Il barcarolo che mi traghettava ieri all'altra sponda del Tevere, dove,
sotto ai begli alberi fronzuti, sorgono dall'acqua bionda le stuoie
gialle dello stabilimento dei bagni, mi diceva con molta serietà: —
_Caro lei, troppi stabilimenti! Troppi! Napoli, Livorno, Civitavecchia,
Vicarello! Ar giorno d'oggi ce so' più stabilimenti che bagnanti: se
capisce che l'affari vanno male._
Il Caronte che per due soldi trasporta le anime e i corpi dall'una
all'altra riva tiberina e viceversa, è un vero lupo di fiume: magro; ma
robusto, con la barba bianca e lanosa che gli onora la faccia abbrunita
dal sole, siede gravemente sulla poppa di una sua barca, chiamata
l'arca di Noè, e non abbandona il suo posto se non per raccogliere
dignitosamente nella berretta il prezzo del breve viaggio fluviatile.
Ordinariamente non è molto verboso. Le gravi responsabilità della
navigazione non gli permettono di perdersi in chiacchiere; tuttavia
se i «passeggeri» son pochi e di sua conoscenza, mentre egli maneggia
il vecchio timone, che sa le tempeste e ad ogni scossa miagola come un
gatto soriano, parla volentieri.
I suoi discorsi favoriti non mai più lunghi della traversata, sono
due: _la spiegazione der machinismo de la girella_, che scorrendo
sulla corda tesa fra le due rive del fiume tiene assicurata la
barca; e la descrizione di un viaggio da lui fatto in gioventù per
risalire il Tevere da Ripetta a Stimigliano; un viaggio con burrasche,
burraschette, _riggiri_, _mulinelli_, _crescenti_, _crescentini_,
_murelle_, _pennelli_, _mollacce e mollaccioni_: roba, Dio ne scampi e
liberi tutti, da non ritornare più a casa.
È inutile dire che tanto il primo quanto il secondo discorso
finiscono sempre con questa giaculatoria: — _Caro lei, tutto va bene;
ma ar giorno d'oggi ce so' troppi stabbilimenti. Napoli, Livorno,
Civitavecchia, Vicarello! Troppi stabbilimenti! Li tempi de 'na vorta
so' finiti._
_Li tempi de 'na vorta!_ Allora, difatti, quando al cominciar
dell'estate non era ancora venuta la moda di fuggirsene sulle rive del
Tirreno azzurro e dell'Adriatico verde, l'inaugurazione delle «Capanne»
era davvero per la vita romana un avvenimento; ma adesso invece è
divenuta la cosa più semplice del mondo. Quando le tende e le stuoie
sono distese sui pali ben confitti nell'arena del fiume; quando tutte
le sedie sono allineate e la pesante scrivania è al suo posto, si
appende sulla porta d'ingresso una tabella su cui sta scritto a lettere
di scatola: SI PAGA ANTICIPATO, e la stagione dei bagni fluviali è
inaugurata.
*
* *
Appena si entra nelle «Capanne» è di rito il domandare gravemente al
primo che vi capita dinanzi: — Com'è l'acqua?
— Bu... bu... bu... o... na — vi risponde invariabilmente
l'interpellato, asciugandosi il petto con l'asciugamano.
Esaurita la prima domanda si deve passare subito alla seconda: — Fredda?
— Un br... br... br... o... do! — replica allora egli battendo i denti
e tremando.
Ottenute alle due domande rituali le due risposte inevitabili, potete
pure consegnare, se li avete, i vostri valori al proprietario dello
stabilimento, ricevendone in cambio una medaglietta infilata a una
cordicella, e, dopo di aver pagato il prezzo del bagno, siete padroni
di fare quel che vi pare e piace, anche di annegarvi, tanto potete
esser certi che in ogni caso il maestro di nuoto vi verrà a ripescare.
Il maestro di nuoto, come non è difficile di immaginarlo, dopo il
_pizzardone_, il quale vigila per conto del municipio sulla morale
dello stabilimento, cioè sulla maggiore o minor lunghezza delle
mutandine dei signori bagnanti, è la prima autorità delle «Capanne».
