— Salvatore!... Salvatore!...
E aspettò, con gli occhi che avidamente esploravano le tortuosità della
scala, col petto tormentato dal legno del parapetto. Saliva qualcuno.
Ella intravide qualcuno ove l'ultima tesa della scala svoltava; un uomo
era, certo.
— Salvato'! — ripetette a bassa voce, mentre appariva infine quell'uomo
sul ballatoio del terzo piano.
Invece era costui Pasqualino Offretelli, lo studente di medicina del
quinto piano, un piccolo bruno, molto pulito. Saliva con fra mani un
rotoletto di quaderni, fumando la sigaretta, lietissimo. Aveva compiuto
il suo primo esame felicemente, e pensava compiaciuto alla nessuna
difficoltà de' quesiti, alla bonarietà di un de' professori, che gli
aveva battuto familiarmente con la mano sulla spalla, tra una dimanda e
l'altra, felicitandolo.
— Scusate.... — balbettò donna Rosa.
Un lieve rossore le saliva alle gote, sulle quali ancora lucevano i
solchi delle lacrime. Ella si provava a sorridere, tirandosi indietro
per lasciarlo passare, nascondendo i piedi nudi nelle pantofole, come
poteva.
— Vi avevo preso per Salvatore....
— Vostro marito Salvatore? — fece lui sul ballatoio, ancora ansimando
per la lunghezza della scala, afferrato con la mano al bastone della
balaustra.
Ristette un momento a contemplarla, incantato. Come mai non aveva
notata questa Bellavita nel palazzetto, da un anno? Questa bella bionda
grassottella!
— Vostro marito Salvatore? — ripetette, trattenendola con la dimanda,
mentr'ella retrocedeva.
Rosa Bellavita si fermò.
Interrogava con gli occhi ansiosi, con la bocca schiusa, tremante.
Lo studente si grattò il cocuzzolo con l'unghia lunga e pulita del
medio, e torse il muso.
— Ve lo devo dire? — arrischiò, levando gli occhi dal pavimento.
— Dite, dite! — proruppe la Bellavita, dimenticandosi. — Dove l'avete
visto? Solo lo avete visto? Non era proprio lui, quaggiù, poco fa?
Pasqualino sorrideva, acconsentendo, muto. La Bellavita gli si fece
addosso, gli afferrò il braccio. Lui sentì quell'alito piacevole sulla
faccia, sentì tentato il suo dalla soda rotondità del braccio di lei.
— Con chi era? — ella chiedeva, convulsa.
— Non qui, — mormorò lo studente, — qualcuno potrebbe salire.... non
qui....
— Dite.... dite!...
— Ma non qui....
Allora la Bellavita se lo trascinò in casa pel braccio, come fa una
madre col figliuolo.
Sulla soglia l'Offretelli resistette ancora, irresoluto.
— Aspettate....
— Venite, venite! — gli fece, con un'ultima strappannata.
Allora lui rinserrò alle spalle la porta e si trovò con la Bellavita
nella oscurità.
— Ditemi tutto, tutto! Sedete qua, parlate, ora nessuno ci ode....
L'Offretelli, sospinto, cadde a sedere su di un divanuccio che gli si
allungava dietro le gambe. Erano nella camera da pranzo. Un odore di
aceto vi si spandeva, poichè, poco prima, la Bellavita ne avea conciata
un'insalata di cetrioli. Del balcone erano chiusi gli scuri, ma un lume
sottile trapelava per la fenditura, un filo giallino s'allungava sul
pavimento.
— Dite, dite!... — chiedeva lei, stringendosegli tutta accosto.
— Bene, quand'è così....
La Bellavita gli accennava che continuasse. Il seno le si sollevava a
balzi.
— Ho visto vostro marito Salvatore con una.... capite? Con una di
quelle che noialtri giovanotti....
Rosa si torceva le mani. Non poteva parlare.
— Due lire, — mormorò lo studente, per dir tutto.
Ella mise un piccolo grido e si rovesciò in dietro, con le mani sulla
faccia. Un singhiozzo le rompeva la voce.
— Alta?... Nera di capelli?...
— Alta, sì, nera. Brutta.
Rosa ruppe in un pianto dirotto, abbandonandosi sul divano, mordendosi
le piccole mani pienotte, con una furia di bambina in convulsione.
— Oh! oh! oh! — singhiozzava.
— Non vi mordete le mani! — disse l'Offretelli. — Lasciate stare,
sentite, se avessi saputo....
Si chinava sopra di lei, le afferrava i polsi tra la paura che davvero
ella si facesse male e la dolcezza del contatto. Quasi sotto il suo
quel corpo caldo palpitava, vestito appena della gonnella e della
camiciola. Pervenne finalmente a strapparle le mani dalla bocca, che
nell'impeto rimase aperta, vogliosa ancora di mordere, con le labbra
frementi. Ella piangeva, riversa. Lo studente le guardò una mano, nella
penombra. I denti vi lasciavano un'impronta circolare, violacea, tra
un luccicore di saliva. Egli, perduto, baciò la mano a quel posto,
implorando:
— Non vi fate male.... Non vi mordete!...
