III.

Dal naturalismo così altamente inteso doveva sgorgare un'arte

individuale, eminentemente soggettiva, un'arte che non procede da

formule fatte, ma le desume da quel travaglio incessante che l'occhio

e la mente dell'artista non ristanno mai dal proseguire. Perciò con

gli aspetti della natura, l'anima dell'artista entra e si rispecchia

nell'opera d'arte. Il Vinci esprimeva questo concetto fondamentale nel

_Trattato della Pittura_ in un modo che non lascia luogo al più piccolo

dubbio. Per lui non solamente l'artista deve ispirarsi al proprio

estro, deve conformarsi alle attitudini naturali che egli ha, ma va

più oltre. Egli crede che dentro al cervello di ogni artista ci sia

“un giudizio proprio„, una specie di facoltà determinata, che la natura

mette a disposizione di ogni singolo artista perchè egli ritragga, in

una certa guisa particolare, il mondo esteriore. “Questo tal giudizio è

di tanta potenza, dice Leonardo, ch'egli muove le braccia al pittore e

fagli replicare sè medesimo, parendo a essa anima che quello sia il suo

modo di figurare l'uomo; e chi non fa come lei faccia errore.„ A questa

individualità poi corrisponde (e ne è come la più luminosa riprova) una

specie di _unicità_ nei singoli oggetti generati dall'arte. Niente si

assomiglia in arte; questo è il concetto di Leonardo. Ammira le belle

e armoniche forme delle statue antiche, dà anch'egli qualche precetto,

qualche suggerimento per generalizzare le proporzioni del corpo umano,

e andate discorrendo. Ma finisce sempre con l'insistere sulla massima

che _bisogna proporzionare ogni oggetto particolare con sè medesimo_.

Non è mai il modello rinnovato degli antichi il quale stabiliva che un

corpo umano è alto tante teste e largo tante altre. No, Leonardo invece

vi dice: studiate ogni singolo corpo umano, e rilevate e trasferite

nella pittura vostra quella data proporzionalità che rappresenti il

carattere di quel dato corpo, come voi lo vedete, e non di altro.

Questa la gran differenza che è tra Leonardo da Vinci e Leon Battista

Alberti, ed Alberto Durer e Rubens, e tutti gli altri creatori di

moduli, fino agli ultimi tedeschi, che hanno voluto rinnovare questa

specie di meccanismo geometrico applicato alla pittura. “La bellezza

dei visi„ dice Leonardo “mai si trova essere replicata in natura, di

modo che se tutte le bellezze, tutte le eccellenzie tornassero vive,

esse sarebbero maggior numero di popolo che quello che al nostro secolo

si trova. E siccome in esso secolo nessuno precisamente si somiglia, il

medesimo interverrebbe alle dette bellezze e per questo, sommo difetto

è dei pittori replicare gli medesimi moti, e gli medesimi volti e

maniere di panno in una medesima istoria, e via discorrendo.„ Tutto,

insomma, ciò che il pittore rappresenta, secondo Leonardo, dee avere

un certo carattere di istantaneità, vale a dire vuole che sia ispirato

dentro di lui da un particolare stato dell'animo, fuori di lui da una

particolare visione che balzi ai suoi occhi, che impressioni i suoi

sensi e che per via della mano si trasferisca nella forma elaborata.

“Sempre il pittore deve cercare la prontitudine nell'atto naturale

fatto dagli uomini all'improvviso e nato da potente affezione dei

suoi affetti; e di quelli far breve ricordo nei suoi libretti e poi,

a suo proposito, adoperarli. _Finalmente la mente del pittore si deve

del continuo trasmutare in tanti discorsi quante sono le figure degli

oggetti notabili che dinanzi gli appariscono e di quelle fermare il

passo e notarle, considerando il luogo e le circostanze, il lume e le

ombre._„

È impossibile, o signore, esprimere in termini più esatti gli

intendimenti tecnici ed estetici della pittura di sostanza e di

ambiente, quale oggi potrebbe vagheggiarla ed esercitarla ogni più

progressivo animo d'artista!

