Nella notte serena

La compagnia di Battista Andretta, detto l'uomo gigante, s'era fermata

a Marigliano, per tre giorni. Di lì, si diceva, sarebbe andata a Nola,

poi a Palma, poi a Sarno. E poi? Chi sa dove! I saltimbanchi sono come

gli zingari: tutto il mondo è casa loro.

Intanto i mariglianesi si divertivano. Nell'ultima sera delle

rappresentazioni il caffè di Nicola Fiore rimase deserto molto prima

del solito. Don Olindo Borrelli, medico condotto, s'era tirato dietro

tutti gli avventori. Il caffettiere, rimasto solo dietro le sue

chicchere slabbrate, si seccò, dopo cinque minuti, pure lui. Pensò,

ripensò, infine si decise. Dopo aver raccomandato alla moglie, che

sonnecchiava, di badare alla bottega, infilò la porta, accese un

sigaro e alzò il bavero del cappotto, contento come uno scolaro che ha

marinata la lezione. C'era quella Nanna, perdio, laggiù da Battista

Andretta! Da tempo Marigliano non vedeva più ragazze così carine! E

così appetitose! Incamminandosi, don Nicola Fiore si fregava le mani,

impaziente.

L'ultima rappresentazione durò oltre le due ore. Era lungo l'addio e

per quella serata lo spettacolo complicato d'ogni sorta di sorpresa. I

mariglianesi, entusiasmati, battevano le mani grossolane, vociando:

— Bisse! Bisse!...

Battista Andretta rientrò a un momento nello spogliatoio improvvisato,

e buttò a terra la clava di ferro che poco prima aveva maneggiata

come un bastoncello. Il pagliaccio era occupato a cacciare in un baule

quanto gli capitava sotto mano.

— Le carte! — fece Battista.

L'altro, accovacciato innanzi al baule, volse la testa infarinata;

le lunghe sopracciglia giapponesi gli salirono fino alla radice de'

capelli in su la fronte. Le labbra dipinte di carmino si contrassero in

una comica smorfia.

— Le carte?

— Sì. Dove sono?

Il pagliaccio rimaneva a bocca aperta, cercando nella memoria.

— Ah! qui, qui, nel baule, in fondo. C'è sopra tutta la roba....

— Figlio di cane! — borbottò l'Ercole, minacciando col pugno enorme. —

Ti avevo raccomandato di lasciarle fuori!

Si gettò sul baule, rovistando, bestemmiando sottovoce, con le braccia

nude sprofondate nelle trine e ne' veli sino alla scapola.

— Leva su il lume!

Il pagliaccio alzò la mano, reggendo una candela di sego. Gli battevano

i denti pel freddo e sotto alla farina la pelle gli si stirava

rigidamente. A una coscia, attraverso il maglione rosso, sdrucito, si

mostrava la carne violacea; de' piccoli brividi gli salivano su da'

talloni, gli correvano per la schiena.

— Tieni alto il lume! — fece l'Ercole, che non ci vedeva.

— Ho le dita raggranchite, — si lamentava l'altro, — mi scappa di

mano....

Nella sala, il pubblico de' campagnuoli schiamazzava, chiamando

qualcuno sulle cadenze sguaiate del dialetto provinciale, insistendo,

battendo i piedi, anche per riscaldarseli. Nanna aveva abbandonato

l'organino per chiacchierare con un giovanotto. Così una danza di

marionette che vi stavan su schierate era interrotta sul più bello: un

piccolo gendarme rimaneva ancora con la gamba all'aria, mentre l'ultima

canna de' bassi si lamentava, rauca.

— Le avete trovate? — chiese timidamente il pagliaccio.

— L'hai fatto apposta, dunque? — infuriava l'Ercole. — Le hai nascoste?

Subitamente, con un urlo, tirò fuori il braccio.

— Corpo di Dio!

