VIAGGIO
PEL
LAGO DI COMO
DI
POLIANTE LARIANO.
COMO
PRESSO CARLANTONIO OSTINELLI
STAMPATORE PROVINCIALE
1817.
PREFAZIONE.
Al forastiero, che dottamente curioso viene a visitare l'inclita
Como per indi intraprendere il delizioso viaggio del massimo Lario,
non può per nostro avviso riescir discaro, che prima di porgergli
la descrizione del Lario del conte Giambattista Giovio, gli si offra
qualche rapido cenno sull'antica storia di questa gloriosa Città, ed
alcuna notizia eziandio dei molti insigni cui ella diede i natali, e
di quanto infine v'ha in essa che si meriti considerazione. Però noi
stimiamo prezzo dell'opera il farci a brevemente fornirgli siffatte
cognizioni, che principalmente dall'opere del mentovato Conte andrem
desumendo; al che siamo spinti ancora dal por mente, che ove per
avventura il lago burrascoso gli interdica la navigazione, avrà così di
che ben impiegar l'ore di sua dimora in Como.
§. I.
L'origine della Città di Como perdesi, al pari di quella di quasi tutte
le altre Città d'Italia, fralle tenebre della più rimota antichità.
Cajo Plinio Seniore ne conservò bensì l'opinion di Catone, che attribuì
la fondazion di Como agli Orobj; ma lo stesso Catone confessava poi
d'ignorare onninamente qual si fosse questo popolo, nè di gran momento
è la sentenza di Cornelio Alessandro, il quale stimò gli Orobj derivati
dai Greci anche per l'interpretazione del nome, che in greca favella
suona _abitatori dei monti_. Altri celebri eruditi studiaronsi di
trovare onde le genti Orobie discendessero; ma troppo mal fermo fu
il risultamento delle loro investigazioni: per la qual cosa noi ci
accontenteremo di ritenere tanto più antica, quanto più imperscrutabile
l'origine di Como.
Insiem cogli Orobj vennero in seguito, come ne attesta Livio, ad
occupar le terre del Lario gli Etrusci o Toscani; i quali poi nell'anno
600 avanti l'Era volgare sconfitti da Belloveso, nipote di Ambigato
che reggeva la Gallia Celtica ai tempi di Tarquinio Prisco, dovettero
ritirarsi fra quelle contrade, che guardano l'oriente dell'alpi
e volgonsi al mezzogiorno: e di tal modo nella region Comasca si
stabilirono i Galli Bellovesiani che già Insubri erano denominati,
conservandosi però Como per più secoli un popolo distinto ed
indipendente nel governo di se stesso.
Ma nell'anno di Roma 557 Marco Claudio Marcello trionfando degli
Insubri e de' Comaschi rese Como soggetta al dominio di Roma. Como
sotto i Romani salì in grande dignità acquistando da prima in parte,
poi in tutto i diritti e le prerogative della Romana cittadinanza sino
a sollevarsi dalla condizione di suddita a quella di partecipe della
sovranità. E qui è bello il ricordare i nomi di Pompeo Strabone, padre
del gran Pompeo, di C. Scipione, e di Giulio Cesare; perocchè tutti a
gara la favorirono e l'onorarono. Notisi altronde contro l'asserzion
dell'Enciclopedia all'articolo _Como_, che i Romani chiamarono questa
città _Novum Comum_ per ciò solo, ch'essi vi dedussero nuove colonie,
onde ristorarla dai danni, che i Reti vi avevano cagionati.
Como istette con Roma; finchè venuta l'Italia in poter de' barbari,
colla caduta dell'impero Romano nell'occidente, dovette anch'essa,
partecipando alle comuni sciagure, passar prima sotto il dominio
de' Goti, poi sotto quello dei Longobardi, indi sotto i Franchi, e
finalmente sotto la clemente signoria dei Germani.
È a questo punto, che noi possiamo ravvisare nella Città di Como i
destini d'una novella Troja; perciocchè intorno all'anno 1117 a cagione
della sanguinosa irruzion de' Comaschi fatta sopra Landolfo Carcano
vescovo intruso scese per consiglio del milanese arcivescovo Giordan da
Clivio tutta Insubria contro la sola Como, ed appena dopo dieci anni e
col soccorso di venti popoli pervenne a domarla. Però ai 27 d'agosto
del 1127 i vincitori Milanesi mal serbando la data fede ai resisi
Comaschi abbatterono sin dalle fondamenta tutta quanta la misera Città
di Como[1]. In questo disastro perirono ancora i preziosi monumenti,
che a' Comaschi restavano della Romana grandezza; il che è a dire come
un'arena ed un teatro che a Giulio Cesare sono attribuiti, non che le
celebri loggie di L. Calpurnio Fabato: e quindi Como si giacque più
anni depressa sino ai giorni di Federico Barbarossa.
I Milanesi, secondochè narra l'abate Uspergese, l'anno 1156 rinnovarono
le rovine di Como; ma i Comaschi fecero poi le loro vendette, quando
nel 1162 insiem co' Cesariani e cogli Alleati intervennero alla
distruzion di Milano, comandata da Federico.
Umiliato poscia l'Imperadore alla famosa battaglia di Legnano, i
Comaschi si accostarono alla lega, ed ebbero indi parte alla memorabil
pace segnata in Costanza ai 25 di giugno dell'anno 1183.
Il primo avanzo dell'antichità de' secoli barbarici, che al forastiero,
il quale muova verso Como, s'appresenti, si è la torre di Baradello,
posta sopra una collina che da mezzodì soprasta la città. Questa rocca
celebre nelle storie fu edificata da Luitprando Re de' Longobardi
l'anno dell'era volgare 724; e venne poi smantellata dal famoso Antonio
de Leva generale di Carlo V. nell'anno 1527 non rimanendone che la
superba torre, e qualch'altro sfasciume[2].
§. II.
Ma bastino questi brevi tratti sull'antica storia di Como, e passiamo a
riconoscere questa terra altrice d'onoratissimi ingegni, non toccandone
però che i sommi.
Egli è ben dritto che per noi si cominci dall'amico di Vespasiano
e di Tito, da quegli che conservò la memoria degli antichi miracoli
delle belle arti, dal più sapiente indagatore della natura, da Cajo
Plinio Secondo[3]. Nacque egli in Como intorno all'anno XXII. dell'Era
volgare; fu per senno e per dottrina la meraviglia de' contemporanei
e de' posteri; e il suo genio osservatore lo condusse a morire alle
falde del Vesuvio nella ancor giovane età d'anni 56[4]. Rimangono di
lui trentasette libri della Storia Naturale, opera avuta costantemente
da tutti in grandissimo pregio.