Da queste premesse ideali passiamo alle conseguenze pratiche. La

pittura di Leonardo è una meravigliosa testimonianza della singolarità

del suo modo di intendere l'arte. Aggiungo qui di passaggio, che egli,

pure essendo così scrupoloso e sincero osservatore della natura, non

s'acconciò mai ad essere, come Piero di Cosimo e altri del suo tempo,

a guisa del letto di un fiume che accoglie indifferentemente tutte

le acque, siano esse torbide o chiare. No. Questo naturalista aveva

l'istinto della bellezza e procedeva per elettissime selezioni, e tutti

i suoi tipi danno, per così dire, ragione veduta della sua scelta.

Le figure di Leonardo, per una grande significazione di carattere,

appaiono tutte segnate del segnacolo d'una razza distinta. Forse era

la studiosa e perseverante scelta del pittore, forse era l'animo suo

che infondeva a quelle teste qualche cosa di singolare, che ci innamora

e ci esalta, sia ch'egli ci rappresenti la deviazione del tipo umano

nelle deformità sue; sia che ci allegri e turbi insieme con quei

sorrisi ineffabili di donna che non somigliano a nessun altro sorriso,

eppure sono tanto femminili; sia che ci impensierisca e ci commuova

colla espressione mistica di certe teste, ove il sentimento del divino

è reso come in nessuna altra pittura, prima e dopo, fu reso mai.

E qui dovendo esemplificare mi trovo di fronte a un fatto singolare

e ben triste, o signore. Questo nostro Leonardo, del quale tanto

parliamo, è un artista in gran parte inedito. Peggio ancora, egli è

un artista soppresso dall'opera del tempo. Quanta distruzione ha fatto

il tempo sulle opere sue! Un po' per colpa di lui che il Vasari chiama

_instabile e vario_, che cominciava mille cose e poi le tralasciava a

metà, attratto sempre da quella sua eroica inquietudine di conoscere

e fare del nuovo; un poco perchè anche gli accidenti della natura e

della storia hanno cospirato a suo danno, fatto sta che di Leonardo

quasi tutto è scomparso. Intanto dello scultore niente possiamo dire

_de visu_. Delle tante opere in plastica di Leonardo, che pur gli

diedero, lui vivente, tanta fama che per molti contemporanei suoi egli

era massimamente celebre come scultore, che resta a noi? Nulla! Il

gran colosso di Francesco Sforza, con cui s'era gratificato l'animo di

Lodovico il Moro, fu ben finito (non però fuso in bronzo) e inaugurato

a Milano nella piazza del Vecchio Castello. Ma sopraggiungevano

i Francesi di Luigi XII vincitore e invadevano Milano. Entrati i

balestrieri guasconi in quel castello e visto là grandeggiare in forma

di apoteosi il capo della dinastia ch'erano venuti a distruggere,

naturalmente furono tratti dalla voglia di balestrarlo; e lo

balestrarono, ahimè! tanto bene che il colosso andò in pezzi e non

n'è più rimasto che qualche vago e dubbio ricordo in alcuni segni

dell'autore, e in alcune miniature del tempo.

E anche della pittura di Leonardo da Vinci poco, ben poco rimane di

conservato e di indubbiamente autentico; onde ebbe a dire un critico

tedesco che non avrebbe coraggio di giurare che un palmo solo di

pittura leonardesca sia arrivato fino a noi veramente intatta.

Rimane fortunatamente un'opera sulla quale, quanto ad autenticità

originaria, non può cadere dubbio, benchè sia ridotta anch'essa in

così misero stato che fa veramente pietà. Voglio dire il Cenacolo,

che Leonardo dipinse nel refettorio di Santa Maria delle Grazie.

