Per questo non è di nulla esagerato il dire che Leonardo da Vinci è il
primo a cui completamente si addice il titolo di “uomo nuovo„ secondo
il concetto di Giordano Bruno. Egli anticipa sopra tutte le scienze
e gli scienziati che vennero dopo. Nella metodologia viene prima di
Bacone da Verulamio quasi di cento anni. Quello che v'ho detto circa
il metodo suo d'osservazione è, in sostanza, il “nuovo organo„ che
di poi con tanta pompa di novità il Cancelliere inglese proclamerà al
mondo. Nella idraulica anticipa il Castelli; nella geologia Pomponio
Leto; nell'ottica egli precede La Porta, prevenendolo nella scoperta
nientemeno che della camera oscura; nella caduta dei gravi anticipa
di molti teoremi il lavoro di Galileo Galilei; nella intuizione dei
tratti della fisonomia come manifestazione delle interne facoltà
dell'animo, egli spiana la strada al La Porta e al Lavater. Un'altra
anticipazione importantissima ci dà Leonardo. In un passo molto
caratteristico egli dice: “Lascio stare i libri sacri, incoronati
di suprema verità„; e procede oltre liberamente nelle indagini della
natura, tralasciando ogni preoccupazione dogmatica e teologale. Anche
in questo delicato argomento, lo spirito di Leonardo precedette di
molti anni il Pomponazzo, il Cremonino e lo stesso Galileo Galilei,
che con tanto studio e tanta arte, nella sua famosa lettera _Alla
granduchessa madre_, si adoperò a dimostrare che il procedimento
teologico e il procedimento scientifico devono andare avanti di pari
passo senza intralciarsi l'uno coll'altro, e senza che i dogmi rivelati
gravitassero con troppo frequenti intromissioni nel lavoro e nelle
conclusioni dello scienziato.
Se non che, per quanto mi ha dettato lo studio amoroso dei manoscritti
leonardeschi ora in molta parte editi, io penso che, mentre lo
scienziato pare alle volte che dietro a sè ci nasconda l'artista,
l'artista invece tiene sempre il campo. È sempre l'Arte la regina della
mente di Leonardo. Basta leggere alcune delle pagine del Trattato in
cui celebra le lodi della sua prediletta fra le arti, la pittura, per
capire da che sovrano entusiasmo estetico fosse riscaldato e mosso
l'animo suo. Per cui tante volte, mentre direste alla prima che la
indagine scientifica prepari in Leonardo il lavoro dell'arte; la verità
vera è invece il contrario: vale a dire che il lavoro della scienza non
è altro che un prolungamento, per dir così, della ricerca artistica.
E con questa gran differenza che, mentre gli altri artisti suoi
contemporanei si fermavano alla parvenza della cose e quella cercavano
di ritrarre secondo le regole dell'arte, Leonardo, spinto da un fervore
d'animo tutto suo particolare, andava anche al di là della parvenza
artistica, e voleva trovare e trovava in fatto la ragion d'essere di
questa in una più alta regione speculativa.
Così quand'egli studia la prospettiva lineare ecco che egli a poco
a poco si incammina e s'ingolfa nel mondo della geometria: quando
studia la prospettiva aerea ecco che l'ottica gli apre i suoi grandi
orizzonti, e lì spigola e raccoglie verità nuove e spesso mirabili.
Medesimamente la pittura del corpo umano lo traeva ad investigare
tutto il magistero della nostra struttura corporea; ed ecco che si
associa a Marcantonio della Torre e dà al mondo i primi saggi completi
e veramente scientifici di anatomia grafica. Lo stesso gli avviene, o
signore, in tutti mai i rami dello scibile. Egli è condotto sulla via
delle scienze dalla mano dell'arte. Nel libro VI del _Trattato della
pittura_ egli parla delle piante. Pittoricamente parlando, uno si
sarebbe fermato alla apparenza di queste piante e ad indicare il modo
con cui il pittore deve fedelmente ritrarle giusta i varii stati in cui
ce le dimostra ai nostri occhi la natura, sia ch'esse siano sguarnite
di foglie nell'inverno o abbiano il primo tenero verde nell'aprile o
le foglie diffuse nella pienezza della buona stagione; sia che vengano
o battute dalla pioggia o scrollate dal vento o illuminate dal sole
e via discorrendo. Invece Leonardo da Vinci vi dà tutto questo per
il pittore; ma il suo spirito non può fermarsi qui. Egli procede più
oltre investigando e speculando: “La natura ha messo le foglie degli
ultimi rami di molte piante in modo che sempre la sesta foglia sia
sopra la primiera, e così segue successivamente, se la regola non
fu impedita.„ Qui, come vedete, abbiamo qualche cosa di più che una
semplice osservazione bastante per gli occhi del pittore. E non è cosa
di piccolo momento, o signore, ma una vera e propria legge botanica
(la _fillotassi_) che farà poi la gloria del naturalista Brown. Sempre
rimanendo dentro l'ambito della pittura ed andando oltre, Leonardo
scrive: “Le parti meridionali della pianta mostrano maggior vigore e
gioventù che le settentrionali. Li circoli degli rami segati mostrano
il numero degli suoi anni, e mostrano l'aspetto del modo con cui
erano volti, poichè più grossi sono a settentrione che a mezzodì.