Si faceva un silenzio. Nessun romore saliva dalla strada, tranne,
improvvisamente, l'eco metallica d'un martello di fabbro ferraio,
che batteva a cadenza sull'incudine. Vibrava lungamente l'incudine,
colta all'estremità, e una voce accompagnava i colpi. Subitamente
l'Offretelli fu acceso da una voglia brusca, irresistibile, in quel
calore afoso della stanza, sulla complice mollezza del divano di
sargia verde. Cominciò a baciar da per tutto quella femmina discinta:
sui capelli, sulla faccia bagnata dalle lacrime, presso l'orecchia,
furioso. Ella da prima lasciò fare, singhiozzando, senza respingerlo.
Nell'abbandono una gamba le pendeva lungo il divano, scossa da nervosi
trasalimenti. Il piè nudo, ond'era scivolata la pantofola, sfiorava il
pavimento, e si torceva.
— No.... no!... — singhiozzava la Bellavita. — Questo no.... questo
mai....
Tentò di risollevarsi, tra la foga irrefrenata del pianto. Si afferrò
con le braccia al collo dello studente, e fu peggio.
— Questo no.... — balbettava ancora.
Ma così pianamente che le parole furono un soffio. Si rifece il
silenzio. Un moscone ronzò per la stanzuccia dando del capo nelle
imposte del balcone, cercando di penetrare per lo schiuso. Daccapo
risuonò il tintinnio dell'incudine, ma questa volta senza la voce
compagna. Il mistero del momento, nella penombra, fu breve e concitato;
il singhiozzo continuava, in un susurro di parole mozze.
Or egli, ritto innanzi a lei, contemplava imbarazzato la Bellavita,
vinta. Non sapeva che dirle. Ma pur gli occhi accesi frugavano ancora
tra il disordine biancheggiante delle gonnelle, avidamente. Ella
taceva. Allora le si chinò sul petto anelante, le accarezzò teneramente
i capelli umidi, appiccicati alle tempie. Ma subito la Bellavita si
rizzò sul divano, respinse come spaventata questa intimità, nella
quale lui, mormorando, le dava del tu, inebriato dal caldo profumo che
si sprigionava da quel corpo caldo, dai capelli di lei, dalla bocca
odorosa di lei, supina.
— Via! via!... Andate via!...
Tremava da capo a piedi. Pareva che a momenti qualche violenta
convulsione dovesse rigettarla sul divanuccio, ch'era lì a
imbarazzarli, sotto gli occhi loro, come se volesse parlare....
Invano egli cercava qualche scusa, una buona parola che li
riavvicinasse. Non trovò nulla. Non ardiva nemmanco guardarla.
Allora la Bellavita, macchinalmente, andò al balcone, e aperse le
imposte. Una luce abbagliante empì la stanza. Ronzava ancora il moscone
su per la vetrata.
— Oramai è fatto, — balbettò l'Offretelli, come la sentiva ancora
singhiozzare.
— Se l'ho fatto.... — piagnucolò donna Rosa, — è stato perchè lui l'ha
fatta a me....
Vi fu un silenzio. Ripetette dopo un momento:
— Lui a me e io a lui.... Ben gli sta.... Lui a me, io a lui!
L'Offretelli pigliava la via della porta, lento e silenzioso, senza
aver coraggio di voltarsi. Mise la mano sul lucchetto, aprì la porta.
Un singhiozzo lo perseguitò fin là presso. La voce della Bellavita,
rotta dalla commozione, pianse daccapo, mentre l'uscio si chiudeva.
— Lui a me.... E lo a lui.... E io a lui....
In tre salti lo studente fece la prima tesa della scala, e si fermò a
pigliar fiato sul ballatoio superiore. Di lì sporse il capo, guardando
in giù l'uscio, chiuso, della Bellavita.
— Per Cristo! — mormorò. — Pare una farsa!
Tutto rosso e sudato, col cappello buttato indietro sul cocuzzolo, la
cravatta di traverso, si contemplava e ricordava, stupefatto.
— E i quaderni?
Li aveva dimenticati laggiù, sul divanuccio, forse. Lasciarglieli? Mah!
Ridiscendeva lentamente, indeciso. Di fronte all'uscio della Bellavita
s'indugiò, tentando con le dita irresolute la corda del campanello.
Certo ella piangeva ancora, quella stupida, si lamentava ancora!
Accostò l'orecchio al buco della toppa. Proprio; piangeva ancora.
Nella pace della stanza, subitamente, mentr'egli origliava, risuonò un
piccolo grido angoscioso, che fu seguito da un singhiozzare a schianti.
Lo studente lasciò star la cordicella e tornò addietro in punta di
piedi.
— Ci ho persi i quaderni. — mormorava per la scala silenziosa. — Già,
sempre qualcosa ci si rimette. È destino, è destino! E io ci ho rimessi
i quaderni....