— Sono le fibbie della cintura di Stella, — mormorò l'altro,

mortificato; — hanno i denti lunghi. Vi siete graffiato?

E si tirò prudentemente da parte.

Or il vocìo li minacciava. I mariglianesi indispettiti lanciarono

insulti al palcoscenico vuoto, senza staccarne gli occhi. La voce

potente di Alfonso Macciarella tuonò in un silenzio d'aspettazione,

grave, come s'egli si trovasse tra' suoi tagliatori di legname, nel

bosco.

— Fuori il pagliaccio Tony!

Intorno molte voci fecero eco, poi fu un clamore di tutte le voci,

assordante.

— Fuori! fuori!

— Cosa faccio? — chiese il pagliaccio a Battista.

— Va!...

In due salti quello venne fuori.

— Musica! — gridò.

Un lungo applauso lo accolse. Si rideva, s'indovinavano buffonate

novelle.

— Signori, — si udiva or la voce del pagliaccio, — la mia sposa mi ha

tradito con un soldato prussiano. Se son tardato, perdonatemi, egli

è stato perchè son corso a trafiggere tutti e due. Ma lor signori —

continuò col suo accento fiorentino — vedranno adesso cose che mai

più si potranno dimenticare per tutta la vita. Signori e signore!

Ho l'onore di annunziarvi l'ora, l'istante e il momento degli ultimi

esercizii, cioè il trampellino, il ballo su la corda, il salto mortale,

fatica particolare del vostro umile servitore Tony. Signori e signore,

un po' d'attenzione, occhio alle tasche. Ora passeranno a vedere. Olà,

ohè, a voi, dico, professori, musica!

Un concerto diabolico di trombe e di flauti coperse la voce. Poi a

intervalli fu il tonfo d'un corpo che batteva sull'arena, un grido

comico, un chiocciar di gallina, un chicchiricchì a distesa che

svegliava altri chicchiricchì flebili e morenti, un miagolio di gatta

in amore.

Battista Andretta, seduto sullo spigolo del baule, si guardava il

braccio al lume della candela di sego. Al disopra del polso apparivano

gocce di sangue nero. Egli avvicinò le labbra alla ferita, succiando.

Poi chiamò sotto voce:

— Stella!...

A un cantuccio un corpo si levò, lentamente. Uscì dall'ombra una

donna, muta. Per un momento due grandi occhi neri si fissarono e

interrogarono.

— Stella, — borbottò l'Ercole, — cerca nel cassettino rosso. Ci

dev'essere della polvere di gesso in uno straccetto.

Ella, immobile, parve non avesse udito, o non avesse capito. Appariva

nel lume della fumosa candela, che la rischiarava di sotto in su,

mettendole fuggevoli luccicori al collo del piede ove lo stivalino

saliva con una linea fine, frastagliandosi di laminette d'orpello.

Era tutta avvolta in uno scialle a dadi bianchi e neri, e il nero le

capitava attorno al collo, e le rialzava così la tinta bruna e pallida

delle guance, incorniciate da una massa di capelli nerissimi, dalla

stravagante aggiustatura alla spagnuola. Due cocche, due macchie

d'inchiostro s'arrotondavano sotto alle tempie, lambendo l'arco

dell'orecchio piccolissimo, ove al lobo luceva qualcosa che certo non

era diamante. Ella aveva le labbra carnose e piccole delle meridionali

dalla pelle assai tenera ove il sangue corre alla più leggera

morsicchiatura. Quello superiore più breve, più crudele, scopriva denti

d'uno splendore di perle bagnate, uguali e piccoli. Gli occhi larghi,

dallo sguardo lento e molle, parevano ma non erano tinti, e pure si

sarebbe giurato che quel nero delle ciglia fosse carezza di carbonella,

tanto l'ombra di queste dava agli occhi un'impressione vellutata.

Nell'incasso, come un'ultima sfumatura ove l'ombra si perdeva,

un livido leggero completava la macchia scura, dando allo sguardo

l'indefinito del fascino e della sofferenza.

