LE “CAPANNE„ DI RIPETTA

Il barcarolo che mi traghettava ieri all'altra sponda del Tevere, dove,

sotto ai begli alberi fronzuti, sorgono dall'acqua bionda le stuoie

gialle dello stabilimento dei bagni, mi diceva con molta serietà: —

_Caro lei, troppi stabilimenti! Troppi! Napoli, Livorno, Civitavecchia,

Vicarello! Ar giorno d'oggi ce so' più stabilimenti che bagnanti: se

capisce che l'affari vanno male._

Il Caronte che per due soldi trasporta le anime e i corpi dall'una

all'altra riva tiberina e viceversa, è un vero lupo di fiume: magro; ma

robusto, con la barba bianca e lanosa che gli onora la faccia abbrunita

dal sole, siede gravemente sulla poppa di una sua barca, chiamata

l'arca di Noè, e non abbandona il suo posto se non per raccogliere

dignitosamente nella berretta il prezzo del breve viaggio fluviatile.

Ordinariamente non è molto verboso. Le gravi responsabilità della

navigazione non gli permettono di perdersi in chiacchiere; tuttavia

se i «passeggeri» son pochi e di sua conoscenza, mentre egli maneggia

il vecchio timone, che sa le tempeste e ad ogni scossa miagola come un

gatto soriano, parla volentieri.

I suoi discorsi favoriti non mai più lunghi della traversata, sono

due: _la spiegazione der machinismo de la girella_, che scorrendo

sulla corda tesa fra le due rive del fiume tiene assicurata la

barca; e la descrizione di un viaggio da lui fatto in gioventù per

risalire il Tevere da Ripetta a Stimigliano; un viaggio con burrasche,

burraschette, _riggiri_, _mulinelli_, _crescenti_, _crescentini_,

_murelle_, _pennelli_, _mollacce e mollaccioni_: roba, Dio ne scampi e

liberi tutti, da non ritornare più a casa.

È inutile dire che tanto il primo quanto il secondo discorso

finiscono sempre con questa giaculatoria: — _Caro lei, tutto va bene;

ma ar giorno d'oggi ce so' troppi stabbilimenti. Napoli, Livorno,

Civitavecchia, Vicarello! Troppi stabbilimenti! Li tempi de 'na vorta

so' finiti._

_Li tempi de 'na vorta!_ Allora, difatti, quando al cominciar

dell'estate non era ancora venuta la moda di fuggirsene sulle rive del

Tirreno azzurro e dell'Adriatico verde, l'inaugurazione delle «Capanne»

era davvero per la vita romana un avvenimento; ma adesso invece è

divenuta la cosa più semplice del mondo. Quando le tende e le stuoie

sono distese sui pali ben confitti nell'arena del fiume; quando tutte

le sedie sono allineate e la pesante scrivania è al suo posto, si

appende sulla porta d'ingresso una tabella su cui sta scritto a lettere

di scatola: SI PAGA ANTICIPATO, e la stagione dei bagni fluviali è

inaugurata.

*

* *

Appena si entra nelle «Capanne» è di rito il domandare gravemente al

primo che vi capita dinanzi: — Com'è l'acqua?

— Bu... bu... bu... o... na — vi risponde invariabilmente

l'interpellato, asciugandosi il petto con l'asciugamano.

Esaurita la prima domanda si deve passare subito alla seconda: — Fredda?

— Un br... br... br... o... do! — replica allora egli battendo i denti

e tremando.

Ottenute alle due domande rituali le due risposte inevitabili, potete

pure consegnare, se li avete, i vostri valori al proprietario dello

stabilimento, ricevendone in cambio una medaglietta infilata a una

cordicella, e, dopo di aver pagato il prezzo del bagno, siete padroni

di fare quel che vi pare e piace, anche di annegarvi, tanto potete

esser certi che in ogni caso il maestro di nuoto vi verrà a ripescare.

Il maestro di nuoto, come non è difficile di immaginarlo, dopo il

_pizzardone_, il quale vigila per conto del municipio sulla morale

dello stabilimento, cioè sulla maggiore o minor lunghezza delle

mutandine dei signori bagnanti, è la prima autorità delle «Capanne».