Egli, oltre alle lezioni di nuoto che impartisce con una chiarezza
di eloquio ed una sicurezza di metodo veramente ammirabili ai suoi
scolari, è sempre disposto, dietro un modesto compenso, ad insegnare
a loro, ogni qual volta lo desiderino, anche i primi rudimenti di un
suo speciale sistema scientifico di ginnastica educativa, consistente
in capriole, salti mortali e lotta romana; ed è sempre dispostissimo,
qualora se ne presenti l'occasione, a salvare dalla morte quegli
sciagurati, i quali, volenti o no, si trovano in procinto di andare
a fare _conversazione co' li pescetti_. Difatti, il brav'uomo nelle
grandi solennità nazionali ed estive non si priva mai del piacere
di esporre sul suo petto all'ammirazione pubblica parecchie medaglie
d'argento, di bronzo e di altri metalli più o meno artefiziati, avute
in premio per i molti salvamenti da lui felicemente compiuti. Però,
bisogna dirlo a suo elogio, alle medaglie ci bada poco: quello a cui
tiene assai è di fare il proprio dovere e di riscuotere quell'ambìto
guiderdone col quale i parenti dei salvati, da che il mondo è mondo,
sogliono rimeritare i salvatori.
Una volta, ricordo, fra una lezione di nuoto e un'altra di ginnastica
educativa, mise gli occhi addosso a un giovinetto il quale fra le
sue abitudini, non tutte buone, aveva anche quella di affogarsi una
volta al mese. Il giovinetto era il figlio di un padre discretamente
danaroso, e il bravo maestro, immaginando quale dolore il figlio
avrebbe arrecato al padre, se mai fosse andato in fondo al Tevere
a fare _conversazione co' li pascetti_, come lo vedeva allontanarsi
dalla sponda lo seguiva con gli occhi vigili e al momento opportuno lo
salvava.
Il povero padre aveva già ricompensato per ben due fiate il filantropo,
unendo al vile metallo i più cordiali ringraziamenti, quando, con sua
grande meraviglia, se lo vide ricomparire dinanzi ancora una volta con
la notizia di un terzo salvataggio. Giacchè non c'era modo di poter
fare altrimenti, il povero genitore tornò a rimunerare e a ringraziare
il salvatore; ma poi, impensierito della triplicità dei naufragi e
relativi salvamenti, gli disse: — Sentite, se mai d'ora innanzi vi
accadesse di vedere mio figlio che se ne va giù in fondo al Tevere,
lasciatecelo andare, perchè se lo salverete una quarta volta io non vi
darò più nemmeno un centesimo.
Non occorre dire che da quel giorno il giovinetto, che aveva contratta
la brutta abitudine di affogarsi una volta al mese, non s'affogò più.
Ma il maestro di nuoto delle «Capanne» di Ripetta non è soltanto un
filantropo a tutta prova, un nuotatore pronto a sfidare ogni rischio e
un ginnasta degno di qualunque circo, anche equestre; ma è eziandio un
pescatore senza rivali e un navigatore espertissimo, poichè il letto
del Tevere lo conosce assai meglio di quell'altro letto ove ei suol
dormire con la sua signora. E, come se ciò già non bastasse, a coteste
belle qualità fisiche e morali che adornano il suo corpo e la sua anima
egli ne può aggiungere ancora un'altra simpaticissima: quella di essere
un maestro impareggiabile nell'architettare burle e mistificazioni, le
quali ei suole romanamente nobilitare col nome di _fregature_, e di
saperle mettere in esecuzione con una salsa così saporita di serietà
allegra da conciliarsi quasi sempre il perdono dei burlati.
Una volta, ricordo, venne annunciato sui giornali l'arrivo a Roma di
un americano, un certo capitano Boyton, inventore di un vestiario nero
nonchè insommergibile, che permetteva al suo proprietario di poter
galleggiare in tutti i mari, per tutti i fiumi e su tutti i laghi del
Globo. L'americano aveva l'atto sapere, con manifesti appiccicati alle
cantonate, il giorno, e press'a poco anche l'ora, in cui egli sarebbe
giunto a Roma da Terni, percorrendo la Nera ed il Tevere, per mostrare
la sua invenzione impermeabile ai pronipoti del console Cajo Duilio.