Dove l'aveva rubata, lui? Il mistero degli strani legami della

vita nomade li copriva. Forse un tempo ella era stata d'altri, chi

sa? Questi zingari si passano le mogli e vendono i figliuoli come

niente. Veramente lei a quell'Ercole enorme pareva figlia, non

moglie. La sapienza della scena, l'istinto della conservazione e

della immutabilità fisica, radicato in queste femmine da corda, la

mantenevano giovane; certo non aveva più vent'anni nè proprio trenta.

Alla porta la piccola amazzone che riscoteva il prezzo dei biglietti

era già alta come la madre, e il petto sodo le fremeva nel busto

cinghiato, scricchiolante quando ella si chinava a raccattare una

palla caduta. E le somigliava tutta, da' capelli a' piedini. A lui

somigliava in niente, in niente. Lui sulle spalle inquadrate, un po'

curve dall'abitudine de' pesi, aveva una testa piccola, con occhi

piccoli, con sopracciglia sottili e brevi, con zigomi ed ossa frontali

pronunziatissimi, con acuto angolo mascellare. I capelli erano radi.

Egli usava di coprire l'imminente calvizie con un berrettino tondo di

velluto grigiastro che s'ammaccava, sporgendo attorno in rigonfi. Così

era quasi mostruoso. Gli cresceva al mento una barbettina a spazzola,

rada sulle guance, incolta. Ombreggiavano le labbra prominenti de'

baffetti che solo agli angoli della bocca pigliavano forza, ma che pure

avrebbero fatto disonore a un collegiale. Una brutta testa, ma piena

di carattere; l'astuzia, la vigliaccheria, la coscienza della forza

materiale vi s'impastavano in un'intonazione generale d'indifferenza e

di malvagità.

— Aspetto le grazie di vossignoria, — disse l'Ercole.

Ella girò intorno, frugando qua e là. Infine trovò il pacchetto del

gesso in un bossolotto. Battista stropicciò la polvere sulla ferita,

che ancora dava sangue.

— Dormivi? — chiese, senza levarne gli occhi.

— Non dormivo, — balbettò, stringendosi tutta freddolosa nello scialle.

L'Ercole levò lo sguardo dalla ferita, lo posò su di lei, lungamente,

poi lo abbassò daccapo, vinto dallo sguardo di lei, indomabile. Seguì

un penoso silenzio. Di fuori la voce argentina di Nanna insolentiva col

pagliaccio, in una scenetta da ridere.

— Mi sa mill'anni d'andarmene! — disse l'Ercole a un tratto. — Che

gente! S'è fatto poco o nulla. Stasera, meno male. Che ore sono?

— Mezzanotte.

— Mostrati un po', gioia mia, fatti vedere e andiamocene. Di' a Nanna,

che spenga uno dei lumi sotto alla porta....

Come se i mariglianesi lo avessero udito, un vocìo l'interruppe.

— Stella! Stella!

L'Ercole si levò. Stella si tirava indietro, incerta. Battista le posò

la larga mano sulla spalla, imperiosamente.

— Va, bella mia. Non te lo far dire due volte.

— Bada.... — fece lei, pallida. — Se il piccino si sveglia, io li

pianto.

— Fammi il piacere! — insistè l'Ercole, con una sorda minaccia nella

voce.

Stella buttò via lo scialle. Dette uno sguardo al cantuccio scuro

ond'era sbucata. Niente vi si moveva.

— Signore e signori! — urlò il pagliaccio. — Ecco madamigella Stella,

la fata dell'aria, che ha il piacere e l'onore di salutarvi per

l'ultima volta. Signore e signori! _Dernier exercice!_ Il trapezio

all'inglese, il giuoco dei coltelli. Badino, signori, a esaminare il

coraggio di madamigella Stella, unica nel suo genere, detta l'intrepida

peruviana, premiata con medaglia d'oro al Brasile e nell'America del

Sud.