Egli, oltre alle lezioni di nuoto che impartisce con una chiarezza

di eloquio ed una sicurezza di metodo veramente ammirabili ai suoi

scolari, è sempre disposto, dietro un modesto compenso, ad insegnare

a loro, ogni qual volta lo desiderino, anche i primi rudimenti di un

suo speciale sistema scientifico di ginnastica educativa, consistente

in capriole, salti mortali e lotta romana; ed è sempre dispostissimo,

qualora se ne presenti l'occasione, a salvare dalla morte quegli

sciagurati, i quali, volenti o no, si trovano in procinto di andare

a fare _conversazione co' li pescetti_. Difatti, il brav'uomo nelle

grandi solennità nazionali ed estive non si priva mai del piacere

di esporre sul suo petto all'ammirazione pubblica parecchie medaglie

d'argento, di bronzo e di altri metalli più o meno artefiziati, avute

in premio per i molti salvamenti da lui felicemente compiuti. Però,

bisogna dirlo a suo elogio, alle medaglie ci bada poco: quello a cui

tiene assai è di fare il proprio dovere e di riscuotere quell'ambìto

guiderdone col quale i parenti dei salvati, da che il mondo è mondo,

sogliono rimeritare i salvatori.

Una volta, ricordo, fra una lezione di nuoto e un'altra di ginnastica

educativa, mise gli occhi addosso a un giovinetto il quale fra le

sue abitudini, non tutte buone, aveva anche quella di affogarsi una

volta al mese. Il giovinetto era il figlio di un padre discretamente

danaroso, e il bravo maestro, immaginando quale dolore il figlio

avrebbe arrecato al padre, se mai fosse andato in fondo al Tevere

a fare _conversazione co' li pascetti_, come lo vedeva allontanarsi

dalla sponda lo seguiva con gli occhi vigili e al momento opportuno lo

salvava.

Il povero padre aveva già ricompensato per ben due fiate il filantropo,

unendo al vile metallo i più cordiali ringraziamenti, quando, con sua

grande meraviglia, se lo vide ricomparire dinanzi ancora una volta con

la notizia di un terzo salvataggio. Giacchè non c'era modo di poter

fare altrimenti, il povero genitore tornò a rimunerare e a ringraziare

il salvatore; ma poi, impensierito della triplicità dei naufragi e

relativi salvamenti, gli disse: — Sentite, se mai d'ora innanzi vi

accadesse di vedere mio figlio che se ne va giù in fondo al Tevere,

lasciatecelo andare, perchè se lo salverete una quarta volta io non vi

darò più nemmeno un centesimo.

Non occorre dire che da quel giorno il giovinetto, che aveva contratta

la brutta abitudine di affogarsi una volta al mese, non s'affogò più.

Ma il maestro di nuoto delle «Capanne» di Ripetta non è soltanto un

filantropo a tutta prova, un nuotatore pronto a sfidare ogni rischio e

un ginnasta degno di qualunque circo, anche equestre; ma è eziandio un

pescatore senza rivali e un navigatore espertissimo, poichè il letto

del Tevere lo conosce assai meglio di quell'altro letto ove ei suol

dormire con la sua signora. E, come se ciò già non bastasse, a coteste

belle qualità fisiche e morali che adornano il suo corpo e la sua anima

egli ne può aggiungere ancora un'altra simpaticissima: quella di essere

un maestro impareggiabile nell'architettare burle e mistificazioni, le

quali ei suole romanamente nobilitare col nome di _fregature_, e di

saperle mettere in esecuzione con una salsa così saporita di serietà

allegra da conciliarsi quasi sempre il perdono dei burlati.

Una volta, ricordo, venne annunciato sui giornali l'arrivo a Roma di

un americano, un certo capitano Boyton, inventore di un vestiario nero

nonchè insommergibile, che permetteva al suo proprietario di poter

galleggiare in tutti i mari, per tutti i fiumi e su tutti i laghi del

Globo. L'americano aveva l'atto sapere, con manifesti appiccicati alle

cantonate, il giorno, e press'a poco anche l'ora, in cui egli sarebbe

giunto a Roma da Terni, percorrendo la Nera ed il Tevere, per mostrare

la sua invenzione impermeabile ai pronipoti del console Cajo Duilio.

