilità,

sebbene ancora mi urtasse l'intenzione manifesta in lei di sedurre il

sicuro e guardingo Roveni; e le strizzavo l'occhio quando scomponeva

quel _manichino_ di Pieruccio. Ma di Pieruccio e delle sue occhiate

languide a Ortensia mostravo di non curarmi affatto; Ortensia non gli

badava e correva volentieri a raccontarmi tante cose! (E che orrore

di me se, mentre Ortensia parlava, mi rammentavo del mio immaginario

delitto!)

Fin al cavalier Fulgosi rivolgevo dimande intorno le condizioni

politiche di Valdigorgo, col pericolo che la mia affabilità divenisse

davvero per lui, com'egli diceva, una _great attraction_, cioè egli mi

s'attaccasse come una sanguisuga.

Soprattutto mi sforzavo a rasserenarmi quando stavo con Eugenia, o

rincasava Claudio.

Ogni giorno le ragazze ed io ci mettevamo con Eugenia al solito

rezzo. Essendo noi soli, mentre le ragazze cucivano o ricamavano, non

di rado cadeva il discorso; ma i brevi silenzi erano pieni d'anima;

d'anime concordi nell'armonia del giorno e della vita. Io la sentivo,

quell'armonia; non in me ma intorno a me. _Sentivo....: io sentivo!_

Allorchè non interloquiva Ortensia a bisticciarsi, per chiasso, con la

sorella, interrompeva il silenzio la capinera da lungi, o, da presso,

il reattino. _Zerr...._; ed ecco la più lieta fra le più liete creature

del mondo, sbucare, balzar dalla siepe al cespuglio; penetrarvi svelto,

riuscirne alacre; arrestarsi spiando, inchinando il capo per curiosità

e drizzando la coda; e subito con un nuovo _zerr_, giù in terra!; e

via, difilato, rapidissimo, a ficcarsi nel noto intrico, ove pareva

trovar sempre qualche preda.

Diventò presto nostro amico, quel reattino così ardito e pettegolo,

seppure il tremendo Mino non sopravveniva a spaventarlo; e quando s'era

cibato ben bene, non dimenticava una modulata lista di note cadenti,

sgranate e limpide, che si ricomponevano in trillo.

— Bravo!

— Dov'è?

— Sparito! S'è consumato nel canto.

Spesso interveniva Guido Learchi, o perchè si diceva mandato dalla

madre a prender notizie della convalescente, o perchè passava di

là «per caso». Io e Ortensia trovavamo i motti che pungevano lui e

Marcella; ed egli arrossiva, si schermiva mal destro. Marcella levava

dal ricamo il suo sguardo ombrato e trepido, quasi a dirci: «Sì, tutto

il mondo lo sa che ci vogliamo bene. Non siate cattivi, voi due....»

Pur Eugenia, esente da inutile severità o furbizie materne, sorrideva.

E quanti fiori recava Guido Learchi! Per monti e boschi, con lo

schioppo sulla spalla e tutto in pensieri di Marcella, raccoglieva

fiori insoliti o non facili a raccogliere, che servissero a copia di

ricamo: rododendri, campanule, anemoni, giacinti selvatici, salcerelle

e rosse valeriane, in fascio con erbe odorose, bacche, foglie a vaghe

tinte e a strane forme.

— Questo? — domandava Guido scegliendo, per l'esame di botanica, fra il

mazzo.

Ortensia rispondeva con tali spropositi che lo scandalizzavano a lungo.

Marcella, ingenua, correggeva:

— _Euphrasia officinalis._

E noi a ridere; perchè ella sola rammentava le lezioni di Guido.

Finchè l'ora declinava, e il cielo, a lembi, tra i rami, e nella plaga

verso i monti, impallidiva; e noi ad ogni suono di trotto nella strada,

ci mettevamo in ascolto. Però fra i rumori vivaci o sordi, prossimi

o lontani, io non avevo peranche appreso a distinguere il trotto del

cavallo di Moser, che di subito le figlie e la madre lo riconoscevano,

e annunziavano spesso a una voce:

— Il babbo!

Correvano le ragazze al cancello, o per la via. Eugenia si appoggiava

al mio braccio e facevamo qualche passo incontro: Guido sgattaiolava.

