Un tempo i popoli che abitarono i monti e le valli dei Sette Comuni,
cioè i romani, i reti, i tigurini, gli alemanni, i franchi, i goti, i
cimbri, gli unni e gli altri, lavoravano a seppellire nel suolo lance
e fibule, monete e medaglie, idoli e pentole a onore e gloria degli
archeologi, degli storici e dei filologi di là da venire; ora invece
i moderni abitanti degli altipiani, adoperando il legno degli abeti
che verdeggiano severamente attorno alle loro capanne, fanno scatole,
fabbricano cappelli di paglia, seguendo per tradizione le norme recate
di Levante nel secolo passato da un tal Nicoletto del Sasso, e parlano
la lingua cimbra. L'industria delle scatole procede benissimo, quella
dei cappelli di paglia così così; ma quella del parlar cimbro va
di molto male. Purtroppo questo linguaggio nel quale le consonanti
sembrano starnuti e le vocali sbadigli, va trascinando la sua lenta
agonia per le bocche sdentate dei vecchi e fra non molto sparirà da
queste terre.
Tutto passa quaggiù! Tutto cade, come cadono le nostre illusioni,
simili alle foglie che, divelle alle rame degli alberi dai primi venti
autunnali, vanno a finire nei fango! Cadono; ma coloro che ci vengono
appresso nel cammino faticoso della vita, trovandole in terra le
raccolgono, le ripuliscono, e se le ripongono gelosamente nel cuore,
riperdendole magari poco dopo per farle ritrovare agli altri che li
seguiranno. Il vecchio è sempre nuovo. Ma quanto è più triste pensare
che il nuovo è sempre vecchio!
Questi ed altri malinconici pensieri mi venivano in capo mentre,
precedendo una numerosa comitiva di alpinisti, in compagnia di alcuni
amici taciti e pensierosi, traversavo, nel silenzio di una notte
serena, l'altipiano di Asiago per andare a Valstagna. Ma appena il sole
fiammeggiante uscì dai monti facendo brillare i prati molli di rugiada,
e appena gli uccelli principiarono a cantare noi smettemmo di pensare
e incominciammo tutti a discorrere.
Un solo, dopo di avere bisbigliata qualche parola continuò a tacere: un
giovinetto biondo il quale di tanto in tanto, arrampicandosi sui rialzi
che fiancheggiavano la strada andava raccogliendo margherite.
Il caro ragazzo era di una città del Trentino: recatosi a Vicenza
per assistere alle feste in onore degli alpinisti, ora tornava a casa
seguendo il nostro itinerario. Ci era venuto sempre appresso, e ovunque
aveva visto una bandiera tricolore, s'era fermato col cuore palpitante;
in qualsiasi luogo aveva udito suonare l'inno reale, aveva pianto di
tenerezza.
— Vuoi un _edelweiss_? — gli chiesi un giorno offrendogliene uno.
Egli mi guardò crucciato, e poi abbracciandomi affettuosamente: — Senti
— mi disse; — fammi il piacere di non chiamare mai più questi bei fiori
con quel brutto nome!
— E come vuoi ch'io li chiami?
— Chiamali «stelle delle Alpi» — mi rispose, e, vedendomi sorridere,
con accento soavissimo soggiunse: — Chiamali così, fammi il piacere, ti
prego!
Una sera, ricordo, ci eravamo fermati in un paese a ristorarci.
Al momento di partire il trentino mancava all'appello. Andammo in
parecchi, battendo sentieri diversi per rintracciarlo, ed io, dopo di
avere inutilmente urlato più volte il suo nome, stavo per tornarmene
indietro, quando mi venne agli orecchi il suono flebile di un violino
che miagolava l'inno di Garibaldi. Pensai subito che il giovinetto
dovesse essere innanzi a quello strumento: infatti, com'ebbi superata
una rupe, lo trovai davanti a quattro figure grottesche di suonatori:
quattro contadini che noi avevamo scacciato poco prima ed egli aveva
seguiti per far loro suonare i nostri inni patriottici.
Mi fermai commosso; poi me gli avvicinai e gli dissi: — Vieni! Si
parte! Andiamo!
