XIV.

Pareva rinnovarsi l'età dell'oro! Le giostre medicee, che aveano

inspirato le ottave del Poliziano, stimolavano anche gli altri

cittadini a largheggiare nelle spese più pazze. Benedetto Salutati,

nipote di Messer Coluccio, per quella del 1467, “nella sopravveste,

testiera ed altri paramenti di due cavalli _mise_ 170 libbre di

fino argento, che volle sottilmente lavorato per mano d'Antonio del

Pollajuolo. E ne' ricami dei detti paramenti, nella sopravveste sua e

nelle cioppette de' sergenti mise intorno a 30 libre di perle, la più

parte di maggior pregio„[90].

Firenze, abbellivasi di sontuosi palagi. Filippo Strozzi incominciava,

il 6 agosto '89, a fondare il suo, e Giuliano Gondi poco appresso ne

imitava l'esempio. Il popolo ne andava orgoglioso, e il buon Tribaldo

De Rossi, per memoria del fatto, si fece mandare dalla Nannina sua

donna, tutti rivestiti i suoi due figliuoli e menatili a vedere i

fondamenti del palazzo Strozzi “prese Guarnieri in collo e guatava

colaggiù, e dettili un quattrin gigliato, e gittollo laggiù, e un mazzo

di roselline di Damasco c'aveva in mano ve li feci gittar drento.

E dissi: Ricorderàitene tu? Disse, sì. Insieme con la Tita nostra

serva erano, e Guarnieri aveva appunto detto di anni 4, e avevali

fatto la Nannina una gabbanella di taffetà cangiante, verde e gialla,

nuova„[91].

I ragazzi, come i cittadini più grandi, dovevano esser colpiti dalle

sorprendenti meraviglie, a cui li avvezzavano le magnificenze medicee.

Ogni giorno cose nuove e singolari: feste, processioni, cortei

principeschi. E il De Rossi, semplice cronista, di quegli avvenimenti,

ci ha conservato il ricordo. Nel 1488, donata dal Soldano di Babilonia

a Lorenzo, venne in Firenze una giraffa alta sette braccia, ch'era

menata a mano da un di quei Turcimani. Grande curiosità in tutti,

perfin nelle monache; onde furon costretti a mandarla attorno pei

monasteri[92]. “Mangiava d'ogni cosa, nelle ceste d'ogni forese metteva

il capo; a un fanciullo arebbe tolto una mela di mano, tanto era

piacevole. Morì a' dì 2 di gennaio 1489„ e tutti la piansero, “perchè

era sì bello animale„.

Ma, d'un tratto, tutta questa serena giocondità di vita, tutto questo

abbagliante splendore d'arte, di poesia, di spensierata gaiezza,

si spegne sinistramente. La tempesta rumoreggia lontano, la collera

celeste, profetizzata dal fiero domenicano che nel convento di San

Marco, fra lo strepito del carnevale, medita solitario, minaccia i

rinnovellati trionfi del paganesimo. L'8 di aprile 1492, come di una

pubblica calamità, giunse la nuova della morte di Lorenzo de' Medici.

“Lo splendore di tutta Italia, non che di Toscana,„ come scriveva

il Dei, era scomparso. La sera appresso, la compagnia de' Mazzi

riponeva il corpo nella sagrestia di San Lorenzo, e l'altro dì si fece

l'onoranza, “non con molta pompa, come i loro antichi son consueti, ma

onestamente e senza drappelloni, con tre regole di frati e una di preti

solo; che in vero, non si poteva tanta pompa fare, che maggiore non

fosse stata poca a un tanto uomo„[93].

Con così lugubri esequie, nel gelo de' sepolcri laurenziani si

chiudevano, con le spoglie del Magnifico, i ricordi di tutta una

età che apparve radiante di gloria e di giovinezza. Il mondo della

Rinascenza scompariva, e poco dopo, scrive Tribaldo De Rossi, “venne

una lettera alla Signoria che certi giovani, iti con caravelle,

arrivarono a cert'isole grandissime, che mai più vi si navigò per

nazione umana, popolate d'uomini e donne assai, tutti ignudi„.

Un nuovo mondo era stato scoperto!

_Signore e Signori._

Rotta la terza cerchia delle sue mura, Firenze, fatta italiana, piantò,

sotto la folgorata torre di San Miniato, come un segnacolo di libertà

il David di Michelangiolo, glorioso mutilato nei tumulti del 527,

testimone immortale delle miserie antiche e delle future grandezze.

Dalla cima del colle e' guarda Firenze nuova, Firenze aperta da

ogni lato, senz'altra difesa di mura, di bastioni o di torri; perchè

Firenze, cuore d'Italia, si difende oggi dalle Alpi e dal mare.

La patria, un tempo ristretta nel Comune, nel piccolo Stato, ha

abbattuto le vecchie mura e i vecchi confini, e si distende per ogni

plaga dove suoni la lingua di Dante. Così la ragione de' popoli e la

civiltà, si sono affermate nel diritto e nella carità umana.

Tornare indietro nè si può nè si vuole: la semplice vita de' nostri

antichi, con la gioconda serenità che le fu propria, più non ci

alletta. Il pensiero moderno, che ci travaglia e tortura coi dubbi

tormentosi, con le aspirazioni insoddisfatte, lo redammo da tante

sublimi e nobili intelligenze: è una conquista superba cui non possiamo

rinunziare.

In esso è la forza che muove la scienza e che solleva i cuori e gli

spiriti verso un ideale più alto, l'ideale del perfezionamento umano:

il nuovo sole che irradia le vette eccelse della carità e dell'amore.

Firenze, 17 aprile 1892.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 25 / 93 题