I pronipoti del console s'erano già affollati sulle rive del fiume,

ansiosi di ammirare l'_omo galleggiante_, quand'ecco che scorgono da

lontano un gruppo di barchette imbandierate. Le barchette s'avvicinano

e, mentre i vogatori gridano a perdifiato: — Viva il Capitano! Viva

Boyton! Viva Cristoforo Colombo! Viva la scoperta dell'America! — in

mezzo a moltissimi nuotatori, che galleggiano muovendo furiosamente le

braccia e le gambe, tutti distinguono un uomo vestito di nero, disteso

sulle acque bionde passare immobile, trasportato dalla corrente.

Dalle finestre, dalle loggette, dai mignani e dalle terrazze delle

case, che si specchiano da secoli nelle onde gialle del fiume

famoso all'universo, vien cavata fuori qualche bandiera; la folla

accalcata sui gradini del porto di Ripetta applaude e saluta l'_omo

galleggiante_; e questi, sempre immobile sul pelo dell'acqua, prosegue

il suo viaggio fra una cagnara di casa del diavolo, e, arrivato a ponte

S. Angelo, prende terra fra un multicolore sventolìo di stendardi

e fra un assordante scoppiettare di crepitacoli e di applausi che

l'acqua, buona conduttrice del suono, questa volta, aiutata anche dalla

corrente, porta lontano lontano, forse fino al mare.

L'animoso Boyton, il quale non era altri se non il maestro di nuoto

delle «Capanne», prima di lasciare la riva di Castel S. Angelo

ringraziò e salutò con suoni e con gesti, veramente non tutti

americani, la gente addensata sul ponte Elio; e quindi, accompagnato

rumorosamente dai suoi seguaci, se ne tornò glorioso e trionfante

a Ripetta, ove sotto gli alberi fronzuti numerosi ammiratori gli

offrirono un solennissimo e lauto simposio, non che i mezzi per potere

agevolmente dimostrare come e quanto ei sapesse essere insommergibile

non soltanto nell'acqua, ma anche nel vino.

Ma il più bello di tutto fu questo: che poco più tardi quando il

vero capitano Boyton arrivò a Roma, sia che tutti temessero una nuova

mistificazione o sia che tutti avessero esaurita, non importa come, la

provvista del loro entusiasmo, il fatto sta che al vero Boyton non ci

credette nessuno, e l'audace capitano nonchè notatore insommergibile

dovette notare quanto mai sia difficile, anche sulle rive del Tevere,

alla verità di poter galleggiare su l'apparenza.

*

* *

Le «Capanne» si dividono in due parti. La prima formata da un largo

recinto di stuoie, libero a tutti, viene chiamata superbamente il

«Capannone»; la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il

modesto nome di «Capannelle».

Come le «Capanne» si dividono in «Capannone» e «Capannelle», così

i loro assidui frequentanti si possono distinguere in nuotatori che

nuotano e in nuotatori che non nuotano.

Il nuotatore che nuota lo si riconosce subito: quasi sempre indossa,

quando lo indossa, un costume molto scostumato: è l'amico di tutti,

saluta tutti, e scherza volentieri con tutti, massime con quelli

che non hanno nessuna voglia di scherzare; conversa ad alta voce e

in gergo coi «capannari»; stringe la mano e dà del tu al maestro di

nuoto; organizza merende all'aria aperta e banchetti all'aria chiusa,

mette sù barchettate ai Polverini e partite di pesca nell'Aniene; e

parla continuamente dell'Albero Bello, una parte del Tevere, fra ponte

Milvio e Ripetta, malamente famosa per i molti suoi mulinelli vortici

e gorghi pronti ad inghiottire i nuotatori inesperti. Egli appena

entra nell'onda esce subito dalle «Capanne», e il suo bagno se lo va

a pigliare nel bel mezzo del fiume ove fischia, canta e schiamazza

affinchè tutti possano ammirare la sua forza e la sua destrezza nei

più difficili esercizi del nuoto; ma se mai rimane nel «capannone»

_arranca_ sempre, cioè va sempre contro corrente.