— _Eh! ciò! Che furia!_ — mi rispose; e dopo di avere pagati i
suonatori, i quali, riposti gli strumenti nelle borse di panno, se ne
andarono per un sentiero che si perdeva in un bosco di abeti, mi seguì
esclamando: — _Ti capissi che gh'averò da star chissà mai quanto tempo
senza sentirla più 'sta musica benedeta!_
*
* *
Il sole era già alto quando, dopo un malagevole cammino, arrivammo
innanzi ad una caverna scavata dalle acque di un fiume che va a
gittarsi nel Brenta. La grotta viene chiamata il _Buso_, e si crede,
non senza ragione, che in certe notti vi si diano convegno l'orco,
le streghe e i _sanguanelli_: nani piccolissimi e saltellanti, per
lo più vestiti di fiamme, i quali godono moltissimo quando possono
scompigliare le chiome dei bimbi o annodare inestricabilmente le code
e le criniere dei cavalli. Poco lungi dalla caverna ride un candido
santuario fabbricato in onore della Vergine da un eremita di Agordo. Ci
fermammo pochi istanti accanto alla chiesetta, poi, mentre un'aquila
roteava sul cielo, ripigliammo la via. A un certo punto uno di noi
fermandosi esclamò ridendo: — Sembriamo contrabbandieri! — Nessuno
gli rispose; ma a me quella esclamazione fece tornare in mente una
_malga_ che pochi dì innanzi avevo visitato sul Pian della Fugazza: una
_malga_, ove cinque contrabbandieri accumulavano, coprendole di strame
e di stracci, molte cassette di latta piene di spirito. Debbo dirlo?
Quei cinque contadini idioti in mezzo a tanto spirito, mi fecero tanta
nausea che mi rammaricai di non essere una guardia doganale. Ma già,
se fossi stato una guardia doganale, forse non avrei fatto niente di
meglio di quello che faceva quel finanziere che incontrai poco dopo: il
quale, fischiando il quartetto del Rigoletto, se ne andava a spasso,
con la daga sul fianco, col fucile ad armacollo e con un romanzo
sbrendolato di Paul de Kock che gli usciva allegramente dallo sparato
della tunica sbottonata.
*
* *
Davanti alle prime casette di Valstagna trovammo due stendardi di
mussolina bianca, rossa e verde, legati in cima a due antenne, e un
calzolaio in maniche di camicia, il quale, abbandonati sul deschetto
unto due paia di stivali da rattoppare, andava incollando sulla porta
di una vecchia osteria il suo giovanile entusiasmo o, per meglio
dire, alcune strisce di carta rossa sulle quali chi sapeva di lettere
poteva forse anche leggere: «W. gli Alpinisti». Due asinelli biondi,
attaccati ad una carretta piena di casse, di bauli, di valige e di
fagotti, presenziavano muti e seri il lavoro del calzolaio. Intorno
alla carretta dormivano in terra molte donne e moltissimi bambini:
erano emigranti che abbandonavano i loro paesi per andare a lavorare
in quelli d'America. Il crosciare delle acque del Brenta conciliava il
sonno di quella povera gente, e il sole, battendo in cima alla porta
della bettola, illuminava senza risparmio un antico leone di marmo, il
quale aprendo le ali e mostrando il Vangelo su cui c'era scritto: «Vino
e Cucina» pareva che dicesse, ruggendo a voce bassa: — Oh! guardate un
po' anche a me la sorte a qual duro ufficio mi ha serbato! Oh! guardate
un po'!
Mi allontanai commosso, e seguitando una strada in riva al fiume, poco
dopo, entro una trattoria modestamente intitolata Il Mondo ritrovai i
miei compagni in una stanza piena di sole, di oleografie patriottiche
e di mosche.
Eravamo tutti già da un pezzo là dentro a mangiare quando insieme al
suono di un organino che balbettava il _miserere_ del _Trovatore_ entrò
nella stanza un vecchio senza un braccio.
Uno di noi, osservando come il poveretto sotto la giacca rattoppata
lasciasse vedere una camicia rossa, gli domandò: — Sei stato con
Garibaldi?
— Sì — rispose il vecchio.
— Allora guarda là, guarda là! — ripigliò il nostro compagno
accennandogli una delle oleografie appese al muro, nella quale era
volgarmente effigiata una battaglia garibaldina. Il mutilato si
avvicinò lentamente alla oleografia e rimase immobile con la testa alta
a guardarla. Mi accostai anch'io ad osservarla e avendo visto fra le
figure dei combattenti quella di un frate, mi volsi al vecchio e gliela
indicai.
— Oh — egli mi rispose subito, sorridendo — in Sicilia con noi ce
n'erano parecchi. Poi, dopo un istante di silenzio seguitò: — Ne
ricordo uno piccolo, nero, agile come una scimmia. Quando aveva
caricato il fucile s'inginocchiava e recitava una preghiera: poi si
alzava e _bum_! Un borbonico cadeva in terra. Tirava benissimo. Una
volta gli chiesi perchè recitasse quelle orazioni prima di sparare, ed
egli mi rispose: — Raccomando l'anima di quello che ammazzo.
