VI.

Nel giardino, dietro i due abeti gemelli, un folto di ligustri, mirti e

semprevivi formava capanna. Là Claudio e il medico curante portarono,

sulla poltrona, Eugenia. Li avevamo seguiti io e le ragazze, timorose

queste; ma io non provavo niente di quel che provavano gli altri.

Più visibili, là fuori, erano nella convalescente le tracce della

malattia che l'aveva prostrata; manifeste vene azzurrine segnavano

alle tempie la pura fronte; profonde e oscure, nel pallore diafano

del volto, le occhiaie; infossate le guance; violento il rilievo agli

zigomi e alle mandibole. E le mani.... così bianche! così affilate!...

— Ah Sivori! — ella mormorò con un pallido sorriso, quasi mi dicesse:

«Come sono contenta».

— Zitta! — impose Moser. — Zitte anche voi! — disse alle ragazze, che

non fiatavano e guardavano ora alla madre ora al medico.

Ma questi, ristato un po' in attenzione dinanzi ad Eugenia, si mostrò

del tutto tranquillo per lei e pago di sè.

Io pensavo che avrebbe dovuto consigliarla a chiudere gli occhi, a

riposare, forse anche a dormire, piuttosto che permetterle di guardare,

ascoltare, accogliere di urto, subito, la vita che le ferveva intorno.

Invece egli disse solo:

— Si ricordi, signora, che appena si sentirà stanca dovrà dirlo; e

l'ingegnere e il dottor Sivori la porteranno in casa. Mi raccomando!

Dopo la quale raccomandazione e poche altre parole, prese commiato.

— Come ti senti? — chiedeva Moser indi a poco.

— Bene, tanto bene!

Per lasciarla tranquilla, Claudio si mise ad andar su e giù lungo il

viale, al margine dell'erba, fermandosi a quando a quando a riguardare.

Marcella, tacita, sedette sul sedile di macigno, presso alla madre e

ripigliò il _crochet_; e Ortensia di su un più basso sedile di pietra,

dall'altro lato, poggiava il mento su uno dei bracciali della poltrona;

e non potendo tacere, susurrava puerili e dolci espressioni d'affetto:

— Mamma buona....; mamma bella.... — Io, in piedi, ero col dorso

appoggiato a un tronco. Ora con interpretazione perspicace, sicura,

seguivo in Eugenia ogni successiva impressione; i moti del cuore e dei

nervi; la vicenda e l'aumento delle sensazioni; e insieme con queste

il rampollare delle idee.... Appena oso dirlo. Prevedevo che l'impeto

della vita fra breve sarebbe, per la delicatezza e sensibilità di

Eugenia, troppo rapido e violento; ma non ne avevo timore. Freddamente,

curiosamente, l'osservavo; e senza sforzo, come per abitudine antica a

oggettivarmi, vedevo tutto quello che succedeva in lei. Tutto!

Il suo viso, così pallido, esprimeva la meraviglia, lo stupore di

una coscienza adulta in un corpo che rinasca; l'ineffabile, sovrumana

letizia d'un'anima che scorga e misuri e accresca di sè un rinnovarsi

di sensazioni infantili.

Poichè i suoi sensi, che il lungo riposo aveva affinati e indeboliti

la malattia, non comportavano tutte le impressioni in una volta, ella,

da prima, non potè non socchiudere gli occhi e raccogliersi come

percepisse indistinta, dalla minor vista e dai più tenui fremiti,

l'anima universa; e, con l'imaginativa, in ogni vena d'erba, sentì

fluire dalla terra l'umor fresco, fecondo e perenne; e vide l'alito

che molceva le foglie, passava tra le fronde; e potè discernere,

fugaci o più vive d'ogni altro suono, recondite armonie di api e

d'insetti. Che sapore incerto di menta e di timo! che vago profumo! Dei

fiori, volle; ma poco odorosi, poco odorosi.... Poi guardò; volse lo

sguardo: a lungo attese a una turba di moscerini che in vortice, per un

inesplicabile fine, s'incorreva entro una spera di sole; e la distrasse

una ragnatela che fra due rami riluceva quasi d'argento; e vi tremava

al disopra una foglia da una fibra sola trattenuta in un'agitazione

alacre e incessante. Ma ecco: una capinera, lontana lontana, accennò,

interruppe, riprese con arte. Mentre così cantava la capinera, lontana

lontana, men lungi, repentinamente, un uomo urlò e prolungò un nome.

E intanto — anche prima? — l'arguto ribattere di un incudine, che nel

suono rendeva una visione di sprizzanti scintille, a ogni colpo. Da

presso, non prima udita, rumoreggiava per uomini e per carri la via:

eppure non si perdette nel tumulto uno stridìo di rondini....

Ma stordiva il tumulto, a poco a poco sempre più vasto, molteplice,

pieno: stormivano le frasche, cinguettavano i passeri, risonava la

strada, e l'incudine; e umane voci; e uno schiamazzar di galline; e un

trottar fondo di cavalli; e un rimbombar di echi. Un richiamo di mille

voci in una voce sola; un clamoroso accordo d'innumerevoli creature in

terra; una sensibile intesa di anime in cielo; una confusione enorme;

un portentoso palpito; un'intensa fatica; una gioia insopportabile; un

affanno mortale....

— Mamma! — gridò atterrita Ortensia, più pallida della madre. — Mamma!

mamma! — invocò Marcella. E Claudio accorse.

Ma io, che avevo previsto, mi mossi appena.

— Non è nulla — dissi —; una lieve commozione.... È vero, Eugenia?...

