— Ah, Cristo crocifisso mio! — gridò Vito Amante, in mezzo alla
viuzza piena di sole, e levò ambo le braccia e le stese al Cristo che
s'affacciava da un angolo. — Ah, Cristo crocifisso mio, morto in croce,
ricordati di quello che ti dico oggi ch'è l'ultimo sabato di maggio!
Fammi guarire, e pei dolori ch'hai patito e per quella corona di spine,
io ti faccio voto di togliere una femmina dal peccato!... E così non
possa io, se ti mentisco, arrivare vivo fino a quella porta!
Si volse e mosse diritto alla sua bottega, che s'apriva dietro di
lui. V'era accorsa a udire e a guardar, sulla soglia, tutta la turba
cachettica dei suoi garzoni tintori, le nervose braccia nude, macchiate
bizzarramente di verde o di porpora fin sopra a' cubiti, infilate
in matasse di lana e di seta gocciolanti azzurrine lacrime intorno.
Altre pallide teste s'affacciavano e pigliavano rilievo sul fondo nero
della tintoria, altre mani verdi, gialle, sanguigne si puntavano agli
stipiti, insudiciati delle continue loro impronte. Come Vito tornava,
avanzando con passo fermo e sicuro, pervaso in tutta la persona, negli
occhi brillanti e nel volto dalla solennità del giuramento, il più
vecchio de' suoi garzoni si volse agli altri, e disse:
— Lasciate passare.
Tutti si fecero da parte. Sulla soglia della bottega, faccia a faccia,
il vecchio garzone e l'Amante si guardarono lungamente, assai commossi,
in silenzio. Finalmente il vecchio mormorò:
— Bene, figlio mio.
Poi soggiunse, stendendo al Cristo della viuzza il suo lungo braccio
magro e una mano che pareva inguantata di viola:
— Quella è la medicina. E non aver paura che Gesù Cristo, d'oggi
innanzi, ti guarderà particolarmente.
— Così sia! — disse Vito. — Io ho fatto il voto e lo voglio mantenere.
Ma lui me ne ha da concedere la forza.
Il vecchio aveva le lagrime agli occhi.
— Te la darà, figlio mio, non aver paura! Dio ci ascolta.
— Ora mi sento meglio, — sospirò l'Amante. — Ci credete voi, don Marco?
Mi sento assai più sollevato. Gli è come se avessi buttata via lì, in
mezzo alla strada, qualcosa che mi pesava sul petto....
Davanti a ciascuno di que' «bassi», de' capannelli commentavano.
La gente andava e veniva, passava, e guardava nella tintoria,
curiosamente, cercando con gli occhi Vito, cercando d'ancora ascoltarne
qualche parola, di sorprenderne un gesto. Certo l'avvenimento era stato
strano. I bambini, davanti alla bottega, s'incantavano, le piccole mani
sul dosso, la bocca aperta. E tutto il vicolo s'empiva d'un susurro
incessante e partecipava al gran fatto. Un gruppo di femmine scese,
dal sommo della stradicciuola, al Cristo dell'angolo. Passando, tutte
a un tempo si voltarono a guardar di sfuggita nella tintoria, dove il
lavoro era stato ripreso. Da una tinozza un gran fumo azzurrognolo
si levava, si diffondeva per la bottega. De' brevi colpi di tosse
suonavano. Un acre odore usciva fin nella via, un pessimo odore di
concia, che assaliva con fortissima nausea lo stomaco. De' tonfi sordi,
a cadenza, si seguivano in fondo, nella semioscurità, ove alcune figure
s'agitavano. Vito non si vedeva.
Quel gruppetto di femmine tirò avanti, deluso; si fermò al Cristo
gigantesco e ognuna di quelle levò in su gli occhi a contemplarselo.
La croce s'ergeva lì, dal tempo dell'ultimo colera, sopra una base a
dado rivestita di mattoncelli azzurri e gialli. Una cupola di latta
proteggeva il Cristo dalla pioggia, e il fondo della cupola era un
campo d'azzurro consparso di piccole stelle d'oro. Il corpo di Cristo
pendeva, la testa bendata ricadeva sulla spalla destra, e per le forate
palme delle mani, dal chiodo rosseggiante, un sottil filo di sangue
scendeva lungo le braccia. Ancora alcune gocce di sangue nerastro
tingevano quel pallido corpo, al sommo del petto; e più sotto, da
un'altra ferita di lancia spicciava pur il sangue sulla bianca fascia
che cingeva la vita. I due fanali della cupoletta erano accesi e, a
volte, nel vivissimo chiarore del sole, le fiammelle loro vagavano
incertamente. In giù, sulla base di mattoncelli, presso allo scoglio
della croce, due piante di camelie si levavano da piccoli vasi dipinti
di rosso, e inaridivano. Più forte e tenace, più verde, sotto un lieve
pulviscolo lucente al sole, un'edera saliva e conquistava quel legno.