Il sentiero che da Santopadre porta a Casalvieri, dopo di aver
serpeggiato per valli umide e verdi in fondo alle quali corrono rapidi
i torrenti, s'arrampica sui fianchi rocciosi di monti aspri e selvaggi
e va innanzi ora scoperto su pietre aride e brulle, ora nascosto sotto
paurosi boschi di querce. Seguendo il mio fido Mingaccio io avevo
già percorso un lungo tratto di cotesto sentiero e salivo il monte
dei Sette Dolori, un monte coronato da una chiesuolina dinanzi a cui
sorgono sette croci, quando il cielo incominciò a coprirsi di nubi e
gli alberi sotto la sferza di un vento caldo e fastidioso principiarono
ad agitare sonoramente i loro rami carichi di ghiande.
— _Tócca, tócca, signoria, ca ce cuoglie gliu temporale!_ — grugniva
di tanto in tanto Mingaccio, esortandomi ad allungare il passo; ed
io, difendendomi come potevo dalle raffiche del vento, lo seguivo
ansimando.
A monte Cuoccio il vento cessò e caddero le prime gocce di pioggia
segnando di punti neri il terreno; poi dal cielo oscuro precipitò il
diluvio universale.
— _Tócca, tócca!_ — gridava sempre Mingaccio, facendosi il segno della
croce ad ogni balenare di lampi. — _Tócca, tócca!_ — Ed io toccavo con
le mani e coi piedi quanto mai fosse piacevole e divertente il salire
un monte sotto la furia _degliu temporale_. Quando Dio volle, bagnati
fin nelle midolla ci potemmo rifugiare in un piccolo santuario. Colà,
appena entratovi, Mingaccio trovò in una buca un leprotto morto. Ciò
lo mise in grande allegria; aprì un coltelluccio e incominciò subito
a scuoiarlo, e scuoiandolo, eccitato forse dal luogo che gli ricordava
i giorni lontani della giovinezza, prese a raccontarmi una quantità di
storie brigantesche.
— _Nun me fa' parlà'!_ — mi diceva ad ogni frase; e mentre i tuoni
scoppiavano nell'aria fosca rimbombando fragorosamente sotto di noi,
nelle forre dei monti Januli, seguitava a parlare, indicandomi con la
punta insanguinata del suo coltelluccio i luoghi ove i fatti che mi
narrava erano avvenuti.
— _Vedi chélla mòrra?_ — mi disse non appena ebbe finito di raccontarmi
una storia piena di schioppettate, di morti e di feriti, accennandomi
un monte velato dall'infuriare della pioggia: — _Vedi chélla mòrra?
Se tu sapessi quanto foco c'è ascito derèto a chelle prète! Se tu
sapessi!_ — ripetè ancora, scotendo il capo: e poco dopo com'ebbe
terminato di spellare il leprotto ne gittò le membra fuori del
santuario, ne ripiegò con molta cura la pelle e se la pose in tasca;
poi stringendo le pugna macchiate di sangue e guardandomi negli occhi
esclamò dolorosamente: — _Eh, signoria, a chélli tiempe che te dico io
ce steva la gioventù e la moneta; mo simmo viecchi! Nun c'è che fa'!_
La pioggia continuava sempre. Uscire non si poteva, ond'io non sapendo
come passare il tempo mi misi a leggere sulle pareti del nostro
ricovero le innumerevoli iscrizioni lasciatevi da coloro che vi si eran
fermati. Una di coteste iscrizioni incisa con un chiodo o forse con la
punta di un coltello sul manto turchino di una immagine diceva così: —
_Onorio Rechia latitande di Casalviero di matina di pesima piogia assai
sono ricoverato qui senza timore delli nemici mia._ Era il documento
visibile di una delle istorie narrate allora allora da Mingaccio.
Alfine la pioggia cessò e potemmo lasciare il rifugio. Un raggio di
sole pallido pallido cadeva da una immensa nube cinerea sulle croci del
monte dei Sette Dolori, e da una valle lontana veniva nell'aria fredda
un lungo e lamentoso rintoccar di campane.
