Fin da ragazzo avevo letto nelle storie letterarie e nelle Antologie
che pregio dell'_Arcadia_ del Sannazzaro era la bellezza delle
_Descrizioni campestri_. Ma anche prima ch'io “fuor di puerizia
fossi„ mi accorsi leggendolo che il Sannazzaro descrive.... come può
descrivere _un cieco_. Mi spiego. Un cieco può parlare di oggetti
visibili che non gli è dato distinguere — parlare di stature, di
misure, di forme, anche di colori: ne ha sentito parlare, e ripete ciò
che ha sentito dire. Così il Sannazzaro ci parla di boschi, di luna,
di aurora, di uccelli, di laghi, perchè gliene hanno detto qualcosa
Virgilio, Ovidio, i Greci, il Boccaccio — ed egli ripete, quasi sempre
male, quel che essi hanno detto bene.
A provare che il Sannazzaro non è vero poeta, cioè un veggente, cioè
un uomo che _vede meglio e più addentro che gli altri_, nell'uomo e
nella natura — basta guardare i suoi aggettivi. Non ne trovi mai uno,
dico uno, che, come fan sempre quelli di Dante, dia vita e fisonomia
e colore al suo sostantivo. Son tanto comuni che, dato il sostantivo,
s'indovina subito l'epiteto che l'accompagna.
Apro a caso e leggo:
“Gli aratori tutti lieti, con _vaghi_ e _dilettevoli_ giuochi, intorno
ai _candidi_ buoi, per li pieni presepi cantarono _amorose_ canzoni.
Oltra di ciò li _vagabondi_ fanciulli (_vagabondi_, in altro senso,
non sarebbe cattivo) con le _semplicette_ verginelle se videro per le
contrade exercitare _puerili_ giuochi in segno di _comune_ leticia.„
Ecco dei versi d'un'Egloga lodata. Parla il pastore Barcinio a
Summonzio.
_Barcinio._ — Una tabella pose per munuscolo
In su quel pin: se vuoi vederlo, or alzati,
Ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.
_Summonzio._ — Quinci si vede ben senz'altro ostacolo
Filli, quest'alto pino io ti sacrifico,
Qui, Diana ti lascia l'arco e l'jacolo.
— Questo è l'altar che in tua memoria edifico,
— Quest'è il tempio honorato e questo è il tumulo
In ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Certo, questi pastori hanno avuto sempre _dieci_ in latino, e sono
stati tutti all'_Università_.... Paragonate questi _dotti_ vestiti da
pastori, agli schietti e veri e vivi contadini di Lorenzo de' Medici!
Sarebbe però ingiusto il negare al Sannazzaro la facoltà che ha, in
qualche scena silvestre o rusticana, di darci una serie di graduali
impressioni che han del poetico — il senso della composizione, della
euritmia, della _Symetria prisca_. Peccato che egli si compiaccia e
si pavoneggi quasi sempre nella imitazione _formale_, in una specie di
trascrizione dai Latini, quasi a sfoggio di saccenteria.
Un valente critico, anche troppo benevolo al Sannazzaro, scrisse che
l'_Arcadia_ fu come un sogno per l'autore, e diventa un sogno per
il lettore — che i personaggi son quasi tutti _fantasmi_ piuttosto
che veri caratteri. Il Sannazzaro viveva nel più luminoso paesaggio
d'Italia; aveva sotto gli occhi il golfo di Napoli, Posilipo, Amalfi,
Sorrento; e non sa che _intravedere_ uomini e cose, come fantasmi in
un sogno! Aggiungete che i personaggi d'_Arcadia_, questi fantasmi che
non sappiamo distinguere, e che non ci interessano, nè ci commovono
mai, nè per le loro avventure, nè coi loro lamenti, erano, sotto nomi
pastorali, personaggi veri e _viventi_, amici e parenti del Sannazzaro,
che egli ha paralizzato con le sue frasi latine, e mummificato coi suoi
periodi boccaccevoli. La poesia che in Dante e nei veri poeti mette
la vita anche dov'era la morte — nel Sannazzaro mette invece la morte
dov'era la vita; perchè l'arte vivifica, e l'artificio dissecca. Sì,
pare incredibile, ma è vero e provato. La insipida pastora _Massilia_
è la Masina, madre del Sannazzaro, da lui tanta amata — _Amaranta_, è
la sua diletta Carmosina — _Melisco_ è il Pontano — _Fronimo_ è Gian
Francesco Caracciolo — persone vive e vere, che egli vedeva tutti i
giorni, e che egli ha _seppellite per sempre_ nel classico e freddo
sepolcro dell'_Arcadia_.