— Ben arrivato! Babbo, babbo!

Nè prima la carrozza s'arrestava al cancello, che già Moser era a terra

d'un salto; e se veniva dalla ferrovia, dopo più d'un giorno d'assenza,

con maggior trasporto e fretta dava saluti e chiedeva notizie.

— Come va, Eugenia? Bene! Benone! Le bimbe? Benissimo! E tu, vecchio?

(a me) E Mino?

Il monello, giungendo, gli si gettava al collo.

— Basta! Auff! Che caldo! Sono stanco morto! Capite: 35 gradi

all'ombra, laggiù! — Perde, frattanto che snoda la cravatta e respira

a pieni polmoni, con piena gioia, cartocci e carte; esprime dal volto

onesto il sollievo della fatica; la consolazione come d'un premio

meritato; la forza e la bontà. — Ah! ora sto meglio! Andiamo a sedere.

Tutti c'incamminiamo lasciando parlare lui solo; il quale si guarda

felice intorno e par che non creda d'essere salvo dall'afa e dalla

carcere e dalle faccende cittadine.

— Valdigorgo! Questo è il paradiso! Una delle più belle opere di

Domineddio! Che cielo! Che aria! Che fresco!

Poi a vedere le figliole che corrono per il bicchiere di acqua, già

prima d'esserne richieste, si ricorda che ha sete e urla:

— Marcella! Ortensia! un bicchier d'acqua! Ho sete!

— La fabbrica? — domanda Eugenia.

— A meraviglia! Siamo al terzo piano; e tra un mese....; insomma, un

buon affare, Eugenia; sta sicura!

E arriva l'una o l'altra delle figlie col bicchiere annebbiato.

— Oh che acqua! l'acqua di Valdigorgo! Non vantarla sui giornali, amico

(egli mi prega): se no, ce la portan via, o vengono a bercela!...

Segue una pausa, perchè le ragazze e Mino possan chiedere:

— La lana, babbo?

— La trottola?

— La lana?! la trottola?! Oh credete che non abbia per la testa,

laggiù, che i vostri capricci? La fabbrica, i capomastri, gli artieri,

le seccature; corri in provincia, in comune, allo studio, dai clienti:

chi mi cerca, chi mi sfugge.... Paga questo; licenzia quest'altro....

E voi, come se nulla fosse, la lana? la trottola?

Ma poi egli trae di tasca il cartoccino della lana e lo getta alle

ragazze; mentre parla a me:

— E tu hai scoperto finalmente la quadratura del circolo?

Rispondo: — _Eureka!_ — quando già le ragazze strillano:

— Dio! che lana!

— Che colore! Cos'hai fatto, babbo? Ma il campione?

— Il campione! il campione! — brontola il padre. — Dunque non ci ho

colto?...

— Un orrore!

— Eh.... se l'avessi avuto, il campione!...

— Te l'ho dato!

— Te l'abbiamo involto in un pezzo di giornale. Lo mettesti nel gilet!

— Sì! E io sono corso dal negoziante, prima di partire. «Mi vuole della

lana così....» Se non che il campione non si trova. Fuori tutte le

tasche; cerca tra le carte, sul banco, sotto il banco, per la strada:

irreperibile! Non importa: «mi dia della lana verde per pantofole....

da regalarmi nel mio onomastico....»

Altro grido delle ragazze: — No! Non è vero!

Tuttavia, rifacendo la scena, prosegue egli:

— «Di verdi, signore, ce ne sono molti....»

«Bene, me li mostri....» Che volete? Io mi ricordavo tanto bene il tono

della voce di Marcella quando mi disse «un verde così», che ho scelto

tra le matasse a colpo sicuro.

— Vergogna!

— Cattivo!

— Scegliere la lana a orecchio!

— Eh.... per pantofole....

— No: per un berretto da notte!

È questa la vendetta delle ragazze.

— Ah! infami! Un berretto da notte a me?... a me?!

Infine Claudio si ricorda che è stanco e si rimette a sedere con le

mani in tasca. Allora, non senza sua grande meraviglia, come a un

miracolo, leva la destra con qualche cosa fra le dita....: il campione

della lana.