Nipote e figlio adottivo del memorato è Cajo Plinio Cecilio Secondo.
Egli era carissimo a Trajano, di cui scrisse sì alto le lodi; ei fu
l'amico di tutti i dotti del suo tempo; e pel suo merito fu decorato
delle più cospicue cariche dell'impero sino alla dignità Consolare.
Hannosi di lui coltissime lettere, il celebre panegirico di Trajano, ed
altre opere stimatissime.
D'amendue i ricordati Plinj scorgonsi le statue con apposite iscrizioni
sulla facciata della superba Cattedrale di Como, onorevoli monumenti
consacrati alla memoria di que' sommi dai grati loro concittadini
l'anno 1498.
Nativo di Como è pur Cecilio, poeta dell'aureo secolo, e al cui onore
basterebbe il rammentare l'amicizia e la stima, che professavagli
Catullo. Da un faleucio indirizzatogli dall'amico Catullo si raccoglie
che il poeta comasco avesse incominciato un poema sopra Cibele; e
Benedetto Giovio, seguito dal conte Giovanni Battista, è d'opinione,
che il poemetto che leggesi nelle poesie di Catullo sopra Ati, sia
opera del Comasco Cecilio.
Ma trapassando Cassio, Cornelio Nipote, Severo, Attilio, Floro,
Rutilio, Pomponio e qualch'altro antico, che dal conte Giovanni
Battista Giovio s'argomentano Comaschi, io vengo a' chiarissimi
fratelli Benedetto e Paolo Giovio. Il primo nacque in Como nel 1471
il secondo nel 1484 da Luigi Giovio e Lisabetta Benzi. Benedetto era
tenuto in sì alto pregio, che Andrea Alciato non dubitò d'attribuirgli
il dignitoso nome di Varrone della Lombardia; e Carlo V. in Bologna
lo dichiarò Conte Consigliere Aulico Cavaliere aurato insiem co' suoi
figli, e col fratello Monsignor Paolo. Lasciò moltissime opere, fra
le quali una colta Storia Patria. Morì nel 1544, e nelle pareti della
Cattedrale di Como esiste tuttavia la nobile sua tomba. Di non minor
valore di Benedetto fu pure il di lui fratello Paolo. Scrisse questi
infinite opere, di cui le più rinomate sono una Storia generale in 45
libri, le Vite degli uomini illustri, gli Elogi dei grandi uomini, e
le Vite dei XII Visconti Sovrani di Milano. È però qualificato celebre
storico, che che ne dica in contrario il Dizionario di Bayle; e da
Leon X. fu giudicato un Livio novello. Clemente VII. il creò Vescovo di
Nocera. Il Duca di Milano, i Farnesi, gli Estensi, i Duchi d'Urbino, i
Gonzaghi, e Cosimo de' Medici Duca di Firenze l'ebbero tutti caro, e lo
distinsero a gara. Cessò di vivere nel 1552 in età d'anni settantanove.
Anco a Benedetto Odescalchi, poi Innocenzo XI., diede Como i natali.
Ei nacque di Livio, e di Paola Castelli nel 1611; fu da Innocenzo
X. eletto Cardinale nel 1645, ed acclamato Pontefice nel 1676. Uscì
di vita nel 1689, e il solo suo nome basta a renderlo immortale. Da'
Comaschi Rezzonici è altresì oriondo Clemente XIII.
Voglionsi ora ricordare due celebri Rezzonici. Il primo è il Conte
Anton Gioseffo nato in Como nel 1709. Fu Cavaliere di San Jago,
Maresciallo di Campo, Gentiluomo di Camera di S. A. R. l'Infante Duca
di Parma, e Governatore di quella Città. Si distinse nella facoltà
poetica e nell'oratoria; ma la maggiore fralle sue opere edite sono
le eruditissime Pliniane Disquisizioni, che versano sulla patria,
sulla vita, e sugli scritti di Plinio maggiore. Il secondo, figlio
del nominato, è il Conte Carlo Castone nato in Como nel 1742. Fu
questi Colonnello e Gentiluomo di Camera di di S. A. R. l'Infante di
Parma, Segretario di quella R. Accademia, e Cavaliere Gerosolimitano.
Insieme colle filosofiche discipline coltivò egli felicemente le
lettere umane, e riuscì uno de' più colti scrittori de' suoi giorni.
Il dotto professore Francesco Mocchetti va ora pubblicando la raccolta
dell'opere di questo insigne Comasco, il di cui nome è caro alle
lettere del pari e alle belle arti.
Nè è da passar con silenzio quello fra' poeti Comaschi, che fece della
poesia il miglior uso, rivolgendola al suo più nobil fine: e parlasi di
Francesco Rezzano. Venne Francesco alla luce nel 1731 agli 8 di marzo;
diedesi alla via ecclesiastica, e fu canonico. Recò egli in dignitose
ottave il libro di Giobbe; scrisse un poema in verso sciolto intitolato
il Trionfo della Chiesa, e con sacri cantici latini ed italiani fece
risuonare le sponde del Lario di Davidica armonia. Ai 27 maggio 1780
uscì di una vita per lui tribolatissima.
E gloriasi pur Como de' natali del Marchese Giuseppe Rovelli, natovi
nel 1738. Dettò egli in patria con molta lode le istituzioni di
Giustiniano; ed è autore della più bella Storia patria che s'abbiano
i Comaschi. Riconoscenti i di lui concittadini gli consacrarono una
onorevolissima lapide, che esiste in una delle sale della patria
amministrazione Municipale. Morì nell'anno 1813.
Del più volte nominato Conte Giovanni Battista Giovio convien ora che
facciamo la debita ricordanza. Nacque egli in Como alli 10 di dicembre
del 1748 discendendo dalla nobile famiglia de' Giovj summentovati[5].
Fu Cavaliere del sagro militar Ordine di Santo Stefano, e Ciambellano
di S. M. I. R. A. Fe' dono al pubblico di molte opere pregiatissime;
molte ancora lasciò inedite, e fu reputato un grandissimo erudito. In
ispecial guisa poi è egli benemerito di sua patria, che illustrò con
dottissimi scritti d'ogni maniera. Morì nell'anno 1814.
In gran fama salì ancora don Ignazio Martignoni, nato in Como nel 1754.
Fu professore di Diritto nel patrio Liceo; pubblicò varie opere, e con
esse acquistossi un nome distintissimo in letteratura ed in diritto.
Nelle materie che il Martignoni imprese a trattare pochissimi gli
possono stare a fronte, tanto egli scrisse maestrevolmente. Cessò di
vivere nell'anno 1814[6].