— Che cosa dicono queste campane? — dimandai alla mia guida; ed essa
portandosi le mani agli orecchi per meglio raccogliere il suono, dopo
di essere rimasta per qualche istante in ascolto con la testa bassa,
aggrottò le ciglia e mi rispose con voce commossa: — _Sona a gràndina._
— Dove?
— _A Casalvieri._ — E il buon vecchio, appena incominciammo a scendere
il monte, dopo di essersi fatto il segno della croce, prese a recitare
alcune preghiere le quali secondo lui dovevano avere un effetto
portentoso contro il flagello della grandine, e non si tacque se
non quando arrivammo a Colle Fosso, una borgatella di una ventina di
casupole dorate dal sole già vicino all'orizzonte. Colà, per riposarci,
ci sedemmo sul margine di una fontana. Intorno a noi gli alberi
ancora bagnati brillavano sul cielo purificato dall'uragano, e giù dai
sentieri che scendevan dai monti e si perdevano fra l'erba verdissima
cosparsa di fiori ravvivati dalla pioggia, sotto al languido svariar
degli ulivi dai poderosi tronchi rintorti e maculati di musco, gruppi
di contadine vestite di nero e col capo quasi nascosto da larghi e
lunghi panni bianchi ricamati si avvicinavano alla fonte, cantando e
reggendo orci di terra gialla ornati di pitture sanguigne. La foggia
del vestire di coteste contadine mi piacque tanto, che volendo serbarne
una memoria nella cartella dei miei disegni, non appena arrivai a
Casalvieri ordinai a Mingaccio di trovare una donna disposta a servirmi
da modello e di portarmela. Egli si allontanò ridendo e poco dopo
ritornò tenendo per la mano una bambina col piccolo capo ricciuto
oppresso dal peso di una enorme brocca di rame, e presentandomela mi
disse: — _Chessa, signoria, è chéllo che t'aggio potuto trovà'; chelle
grande àvo pavura._
Bisognava adattarsi. Atteggiai la bambina come meglio potei, e mentre
la mia guida mi lasciava di nuovo per andare a cercare un luogo dove
passare la notte, incominciai a disegnarla. Una folla di curiosi mi
circondò subito con tutta la sua ammirazione e con tutti i suoi più
strani e goffi comenti, fra i quali ne udii con terrore uno che mi
bollava, niente di meno! quale un esattore delle imposte mandato dal
Governo a Casalvieri per mettere nuove tasse. Avevo appena incominciato
a cercare il modo più persuasivo per ispiegare alle genti come io non
avessi niente da spartire col fisco e le gabelle, quando all'improvviso
una vecchia orribile sfondò il cerchio dei miei ammiratori e mi venne
addosso agitando furiosamente le braccia. All'apparire della megera la
modellina se ne fuggì spaventata ed io rimasi sbalordito ed attonito in
mezzo ai popoli di Casalvieri, i quali ridevano e strepitavano dietro
alla vecchia, che dopo di aver raccolta la brocca di rame lasciata in
terra dalla bambina si allontanava urlando: — _'Ste cose jàtele a fa'
a li paesi vostri! Chesta è carne ca nun se venne! Apprima la voglio
accide' co' le mano mee!..._
Per cercar di comprendere la ragione dei gesti e delle parole della
vecchia mi approssimai a un contadino interrogandolo con lo sguardo
ed egli mi rispose seriamente: — _È ignoranzità. Già. Lei mi capite,
ci attaccano idea._ — E dopo di avermi squadrato dall'alto in basso e
viceversa, mi chiese a bruciapelo: — _Ma, scusa, tu di dove sei?_
— Di Roma.
— _E si sei de Roma che venghi a fa' da 'ste parte?_
Non sapendo come rispondergli mi diedi per ingegnere, e allora lui alzò
le ciglia e, guardandomi con aria furbacchiotta, mi disse a voce bassa:
— _È inutile che fai, ho capito tutto. Tu venghi a fare il traforo._
— Bravo! — gli risposi subito, e avevo già principiato ad insegnargli
il modo più pratico ed economico per bucare le montagne, quando
Mingaccio venne ad annunciarmi di aver trovato il luogo ove avremmo
potuto andare a dormire. Cominciava a farsi buio e ci mettemmo
immediatamente in cammino. E cammina cammina, dopo di avere
attraversato il paese e di avere percorsa una strada lunga e larga,
sassosa e fangosa, fiancheggiata da vecchi olmi, arrivammo dinanzi a
un grande casamento nero ove fummo accolti graziosamente dal furioso
abbaiare di molti cani incatenati sotto a parecchi carretti carichi di
ceste e di bigonce dalle quali usciva e si disperdeva nell'aria umida
e tepida un calido e piacevole odore di frutta.
