XIII.

Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze

della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare

una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque

incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e

celebrar le bellezze della _Nencia_ rusticana, e serbare nel fasto una

sobrietà cittadina.

Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la

figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia,

mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose

accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta

con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti

e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A'

clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando

amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non

gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno

scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio.

E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due

facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85].

Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico

astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non

in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle

arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro

mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano

antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle

cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio,

concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo

era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili

botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti

pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè

pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempi vide nascere, o crescere

più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai

trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi;

dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre

Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei

desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia,

servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86].

La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi,

accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle

processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette

da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le

trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per

parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in

buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si

facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni

sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era

così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via

Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori

e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto

Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si

fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi,

e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda

e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa

di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni

popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie

altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre

del Palagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole.

Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava

cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco

Filarete, araldo della Repubblica[88].

Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi

o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla

Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti

anni non pagarono nessuna gravezza[89].

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 24 / 93 题