Fra celebri viventi Comaschi vuolsi primo nominare il degnissimo sacro
Pastore, che ne regge la Diocesi, l'illustrissimo e reverendissimo
Monsignor Vescovo Carlo Rovelli. È questi fratello del dianzi ricordato
Marchese; conosce profondamente le lingue orientali; e a chiuder tutto
in uno, è per dottrina e per santità di vita specchiatissimo.
Altro che fra' Comaschi merita particolar menzione si è il sig.
Giuseppe Nessi, nato nel 1741. Stette egli molti anni professore
d'Ostetricia sull'Università di Pavia, ed ora n'è Professore emerito.
Mise in luce più opere, che gli procacciarono non volgar rinomanza.
È pure da memorare l'illustrissimo sig. don Antonio Della Porta,
professore di filosofia razionale, morale e Pedagogia, chiaro nella
repubblica letteraria per molte produzioni.
Il sig. dottor fisico Carlo Carloni professore di Storia naturale nel
R. Liceo, è uomo prudentissimo nella medicina e in ogni ramo di scienze
fisiche. Egli possiede una raccolta di minerali che merita di essere
veduta.
Il dottor Francesco Mocchetti di cui poc'anzi avemmo menzione, versato
in ogni maniera di bella erudizione possiede un'ammiranda collezione di
libri del quattrocento.
Nè vuolsi passare sotto silenzio il sig. Giuseppe Malachisio chiaro per
molte sue produzioni poetiche; chè egli ha pieno la lingua e il petto
di quell'antico savere che cotanto onora l'uomo.
Il dottor fisico Onorato Solari uomo pur esso assai dotto possiede una
collezione di Storia naturale molto doviziosa in conchiglie, fra le
quali vedonsene molte di assai rare e peregrine.
Presso il medesimo si trova una serie assai numerosa di medaglie
antiche d'ogni metallo sì greche che latine ecc. Trovansi pure bronzi,
urne, lucerne, vasi di diverse forme e materia, idoli sì Egiziani
che Romani, bassi rilievi, pagodi, avorj, dittici, e molti altri
commendevoli storici monumenti ecc. Come pure possiede molti oggetti
di curiosità e molte tavole dei migliori pennelli massime Fiamminghi.
Vi si vedono per esempio i Caracci, gli Holbein, i Poussin, i Vandik,
i Vander-Werf, i Morales ecc.
Ed eccoci a chi sovra ogni altro illustra Como co' suoi natali, al
massimo rigeneratore delle fisiche discipline, ad Alessandro Volta.
Nacque egli in Como da Filippo uomo patrizio, e da Maddalena de' Conti
Inzaghi nel 1745. Innanzi a lui tutta s'inchina la filosofica famiglia;
del suo nome si fa bella Italia; di sua fama è piena tutta Europa; e
a noi basterà ripetere il detto dell'oracolo: _Tanto homini nullum par
elogium_.
Sono questi per comune avviso i primi illustri Comaschi; e Como
argomentando sull'odierna sua gioventù può nudrir ferma speranza di
crescerne il numero fra non guari.
§. III.
Quanto alle cose, che possono in Como trattenere l'erudita curiosità
del forastiero, deesi prima collocare la superba Cattedrale posta sulla
piazza maggiore. Cominciossi nel 1396; fu l'opera di più secoli; e fu
unicamente eseguita colle devote beneficenze de' splendidi cittadini.
Il forastiero vi potrà ammirare l'ampiezza e gli ornamenti d'ogni
sorta; e dopo aver tutto esaminato dovrà conchiudere, che questa
magnifica mole tutta marmorea non conosce superiori, tranne S. Pietro
di Roma, S. Paolo di Londra e il Duomo di Milano.
Dietro il Duomo sorge un'altra dignitosa fabbrica dedicata al colto ed
onesto divertimento de' cittadini. È questo il nuovo Teatro, eretto da
pochi anni con particolare splendidezza; e il forastiero dopo averne
trovata graziosa l'arena, bellissimi i ridotti, maestoso tutto il
fabbricato, sarà pur forza che ne confessi leggiadrissimo il Teatro.
In vicinanza di Porta Milano, fatta nell'ampia torre stata costrutta
nel 1182, da cui dassi anche altro nome alla Porta, scorgesi la recente
suntuosa fabbrica del Liceo, che già volge al suo compimento, e la
cui facciata è sostenuta da otto rare colonne fra l'altre, che da
Benedetto Giovio e dagl'intendenti voglionsi di marmo greco[7]. Il
Liceo è fornito d'una buona biblioteca, che la munificenza del Governo
va continuamente arricchendo; d'un gabinetto fisico ben provvisto
di fisiche suppellettili; d'una serra e d'un giardin botanico. È poi
specialmente distinto per ottimi professori.
Prima però di uscir di città amiamo di annunciare all'amator delle
belle arti gli angelici freschi, che adornano l'altar della Vergine
nella Chiesa di S. Fedele, e che ritengonsi di Camillo Porcaccino; il
Museo Gioviano posseduto in parte dal Conte Paolo Giovio, e in parte
dagli illustrissimi fratelli Giovj Conte Cavaliere don Francesco e
Cavaliere don Paolo, presso i quali esiste ancora una sceltissima
biblioteca; infine varj quadri e dipinti di pregevoli pennelli, che
trovansi presso l'illustrissimo sig. don Benigno Natta, l'illustrissimo
sig. Conte Mugiasca, attuale I. R. Consigliere di Governo, e
l'illustrissimo sig. Ciceri don Camillo.
Fuori della Città, all'amena spiaggia dell'Olmo in capo al Borgo Vico,
degnissimo è d'essere ammirato il grandioso edifizio dell'illustrissimo
sig. Marchese Innocenzo Odescalco. La sala maggiore di questo palazzo,
splendida per marmi e per molt'oro, non sa punto invidiare le aule
reali.
Quella parte del Vico che giace in riva al lago è resa signorile e
deliziosa dai molti nobilissimi suburbani che vi torreggiano.
Il Collegio Gallio vicino a Porta Sala ossia Svizzera è meritevole
della considerazione del forastiero. Fu questo Collegio fondato dal
Cardinal Tolomeo Gallio nel 1583 ed affidato ai Padri Somaschi che vi
entrarono nel 1589. È il Collegio presentemente in fiore, e a tutta
ragione, poichè ottima è l'educazione che dagli attuali Padri vi si
presta. Rettore del Gallio n'è l'esimio sig. don Carlo Locatelli, e n'è
grande ornamento l'ellenista sig. abate don Giuseppe Pagani professor
di rettorica.
Non guari lunge dal Gallio è posto il celeberrimo Santuario del
Crocifisso. Il Simulacro che vi si venera credesi lasciato in Como
da una Francese compagnia di Bianchi intorno all'anno 1400, ed è
rinomatissimo per molti insigni miracoli operati. In questo ricco
Tempio avvi pure un organo di tanta eccellenza che fassi per uno de'
primi d'Italia.