Ma segue Mino, che richiede il giocattolo.

— Non mi amareggiare, figliolo! Non ho potuto comprarlo; non avevo più

soldi....

Il ragazzo si vendica puntando, senza piangere, l'indice al viso del

padre e accusandolo alla madre.

— Mamma: il babbo ha detto una bugia! Guarda! guarda che bugia!

Talora giunge anche Roveni, per il viale, con quel suo passo da

conquistatore.

— Oh! Roveni! Novità?... Andiamo!

E quell'uomo, stanco morto, corre col giovane nello studio; dove rimane

fino a che, chiamato una terza volta a desinare, precipita in camera da

pranzo, arrabbiandosi contro di me.

— Bravo, Sivori! Che uomo sei, perdio? Neppur buono a dar scodelle!

Come fate quando non ci sono io?.... Vedi: si fa così!

Ma non è raro il caso che un ritardo ad afferrarla, o un disguido,

rovesci, tra le grida e le risa, la scodella sulla tovaglia.

Egli, Moser, fu più lieto dopo che ebbe visto rischiararsi la mia

faccia.

— Finalmente Valdigorgo ti fa bene anche a te — mi diceva. — Bada che

sino alla prima neve non si parte di qua: nessuno!

Negli occhi e nei modi d'Eugenia io notavo invece il dubbio che mi

facessi forza a stento.

Talvolta il cuore intende meglio dell'ingegno.

Al consueto luogo, nel giardino, colsi una di quelle occhiate per dirle:

— Claudio ha ragione: sto meglio. Quest'aria fa bene non solo a voi; ed

ero forse più esaurito, più debole di voi, io!

Eugenia scosse il capo, e arrossendo lievemente:

— Voi — disse — non siete debole. Ora vi dominate per non affliggerci.

— Perchè pensate così? — domandai io con impeto. — Che cosa pensate,

che cosa avete pensato di me? Voglio saperlo! Non temete di svelarmi

tutto il vostro pensiero, se davvero credete che io non sia debole....

Vi prometto che non torneremo mai più su quest'argomento.

— Dirvi quel che penso? quel che ho pensato di voi? Ecco: i primi

giorni ch'eravate qua dubitavo soffriste per una passione.

— Una passione d'amore? — feci ridendo.

— Sì — rispose senza ridere. — Non ci sarebbe stato da meravigliarsene;

nulla di strano. Ma presto capii che il vostro male era molto più

grave.

— Perchè?

— Una passione.... — esitava; indi risoluta: — forse me l'avreste

confidata o, almeno, non avreste tentato di nasconderla così, a noi,

a me. Il vostro male doveva essere molto più grande, perchè avevate

timore che io e Claudio ce ne accorgessimo....; eppure non potevate

nasconderlo. Non eravate più quello d'una volta. Perchè? Da prima ero

un po' curiosa, lo confesso; ma l'altra sera, quando vi costrinsi io a

svelarvi un poco, indovinai, e avrei voluto non indovinare.

— Come? Che cosa indovinaste?

— Ricordavo con che entusiasmo mi parlavate una volta dei vostri

studii. Io sono una povera donna; non so nulla. Ma quante volte

mi dissi: «E se non fosse possibile arrivare dove Sivori vuole?»

Comprendevo le fatiche che doveva costarvi il vostro ideale;

comprendevo che voi non avevate nulla, non volevate nulla fuori di

quello. Tutta la vostra vita era là. Mi dicevo: «Sivori non vuole

ammogliarsi.... Come vive? perchè vive? Per i suoi studii. Non ha

altro bene al mondo. Ma: e se per una causa qualunque perdesse la sua

fede?...»

— Avete indovinato! — esclamai stringendomi il capo tra le mani e

coprendomi la faccia con le palme.

Perplessa, col timore d'avermi fatto troppo male a vedermi in quel

modo, essa ristette un poco. Poi riprese:

— Debbo dirvi tutto. Avere un ideale come il vostro e perderlo, deve

essere un dolore immenso, una sventura immensa! Ma voi avete resistito.

Avete sostenuto una lotta terribile, è vero?; ma avete resistito!