— Badate! — le mormorò. — Che diamine avete?

Lo spettacolo terminò mezz'ora dopo la mezzanotte. I provinciali

uscirono facendo il chiasso, con le mani in tasca, con su gli occhi gli

enormi loro cappellacci. Qualcuno s'accostò a Nanna che aveva le mani

gelate e se le nascondeva sotto lo scialle, salutando col capo e con

molti sorrisi. Nella mezza oscurità il figliuolo del sindaco le venne a

mormorare:

— Addio, Nanna.... anzi arrivederci. Dove vai ora?

— Chi lo sa? — disse lei, triste. — Partiamo stanotte.

— Stanotte? Con questo freddo?

— Non c'è che fare.

Una voce chiamò:

— Rocco!

— Vengo! — disse il figlio del sindaco. — Addio Nanna. Chissà se più ci

rivedremo.... Ricordati di me, Nanna. Ti ricorderai?

Lei non sapeva che dire. Il giovanetto scappò, intenerito, lasciandole

un anellino nella mano, mentre glie la stringeva. Nanna guardò al

lume del fanale ch'era appeso sotto la porta. Una povera cosa; una

fascettina d'oro. Sopra v'era scritto in nero: _Ricordo_. Lo provò al

mignolo.

— Nanna! — chiamò l'Ercole.

Era pronta la cena sul deschetto che serviva al pagliaccio pe' giuochi

di bussolotto. Una frittata al lardo, quattro arance, un pugno d'uva

passa, una gran fetta di pane, sbocconcellata.

— Vieni a cenare, — disse Battista, che aveva preso posto e tagliava la

frittata con una lama di sciabola.

Nanna sedette in punta a uno sgabello, aspettando, con le palme delle

mani sulle cosce.

— Tirati via la tua parte, — disse l'Ercole.

Ella affondò i denti nella frittata, arricciò il naso, ingoiò di

malavoglia.

— Fredda, — mormorò.

— Meglio, — disse il pagliaccio, a bocca piena, — non c'è paura di

scottarsi. E come ci si sente dentro la campagna!

— L'ho fatta io, questa volta, — disse l'Ercole, — c'è della cipolla.

— Una? — disse il pagliaccio. — Sono parecchie, se non mi sbaglio,

eccellenza! Allegria! Che ci beviamo sopra?

L'Ercole strinse le labbra e chiuse gli occhi.

— Acqua.

— Questo mai! — disse l'altro, levandosi.

Scomparve per un momento in fondo allo stanzone. Riapparì con in mano

una bottiglia ove sguazzava del liquido nero e mise la bottiglia di

contro al lume, reggendola pel collo, tra il pollice e l'indice.

— Succo di Giamaica! — declamò. — Ammirino bene, o signori, i rubini

incandescenti, il fuoco riconfortante che a momenti scenderà nel nostro

ventricolo. Primo ed ultimo esercizio. Un dito di questa roba e si

parte per Parigi. Beve prima la principessa.

Versò un dito di rum nell'unico bicchiere e s'inchinò a Nanna che

sbucciava un'arancia. Ella bevve a sorsetti, tossendo, con piccoli

colpi stizzosi. Due lacrime le spuntarono agli occhi.

— E Stella? — fece il pagliaccio.

— Son qui, — rispose una voce, dall'ombra. — Lascia stare, io non ne

voglio.

— Meglio, — balbettò l'Ercole.