Mentre il garibaldino parlava, sempre guardando l'oleografia,
dalla porta spalancata venivano più che mai strazianti i gemiti
dell'organino; poi s'udì una girandola di stonature e il suono cessò.
Allora egli s'aggiustò sulla spalla la manica vuota della giacca,
cavò fuori dalla camicia un piattino di stagno, e girò per la stanza a
mendicare qualche soldo.
Quando mi tornò accanto non appena mi vide mettere la mano in tasca per
trarne una moneta, ritirò prontamente il piattino e accennandomi con
lo sguardo la pipa che avevo accesa allora mi disse a voce bassa: — Mi
regali piuttosto da fumare.
— Ma il fumo non esclude l'arrosto — gli risposi; e gli diedi un po' di
tabacco e pochi soldi.
Più tardi, seguendo la strada in riva al Brenta per andare a Fonzaso,
rividi ancora una volta il vecchio che aiutato da un ragazzo trascinava
un piccolo carretto sul quale era legato l'organino.
Egli mi riconobbe da lungi. Fermò il carrettino, corse al manubrio e
riprese a suonare il _miserere_ del _Trovatore_. Lo salutai sventolando
il cappello; lo risalutai ancora; poi entrammo tutti in un sentiero
nell'ombra verde e trasparente di un bosco di querce e lo perdetti di
vista.
*
* *
Fra Valstagna e Fonzaso stanno i forti militari di _Fastro_ e del
_Tombione_: nell'attraversarli facendo stridere i chiodi aguzzi delle
scarpe su le lastre di ferro dei ponti levatoi, guardando le torri,
dalle cui finestre s'affacciavano, sbadigliando i cannoni, io non
potei fare a meno di ripensare a quei tempi beati quando _dugento
fanti cum sui schioppetti over archibusi_, riparati in una meschina
ridotta bastavano a fermare un esercito. E i _dugento fanti cum sui
schioppetti_ mi accompagnarono fino alle porte di Fonzaso.
Oltrepassato il paese, sotto un gruppo di case, su la sponda del
fiume Cismone, vidi da lontano una folla di contadini ferma attorno
ad una carrozza su cui una figura ritta gesticolava energicamente.
Credendo che fosse un ciarlatano il quale vendesse i suoi medicamenti
specifici affrettai il passo. La figura ritta sulla carrozza era
invece una povera pazza che veniva condotta via dal paese per esser
forse rinchiusa in un manicomio. La poveretta, giovine e bella, urlava
parole strambe, e agitando nell'aria le mani aperte, rideva, mentre
copiose lacrime le colavano per le guance infiammate. I più vicini per
chetarla, accarezzandola le sussurravano parole affettuose, con la gola
stretta dal pianto; i più lontani ridevano.
La demente appena mi vide, protese verso di me le braccia, e,
accennandomi a quelli che la circondavano, prese ad urlare: — Enrico!
Enrico! Enrico! — Allora un uomo alto, pallido e barbuto si fece
innanzi e diede al vetturino una valigia che questi si pose subito
fra i piedi; abbracciò una vecchiarella vestita di nero che piangeva
dirottamente; e ingrossando la voce, comandò alla mentecatta di
sedersi. La disgraziata si rannicchiò in fondo alla carrozza tremando;
l'uomo le sedette accanto, il vetturino schioccò la frusta, il cerchio
dei curiosi s'aprì e la vettura sollevando nuvoli di polvere si
allontanò rapidamente sulla via bianca arroventata dal sole.
Raggiunsi i miei compagni avendo negli orecchi le grida della pazza;
e nella mente un tumulto di pensieri tristissimi. Sui lati della
strada di tratto in tratto sulle rocce grigie fra folti cespugli
d'erbacce giallastre appariva qualche croce di legno; in fondo alla
valle di quando in quando un vecchio ponte vestito di erica e di
piante salvatiche cavalcava il fiume veloce e sulle vette dei monti,
coperti di oscure foreste di abeti, si scorgevano le rovine di grandi
castelli popolate spesso di corvi neri e crocidanti e sempre di paurose
leggende.
Mentre passavamo sotto uno di cotesti castelli il giovinetto trentino
mi si accostò per dirmi con voce commossa che eravamo poco lontani dal
confine. Non so più quali cose io gli dissi per consolarlo, ma ricordo
che egli, seguitando a camminarmi accanto, sospirando, si tolse dal
cappello le margherite, e le ripose a una a una, insieme con qualche
lacrima, entro le pagine di un taccuino.