Dal Crocifisso è breve il passaggio allo Spedal Maggiore. Questa vasta
fabbrica è osservabile per le ampie e ben ventilate crociere. Il Luogo
Pio è saviamente regolato da una Congregazione di Gentiluomini, avente
per capo l'I. R. Delegato Provinciale.
Al principio del Sobborgo di S. Rocco, e in capo a quello di S. Martino
ritrovansi le due comasche fabbriche di pannilani. Si acquistarono
esse molta riputazione per l'eccellenza de' panni che ne sortono. La
prima spetta alla ragguardevole famiglia Luraschi; la seconda, più
grandiosa ancor dell'altra, appartiene alla nobile Famiglia Guaita, che
si meritò premii e distinzioni dal cessato Governo per avere condotto
l'arte a rara perfezione: e l'amatore delle buone arti non tralasci di
visitarle.
Como poi oltre le succennate cose vanta ancora un Seminario Vescovile;
un Conservatorio, ed un monastero di Salesiane per l'educazione delle
fanciulle.
La Comasca popolazione ascende a 14000 in 15000 abitanti[8]. Il suo
principal commercio è in seta, onde conta molte ottime fabbriche di
seterie. Sul carattere infine de' Lariani recheremo, conchiudendo, la
osservazione del celebre Bettinelli, _trovarsi intorno al Lago di Como
il più ingegnoso ed industrioso terreno forse d'Europa_. Entus. pag.
362.
AVVISO
AL LETTORE BENIGNO.
Il viaggio che qui ne diamo del Conte Giambattista Giovio fu
scritto nel 1795. Essendo la prima edizione di tal viaggio divenuta
rara, abbiamo creduto di fare cosa grata agli amatori del Lario il
riprodurlo in luce co' nostri tipi accresciuto di note ove gli avvenuti
cambiamenti le domandavano. E vivi felice.
_Viaggio pel Lario e descrizione._
Avviandoci al porto per intraprendere la navigazion nostra sul Lario,
avvertiremo che quel seno e quel molo non sono cosa antica. Nel 1225
i[9] Comaschi ne aveano cavato uno presso alla piazza de' Liochi, che
appellato venne del Vescovado. Altro pure assai ampio ed opportuno
vi aveva all'altro fianco della città, il quale per lunga incuria
interriossi, e venne in questi ultimi anni ceduto ai cittadini Nolfi,
che in parte ad uso il convertirono di giardino. Nè di piccioli moli
facea mestieri ai Comaschi avvolti sovente in guerre navali; or ci
può bastar questo, ma non dovremmo ommettere di purgarlo nella stagion
d'acque basse da quella fitta che il deturpa, e guasterallo un giorno.
Esciamone a manca e intraprendiamo lunghesso la sponda sinistra il
viaggio. Tosto ci si presenta la spiaggia ampia del Pasquerio partita
in due dal torrente Cosia che si sfoga ivi nel lago. Poco oltre
a trent'anni fa avea egli le foci rivolte verso il sobborgo; ora
col murato alveo fu costretto a piegarsi a dritta. Se le misure si
osservino di quel pubblico pascolo rilevate da periti in sul principio
del secolo, vedrassi che ne crebbe alquanto l'estensione; nè fia
maraviglia per chi ponga mente alle sabbie che versa il Cosia in quelle
vicinanze, ed ai venti che agitando le onde vanno collocandole lungo
que' lidi. Saria pensier saggio che fosse vietato il cavarle per uso
delle fabbriche, tranne il sol letto del torrente, mentre in tal guisa
accrescerebbesi ai posteri una pianura tanto più pregevole fra spazio
breve rinchiuso da' monti. Ottimo fu pure il pensamento che ne rialzò
una parte in questi ultimi anni col dispendio di scudi sei mila: così
più salubre si rese e men soggetta alle inondazioni. Potrebbe con ampie
piantagioni quadrate rendersi agevolmente più ameno quel passeggio,
nè gli si torrebbe il comodo di schierarvi, come pure si costuma,
le truppe. Fannosi fra tigli ed olmi presso Strasburgo i militari
esercizj, nè il diletto de' cittadini opponsi al porvi soldati in
marcia in finte zuffe. Bello spettacolo sarà per chi navighi il volger
gli occhi in giro, sì che le vette, che la città e il pian d'intorno
coronano, esamini d'un colpo, e quinci il celebre Baradello or nido ai
gufi, e quindi l'unica porta[10] d'antica munizione che tuttora resti
sulla costa di s. Martino osservi, e in mezzo piramidar tante torri
e campanili. Ma già presso il finir del Pasquerio comincia la parte
più leggiadra del Vico. [BORGO VICO] Primo di tutti ne si offre quel
palazzetto che pur or costrusse Antonio Baldovino, e dietro quello
sta l'ampio ed amenissimo ritiro de' Carmelitani[11] scalzi, entro
cui al principio del secolo scorso era il _Giardino_ celebre ricovero
del dotto nostro Girolamo Borsieri. Spira a tutto questo lato dalla
valle e dal rivo del Molinello una fresca aura consolatrice. Passata
appena l'arcipretal chiesa di s. Giorgio, entro angusti confini sorge
il casino del professore Bassian Carminati, ma il Soave architetto
domò la difficoltà del luogo col ben partir la casa ed idearla.
Segue la villa dei Barbò marchesi di Soresina; indi con ampio lusso
il suburbano d'Eleonora marchesa Villani nata Doria Sforza. La culta
dama, che signorilmente dimoravi, prese da' suoi viaggi il gusto di
ammobigliarlo con eleganza; magnifica a stucchi lustri, piena d'aria
e di sole è l'oval sala di mezzo. Parte del giardino locossi sovra
quadrate muraglie che vedevansi sotto acqua a lago cheto, e servivan
forse all'isoletta selvosa che Paolo Giovio[12] avea al fianco destro
del Museo. Di tal amenissimo e celebre suburbano ragionano anco gli
esteri, e il notano le geografiche carte. Marco Abate Gallio nipote
di Tolommeo cardinale compratolo il distrusse barbaramente nel 1616.
Sigismondo Boldoni[13] deplora l'impresa del Gallio, il qual pur faceva
di tutto perchè il nome si obbliasse del chiarissimo[14] fondatore. Ma
se in quell'occasione perirono pitture a fresco piene d'anima, di cui
anche fa menzione il Doni[15], se spezzaronsi marmi sculti con belle
sentenze d'ingegno piene; almeno le tavole e le tele rappresentanti
i volti degli uomini illustri e le medaglie e le rarità Indiane ed
Americane[16] trassero i Giovj nelle lor case di città; ed ivi sorse
col nome di Gallia un novel palagio magnifico, che da trent'anni circa
spetta a Don Pietro Fossani milanese patrizio. Degne son da vedersi
le pitture dell'ampia sala, e qualche fregio del cavalier Isidoro.