Seguì un silenzio. Il pagliaccio cercò negli sgonfi del camiciotto,

mise fuori un sigaro che gli aveva regalato uno spettatore e l'accese

alla candela. L'Ercole, con la pipa corta nell'angolo delle labbra,

mandava buffi al soffitto, affumicando le ragnatele. Alla luce

giallastra della candela le tre facce pigliavano toni pallidissimi ed

ombre dense. I capelli di Nanna, che aveva chinata la testa sul petto,

lucevano, da una banda, lisci e pettinati. Il pagliaccio, con le gambe

stese, col gomito sul deschetto, guardava malinconicamente la punta

del suo sigaro. E su tutto — in quella immensa bottega pigliata a

prestito, ove ancora rimaneva un greve odore d'animali bovini e un fumo

di stalla — e su quei quattro vagabondi, che il silenzio impensieriva,

pesava un che di lugubre e di uggioso e si moveva, fra tristi

ricordi, un desiderio di respirare arie più pure, un'aspirazione vaga,

indefinibile, affogata in quella miseria.

A un tratto l'Ercole si levò. Battè all'angolo del deschetto lo

scodellino della pipa, vuotandolo. Il rumore secco fece trasalir Nanna

che avea chiusi gli occhi e sognava senza dormire. Il pagliaccio,

appisolato, mise fuori un brontolìo in cui si mescolavano rotte

parole di rincrescimento, si drizzò sullo sgabello, stirò le braccia,

spalancando la bocca con un lungo e lamentoso sbadiglio.

— Che si fa? Si vuota il salotto?

— Animo, ragazzi! — disse l'Ercole. — Un po' di buona volontà. Non mi

ci sento più bene qua dentro.

— È vero, — cospirò l'altro, cominciando a trascinare fuori la roba. —

Il _patchouli_ ha dato alla testa anche a me.

Stella chiamò:

— Nanna!

— Dille che si spicci anche lei, — fece l'Ercole bruscamente. — Aiutala

a cacciare i panni nel baule.

Poi si volse attorno, afferrando qua e là, portando fuori, tornando

per ripigliare, a bracciate. Rotolarono per terra palle di ferro,

candelieri di stagno, polli di cartone, bussolotti, un treppiedi

sul quale l'Ercole faceva mostra d'abbruciarsi la mano come Scevola,

un disco a numeri pe' giuocatori del lotto, il tricorno rosso dello

scimmiotto scappato per via. E tutto andò a finire nell'immenso tappeto

turco ove già si ammucchiava confusamente gran parte della scarsa

mobilia alla quale l'abito de' salti e de' contorcimenti non aveva

fatto più danno di quanto a' padroni, e che per le screpolature pareva

ridersi delle umane miserie. Sul carretto, accosto al tappeto, di cui

le braccia poderose dell'Ercole aveano fatto un enorme involto a nodi

che avrebbero sfidate le dita di Gordio, andò a riposare il baule

ch'ebbe l'onore di ricevere sulla schiena consumata la gran cassa,

rattoppata con la pelle d'un asino, caduto per fame e tormentato pur

dopo morto.

Quando ogni cosa fu a posto, un altro tappeto, che aveva occhi quanti

Argo, coperse decentemente quell'aspra montagna dalla quale spuntavano

qua e là angoli e gobbe stravaganti. La cavezza fu messa al mulo

rattrappito, quantunque la bestia intelligente non avesse bisogno di

redini. Ma il pagliaccio avea filosoficamente osservato che quella gli

teneva la testa calda e avrebbe impedito il cimurro.

Dentro, la compagnia si preparava al viaggio. L'Ercole infilava

stivaloni che possedevano come lui il dono della impenetrabilità ed

erano stati comprati da un caporale di cavalleria. Nanna si copriva

tutta con un mantello immenso, aggiustandosi in testa un berretto

d'ermellino, di cui aveva voltata in fuori la fodera. Immobile in mezzo

allo stanzone, tenendo su le braccia il bambino, di cui si disegnava

sotto lo scialle la linea informe, Stella aspettava, muta, con gli

occhi sulla porta.

— Che si fa? — disse l'Ercole, ricaricando la pipetta. — Hai attaccato

il lanternino al carretto?... Accendi quel mozzicone di cera, guarda lì

sotto.... È caduto un soldo a Nanna.