Mentre Mingaccio badava a rabbonire i cani e chiamava ad alta voce
il padrone della locanda, gli occhi mi andarono in cima all'arco di
un androne, che metteva ad un cortile pieno d'altri cani e di altri
carretti, e rischiarata dalla luce fioca di una lanterna, intorno a cui
svolazzava qualche nottola, vi lessi questa iscrizione: — SI AFFITTANO
LETTI CON COMMODO DI STALLA.
Avevo appena finito di leggere le parole male auguranti e stavo
aspettando, con la mia guida a lato, il locandiere, quando i cagnacci
ripresero ad abbaiare con maggior furia. Allora qualche persona si
mosse sui carretti, fra le bigonce e le ceste; alcune voci rauche ed
irate ferirono l'aria oscura; una bestemmia fece tremare la terra; ma
l'albergatore non venne. Aspettammo ancora. Alfine, dopo altre grida
di Mingaccio, le quali inferocirono maggiormente i cani, il fondo buio
del cortile incominciò a colorarsi di un debole chiarore rossigno; il
chiarore a poco a poco divenne più chiaro e finalmente illuminato dalla
fiammella oscillante di una misera candela da un soldo, che egli aveva
in mano, e accompagnato da un grosso mastino, apparve il padreterno o,
per esser più precisi, il padrone della locanda: un vecchio bianco per
antichissimo pelo, il quale, dopo di averci rivolta qualche parola in
un linguaggio incomprensibile, e di averci fatto salire una scaletta
di legno molleggiante e scricchiolante sotto il peso delle nostre
persone, ci introdusse in una stanza, ove su un letto enorme, fra
una quantità di ombrelle di tutte le forme e di tutti i colori, stava
seduto un altro vecchio che aveva sulle ginocchia una grande ombrella
verde, aperta, e la rabberciava al lume di una lucerna di ottone il cui
lucignolo fumigante ammorbava l'aria di un puzzo acre e fastidioso di
moccolaia.
Il vecchio appena ci sentì entrare sollevò il muso bianco dall'ombrella
verde e guardandoci con gli occhi di bragia incominciò a brontolare
e a lamentarsi. Insomma, tutti i letti della locanda erano occupati e
l'unico letto disponibile era quello dell'ombrellaio! Ridiscesi subito
la scaletta di legno lasciando il canuto rabberciatore di ombrelle
nel suo nido e mi rimisi in viaggio verso il paese trascinandomi
dietro oltre a Mingaccio anche la speranza di trovare colà un letto
senza «commodo di stalla». All'alba io e lui lo cercavamo ancora; e,
mentre l'aurora con le sue dita rosate tentava invano di allargare
le crepe di un denso velo di nubi, morti di sonno come eravamo, dopo
di avere ingoiato una bevanda nera ribelle a qualunque addolcimento,
montammo sopra a uno _sciarabbà_, pronto a partire per Atina, e ci
addormentammo.
Quando io mi svegliai il cavalluccio della vettura, scotendo la testa
coperta di fiocchi di lana e di medaglie, di coccarde e di sonagli, di
pennacchi e di campanelli, col pettorale, la groppiera, il sottopancia
e le tirelle di cuoio nero ornato da fregi di ottone lustro, arrancando
e soffiando, ci trascinava su per una salita ripidissima, in cima a
cui fra il verdeggiare cupo di querce antichissime si intravvedevano le
case lontane di Atina.