Anche così malconcio, anche in quel suo stato quasi pauroso di larva

in cui ora lo vediamo, esso ferma i nostri occhi, conquide il nostro

animo, ci costringe a chinare la fronte. Pensate! Esso è la riprova

ancora vivente, la riprova sintetica, eloquentissima della verità

ed efficacia di tutte le dottrine che intorno all'arte Leonardo era

andato predicando e praticando. Pensate ancora quanti artisti si sono

cimentati in questo dramma intimo e sacro, la cena ultima di Gesù

Cristo coi suoi discepoli!... I più dei pittori scelsero quel momento

in cui Cristo offre ai suoi discepoli e all'umanità tutto sè stesso

nel pane e nel vino. Leonardo preferì invece di cogliere un momento

meno mistico ma più naturale; e talmente naturale che noi, senza

mancare di riverenza ad alcuno, possiamo anche considerare quella sua

rappresentazione come una scena puramente umana. Si tratta in sostanza

d'un maestro che ha raccolto intorno a sè i suoi discepoli più fidi,

mentre ingrossano i tempi e la persecuzione minaccia al di fuori....

Arrivato a un certo punto della cena, a un tratto egli dice: _uno di

voi mi tradisce_. Questa frase, gettata là in mezzo ad animi semplici

e devoti, produce come uno scoppio di dramma istantaneo.

Non sono più le immobili figure dei vecchi Cenacoli, colle loro

aureole intorno al capo, che assistono misticamente alla mistica

consacrazione. Qui abbiamo invece uomini che si sentono feriti nel

profondo dell'animo dall'angoscia di sapere che c'è in mezzo ad essi

un loro compagno che tradirà l'uomo che vollero seguire a ogni costo,

che amano sopra ogni cosa. Non basta: tutti sentono il turbamento e

l'irritazione di potersi sapere sospettati di una tanta iniquità. Se

guardate a quelle dodici figure d'apostoli, ognuna vi rende questo

dramma interiore con una varietà ammirabile. Il volto di Cristo ha una

specie di calma costernata. Le sue labbra sono ancora semiaperte, e

si capisce che le tristi parole ne sono uscite allora allora; le mani

fanno un movimento di tristezza; la calma non è turbata in quel volto

divino; ma una lieve increspatura della fronte ci lascia comprendere

che la parte umana in lui palpita e si addolora. Tutti gli apostoli

alla prima hanno avuto certamente un movimento eccentrico; poi quasi

tutte le figure si protendono in avanti verso il maestro. Che varia

e potente significazione psicologica in quelle figure e in quei

volti! Guardate tutte quelle mani. Ognuna (dando ragione ad un famoso

capitolo del Montaigne) ha un significato, un pensiero, un fremito

di vita personale. Guardate tutti quei piedi. Visti vagamente sotto

la tovaglia, così irrequieti e mossi in vario senso, vi completano

l'idea della agitazione espressa dalla parte superiore di quelle

dodici figure. Nel mezzo, solo i piedi di Cristo si mostrano queti e

composti....

Giovanni nella semplicità amorosa dell'animo suo pare che dica: —

Ma questo non è possibile! Di una mostruosità tale niuno di noi può

essere capace! — San Pietro allarga violentemente le braccia come

porta l'indole sua. È l'uomo che poi tirerà fuori il coltello e

taglierà l'orecchio a Malco. Par di sentirlo gridare: — Fuori il nome

del traditore! Noi vogliamo saperlo ed esser puri d'ogni sospetto.

— Il penultimo degli apostoli, a destra di chi guarda l'affresco,

ha un lieve torcimento degli occhi e della bocca e, parlando piano

al vicino, fa un accenno.... Si capisce che ha un vago sospetto di

Giuda.... Giuda, che incarna la bruttezza del tradimento, si volta

repentinamente, come per udire le parole dell'apostolo che parla dietro

di lui. Si indovina l'uomo che vorrebbe dissimulare, prendendo un

contegno disinvolto; ma intanto con un movimento inconscio del gomito

versa la saliera. Il sale si sparge sulla tovaglia e con questo segno

sinistro di mal augurio, pare che il triste dramma venga lugubremente

suggellato.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 84 / 93 题