Ciò è quanto lasciovvi d'antico il novello signore, distrusse esso il
restante. Il Museo e poi la Gallia si edificarono sugli annosi vestigj
della villa di Caninio Rufo, il quale vi abitava a giorni di Traiano,
la cui guerra in Dacia seppe degnamente cantare in greci eroici, e son
note le pistole a lui del giovane Plinio. A due passi dalla Gallia il
sunnominato possessore moderno di quella alzò in quegli anni ultimi
una ridente abitazione, distruttivi alcuni meschini abituri. Contiguo
a questa è l'alloggio del cavaliere Aurelio Rezzonico non dell'antica
patria immemore, e il di lui orto si specchia nel lago. Più ampie e con
giardini a tergo ed in faccia al prospetto del Lario stanno le case del
conte Resta, che sullo spazio eressele appartenente a' Padri Minimi,
e pria alla badia di Vico. Indietro giace quel vaghissimo ritiro
appartenente al Conte Giovanni Salazar per retaggio della comense di
lui moglie Marianna della Porta. Ivi nè vasto vi manca il passeggio,
nè copia d'acque, nè l'ombra d'annosi tigli, nè la solitudine della
prossima e facil montagna. Ma chiamane a se l'Olmo ove il marchese
Innocenzo Odescalchi v'adopera ben ampie fortune, ed una mole si
estolle che sfida i secoli. Il marmo, l'oro e gli stucchi lustri vi son
profusi. Questo palagio chiude lungo il lago il sobborgo di Vico; avvi
però di là strada atta alle carrozze che guida fino a Grumello.[17]
[GRUMELLO] Fu quella villa edificata da Tommaso d'Adda, cui nel 1578
dal Consiglio decurionale venne concesso l'irrevocabil diritto di
raccogliere sulla costa di Monte Olimpino[18] le acque onde alimentar
la fontana. L'ebbe poscia a delizia il[19] Vescovo di Modona Sisto
Vicedomini, possedettela indi il cavalier Porta, da ultimo i fratelli
Carlo e Benedetto Odescalchi, il qual secondo fu Papa col nome di
Innocenzo XI. La acquistarono indi i vescovi sotto Monsignor Neuroni
come amministratori del luogo pio de' Catecumeni, e v'abitarono. Il
piacentino don Carlo Galli l'ebbe poscia. Ora appartiene al cavaliere
conte Giambattista Giovio cui piacque di lodarne in una sua pistola al
Conte Roberti[20] il prospetto amenissimo: ed in vero angol non v'ha
di monte, non sen di lago che sfugga al guardo lusingato e pago. Di là
a pochi passi s'interna nel curvo lido il caserino della Zuccotta[21]
[ZUCCOTTA] erettovi dai Volpi a solingo diporto. Per l'economia delle
celle anguste possiam d'isgradarne quasi il lavor geometrico d'un
alveare. Ma giù per la valletta che stagli a tergo scende poi non
molto dopo il meriggio un frettoloso ponentello che increspa le onde,
e _fideicomisso_[22] nei mesi della state non manca mai.
Segue il Ceresajo, il quale a' giorni di Girolamo Borsieri era ancor
colle alpestre, ed allor si ridusse a vigne ed a fertilità d'ottimi
frutti, fra' quali hanno vanto i fichi. Poco oltre incontrasi
Tavernola, [TAVERNOLA] che in questi ultimi anni fiorì per l'eleganza
degli ospiti suoi, appigionata, com'ella fu, all'Intendente generale
delle Finanze baron di Lottinger. Da una colonnetta ivi spuntante a
fior d'acqua si determina da quel lato il confine della pescagione
riservata al possessore di Grumello. È sul tappeto che il calle
angusto dall'Olmo a Tavernola s'abbia da formare in agevole strada
larga per braccia dieci[23]. L'amenità allora di tutta quella piaggia
crescerà a dismisura, e forse alle falde dell'Olimpino cresceranno
più ville che si specchino nel Lario. Nè l'opera viene consigliata
soltanto dall'amenità, perciocchè su quella via, non senza esempio di
sventure, si traggono le farine alla città sulle schiene de' muli,
le quali allora verrebbonvi sulle carra, come pure i fieni che si
falciano moltissimi nel piano della Bregia, e debbono ora con lungo
giro guidarsi intorno al giogo dell'Olimpino per guadagnare con fatica
retrograda l'altra strada, che a Como mette ed agli Svizzeri.
Ma da Tavernola per ire a Cernobio la via Regina discostasi assai dai
lidi del Lario,[23] e per vigneti e campi e praterie inoltrasi in
quella grande piaggiata, che forse ne' secoli scorsi formossi tutta
colle inondazioni del fiumicello Bregia, [BREGIA] il quale non di rado
poi romoreggia strabocchevole torrente; e va crescendo ognora il lido
con sassi e ghiaje al suo sbocco. Alle di lui foci nell'autunno si
prendono nobili trote, le quali amano di guizzare a ritroso sui sassi
per deporvi le uova. Una gran parte delle perenni acque della Bregia
è divertita all'uso de' mulini. Giace al di là di quelle, dentro un
seno lunato, Cernobio, [CERNOBIO] cui forse venne il nome dal vocabol
latino _Cœnobium_. Eravi infatti un tempo un munistero di Cluniacesi,
e poi vi succedette un convento di religiose, che da Giuseppe II
insieme con tante altre vennero soppresse. Ma quella terra già prima
di Pretore ornata, e de' suoi particolari statuti, fu distrutta e
saccheggiata da Vincenzo Vegio, speditovi da Filippo Visconti duca
di Milano; perciocchè i di lei abitanti aveano liberati a forza in
Bellagio i debitori della camera fiscale. Ora ella è il soggiorno di
piloti celebri e di esperti pescatori, nè scarseggia d'ameni casini,
fra' quali vuole ricordarsi quello del marchese Tiberio Crivelli, dei
Sala, del fu chiaro e pio poeta canonico Rezzano, e dei Clerici notaj e
conti palatini. Pretendono alcuni che l'acqua della Colletta spicciante
nel prossimo colle sia molto salubre, ma finora v'è controversia sulla
di lei analisi. Dietro a Cernobio sorge con altissima vetta il Bisbino,
[BISBINO] sulla cui cima sta un tempio a Maria Vergine che dal popolo
divoto frequentasi. È incredibile l'orizzonte che da quel cucuzzol
discopresi, e qualora gli si aggirino dintorno le nebbie, se ne trae
presagio in Como di pioggia imminente, onde avvi il proverbio
_Vanne a prendere il mantello,_
_Che il Bisbino ha il suo cappello._
Sulle falde di questa montagna ampia [PIAZZA] si veggon le terre di
Piazza e Rovenna [ROVENNA] patria del celebre pittore Angiol Michele
Colonna. Vi si raccoglie frumento di grani sì belli e grossi, che
volontieri cuocesi in minestra alla foggia del farro e dell'orzo.