I pronipoti del console s'erano già affollati sulle rive del fiume,
ansiosi di ammirare l'_omo galleggiante_, quand'ecco che scorgono da
lontano un gruppo di barchette imbandierate. Le barchette s'avvicinano
e, mentre i vogatori gridano a perdifiato: — Viva il Capitano! Viva
Boyton! Viva Cristoforo Colombo! Viva la scoperta dell'America! — in
mezzo a moltissimi nuotatori, che galleggiano muovendo furiosamente le
braccia e le gambe, tutti distinguono un uomo vestito di nero, disteso
sulle acque bionde passare immobile, trasportato dalla corrente.
Dalle finestre, dalle loggette, dai mignani e dalle terrazze delle
case, che si specchiano da secoli nelle onde gialle del fiume
famoso all'universo, vien cavata fuori qualche bandiera; la folla
accalcata sui gradini del porto di Ripetta applaude e saluta l'_omo
galleggiante_; e questi, sempre immobile sul pelo dell'acqua, prosegue
il suo viaggio fra una cagnara di casa del diavolo, e, arrivato a ponte
S. Angelo, prende terra fra un multicolore sventolìo di stendardi
e fra un assordante scoppiettare di crepitacoli e di applausi che
l'acqua, buona conduttrice del suono, questa volta, aiutata anche dalla
corrente, porta lontano lontano, forse fino al mare.
L'animoso Boyton, il quale non era altri se non il maestro di nuoto
delle «Capanne», prima di lasciare la riva di Castel S. Angelo
ringraziò e salutò con suoni e con gesti, veramente non tutti
americani, la gente addensata sul ponte Elio; e quindi, accompagnato
rumorosamente dai suoi seguaci, se ne tornò glorioso e trionfante
a Ripetta, ove sotto gli alberi fronzuti numerosi ammiratori gli
offrirono un solennissimo e lauto simposio, non che i mezzi per potere
agevolmente dimostrare come e quanto ei sapesse essere insommergibile
non soltanto nell'acqua, ma anche nel vino.
Ma il più bello di tutto fu questo: che poco più tardi quando il
vero capitano Boyton arrivò a Roma, sia che tutti temessero una nuova
mistificazione o sia che tutti avessero esaurita, non importa come, la
provvista del loro entusiasmo, il fatto sta che al vero Boyton non ci
credette nessuno, e l'audace capitano nonchè notatore insommergibile
dovette notare quanto mai sia difficile, anche sulle rive del Tevere,
alla verità di poter galleggiare su l'apparenza.
*
* *
Le «Capanne» si dividono in due parti. La prima formata da un largo
recinto di stuoie, libero a tutti, viene chiamata superbamente il
«Capannone»; la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il
modesto nome di «Capannelle».
Come le «Capanne» si dividono in «Capannone» e «Capannelle», così
i loro assidui frequentanti si possono distinguere in nuotatori che
nuotano e in nuotatori che non nuotano.
Il nuotatore che nuota lo si riconosce subito: quasi sempre indossa,
quando lo indossa, un costume molto scostumato: è l'amico di tutti,
saluta tutti, e scherza volentieri con tutti, massime con quelli
che non hanno nessuna voglia di scherzare; conversa ad alta voce e
in gergo coi «capannari»; stringe la mano e dà del tu al maestro di
nuoto; organizza merende all'aria aperta e banchetti all'aria chiusa,
mette sù barchettate ai Polverini e partite di pesca nell'Aniene; e
parla continuamente dell'Albero Bello, una parte del Tevere, fra ponte
Milvio e Ripetta, malamente famosa per i molti suoi mulinelli vortici
e gorghi pronti ad inghiottire i nuotatori inesperti. Egli appena
entra nell'onda esce subito dalle «Capanne», e il suo bagno se lo va
a pigliare nel bel mezzo del fiume ove fischia, canta e schiamazza
affinchè tutti possano ammirare la sua forza e la sua destrezza nei
più difficili esercizi del nuoto; ma se mai rimane nel «capannone»
_arranca_ sempre, cioè va sempre contro corrente.