— Dove?

— Lì, presso la porta.

Il pagliaccio si chinò, cercando, con le mani sulle ginocchia,

accoccolato.

— L'hai trovato?

— Eccolo, — sospirò, raddrizzandosi.

Nanna, come lui glie lo porgeva, lo rifiutò con un piccolo gesto pieno

di nobiltà.

Disse il pagliaccio:

— Grazie, principessa.

Il cielo si poteva dir sereno. Una sfilata di nuvole bianche correva

innanzi alla luna. La quale, come la compagnia venne di fuori nella

strada, vinta dai suoi istinti femminili, mostrò la faccia pallida e

curiosa.

Il pagliaccio le fece di cappello, con un inchino profondo.

— O luna piena! — esclamò. — Ci sapresti dire quanto ci si mette di qui

al paese dove andiamo?

— Avanti! — disse l'Ercole.

Il carretto si mosse. Le ruote si lamentarono, un asse scricchiolò. Poi

succedette nel silenzio un monotono rotolio e suonò a cadenza il passo

del mulo.

Il pagliaccio sì volse indietro e salutò con la mano.

— Addio, placido asilo! Addio, presepe! I re magi se ne vanno.

La grande bottega rimaneva spogliata e deserta. La porta spalancata

or dava passaggio libero al vento. Dentro, in un angolo, ancora luceva

un punto di fuoco: il mozzicone di candela che era stato dimenticato.

Intorno si facevano più fitte le ombre. Una babbuccia di Nanna era

caduta sulla soglia. Nessuno la vide.

Adesso la compagnia di Battista Andretta trascinava sulla neve,

nell'ignoto, il mistero dei suoi legami, l'indovinello della sua

famiglia, il mucchio orpellato dei suoi stracci. Nessuno di loro

conosceva il nome del paese ove sarebbero arrivati a giorno. Che

importava il nome?

Andavano innanzi. Le ultime case, una dopo l'altra, rientrarono nel

buio. Qualche finestrella lasciò passare una testa maravigliata, un

candido berretto da notte, che subito rientrò, perchè il pagliaccio,

imitando l'urlo del lupo, provocava furiosi abbaiamenti di cani

rinchiusi. S'apriva innanzi ad essi la campagna infinita con uno sfondo

d'oscurità ove dei punti rossi brillavano, scomparendo, riapparendo,

mutando direzione. Intorno era un silenzio profondo. Il lanternino,

appeso sotto al carretto, proiettava sulla neve ombre difformi, che a

volte il lume di luna rendeva grottesche. Allora annerivano per terra

l'orme delle pedate, il solco a zig-zag delle ruote, una corda che il

carretto si trascinava dietro.

L'Ercole andava accosto al mulo, fumando. Dietro al carretto prima

veniva Stella, che a ogni passo si chinava sul suo fardello,

mormorandogli qualche cosa. Il pagliaccio e Nanna a braccetto,

guardavano intorno.

— Che è quello? — disse Nanna, a un tratto.

— Un ponte.

Più in là un cane si mise a ululare lugubremente. Sembravano lamenti

umani.

— Cattivo augurio.... — mormorò Nanna.

— Non cominciare! — disse il pagliaccio, sottovoce.

La bestia si tacque e parve più grande e pauroso il silenzio.

Nanna s'avviticchiò al braccio del suo cavaliere, rabbrividendo.

— Hai paura?

Ella accennò di sì, voltandosi indietro.

— Cantiamo, — disse il pagliaccio.

Le strinse il braccio sotto al suo, come a rassicurarla. E cominciò:

Se il mio nome saper voi bramate,

il mio nome per poco ascoltate....

Io son Lindoro che fido v'adoro....

che a nome vi chiama....

Vibrava limpidamente per l'aria fredda la sua voce di tenorino, alla

quale rispose la voce argentina di Nanna, che si faceva animo a poco a

poco:

Segui, o caro, deh! segui così!...