A pochi passi da Rovenna avvi una caverna detta il _Pertugio della
Volpe_, e malgrado il difficile ingresso vi si mise dentro il dottor
fisico Onorato Solari. Trovolla estendersi per 900 piedi parigini, e
n'estrasse lunghi pezzi d'alabastro assai bello.
All'escir primo da Cernobio s'incontra il torrente Garro, presso
cui intorno al 1568 il Cardinal Tolomeo Gallio cominciò il nobil
palagio, che appellasi Garrovo, [GARROVO] e spetta ora al marchese
Calderara[24]. Volontieri v'approderà il viaggiatore, nè ommetterà
di scorrere il viale, che sale sul monte, ed ha quinci e quindi due
rivoli, che per centinaia di conche fluiscono scarpellate nel granito.
Prossimo gli sta Pizzo [PIZZO] villa dei conti Mugiasca, i cui maggiori
forzarono il dorso del monte a prestar loro ameni giardini di sol pieni
e d'agrumi; poi curvandosi in circolo le rupi e la via regina si scopre
Moltrasio, [MOLTRASIO] ove il conte Andrea Passalacqua costrusse non
ha guari abitazion vasta e giardini a gran piani scendenti al lago
più magnifici ancora. Ivi presso il baron Durini conservasi un Museo
d'uccelli vivi, singolarissima cosa, e vi s'ode lo stridor minaccioso
dell'aquila e il pianto armonico dell'usignuolo.
Nel petroso fianco del monte si cavan ivi le tegole pei tetti, e le
caverne praticatevi e l'esperienza maestra ne fecero edificare celle
parecchie per conservare il vino eccellenti, onde senza le cure, che
usavano tante i Romani, possiamo bervi annosi liquori e sfidarli quasi
nel lusso di quelle cene, per cui spillavano botti che ricevute aveano
le uve pigiate sotto Consol remoto.
Singolare è il contrasto di tanta frescura e del calor insieme, che
la sferza cocente del sole eccita in que' sassi. Ma il fiumicello che
parte Moltrasio con non mutulo gemito, e lava piombando a dritto e
rovescio gran massi, spruzza l'accesa aria sì, che abbeveri i polmoni
purissima, e s'abbrividisca nel sollione.
Segue Urio [URIO] per cammino dritto, ove alla villa Castelbarri,
dinanzi Porta, avvi dal lago nobile accesso per una scaléa a due
branche, nè lungi mostrasi Carate, [CARATE] nel qual paese mantiensi
quasi per retaggio l'arte del costrurre le barche. Poscia in molte
villette sparso vedesi Laglio [LAGLIO] per uliveti osservabile. V'ha
chi opina che gli venisse il nome dalla romana gente de' Lallii, altri
poi gliel deduce dal Dio Ajo,[25] che i politeisti venerarono sul
Tebro. A tutte queste terre sta in faccia dall'altro lido Torno già
luogo celebre, e la fonte Pliniana.
Ma seguendo noi la punta di Torrigia, [TORRIGIA] che un promontorio
pietroso spinge nel Lario a ristringerlo d'assai, siamo per abbandonare
quel lungo catino, che gode sempre del popoloso prospetto d'una parte
di Borgo Vico, ed entreremo in una scena di lago più deserta e severa.
Mi maraviglio insieme con Sigismondo Boldoni, come abbia Paolo Giovio
amata tanto Torrigia da scrivere poi che dovessero ivi fabbricare
coll'antica eleganza i favoriti della fortuna.
Ripiegando presso al promontorio la prora costeggiamo le montagne a
manca tutte poste a castagneti, fra' quali scorre qualche ruscello, che
diriano i poeti, d'argento, e diria Magalotti, che ivi in molte ore del
giorno potremmo farla da antipode, mentre altri pure si tapina sotto
a' raggi del sole, o calafatasi dentro un appartamento. Dopo non breve
remeggio giungesi a Brienno, [BRIENNO] ove le casucce degli abitanti
son poste quasi a ridosso l'una dell'altra, e presentano da lungi co'
tetti l'immagine quasi d'una scala. Le sollazzevoli rime del padre
Giuseppe Stampa, in cui si raccolsero que' motti, onde fra loro si
proverbiano i nocchieri delle varie terre, narrano che a' Briennesi si
lanci il titolo di allocchi, ma già nol sono punto, e forse a' vecchi
tempi era la loro patria ancor più distinta. Ce ne possono far fede le
due lapide,[26] colle quali Publio Cesio Archigene sciolse i suoi voti
alle Matrone ed a Giove. Queste si scopersero a' giorni di Girolamo
Borsieri.
Il cognome d'Archigene[27] [ARGEGNO] suona qualche cosa di simile
alla prossima terra d'Argegno, e forse Lucio Cesio l'ebbe per suolo
natale. V'ha chi lo creda popolato un giorno da que' Greci che i
vincitori Romani traslocarono fra noi,[28] e potrebbe a tal sospetto
giovar anco l'appellazione grecanica di Picra, che tuttora rimane a
quella terra che in vetta sta dell'ardua montagna sorgente al fianco
d'Arcennio, alla quale se con aspra fatica di salire ci venga talento,
v'ammireremo grani di mirabil candore e grossezza, non che rape rivali
di quelle di Norcia. Là su quel vertice stanno vestigj d'antica rocca,
come pure di un'altra ad Argegno, il qual posto quasi in un golfo del
Lario viene in due partito dal fiumicello, che ivi scarica la Valle
d'Intelvi [VALL'INTELVI] sì celebre per l'industria de' suoi abitanti.
Traversandola per il lungo sboccasi con viaggio di miglia circa
sette al lago di Lugano. Incontransi per il viaggio caravane di muli
carichi per lo più di carbone che sfogasi ad Argegno per imbarcarlo.
È singolare che non vi siano marmi nella Valle Intelvi, e però gli
abitanti di quelle piaggie si dierono alle opere di gesso lustrato,
nelle quali sono abilissimi.
Anche il dizionario Geografico del Ladvocat, prodotto col nome
di Brouckner, nell'articolo _Como_ attesta che da questa valle
uscirono[29] scultori, pittori, stuccatori, architetti eccellenti.
Taluno vuole anche derivarle il nome dall'intelletto.