Dopo un poco mi afferrò per un braccio e forzandomi a restar fermo: —
_Varda!_ — mi disse, additandomi una casinetta bianca — _Varda! La xe
l'ultima casetta italiana._
Ci fermammo qualche istante a guardar la casetta che dall'alto di un
poggio verde sembrava salutasse il fiume Cismone che arrivava fresco
fresco dall'Austria e seguitammo la via.
*
* *
Al _Pontetto_ è il confine.
Uscendo dall'Italia, a destra sta la casa della imperial regia dogana;
a sinistra quella dei nostri doganieri. Un'osteria è vicina alla
casa italiana, e una stamberga di legno, sulle cui tavole imbiancate
di recente si legge scritto col carbone: _Otel zur Kaiser Krone_,
si appoggia alle mura della imperial regia dogana austriaca. Appena
entriamo in un portico basso, ove sono allineate parecchie carrozze e
legati molti muli e cavalli, un doganiere biondo e roseo, tutto vestito
di nero, visita solennemente i nostri sacchi volgendosi di tanto in
tanto a sorridere alla moglie del suo brigadiere, affacciata a guardare
sulla porta della casetta austriaca.
— «Non contrabbando, signore?» — mi domandò l'imperial regio doganiere,
dopo aver rovistato nel mio sacco, accennandomi alle tasche dalla parte
del cuore e volgendosi ancora a sorridere alla donna.
— No. — gli risposi. E vedendo che la donna guardando il doganiere
movea le labbra a un sorriso, pensando che egli forse non avrebbe
potuto rispondere, come io risposi a lui, se il suo brigadiere
indicandogli le tasche dalla parte del cuore gli avesse chiesto: «Non
contrabbando?» mi allontanai.
Eravamo in Austria. Eppure non pareva. Intorno a noi gli alberi
sorgevano lieti e verdi come quelli delle nostre terre; il Cismone
spumeggiava fra i sassi, giù in fondo alla valle, così come lo avevamo
visto spumeggiare poco prima nelle gole dei nostri monti; gli uomini
ci salutavano, dicendo: «buon viaggio!»; le donne al pari delle
nostre donne conducevano i buoi all'abbeveratoio; i cani abbaiavano
scodinzolando attorno ai casolari, nè più nè meno dei cani delle nostre
campagne: qua e là negli orti in riva al fiume le zucche fiorivano
rigogliose simili in tutto alle zucche italiane, e gli asini ragliavano
sonoramente col muso all'aria come gli asini dei nostri paesi.
— Allegro, tu! Allegro! — dissi allora al giovinetto trentino,
picchiandogli sulla spalla, mentre scendevamo nella valle di Primiero,
ma egli mi guardò con gli occhietti azzurri, e piegando il capo
sospirò: — _La xe un altra aria! La xe un'altra aria!_ — E in così dire
due lagrime gli scendevano per le gote.
Seguitammo tutti a camminare in silenzio, e poco prima del cadere del
sole arrivammo a Fiera.
La piccola città la trovammo appiattata fra il verde dei campi di
canape e fra le piantagioni di tabacco in riva al Cismone, sotto alle
cime della Pala di S. Martino, del Cimon della Pala, della Fradusta,
della Rosetta e del Sasso Maggiore. Essa nel mille e trecento ebbe
un glorioso succedersi di giorni lietissimi quando in un monte che
le sorge accanto vennero scoperte alcune vene di argento. Allora una
moltitudine di uomini, di donne, di vecchi e di fanciulli invase la
valle silenziosa ove abitava il monte milionario. Oh! che giornata deve
essere stata quella per lui che fin allora aveva vissuto selvaggio e
solingo, quando un bel mattino risvegliatosi al primo apparir della
luce e levato il capo dal roseo origliere di nubi udì da mille bocche
cantar le sue lodi e sentì intorno a sè un festoso e continuo picchiare
di mazze e di martelli. Certo che, se le avesse avute, il povero monte
si sarebbe fregate le mani per l'allegrezza. Ma ohimè vennero anche
per lui i giorni dolorosi della miseria, poichè tutta quella gente che
gli era intorno vivendo alle sue spalle col suo argento, appena gli
ebbe vuotate le tasche e gli ebbe tolto fin l'ultimo picciolo se ne
andò altrove, senza neppur voltarsi a salutarlo, lasciandolo solo come
un cane! Poveraccio! Il giorno che andai a fargli visita quando, dopo
di essermi aperta con fatica una via fra selvette spinose di cardi
e di piante cineree sotto i cui fiori gialli e violacei guizzavano
i ramarri, io mi trovai dinanzi a una delle sue buche di dove tanta
gente aveva tratto fuori tanta ricchezza, fui preso da una pietà così
profonda che se non fossi stato vinto dal timore di offendere la sua
dignitosa miseria gli avrei dato cinque lire.