Vedete dunque che siete forte. E siete ancora giovane. Perchè non

volete persuadervi che potete avere altri affetti, altre consolazioni,

forse un'altra fede?

— No! Quando si è perduta, la fede non si riacquista più; e io ho

perduta la fede più bella, la fede di me, del mio ingegno, del mio

cuore In chi credere? in che cosa? L'altra sera vi dissi: «temo che la

mente mi abbia divorato il cuore»; poco fa vi ho detto; «sto meglio», e

infatti il mio cuore non è più di pietra. Ma adesso mi domando: «Non è

forse peggio? Soffrire senza affetti, senza speranze, senza uno scopo,

non è forse peggio che non sentir nulla?»

Eugenia avrebbe voluto parlare ancora. La trattennero dei passi che

venivano alla nostra volta; e tacque, pensosa. Confrontava la mia

miseria alla miseria di chi per vivere non chiede che un tozzo di pane?

o alla squallida miseria d'un uomo roso da un morbo insanabile?

— Una sorella.... — mormorò in fretta, seguendo il corso del suo

pensiero mentre Ortensia veniva a noi. — Perchè Dio non vi ha dato una

sorella?

Ancora il sentimento le aveva detto il solo bene che avrebbe impedito

o mitigato il mio male. Per risponderle, il mio cuore palpitò. Ma

Ortensia, senza badare a noi, a voce alta e lieta, riferiva non so che

ambasciata, o notizia.

— Cervellina! — le disse la madre in tono di soave rimprovero,

rialzandole i capelli su la fronte. — Cervellina!

La ragazza si rivolse, passò dietro la madre per trarne a posto il

cuscino su cui poggiava le spalle, e mi guardò; e accortasi che quella

sua gaiezza era giunta inopportuna, attese, incerta, con le braccia

allo schienale della poltrona.

Senza badare a lei, io dissi a Eugenia:

— Sì; ho pensato spesso di che benefizio mi sarebbe stata e mi sarebbe

una sorella. La sorella è la custode della bontà materna; è la immagine

materna che sopravvive.

La signora annuiva. Ma io mi corressi:

— Forse esagero, perchè attribuisco a questo bene, che mi manca e che

comprendo, anche la parte pura del sentimento che nessuna donna esaurì

pienamente dal mio cuore. Sono certo però che quest'affetto può bastare

a sè stesso; gli basta, per sussistere, nutrirsi di sè stesso; e ciò lo

rende superiore forse a ogni altro.

Eugenia disse:

— Infatti quante mogli non buone sono sorelle buone.

Io proseguii concitato.

— Oh l'affetto che nessuna colpa contamina, che nessuna volontà o

finzione o profitto dirige, e che si esprime spontaneo, placido,

continuo, in prove d'abnegazione, nella voluttà del sacrifizio!

Disperato, solo, io mi son visto in un'interminabile via, irta di

triboli. Tutti i beni a cui feci rinuncia eran perduti, e la vetta a

cui tendevo era sparita. Sarei caduto se avessi avuto le parole che

son balsamo allo strazio? le stesse parole che avrebbe avute per me

mia madre? Maledirei così il mio pensiero se io vedessi negli occhi di

una sorella le lagrime stesse che piangerebbe, a udirmi, mia madre?

Maledirei la vita se sentissi un cuore fraterno partecipare del mio

cuore? Ma — conchiusi, triste: — una sorella non si trova!

Eugenia taceva, triste. Senza guardarmi, essa rigirava gli anelli nelle

dita, considerandole, pareva, come bianche.

Mi guardava intanto, fisa, stupita, Ortensia; quasi quella mia

disperazione fosse una rivelazione per lei....

Ed io le vidi l'anima negli occhi, come un'altra volta le avevo

veduta....

Fu un attimo. In un attimo ebbi io pure l'impressione d'una rivelazione

improvvisa, d'una gioia ineffabile, d'un sollievo insperato e certo al

mio lungo soffrire. Due anime, in quell'istante, s'intesero. E Ortensia

sorrideva d'un sorriso trepido, quale il suo sguardo....

Un attimo: le nostre anime ricaddero in noi. Ma l'affettuoso patto era

già conchiuso.

In faccia al destino · 第 12 / 75 题