Il nuotatore che non nuota, invece, come si può facilmente pensare,
è la perfetta antitesi del nuotatore che nuota. Egli, benchè faccia
sempre le sue evoluzioni natatorie _indove ce se tocca_, è sempre
inappuntabilmente vestito di un costume irreprensibile; parla poco,
è timido, è sospettoso, non dà confidenza a nessuno, e non accetta
scherzi, specialmente nell'acqua; e quando entra nel «capannone» gli si
sviluppa in tutto il suo essere una simpatia straordinaria per i pali,
tant'è vero che appena ne vede sorgere uno rigido e muto dall'onda
sonora e corrente, si sente immediatamente attratto verso di lui da una
forza irresistibile; gli si avvicina, se lo stringe al petto e non lo
lascia più. Ma per solito il nuotatore che non nuota il suo bagno se lo
piglia di nascosto, solo, in una «capannella» fischiando quasi sempre
la romanza più in voga.
Ai nuotatori che non nuotano bisogna aggiungere gli _apprendisti_,
ossia quei tali frequentatori delle «Capanne», i quali, pur non
avendo nessuna attitudine al salutare esercizio del nuoto, cercano
in tutti i modi di ottenere con la volontà quello a cui la natura li
ha irremissibilmente negati. Ve ne sono di tutte le età e di tutte le
condizioni: vecchi venerandi dalle lunghe barbe fluenti e giovinetti di
primo pelo, capi divisione nei pubblici ministeri e studenti di quarta
ginnasiale, signori e poveretti, uomini di guerra e uomini di pace,
professionisti e artigiani. La prima caratteristica dell'_apprendista_
è quella di amare, almeno fino a quando rimane nell'acqua, il prossimo
suo più di se stesso. Difatti l'attaccamento da lui sentito per il
suo simile diviene in certi momenti così allarmante da far ripensare
a quella massima dello Schopenhauer che dice: — Se l'uomo conoscesse
i pericoli che provengono dall'attaccamento, se ne andrebbe a vivere
nella foresta, solo, come un rinoceronte.
Del resto gli _apprendisti_ per lo più si attaccano tra loro; poichè
nel «capannone» non ci vanno mai a uno a uno, ma sempre a due a due
come i frati minori e le monache maggiori, come le guardie di pubblica
sicurezza e i reali carabinieri, e come le uova al tegame: e una volta
nell'acqua si consigliano, studiano, non apprendono e bevono.
La quantità di Tevere che essi son capaci di ingurgitare durante i loro
studi natatorii è incalcolabile; tanto incalcolabile che se il Nestore
e la Chiana, il Topino e la Paglia, la Nera e l'Aniene finissero di
soccorrerlo con le loro linfe abbondanti, io credo che il nostro povero
vecchio Tevere finirebbe col seccarsi.
Ma prima che egli si secchi, e prima che vi secchiate anche voi,
sarà bene di rammentare, sia pure brevemente, due altri gruppi di
frequentatori delle «Capanne»: quello dei cacciatori i quali portano
con loro i proprii cani per risciacquarli nelle acque tiberine, e
quello di quanti vanno alle «Capanne» per diventar neri. Questi per
lo più amano la solitudine: se posseggono una barchetta sono capaci
di risalire il fiume per ore ed ore, vogando; se non posseggono la
barchetta nè un amico a cui chiederla in prestito, si scelgono un luogo
della sponda ove il sole batte più rovente, si stendono su l'arena
torrida, e nuotando nel proprio sudore, rimangono lì a crogiolarsi in
una specie di torpore stupido, dal quale non si destano se non per
accertarsi del progresso del loro annerimento. I cacciatori invece
amano la compagnia, non più dei proprii cani, s'intende; ma l'amano,
e amano anche di chiacchierare. Difatti, mentre si spogliano, non la
finiscono più di parlare di quaglie, di starne, di pernici, di lepri,
di cignali e di caprioli, punteggiando i lunghi discorsi con certi
_bum-bum_ che fanno trasalire dallo spavento la guardia municipale la
quale, dormendo su una sedia, vigila sempre per conto del municipio
sulla moralità dello stabilimento; e quando si sono spogliati si
mettono a insaponare e a lavare i loro cani sulla riva bollente sotto
il tormento del sole ardentissimo. Qualche volta però il sole produce
i suoi effetti! Io ricordo di aver visto coi miei occhi mortali uno di
cotesti cacciatori che dopo di avere insaponato e ben bene risciacquato
il suo cane pretendeva niente di meno che la povera bestia imparasse a
fare il _braccetto_.