Se nella poesia e nella prosa, nell'_Arcadia_ e nelle _Rime_, il
Sannazzaro imita continuamente gli antichi, da Virgilio a Claudiano, si
può dire che saccheggia addirittura il Boccaccio.
Anche quando vuol descrivere la _sua_ Napoli, il Sannazzaro non sa far
altro che trascrivere dal Boccaccio. Ma il Boccaccio che, nonostante
i latinismi e l'artificio, e un certo manierismo, è un gran poeta
in prosa, rimane il solo vero ed efficace descrittore di Napoli. Il
placido, azzurro, tepido mare di Baia, Posilipo e Castelnuovo, la tomba
di Virgilio e Pozzuoli, Cuma e Caprea, ce lo rammentan sempre.
Dopo il Boccaccio, chi ha più sentito e meglio tradotto la poesia di
Napoli, è Lamartine. Boccaccio e Lamartine — spaventosa concordia!
eppure, o Signori, è così. Quell'incanto molle di Napoli, quello
spettacolo unico di cielo e di mare, dove in uno sguardo si vede,
dirò così, il fiore della Vita — dove la terra è una festa, e il
cielo un paradiso — il sensuale amante della Fiammetta lo sentì come
lo spirituale poeta di Elvira. Tatti e due avevano respirato l'aria
balsamica e luminosa delle notti napoletane — tutt'e due avean errato
sul golfo nell'ora ineffabile in cui la luna declina verso il Capo
Miseno, e impallidisce e svanisce tra le prime rose dell'aurora.
Nel Sannazzaro già trasparisce il lato debole, anzi cattivo
dell'epoca. Come in Lorenzo e in Leonardo è il lato _dialettico_, nel
Sannazzaro è il lato _sofistico_ del Rinascimento: la cieca idolatria
del classicismo, delle regole consacrate e dommatiche, e quello
spirito legislativo e dottrinario, che doveva finalmente soffogare
l'immaginazione e la libertà individuale, e precipitare fino ai
deliri del grottesco e del barocco, i sistematici adoratori del _Bello
Assoluto_. Già fino dalla fine del secolo XV, per molti letterati, ciò
che importa non è più _cosa_ s'ha a dire, ma _come_ si deve dire. Una
menzogna o una turpitudine in bei periodi Ciceroniani, si preferisce
a una verità o a un gran pensiero nel cattivo latino di Abelardo e di
san Tommaso. Dei cardinali umanisti raccomandano a dei giovani prelati
di non fermare il pensiero sulle orazioni della Messa o sulle parole
dei Salmi, per non sciuparsi _lo bello stile_. Si paganizzano perfino
i nomi, e Pietro si muta in _Pierio_, e Giovanni in _Gioviano_. Lo
scrittore finisce col non dir più quello che pensa, o immagina, o sente
— ma pensa solo a delle _frasi_ — vede, non più il mondo immenso della
Natura, ma il mondo limitato dei classici, e trascrive servilmente
questo, come modello assoluto, e quasi sempre lo sciupa nel riprodurlo.
La forza trionfante, l'indifferenza nella scelta dei mezzi pur di
riuscire, la bellezza sensuale e voluttuosa, il godimento raffinato
e egoistico, divennero un nuovo Vangelo — tanto che la Letteratura
e l'Arte, queste due confessioni della Società, ne furon finalmente
viziate, infette nell'intimo organismo, e mostruosamente pervertite.
E si ebbero per ultima conseguenza, poemi cortigianeschi deliranti
e snervanti, drammi da macchinisti, pitture e sculture di Dei senza
potenza, di Vergini senza pudore, di uomini senza carattere: Santi
che paion facchini e odalische — Angeli che somigliano ad acrobati o a
ballerine — moli enormi e insolenti di marmo e stucco sciupati, che si
chiamano chiese, palazzi e sepolcri.
Il vizio del Rinascimento dopo il suo primo fiore, fu il culto
eccessivo e la servile imitazione delle forme antiche. Finì per non
guardar più alla Natura, unica e inesausta sorgente d'ogni Vero
e d'ogni Bello; e lo vide solo attraverso i libri: e avemmo una
letteratura convenzionale, un accademicismo rettorico. Dante, il gran
conciliatore della Natura e dell'Arte, della dottrina e della poesia,
fu dimenticato. Poi l'ingegno umano, pazzo d'orgoglio, non imitò più
neppure i classici, ma pretese ricavare ogni invenzione dalla propria
fantasia, _creare_ senza guardare più nè il Vero nè gli antichi, e
avemmo il Marini e il _Secento_.