Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze
della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare
una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque
incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e
celebrar le bellezze della _Nencia_ rusticana, e serbare nel fasto una
sobrietà cittadina.
Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la
figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia,
mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose
accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta
con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti
e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A'
clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando
amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non
gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno
scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio.
E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due
facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85].
Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico
astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non
in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle
arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro
mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano
antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle
cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio,
concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo
era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili
botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti
pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè
pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempi vide nascere, o crescere
più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai
trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi;
dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre
Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei
desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia,
servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86].
La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi,
accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle
processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette
da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le
trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per
parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in
buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si
facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni
sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era
così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via
Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori
e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto
Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si
fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi,
e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda
e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa
di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni
popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie
altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre
del Palagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole.
Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava
cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco
Filarete, araldo della Repubblica[88].
Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi
o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla
Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti
anni non pagarono nessuna gravezza[89].