*
* *
Dopo di esser uscito fuor del pelago alla riva, di aver guatato l'acqua
perigliosa e gialla e di essersi bene asciugato, il nuotatore che
si rispetta, prima di rivestirsi, per risvegliare col moto il calore
nelle sue membra infreddolite dal bagno, giuoca una partita a morra.
La partita viene giuocata in due e più spesso in quattro, e il premio
del vincitore, o vincitori che siano, è sempre un bicchierino di un
certo liquido giallognolo imprigionato in una bottiglia nera ed antica,
la quale, forse in un tempo assai lontano, ospitò fra le sue fragili
pareti di vetro un litro di quel vino bianco scelto e aromatico a cui
il Rigutini e il Fanfani danno il nome di vermutte.
I frequentatori delle «Capanne» il liquido giallognolo lo chiamano
arnica.
Una volta i vincitori della morra solevano aggiungere all'arnica
qualche pagnottella imbottita o qualche croccante amaretto che un
vecchio storpio a cui avevano dato il nome di Spillman, cioè il nome
del più famoso fra i pasticcieri romani, difendeva accanitamente dalle
mosche agitando di continuo una verghetta flessibile sul cui vertice
ondeggiava un fiocchetto minuscolo di carta velina; ma adesso il povero
storpio, dopo di aver perduto ogni speranza di vedersi onorato in modo
soddisfacente dagli ambiti comandi della sua rispettabile clientela,
sulle rive del Tevere non ci viene più, e i bevitori di arnica alla
pagnottella e al croccante ci han dovuto rinunziare.
Povero Spillman! Dove sarà andato ora a vendere i suoi dolciumi?
Le ultime volte che venne alle «Capanne», sebbene si sforzasse a
dissimularlo, era di un umore assai nero. Vedendo che ogni giorno la
sua clientela rispettabile si allontanava sempre più da lui, presentiva
l'avvento del giorno fatale in cui egli avrebbe dovuto a sua volta
allontanarsi da lei.
— Come va? — gli domandavano al vederlo; e lui, sostenendo a fatica
sul petto la canestra dei dolci, mentre si avvicinava alla scrivania
del proprietario dello stabilimento accanto alla quale era solito di
mettersi a sedere, rispondeva, alzando gli occhietti verdastri verso
il tetto delle «Capanne»: — Ringraziamo il Signore! — E, dopo di aver
ringraziato il Signore, posava la canestra sur una sedia e aspettando
invano gli ambiti comandi dei signori bagnanti incominciava a _caccià'
le mosche_.
Un giorno un «capannaro» molto intelligente gli manifestò il dubbio che
forse i bevitori di arnica non si avvicinavano volentieri alla canestra
perchè erano impensieriti dalle troppe mosche che ci volavano sopra, e
gli suggerì di coprirla con un velo.
Spillman trovò il suggerimento molto ragionevole e difatti la mattina
appresso adornò le pagnottelle imbottite e i croccanti amaretti di
un velo candidissimo simile a quello con cui quel dolce di Calliope
labbro, prima di renderlo in grembo a Venere celeste, adornò Amore,
nudo in Grecia e nudo in Roma; ma i signori bagnanti pur ammirando la
leggerezza del velo e approvando senza riserve il mezzo ingegnoso col
quale egli aveva saputo difendere la sua pasticceria dagli oltraggi
dei ditteri fastidiosi, i quali, se è vero quel che dice Plutarco,
venivano adorati dagli Acarnani, di pasticceria ne comperarono
poca. Allora il «capannaro» che prendeva sempre molto a cuore le
tribolazioni del povero Spillman, anche perchè alla fine della giornata
soleva riscuotere una piccola percentuale sui meschini incassi del
pasticciere, vedendo come il velo non avesse raggiunto gli effetti
sperati, lo consigliò di unire ai dolci, articolo di vendita dubbia,
un articolo di esito certo: il sapone. E gli disse: — _La pasticceria,
sì, è un genere bellissimo; però si nun se venne subito s'inacidisce e
bisogna buttalla; ma er sapone, no. Er sapone è sempre sapone e sfida
li secoli peggio der travertino. Dunque?_
— Proviamo! — mugolò lo stroppiato, e qualche giorno dopo mise accanto
alle pagnottelle e ai croccanti due dozzine di saponette rosse, gialle,
verdi e turchine, le quali, non solo promettevano di essere più dure
del travertino, ma facevano venire la colica soltanto a guardarle.