Il nuotatore che non nuota, invece, come si può facilmente pensare,

è la perfetta antitesi del nuotatore che nuota. Egli, benchè faccia

sempre le sue evoluzioni natatorie _indove ce se tocca_, è sempre

inappuntabilmente vestito di un costume irreprensibile; parla poco,

è timido, è sospettoso, non dà confidenza a nessuno, e non accetta

scherzi, specialmente nell'acqua; e quando entra nel «capannone» gli si

sviluppa in tutto il suo essere una simpatia straordinaria per i pali,

tant'è vero che appena ne vede sorgere uno rigido e muto dall'onda

sonora e corrente, si sente immediatamente attratto verso di lui da una

forza irresistibile; gli si avvicina, se lo stringe al petto e non lo

lascia più. Ma per solito il nuotatore che non nuota il suo bagno se lo

piglia di nascosto, solo, in una «capannella» fischiando quasi sempre

la romanza più in voga.

Ai nuotatori che non nuotano bisogna aggiungere gli _apprendisti_,

ossia quei tali frequentatori delle «Capanne», i quali, pur non

avendo nessuna attitudine al salutare esercizio del nuoto, cercano

in tutti i modi di ottenere con la volontà quello a cui la natura li

ha irremissibilmente negati. Ve ne sono di tutte le età e di tutte le

condizioni: vecchi venerandi dalle lunghe barbe fluenti e giovinetti di

primo pelo, capi divisione nei pubblici ministeri e studenti di quarta

ginnasiale, signori e poveretti, uomini di guerra e uomini di pace,

professionisti e artigiani. La prima caratteristica dell'_apprendista_

è quella di amare, almeno fino a quando rimane nell'acqua, il prossimo

suo più di se stesso. Difatti l'attaccamento da lui sentito per il

suo simile diviene in certi momenti così allarmante da far ripensare

a quella massima dello Schopenhauer che dice: — Se l'uomo conoscesse

i pericoli che provengono dall'attaccamento, se ne andrebbe a vivere

nella foresta, solo, come un rinoceronte.

Del resto gli _apprendisti_ per lo più si attaccano tra loro; poichè

nel «capannone» non ci vanno mai a uno a uno, ma sempre a due a due

come i frati minori e le monache maggiori, come le guardie di pubblica

sicurezza e i reali carabinieri, e come le uova al tegame: e una volta

nell'acqua si consigliano, studiano, non apprendono e bevono.

La quantità di Tevere che essi son capaci di ingurgitare durante i loro

studi natatorii è incalcolabile; tanto incalcolabile che se il Nestore

e la Chiana, il Topino e la Paglia, la Nera e l'Aniene finissero di

soccorrerlo con le loro linfe abbondanti, io credo che il nostro povero

vecchio Tevere finirebbe col seccarsi.

Ma prima che egli si secchi, e prima che vi secchiate anche voi,

sarà bene di rammentare, sia pure brevemente, due altri gruppi di

frequentatori delle «Capanne»: quello dei cacciatori i quali portano

con loro i proprii cani per risciacquarli nelle acque tiberine, e

quello di quanti vanno alle «Capanne» per diventar neri. Questi per

lo più amano la solitudine: se posseggono una barchetta sono capaci

di risalire il fiume per ore ed ore, vogando; se non posseggono la

barchetta nè un amico a cui chiederla in prestito, si scelgono un luogo

della sponda ove il sole batte più rovente, si stendono su l'arena

torrida, e nuotando nel proprio sudore, rimangono lì a crogiolarsi in

una specie di torpore stupido, dal quale non si destano se non per

accertarsi del progresso del loro annerimento. I cacciatori invece

amano la compagnia, non più dei proprii cani, s'intende; ma l'amano,

e amano anche di chiacchierare. Difatti, mentre si spogliano, non la

finiscono più di parlare di quaglie, di starne, di pernici, di lepri,

di cignali e di caprioli, punteggiando i lunghi discorsi con certi

_bum-bum_ che fanno trasalire dallo spavento la guardia municipale la

quale, dormendo su una sedia, vigila sempre per conto del municipio

sulla moralità dello stabilimento; e quando si sono spogliati si

mettono a insaponare e a lavare i loro cani sulla riva bollente sotto

il tormento del sole ardentissimo. Qualche volta però il sole produce

i suoi effetti! Io ricordo di aver visto coi miei occhi mortali uno di

cotesti cacciatori che dopo di avere insaponato e ben bene risciacquato

il suo cane pretendeva niente di meno che la povera bestia imparasse a

fare il _braccetto_.