Essa, scorgendo con quale angoscia avevan dubitato che mancasse, e

strappandosi del tutto, con la volontà, da quella partecipazione

intensa e da quell'abbandono della sua vita rinnovata alla vita

universale, e risentendosi del tutto salva, nel sangue e nell'anima,

salva per l'amore de' suoi, sorrise; e pianse.

Ripeto: tutto ciò, o per vista o con immaginazione positiva, io

avevo osservato con «occhio clinico»; avevo inteso con scientifica

penetrazione, misurato e valutato con razionale precisione, senza

turbamento alcuno! Anche il grido d'Ortensia e di Marcella, e

l'accorrere di Claudio, e le lagrime di Eugenia tutto, tutto

«naturale», tutto «necessario», come la «funzione» d'un qualsiasi

organo, o l'andamento di una qualsiasi macchina! Il miglior amico dei

Moser era rimasto impassibile alla loro angustia. Non solo: io avevo

taciuto ciò che, per aver previsto, avrei dovuto consigliare evitando

agli altri un'apprensione grande, e un pericolo, forse, ad Eugenia....

Pensai allora, in quegli istanti, che anche un delitto in me era

possibile.... Possibile? Per provar rimorso indietreggiai nei ricordi;

riflettei sul diritto che aveva Claudio alla mia gratitudine e al mio

affetto: niente!... Rammentai la bontà di Eugenia....: niente! Il mio

cuore era sordo; il mio cuore era incurabile!...

— Rientriamo? — ripeteva, insisteva Claudio.

Eugenia pregava:

— Ancora un poco....: dite, Sivori?

— Ma si!; un poco....

.... Ah che respinto del tutto in me stesso, non cercavo più che me

stesso, disperatamente!

«Anche un delitto era possibile». Con rapida, ansiosa riflessione,

volli accertarmi del mutamento in cui per qualche giorno avevo

confidato; tutto quel che avevo detto e fatto ricercai con la

disperazione di chi comprende d'aver tentato invano; e non vorrebbe

credere....

Invano avevo ripreso l'esercizio della volontà; invano mi ero raccolto,

per dimenticarmi, in azione e considerazione di piccole cose; invano

avevo giocato con Mino e avevo voluto abbattermi nella puerilità.

Io era un uomo che una vendetta orrenda aveva gettato a vivere in un

abisso e che di laggiù, dalla profondità tenebrosa, per rincrudimento

alla condanna, riceveva fuggevoli barlumi.... Peggio! Peggio! Io era

un naufrago alla cui speranza era rimasto, in mezzo alle onde, il solo

appiglio di fuscelli!

«Anche un delitto....» E perchè no? Forse mi bisognava ricorrere

al male, a un male più grande, per uscire da quello stato in cui mi

trovavo; ricorrere a qualunque mezzo.... Io dovevo procurarmi forse

un rimorso per mezzo d'una colpa a cui non potesse sfuggir più la mia

coscienza.

Eugenia risollevò le palpebre. Sorrideva; mi sorrise.

— Vedete che la mamma ride? Vedete? — disse Ortensia beandosi nelle

carezze che faceva a sua madre.

Io fissai Ortensia: bionda; rosea in viso; bella; con gli occhi

luminosi; con un sorriso che aveva e dava luce. Che bella figliola!

Quale disgrazia se l'ala della morte toccasse d'improvviso quel fiore!

se quella giovinezza cadesse atterrata; fatte smorte quelle guance;

chiusi quegli occhi; fermo e freddo quel cuore: divenuta, a vederla in

volto, quale il ragazzo che, da studente, avevo visto spolpare nella

sala anatomica....

Ecco: c'era lì dinanzi a me una madre la cui esistenza era stata

trattenuta per un filo, mesi e mesi, all'esistenza de' suoi...., con

tante cure! con tante ansie! con una vicenda crudele di speranze

e disperazioni. Quante volte Claudio, mentre era tra gli operai e

le opere, al veder sopravvenire qualcuno di casa, aveva temuta la

notizia.... Moribonda?... morta?

Più d'una volta Marcella e Ortensia, sole nella camera vegliando la

notte, col brivido, esse, della morte, avevano creduto che la madre

assopita fosse morta....

Ebbene: questa madre ora sorrideva per piacere alla sua figliuola,

che l'accarezzava; sorrideva, per non ingelosirla, pure a Marcella;

e due vite tornavano a compiersi della sua, ch'era stata sospesa e

tronca anche per loro; e nella loro si reintegrava la vita di lei. Che

spaventevole commozione proverebbe mai un uomo....; proverei io, se

d'improvviso...., in un modo sanguinoso, precipitassi a colpire.... io,

al cuore...., la più vivace di quelle tre creature?... Che istantaneo

strappo;.... che strazio.... se io lì, presente sua madre...., io....

in tanta gioia, nel silenzio di beatitudine così tranquilla, ora,

in tanta luce...., ammazzassi, io.... strangolassi.... Ortensia? Ah

gettarmi su di lei! Un attimo....

Come mi trattenni? Sono certo che se avessi avuto un'arma avrei

compiuto quel che pensai in quell'attimo. È vero! È vero! Un

coltello...., e l'avrei piantato nel cuore di Ortensia.... Inerme,

trattenuto forse dalla percezione di una insuperabile difficoltà

materiale, ebbi il tempo di avvertire l'enormità del mio pensiero....

Rimasi come in preda a una allucinazione, con un nodo alla gola; eppoi

con uno sforzo sovrumano uscii dalla capanna, adagio, senza gridare,

disperato:

— Salvatemi! Salvatemi!

In faccia al destino · 第 11 / 75 题