Seguendo noi il viaggio nostro lungo la riviera incontreremo Cologno
[COLOGNO] piccola terra e il fiumicello Camogia, [CAMOGIA] il quale
rigonfio bagna talora di sua spruzzaglia l'arco del ponte. Vuolsi che
quest'acqua per le viscere del monte sgorghi figlia del lago di Lugano.
Ma presso a quella una chiara e fresca fonte zampilla e cade spumosa
detta Oliviera dalle piante che d'ogn'intorno l'inombrano, e tutta
quella costiera rendon di squisito olio feconda.
Ma già voghiamo nello stretto seno fra la famosa Isola Comacina[30]
[ISOLA COMACINA] e il lido, in cui avvi Sala [SALA] popolosa di
pescatori, che molta preda fanno in quel golfo pescosissimo, detto
nelle sue lettere dal giovin Plinio il _cannal gemmeo_.
Di fianco all'Isoletta sul prossimo territorio avvi una terra che da
essa ricevette il nome d'Isola, [ISOLA] a cui non manca un'arcipretale
collegiata antichissima, presso la quale conservansi assai vetuste
pergamene. Sparsi qua e là sul monte vi sono gruppi di case, a cui non
manca l'appellazion propria, e dipendono da quell'arciprete. Fra queste
ricordo Ossucio, [OSSUCIO] ove avvi l'iscrizione che soggiungo, poichè
ignoro che sia stata giammai pubblicata.[31]
MATRONIS . ET . GENIIS .
AVSVCIATIVM . CONSECRAVIT .
ARVIVS . NIGRI . F . NOMINE .
SVO . ET . C . SEMPRONII . NIGRI . ET .
BANIONIS . CVCALONIS . FILIAE .
PARENTIVM . SVORVM .
Nella terra non lungi dalla chiesa collegiata _i Giovj, che l'origine
traggono dall'Isola[32] Comacina, v'hanno memoria delle ricchezze de'
lor maggiori l'ospedale e la chiesa di S. Maria Maddalena, a cui con
liberal pietà contribuirono terreni smembrati dalle loro possessioni
per nodrire i poveri e i viandanti, e resta fino al dì d'oggi in
quella famiglia per più di ottocento anni l'autorità e la prerogativa
incorrotta di mettervi[33] un ministro. Portano quindi i Giovj per
insegna, in testimonio dell'origin loro, il castello posto in mezzo
dell'isola. A questo si aggiunse l'aquila da Federico Barbarossa,
e s'inquartarono poi le arme dei Medici per dono di Leone X., e le
colonne d'Ercole per diploma di Carlo V. Cesare si sovrapposero._
Ma sul confine della terra sorge poi Balbiano, [BALBIANO] già
sobborgo dell'Isola, e delizia ora del Cardinale Angel Maria Durini.
Ivi sul principio del secolo sedicesimo duravano tuttora magnifiche
reliquie[34] della villa de' Giovj. Queste nel 1596 vendette Ottavio
Giovio a Tolomeo Gallio conte delle Tre Pievi, poi duca d'Alvito,
quindi spinto e dalla bellezza del luogo e dal vetusto diritto
ricomperò quella villa nel 1778 il cavaliere conte Giambattista Giovio,
il quale dovettela poi cedere nel 1787 già ristorata alle lunghe brame
del Cardinale, che coll'ampliazione de' giardini, e col profondo vial
carrozzabile di se la rese degnissima. Vi s'innoltri il viaggiatore
e verragli incontro l'amenità, in fine poi d'esso l'orror sagro della
valle e lo spruzzo quasi della Perlana saluterallo. Talora però queste
acque rigonfiansi a torrente infestissimo, e radendo Balbiano si
scaricano nel lago.
Vedesi in alto il venerabile santuario di M. V. del Soccorso,
[SANTUARIO DEL SOCCORSO] ed a chi salga il monte aspro, danno sollievo
alcune cappelle, che i misteri raccolgono della Incarnazione salutifera
rappresentati con belle figure plastiche colorite. Dolcissimo e
maestoso scende giù nel piano il suono di quelle armoniose campane, per
cui volontieri Monsignor Giovanni della Casa avria fatto un epigramma
in laude, ei, che pur dettò que' latini versi sì acerbi contro lo
squillar rimbombante de' bronzi sagri.
Se il ponte si passi, che al fianco di Balbiano sta sulla Perlana,
tosto si è a Campo, [CAMPO] ove pochi anni sono un convento v'era di
monache, ridotto ora quasi a seconda villa dal Cardinal Durini, che
su tutte quelle spiagge profuse danaro, e cultissimo vi raccolse con
dignità il beato ozio delle muse.
Da Campo per breve via giugnesi a Lenno, ma noi costeggeremo il selvoso
dorso di Lavedo, [LAVEDO ossia BALBIANINO] sulla cui punta altro
casino[35] formossi il prelodato Cardinale di ridente prospetto, da
cui domina a cavaliere su due catini del Lario, e tutta vagheggia la
Tremezzina. Entro lo scoglio del molo avvi una fessura, da cui ricavò
alcuni bei pezzi di spato cristallizzato il dottor fisico Onorato
Solari. Questa punta di monte, che spingesi nel lago, quella si è
che il Boldoni vago di pellegrini vocaboli denominò il dorso di Abido
alludendo a quell'asiatico stretto celebre pel caso infausto di Leandro
e pei versi di Museo. Noi varcandola dirizzeremo la prora lungo la riva
manca spaziando col guardo satollo in più ampio pelago, e giungeremo in
tranquillissimo seno, dove i Caroè hanno una villa.
Tosto lì presso sta Lenno [LENNO] per qualche reliquia del gentilesimo
tuttora venerabile. L'antiquario recherassi quindi alla chiesa
arcipretale, e troveravvi un picciol sotterraneo tempio sostenuto
da colonne di cipollino, e vedravvi un'ara e qualche altro pezzo di
marmo candido. Hannovi anche de' condotti di terra cotta in foggia
quadrangolare, nè saprebbesi qual ne potesse esser l'uso. Ben per
lo contrario si sa che alla stagione degli oracoli de' Gentili si
praticavano i templi o dentro caverne dalla natura fabbricate, o in
luoghi dove l'arte avesse procurati dei sotterranei. Tali antri eran
conciliatori d'orror sagro, e col pretesto delle esalazioni divine
giovavano alle furberie de' ministri degli idoli, onde poi que'
sacerdoti ne foravan talora le statue, e col mezzo di tubi arcani
facevano gorgogliare dai loro numi le voci misteriose. Vive medico
condotto in Lenno il giovane ingegnoso Francesco Mocchetti nato in
Como[36], il qual avvolge ben degnamente al suo crine il lauro d'Apollo
e quel d'Esculapio, ed ora compie una dotta sua peregrinazione in
Lamagna per visitarvi que' dotti e conoscerli ancora di volto, tanto
più che può favellare il lor linguaggio non men che l'inglese. Siegua
egli ad onorar la sua patria!