Il pagliaccio tossì. Poi riprese:

L'amoroso e sincero Lindo o.... o.... o.... o.... oro!

non può darvi, mia cara, un tesò.... o.... oro:

ricco non sono....

— Anzi.... — disse Nanna.

— Nanna! — chiamò Stella, all'improvviso.

S'era fermata. Il carretto tirava innanzi. Come Nanna, lasciando il

pagliaccio, le si accostava, ella aperse lo scialle, le mostrò il

corpicino del bimbo. Nanna guardava.

— È morto, — balbettò Stella.

Nanna guardava, stupefatta. S'accostò anche il pagliaccio.

— È morto il piccino.... — disse Stella.

— Morto! Il piccino? Morto?

Per veder meglio staccò il lanternino e lo tenne levato sul petto di

Stella, lì, ove il piccino si abbandonava, con le braccia pendenti,

co' pugni chiusi, co' piccoli occhi azzurri spalancati. Il lanternino

tremava. Nanna cominciò a singhiozzare.

— Ma come?! Ma come?! — mormorava il pagliaccio.

Dietro di lui Battista Andretta osservava, impassibile, con la pipetta

in bocca. Come Stella lo vide, ricoperse il cadaverino con lo scialle,

silenziosa, senza una lacrima.

— Non te lo rubo, — disse l'Ercole.

E le volse le spalle. Il carretto si rimise in moto.

— Stella.... — mormorava il pagliaccio, — passatelo a me. Che volete

portarlo voi fino all'abitato? Sentite.... Son cose che accadono. E

poi, meglio così pel piccino.... era già tanto malaticcio!... Date qua,

lo porto io....

Ella lo respinse, gli fece: — No, no! — con voce soffocata, con uno

sguardo terribile, e si mise dietro al carretto. Ma di tanto in tanto

si fermava, e parlava al piccino, con un balbettio carezzevole. Più

innanzi la udirono piangere.

Il pagliaccio raccomandò a Nanna, che seguitava a singhiozzare, di

badare a Stella che si guardava intorno con certe occhiate pazze come

se volesse fuggire col morticino. Poi s'accostò a Battista, non sapendo

che dirgli.

L'Ercole lo guardò di sbieco, mise fuori una gran boccata di fumo e

borbottò:

— Non è roba mia. Già, lo sai....

Il lanternino impallidiva sotto al carretto; camminavano da un pezzo.

I primi albori apparivano in una luce fredda di verno. La spianata

immensa, tutta bianca, si stendeva ancora all'orizzonte, perdendovisi.

Nel lontano le prime casette d'un villaggio rompevano la linea del

piano; veniva su lentamente da un comignolo una sottile spirale di

fumo. E la neve cedeva, scricchiolava sotto a' piedi; qua e là delle

nudità di terreno umido mettevano intorno chiazze larghe, nericce.

— Palma! — annunziò l'Ercole, facendo visiera della mano agli occhi.

Arrivavano. Mentre il sole spuntava tutte le figure si disegnavano

nettamente sull'orizzonte. Dapprima fu una macchia pittorica sul

candore della spianata silenziosa. Una macchia di rosso, d'azzurro, di

giallastri luccicori d'orpelli. A poco a poco il gruppo del carretto e

dei saltimbanchi diventò confuso. Ancora si disegnava, di profilo, la

testa affaticata del mulo. Poi svoltarono a un angolo, dietro un muro

di cinta e disparvero. La spianata tornò deserta. Ma ora, nel cielo

azzurrino ove si spandeva leggermente una tinta di madreperla, il gran

sole saliva, col bagliore vivo de' raggi, ripulendo tutto, spazzando

via di quella miseria strisciata nella notte persino l'orme delle

persone. A un tratto, nella chiarezza allegra del mattino, un gallo

cantò, a distesa.

Novelle Napolitane · 第 43 / 58 题