E fu proprio allora, quando vide sfondarsi tutte le speranze da
lui fondate sul felice esito delle saponette, che il disgraziato mi
dimostrò come col racconto della sua vita il poeta Dante Alighieri
avrebbe potuto scrivere un romanzo di Perino.
Era, ricordo, un tepido e luminoso pomeriggio di agosto. I passeri
cinguettavano sul tetto delle «Capanne». Una luce quieta e dorata,
traversando i giunchi e le cannucce fesse delle stuoie, scendeva
dall'alto a rallegrare le acque bionde del fiume; e di quando in quando
qualche barchetta nera radendo la sponda limacciosa, ombreggiata dalle
acacie verdi fra i cui rami frondosi strillavano le cicale, passava
adagio adagio lasciandosi dietro, oltre al rumore tenue e cadenzato dei
remi, una frangia d'oro vaghissima.
Mentre i passeri cinguettavano, le cicale strillavano e le barchette
passavano, lo stroppiato, volgendo di tratto in tratto gli occhietti
verdastri e rassegnati verso le saponette invendute, mi confidò che
egli era nato negli agi e mi disse che essendo rimasto orfano di pochi
anni venne affidato alle cure di un tutore il quale a poco a poco gli
mangiò tutto il suo avere. Uscito appena dalla adolescenza il meschino
fu colpito da una grave malattia: riavutosi si trovò solo e costretto
a dover risolvere giorno per giorno, ora per ora il difficile problema
della esistenza. Provando e riprovando lo risolvette mettendosi a fare
il materassaio. Dopo di avere impuntito non so più quante migliaia di
materasse, si impiegò nella «Nettezza Urbana», e per qualche tempo,
secondo quel che mi disse, campò «portando via la nettezza dalle
case». Alfine, dopo di avere esercitati parecchi mestieri, uno meno
rimunerativo dell'altro, cercando di sbarcare il suo lunario, sbarcò,
dopo molte tempeste, in una bottega di pasticciere, e gli riuscì di
mettere insieme, fra un pasticcio e l'altro, un modesto peculio. Se la
passava discretamente bene quando per sua disgrazia gli venne in capo
l'idea di voler aggiungere alle dolcezze dei pasticci anche quelle del
matrimonio, e si ammogliò. La moglie, passato qualche mese, gli morì ed
egli stesso cadde gravemente ammalato. I pochi quattrini messi insieme
con tante fatiche se ne andarono in medicine, e lo sciagurato quando
dopo lunghe sofferenze ritrovò la salute perdette l'uso delle gambe; e
allora, non potendo quasi più camminare, divenne pasticciere ambulante:
si legò al collo con una cordicella un paniere di vimini; l'empì di
robe dolci, e reggendosi a stento sulle cianche rattrappite, incominciò
a strascicare amaramente la vita per le vie dolorose del mondo nella
speranza di trovarci gente allegra e festante, disposta a comperare e
a gustare dolciumi.
Povero e caro Spillman dove sei ora con le tue pagnottelle, coi tuoi
croccanti e con le tue saponette? Chi potrebbe dirlo? Quello però di
cui tutti son certi è che le «Capanne» con la tua partenza han perduto
il più buono e più simpatico dei loro frequentatori; e quello che io
posso dire è che il ricordo dei tuoi croccanti mi resterà sempre dolce
nella memoria. Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di
starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre
rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere
che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le
tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e
turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti
e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini
e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e
le torri, le Porte e i monumenti. Tutto!
E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»;
scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo
Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose
e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi
mai più, dovranno andarsene anch'esse.
E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne
vado anch'io.