Così il centro dell'albero per tal causa è più vicino alla scorza sua
meridionale che alla sua scorza settentrionale.„ Nelle quali parole è
pure anticipata una dimostrazione che farà, dopo un secolo, Marcello
Malpighi, meritamente salutato dall'universale come l'inventore ed il
fondatore della anatomia botanica.
Questi esempi, o signore (e tanti altri che potrei citarvi),
riconfermano quello che io vi accennava, cioè che, a guardare bene
nella mirabile struttura dell'ingegno di Leonardo da Vinci e in tutti
gli atteggiamenti della sua attività, noi vediamo ch'egli si diffonde
mirabilmente nel campo dello scibile, ch'egli corre dietro a tutte
le forme del vero, ma che la sua stella polare è sempre l'Arte, e
che all'Arte egli vuole che convergano gli elementi della sua cultura
meravigliosa. Se tale la sua propedeutica artistica, voi avete un primo
dato per argomentare subito quale e quanta debba essere stata l'arte di
Leonardo da Vinci.
Egli venne in tempi in cui, massime in Italia, la pittura si avvicinava
alla sua più alta fioritura, anzi alla sua radiosa maturità. Antonello
da Messina aveva già divulgato fra noi il processo della pittura ad
olio per il quale delle più smaglianti grazie ed una maggiore evidenza
acquistavano i colori; a Firenze nel tempo di Leonardo dipingevano
artisti come Sandro Botticelli; nella Umbria tenevano il campo
Pinturicchio e il Perugino, preparando Raffaello; a Bologna Francesco
Raibolini detto il Francia di grande orafo si mutava in grande
pittore; Ferrara aveva avuto il Tura e il Cossa e il Costa. Di là dal
Po, Mantegna, svincolatosi dalle dotte pedanterie dello Squarcione,
popolava di meraviglie Padova, Verona e Mantova e associandosi e
accostandosi al Giambellino, fondeva la robusta evidenza del suo
disegno con le grazie del colorito veneziano. Volgeva dunque un momento
di grande ricchezza e di grande splendore per l'arte. Egli, Leonardo,
doveva coronare e glorificare tutto questo movimento.
E gli si aprivano due vie. Il suolo d'Italia restituiva, come per
grazioso miracolo, alcuni dei più bei documenti dell'arte antica: le
menti ne rimanevano stupite e irresistibilmente attratte ad imitarli.
Leonardo da Vinci, quest'alunno della natura, tutto il tesoro delle
osservazioni fatte nel campo della vita portava nel campo dell'arte,
e voleva un'arte essenzialmente naturale, che dalla natura prendesse
tutto il suo vigore e tutte le sue grazie. È molto notevole, o signore,
questo atteggiamento preso di Leonardo nella grande contesa fra il
naturale e l'antico, che allora appunto stava per raggiungere il
suo momento critico e decisivo. Leonardo portò tutto il peso del suo
sapere, tutta la potenza delle sue attitudini artistiche, tutta la sua
autorità immensa in favore del movimento naturalista, ampiamente inteso
e nobilmente significato.
Osservate in fatti che egli non accetta i “moduli„ che si cominciano
ad insinuare nelle pratiche dell'arte, e coi quali si tendeva già a
sostituire qualche tipo fisso ed inalterabile al lavoro personale e
continuamente vario, al movimento fluido, infaticabile della natura,
l'eterno e inesauribile esemplare. Guardate il Cangiasio, il Durer,
Leon Battista Alberti escogitano misure e proporzioni determinate al
corpo umano; fra Bartolomeo della Porta tira fuori dalla sua mente, o
piglia dalla Germania, il _manichino_. Leonardo scarta tutto ciò. Egli
guarda con diffidenza tutto quello che tende a sostituire nell'arte
degli schemi già finiti e per così dire cristallizzati all'incessante
mutualità che deve passare fra l'animo dell'artista e la natura. Egli
primo fra i moderni, comincia già a tracciarvi la storia dell'arte in
un modo che ci fa davvero stupire e che dà ragione della sua maniera di
sentirne l'essenza. Ascoltiamolo: “Le arti giacquero in Italia perchè
fu negletto ogni studio di imitare la natura, finchè venne Giotto
fiorentino, il quale nato in monti solamente abitati da capre e simili
bestie, cominciò a segnar su per li sassi gli atti di simili capre,
delle quali era guidatore; e così cominciò a fare tutti gli altri
animali, che nel paese trovava. In tal modo che questi dopo molto di
studio avanzò, nonchè i maestri dell'età sua, tutti quelli di molti
secoli passati.„ Ecco il giusto criterio naturalista sostituito ad ogni
altro criterio! Il tipo dell'artista per Leonardo infatti è Giotto,
l'uomo semplice, quasi primitivo, che non guarda, come Nicola Pisano,
il sarcofago antico, ma le cose naturali e vive che stanno dintorno
a lui e ingenuamente le ritrae. E prosegue a dire: “Dopo, gli uomini
imitarono Giotto, e l'arti decaddero.„ L'imitazione sostituita allo
studio diretto della natura, quindi perniciosa all'arte. “Finalmente
sorse Tommaso fiorentino cognominato Masaccio, il quale mostrò con
opere perfette come quelli che pigliano per autore altri che la natura,
maestra de' maestri, si affaticano invano.„