Prima di arrivarci, ricordo di avere osservato con gli occhi non ancora
bene liberati dal sonno, sui fianchi del monte Meta, la cui cima
perdevasi nel cielo nebbioso, i paeselli di Settefrati e Picinisco;
ricordo di aver visto le case di San Donato adagiarsi nella valle del
Comino fra il verde giallognolo delle messi segate, e quelle di Alvito
arrampicarsi sopra a un colle in cima a cui torreggiava un vecchio
castello; rammento anche di avere ammirato un raggio di sole che uscito
dal cielo plumbeo andò a spegnersi subito su le case brune di Vicalvo,
e poi... e poi ricordo di non avere ammirato più nulla, perchè appena
lo _sciarabbà_ si fermò in uno sterrato fra piramidi di cipolle e di
pomidori, di melloni e di angurie e di altri ortaggi, incominciò a
piovere con tanta forza ch'io non vidi più niente, tranne un Cristo
di pietra in cima a una porta, il quale stendendo la destra verso
di noi, bagnato com'era, pareva che invece di benedirci ci chiedesse
un'ombrella.
*
* *
La porta di Atina vista dal di fuori appare tutta rammodernata e
dipinta a strisce bianche e rosse; ma nel suo interno conserva ancora
intatta la costruzione medioevale. E una impronta medioevale ha tutto
il paese. Ovunque, nelle vie e per i vicoli, sulle case annerite
dai secoli o bianchissime per la intonacatura recente qua e là si
scorgono avanzi di portici, finestrelle binate, colonne, capitelli e
frammenti di scolture romaniche. In fondo alla via principale sorge
un castello dominato da una torre merlata. Una volta nel castello
abitavano i signori di Alvito; adesso invece vi stanno di casa due
muse, la Tragedia e la Commedia, cioè le carceri e il teatro. Quando
lo visitai, dinanzi alla sua porta trovai due beccai che scannavano
un bue. La povera bestia, legata con grosse funi ad una trave, si
dibatteva furiosamente tentando di spezzarle e mandava fuori dalla
gola squarciata da una ferita orrenda muggiti lunghi e lamentosi. Un
ragazzetto raccoglieva in una secchia di legno il sangue che sgorgando
con violenza dal collo calloso della bestia agonizzante, gli schizzava
sul volto e gli tingeva di rosso i piedi ignudi imbrattati di mota e di
sterco.
Mentre i due beccai arruotavano le manaiuole e le coltella,
stropicciando con forza il filo dell'una su quello dell'altra, e si
apparecchiavano a squartare il bue, io attraversai un andito oscuro ed
entrai nel cortile del castello. Colà, una pioggerellina fina fina,
lenta lenta, queta queta velava di mestizia profonda le mura alte
ed antiche nelle cui crepe verdeggiavano le paretarie e le malve, le
ortiche e i grispignoli. Sopra le pietre lisce, del color dell'acciaio,
le gocce d'acqua scivolavano lentamente, brillavano per un istante
come gemme preziose e cadevano nel fango. In un angolo, sotto a
una tettoia mezzo rovinata, fra mucchi di fieno e di strame v'erano
riparati muli e cavalli con le groppe coperte da ruvidi panni rossi e
da pezzi di tela incerata. Quando una bestia raspava con lo zoccolo il
terreno rammorbidito dalla pioggia, o chinava la testa verso lo strame
s'udiva il tintinno di qualche sonaglio. Sui gradini di una scala
parecchi ragazzi giocavano alle noci, e di tanto in tanto parlavano
coi carcerati i quali accostando il volto alle sbarre delle inferriate
rugginose s'interessavano alle sorti delle partite. Uno di cotesti
sciagurati col braccio fuori di una inferriata stendeva la mano a una
contadina che, reggendo un bambino, si rizzava sulla punta dei piedi
per arrivare a stringergliela.
Sentendomi soffocare da tanta miseria stavo per lasciare il cortile
quando alcuni carcerati mi chiamarono, e cavata fuori dalle spranghe
di una grata una lunga canna dalla cui punta penzolava una borsetta
di tela, dopo di avermi chiesto qualche soldo e un po' di tabacco,
incominciarono a cantare. Mentre ascoltavo con le orecchie attente il
canto grave, lento e malinconico, e seguendone il disegno melodico,
mi sforzavo di intenderne le parole, da una chiesa vicina venne il
suono funebre di una campana che piangeva un morto; allora le voci
appassionate dei reclusi e i rintocchi lugubri della campana s'unirono
insieme dolorosamente e risonarono fra le mura squallide del vecchio
cortile fino a che non si persero tremolando nell'aria livida e
lacrimosa.