*

* *

Dopo di esser uscito fuor del pelago alla riva, di aver guatato l'acqua

perigliosa e gialla e di essersi bene asciugato, il nuotatore che

si rispetta, prima di rivestirsi, per risvegliare col moto il calore

nelle sue membra infreddolite dal bagno, giuoca una partita a morra.

La partita viene giuocata in due e più spesso in quattro, e il premio

del vincitore, o vincitori che siano, è sempre un bicchierino di un

certo liquido giallognolo imprigionato in una bottiglia nera ed antica,

la quale, forse in un tempo assai lontano, ospitò fra le sue fragili

pareti di vetro un litro di quel vino bianco scelto e aromatico a cui

il Rigutini e il Fanfani danno il nome di vermutte.

I frequentatori delle «Capanne» il liquido giallognolo lo chiamano

arnica.

Una volta i vincitori della morra solevano aggiungere all'arnica

qualche pagnottella imbottita o qualche croccante amaretto che un

vecchio storpio a cui avevano dato il nome di Spillman, cioè il nome

del più famoso fra i pasticcieri romani, difendeva accanitamente dalle

mosche agitando di continuo una verghetta flessibile sul cui vertice

ondeggiava un fiocchetto minuscolo di carta velina; ma adesso il povero

storpio, dopo di aver perduto ogni speranza di vedersi onorato in modo

soddisfacente dagli ambiti comandi della sua rispettabile clientela,

sulle rive del Tevere non ci viene più, e i bevitori di arnica alla

pagnottella e al croccante ci han dovuto rinunziare.

Povero Spillman! Dove sarà andato ora a vendere i suoi dolciumi?

Le ultime volte che venne alle «Capanne», sebbene si sforzasse a

dissimularlo, era di un umore assai nero. Vedendo che ogni giorno la

sua clientela rispettabile si allontanava sempre più da lui, presentiva

l'avvento del giorno fatale in cui egli avrebbe dovuto a sua volta

allontanarsi da lei.

— Come va? — gli domandavano al vederlo; e lui, sostenendo a fatica

sul petto la canestra dei dolci, mentre si avvicinava alla scrivania

del proprietario dello stabilimento accanto alla quale era solito di

mettersi a sedere, rispondeva, alzando gli occhietti verdastri verso

il tetto delle «Capanne»: — Ringraziamo il Signore! — E, dopo di aver

ringraziato il Signore, posava la canestra sur una sedia e aspettando

invano gli ambiti comandi dei signori bagnanti incominciava a _caccià'

le mosche_.

Un giorno un «capannaro» molto intelligente gli manifestò il dubbio che

forse i bevitori di arnica non si avvicinavano volentieri alla canestra

perchè erano impensieriti dalle troppe mosche che ci volavano sopra, e

gli suggerì di coprirla con un velo.

Spillman trovò il suggerimento molto ragionevole e difatti la mattina

appresso adornò le pagnottelle imbottite e i croccanti amaretti di

un velo candidissimo simile a quello con cui quel dolce di Calliope

labbro, prima di renderlo in grembo a Venere celeste, adornò Amore,

nudo in Grecia e nudo in Roma; ma i signori bagnanti pur ammirando la

leggerezza del velo e approvando senza riserve il mezzo ingegnoso col

quale egli aveva saputo difendere la sua pasticceria dagli oltraggi

dei ditteri fastidiosi, i quali, se è vero quel che dice Plutarco,

venivano adorati dagli Acarnani, di pasticceria ne comperarono

poca. Allora il «capannaro» che prendeva sempre molto a cuore le

tribolazioni del povero Spillman, anche perchè alla fine della giornata

soleva riscuotere una piccola percentuale sui meschini incassi del

pasticciere, vedendo come il velo non avesse raggiunto gli effetti

sperati, lo consigliò di unire ai dolci, articolo di vendita dubbia,

un articolo di esito certo: il sapone. E gli disse: — _La pasticceria,

sì, è un genere bellissimo; però si nun se venne subito s'inacidisce e

bisogna buttalla; ma er sapone, no. Er sapone è sempre sapone e sfida

li secoli peggio der travertino. Dunque?_

— Proviamo! — mugolò lo stroppiato, e qualche giorno dopo mise accanto

alle pagnottelle e ai croccanti due dozzine di saponette rosse, gialle,

verdi e turchine, le quali, non solo promettevano di essere più dure

del travertino, ma facevano venire la colica soltanto a guardarle.