Vuolsi che su questo lido depresso ed agevole il giovin Plinio avesse
la villa sua detta _Commedia_, perciocchè gli attori di quelle in
sulla scena escivano[37] con borzacchini del coturno tragico più umili.
Scorgesi sulla montagna, che s'alza a tergo di Lenno, l'Acquafredda,
[ACQUAFREDDA] già monastero di Cistercensi, e pria de' Cluniacesi, che
vi si annidarono intorno al 1140; soltanto pochi anni sono ne partirono
i Cistercensi, quando loro fu data la Certosa di Pavia. Ivi dimorava
il dotto Padre don Pompeo Casati, i cui occhi non lasciavano intatta
pergamena alcuna di chiostro o d'archivio, e d'esse n'era ricco quel
monastero. Or le case e i fondi si comprarono dal sig. Ignazio Mainoni,
il cui fratello Barnabita don Francesco, detto più volte dal Cardinal
Burini _il puro Sacerdote delle muse_; è noto per la facile sua vena, e
merita ancora d'esser più noto pel culto ingegno e le sociali maniere.
Quindi piegansi alquanto i colli pieni di vigne e di uliveti, e questi
sono le falde e gli zoccoli quasi dell'eccelse rupi, in cui vedesi uno
amplissimo strato di pietra orizzontale, che ne favella di rivoluzioni
grandi. In alto sta Bolzanico, ove il conte Andrea Passalacqua Lucini
ha casa venutagli col pinguissimo materno retaggio Brentan Monticelli.
Lungo la spiaggia del lago corre amenissima la strada regina[38]; e
tutta quella parte, che col generale vocabolo appellasi Tremezzina,
[TREMEZZINA] presenta l'aspetto d'una città continua, tanto vi sono
vagamente sparse le case e i palazzi. Niun luogo gode di sol più amico
ne' verni sul Lario, e la stagione ivi tien fede ai boschi d'agrumi,
nè osano le notturne o mattutine arie mordervi i cedri. I signori
Mainoni, il Duca Serbelloni alla Quiete, gli eruditi fratelli conte
Andrea e preposito de Carli, e i Brentani di cui molta in que' contorni
fu la progenie, altrove anche trapiantata, v'hanno alloggi e giardini
ridenti.
Notissimo è l'albergo della Cadenabbia, [CADENABBIA] che altri Brentani
di fresco eressero con felice evento e pel lucro loro e per la comodità
de' passeggieri. Ivi più volte si ridussero nel verno a passarvi
qualche settimana i RR. Arciduchi venendovi da Milano, ed è di moda
che qualche inglese vi passi le intere mesate. Come quasi a metà del
Lario v'approdano i nocchieri e vi riprendono lena. Quindi tiensi che
il nome venisse da _Cà di naulo_. Porcacchi e Giovio lodano il vino,
che gli ostieri di quelle contrade apprestavano ai vogatori. Prima di
giungervi vedesi la villa Clerici posta in alto con giardini a piani
varj e scalée, che vi conducono[39]. Il nobil soggiorno spetta ora alla
contessa Claudia Biglia figlia ed erede del marchese Generale, che
in quel luogo esercitò lo splendore e la magnificenza cinto d'ospiti
numerosi a banchetti Lucullei.
Segue un lido sabbioso, su cui il lago va le arene accumulando per
anni, e poi talora in un solo quasi tutte le inghiotte[40]. Sta sovra
esso la Majolica[41], [MAJOLICA ossia LONDON-HÔTEL] casa, cui venne il
nome[42] dall'esservi stata tempo fa l'arte de' piatti esercitata dagli
esperti vasaj. Nel curvarsi del seno scopronsi anche meglio i poggi
di Griante, [GRIANTE] paese celebre per commendati vini, che, soavi al
gusto, si giudicano pure giovevoli allo stomaco.
Indi sotto alla rupe che appellasi il sasso di S. Martino, vedesi una
novella opera che assicura il varco ai passeggieri; perciocchè pochi
anni sono ivi nell'aumentarsi del lago era di mestieri che i viandanti
prendessero qualche barca per tragittare un piccolo spazio, dove le
acque giungevano a coprire in qualche mese la strada regina. Vi si
provvide con ampio ammasso di pietroni, i quai però di sovente vi si
sconnettono dal flagellare de' flutti adirati.
Ma già pieghiamo alla costiera, che mette a Menaggio. [MENAGGIO]
Questo borgo venne non ha guari ornato di Pretor regio, nè più risente
i danni che gli recarono le guerre nel secolo XVI, anzi i di lui
abitanti godono fin l'agio di non pagare la tassa personale, perciocchè
a tal peso del Censo soddisfanno abbondevolmente colle rendite
della Comunità. A manca del Borgo mette foce nel lago la Sanagra[43]
fiumicello, cui si vollero attribuire molte guarigioni, massime per
male di gambe; ma gli osservatori trovarono quelle acque freddissime
e lievi senza mistura alcuna di minerale. Giova però quel fiumicello
al commercio non poco, perciocchè tenendosi in collo quelle acque con
argini, si strascinano poi alla spiaggia le gran piante che recidonsi
sulle montagne. Non esiste più in quel borgo il chiostro de' Canonici
regolari, ma tuttora v'esiste la gran lapida al nome sagra di Lucio
Flavio Minicio Esorato Flamine di Tito e carico pure d'altri titoli
militari e pontificj. Questo sasso vi si fece recare dall'erudito
impressore librajo Minicio Calvo nel secolo XVI, che tratto avealo
dalla spiaggia presso Rezzonico. Vedesi questa incastrata qual base
nella chiesuccia di santa Marta, presso cui don Paolo Paravicini eresse
un casino agiato, che serve a quel cavaliere di riposo nel suo viaggio
da Como alla Valtellina. Nè manca a Menaggio il soggiorno perpetuo
di famiglie nobili, la Castelli, la Magnocavallo, e quella de' Conti
Bolza, un cui rampollo fiorisce in Sassonia, e venne rammemorato dal re
di Prussia nella storia della guerra settenaria. Anche i Guaita, che
soggiornan pel più a Codogna, hanno a Menaggio abitazione signorile,
piantata veramente sulle onde del lago, onde, se soffrono l'incomodo
del fremito di quelle, godono poi tutta l'amenità d'un prospetto
invidiabile. Non vuolsi pure ommettere il recente edifizio de'
Campioni, i quali arricchiscono colle miniere e le opere del ferro.