Ma ora Fiera s'è data pace della fine delle sue miniere, le quali, come
dice efficacemente un nobile scrittore, «appartengono alla storia»,
la quale non sa che farsene!, e vive modestamente, con quel poco che
le è rimasto, in riva al Cismone, dove a chi ha la fortuna di andarla
a vedere essa mostra subito quel che possiede: una chiesa gotica con
un alto campanile a fianco, un teatro, un imperial regio capitanato
distrettuale, un ufficio di posta e telegrafo, un negozio di generi di
privativa, una bottega dove si vendono pipe tirolesi, si fabbricano
dolciumi e si imbalsamano uccelli, un palazzone nero ove una volta
si rinchiudevano le streghe, le donne possedute dal demonio, e, se si
potevano acchiappare senza bruciarsi le dita, anche i _sanguanelli_; e
nessun monumento a nessun grande uomo.
Tutte queste belle cose, meno l'ultima, s'intende, chi vuol vederle le
trova subito, senza camminar molto, in tre vie che si distinguono coi
nomi di contrada lunga, contrada di sopra e contrada di sotto, e in una
piazza che non solo si chiama modestamente piazza di sotto; ma verso le
cinque pomeridiane viene anche adoperata come sferisterio. Allora che
vi andai, difatti, vi trovai sei giovinotti che vi stavano a giocare
una partita alla palla. Avevo appena incominciato a seguire le sorti
della partita quando un giuocatore mal destro mandò una palla sur una
finestra del regio imperial capitanato distrettuale e un vetro andò in
frantumi. Caspita! pensai subito, ora viene il regio imperial capitano
distrettuale e ci impicca tutti; ma non avevo finito di pensarlo che
invece del regio imperial capitano distrettuale venne un gendarme
grasso e rubicondo con la canna di una lunga pipa di porcellana fra le
labbra. Egli aprì adagio adagio la finestra, guardò il vetro rotto,
sorrise e buttò a basso la palla che era rimasta sul davanzale, e
dietro alla palla un'occhiata che pareva volesse dire: — Eh, cari miei,
altre palle ci vogliono per farmi perdere la pazienza! — Poi sorrise di
nuovo, richiuse adagio adagio la finestra e se ne andò.
I sei giovinotti ripresero, ridendo, il loro giuoco e un omino storpio
accoccolato sopra una sedia seguitò a gridare con voce stridula i punti
della partita.
*
* *
Un delizioso giardinetto allieta il maggior albergo di Fiera. Dopo di
aver desinato in gaia compagnia vi scesi, mentre un chiarore opalino
che andava a poco a poco spargendosi nel cielo annunciava il sorgere
della luna. Per vederla uscire dalle cime dei monti io m'era appena
seduto sotto una pianta di rose, i cui rami spinosi abbracciavano
il tronco di un larice, quando un canto doloroso ruppe il silenzio
del piccolo giardino. I singulti dell'_Ich grolle nicht_ di Schumann
venivano da una finestra dell'albergo, si fermavano per qualche istante
sulle rose e si perdevano nell'aria impregnata di acuti aromi resinosi.
Appena il canto si tacque mi parve di sentire una voce che sussurrasse:
— Enrico! Enrico!... — e un fiore mi cadde sul cappello. Balzai in
piedi; alzai la testa e udii subito il cigolio di una finestra che si
richiudeva in fretta.
Raccolsi il fiore e, ripensando alla pazza di Fonzaso, mi avviai
lentamente verso la mia stanza.
Nel corridoio vi trovai una donna con un bambino sulle ginocchia, che
dondolandosi sur una sedia, canterellava con un filo di voce:
_Quanno che la mi' mamma me cunava_
_Cantava 'na canzona de Turchia._
_Le fasse co' le quale me fassava_
_Era' tessute de malinconia._
_Quanno che la mi' mamma me cunava_
_Cantava 'na canzona de Turchia!_
Mi trattenni un poco ad ascoltare la cantilena, forse recata anch'essa
dall'Oriente con le norme per la fabbricazione dei cappelli di paglia
da Nicoletto del Sasso, e ne fermai, come meglio potei, sur un pezzo di
carta, le parole; poi entrai nella mia cameretta ed apersi la finestra.
L'ultimo quarto della luna inargentava le acque del Cismone, che
correvano scrosciando. Anche loro cantavano la ninna nanna ai larici
ed agli abeti che sotto il cielo stellato s'addormentavano, sulle
ginocchia della notte, nell'ombra tacita e densa delle umide sponde
scoscese.