Per andare alla locanda, ove Mingaccio mi aveva già fissato una camera,
uscendo dal castello dovetti ripassare davanti ai macellari, e li
rividi che spezzavano le membra del bue le cui interiora fumanti,
appese a un grosso rampino, esalavano un fetore insopportabile. Intorno
ad essi parecchi cagnacci macri e spelacchiati, si mordevano fra di
loro, guaivano e leccavano avidamente il sangue, che sgocciolando dalle
carni macellate scorreva lungo il muro e andava a rosseggiare nelle
pozzanghere. Poco lungi, ai piedi di una statua decollata, due buoi
aggiogati accanto a un baroccio, per null'affatto commossi dalla vista
e dall'odore del sangue fraterno, guardavano con gli occhi tondi ora
i cani ed ora i macellari, e di quando in quando sgretolavano adagio
adagio qualche cannuccia tenera e verde.
*
* *
Nella locanda di Atina ebbi una bellissima stanza piena di luce e
d'aria e tutta rallegrata dal profumo delizioso di molti fiori di
lana, dai canti soavi di molti uccellini imbalsamati e dalla santità
immarcescibile di parecchie generazioni di Gesù bambini di cera. Nel
salire a cotesta stanza, attraversando un corridoio, vidi sopra a una
sedia un cavalletto da pittore.
— C'è un pittore, qui? — dimandai alla locandiera.
— _Sissignore, musiù!_
— E chi è?
— _È 'nu frangese de Pariggi._
— Si può vedere?
— _Certamènte_ — mi rispose la buona donna — _ma mo sta in campagna a
pazzià co' li colori. Lei lo potrete vedere subbito che ritorna._
E difatti _subbito che ritornò_ lo vidi, gli parlai e con mia grande
maraviglia appresi da lui che egli non era francese, ma napoletano; e
con non minore maraviglia ei seppe da me che io ero romano, perchè la
padrona della locanda come aveva detto a me che lui era _'nu frangese
de Pariggi_ così aveva detto a lui che io ero _'nu pariggino de
Frangia_.
A desinare ebbi l'alto onore di avere a commensale un mercante
di grano, un bell'uomo panciuto, espansivo, comunicativo e tutto
risplendente di oro e di brillanti, il quale, dopo di avermi chiesto
molte notizie intorno al papa, al re, alla regina, ai ministri e
al parlamento, mi dimandò se fosse proprio vero che nella piazza di
Colonna _Trojana_ volessero buttar giù la colonna per cercare sotto al
suo piedistallo un tesoro chiuso in una enorme cassa d'argento.
— Eh, pur troppo, mio caro — gli risposi — a quest'ora la colonna sarà
già stata abbattuta.
-_-Ma lei mi parlate sul serio?_ — esclamò il mio uomo, spalancando gli
occhi bovini e percuotendo col pugno robusto la tavola su cui i piatti,
le bottiglie e i bicchieri tintinnarono allegramente.
— Così non fosse! — gli risposi ancora — Così non fosse! — E con queste
parole lo lasciai a digerire il suo pranzo, non che il suo rammarico
per la distruzione _igonoclastica dell'ultimo avanzo della guerra di
Troja_, e me ne andai a passeggiare all'aperto.
Tornando alla locanda, m'ero fermato un momento vicino al tronco di un
vecchio olmo per contemplare le vaghe stelle dell'orsa, scintillanti
sopra il verde glauco di un uliveto, quando mi sentii picchiare
dolcemente sopra a una spalla: mi volsi e mi trovai accanto un omino
sbarbato e profumato il quale, dopo una profonda riverenza, mi disse
con una vocina languida e tremolante: — _Lei, musiù, siete pittore?_
— Qualche volta! — gli risposi. Egli allora sorrise, strizzò gli occhi
e facendo un gesto ambiguo, mi dimandò: — _Vi serve una bella donna di
campagna da dipingere?_
Poco dopo, mentre nella mia stanza io stava dipingendo la _bella donna
di campagna_, nella camera vicina alla mia, ove era il mercante di
grano, intesi risuonare gioiosamente una risata argentina. Non v'era da
dubitare. Il mercante di grano dipingeva anche lui.