E fu proprio allora, quando vide sfondarsi tutte le speranze da

lui fondate sul felice esito delle saponette, che il disgraziato mi

dimostrò come col racconto della sua vita il poeta Dante Alighieri

avrebbe potuto scrivere un romanzo di Perino.

Era, ricordo, un tepido e luminoso pomeriggio di agosto. I passeri

cinguettavano sul tetto delle «Capanne». Una luce quieta e dorata,

traversando i giunchi e le cannucce fesse delle stuoie, scendeva

dall'alto a rallegrare le acque bionde del fiume; e di quando in quando

qualche barchetta nera radendo la sponda limacciosa, ombreggiata dalle

acacie verdi fra i cui rami frondosi strillavano le cicale, passava

adagio adagio lasciandosi dietro, oltre al rumore tenue e cadenzato dei

remi, una frangia d'oro vaghissima.

Mentre i passeri cinguettavano, le cicale strillavano e le barchette

passavano, lo stroppiato, volgendo di tratto in tratto gli occhietti

verdastri e rassegnati verso le saponette invendute, mi confidò che

egli era nato negli agi e mi disse che essendo rimasto orfano di pochi

anni venne affidato alle cure di un tutore il quale a poco a poco gli

mangiò tutto il suo avere. Uscito appena dalla adolescenza il meschino

fu colpito da una grave malattia: riavutosi si trovò solo e costretto

a dover risolvere giorno per giorno, ora per ora il difficile problema

della esistenza. Provando e riprovando lo risolvette mettendosi a fare

il materassaio. Dopo di avere impuntito non so più quante migliaia di

materasse, si impiegò nella «Nettezza Urbana», e per qualche tempo,

secondo quel che mi disse, campò «portando via la nettezza dalle

case». Alfine, dopo di avere esercitati parecchi mestieri, uno meno

rimunerativo dell'altro, cercando di sbarcare il suo lunario, sbarcò,

dopo molte tempeste, in una bottega di pasticciere, e gli riuscì di

mettere insieme, fra un pasticcio e l'altro, un modesto peculio. Se la

passava discretamente bene quando per sua disgrazia gli venne in capo

l'idea di voler aggiungere alle dolcezze dei pasticci anche quelle del

matrimonio, e si ammogliò. La moglie, passato qualche mese, gli morì ed

egli stesso cadde gravemente ammalato. I pochi quattrini messi insieme

con tante fatiche se ne andarono in medicine, e lo sciagurato quando

dopo lunghe sofferenze ritrovò la salute perdette l'uso delle gambe; e

allora, non potendo quasi più camminare, divenne pasticciere ambulante:

si legò al collo con una cordicella un paniere di vimini; l'empì di

robe dolci, e reggendosi a stento sulle cianche rattrappite, incominciò

a strascicare amaramente la vita per le vie dolorose del mondo nella

speranza di trovarci gente allegra e festante, disposta a comperare e

a gustare dolciumi.

Povero e caro Spillman dove sei ora con le tue pagnottelle, coi tuoi

croccanti e con le tue saponette? Chi potrebbe dirlo? Quello però di

cui tutti son certi è che le «Capanne» con la tua partenza han perduto

il più buono e più simpatico dei loro frequentatori; e quello che io

posso dire è che il ricordo dei tuoi croccanti mi resterà sempre dolce

nella memoria. Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di

starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre

rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere

che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le

tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e

turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti

e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini

e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e

le torri, le Porte e i monumenti. Tutto!

E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»;

scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo

Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose

e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi

mai più, dovranno andarsene anch'esse.

E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne

vado anch'io.

Prose (1880-1890) · 第 31 / 38 题