Nei secoli venturi molte cose nuove compariranno nel mondo, moltissime
altre dilegueranno; ma il manichino, o signori, non potrà mai perire
perchè sta troppo saldamente piantato su due basi, dalle quali nessuna
forza umana lo potrà mai rovesciare: sull'economia e sulla morale.
Sull'economia? Eh! Dio buono, finchè il mondo sarà mondo, esisteranno
pittori; finchè vi saranno pittori, siatene certi, vi saranno sempre
pittori affamati, e fino a che vi saranno pittori affamati vi sarà
il manichino. Sulla morale? Eh, lo so bene che verranno tempi in cui
i procaci atteggiamenti degli ignudi dei modelli e delle modelle che
non son sempre modelle di virtù, pervertiranno i popoli; e allora il
manichino si allontanerà in volontario esilio; ma quando gli uomini
e, forse, le donne torneranno a chiedere nei quadri e nelle statue i
concetti seri e pensati e la nota classica, allora egli ricomparirà a
domandare il suo posto. Allora la folla delle damine che si raccattano
il gonnellino, la processione dei conti e delle contessine, l'esercito
dei cavalieri della rosa e dei moschettieri che fumano la pipa, che si
arricciano i mustacchi e che alzano il bicchiere, gli sciami languidi e
dinoccolati degli _incroyables_ e delle _merveilleuses_ fuggiranno, con
le loro smorfie e i loro sdilinquimenti, e il manichino avvolto nelle
rigide pieghe del suo mantello ricomparirà vittorioso. E, spazzato via
tutto quel ciarpame di velluti, di rasi e di sete, di nastri, di frange
e di trine, sarà lui, il manichino, che si pianterà fiero e gagliardo
sulle travi rotte e cadenti del ponte Sublicio a rattenere l'impeto
delle orde etrusche invadenti l'antica Roma; sarà lui che si coprirà
il capo ordinando che i suoi figliuoli sien tratti al supplizio; sarà
lui che stenderà il braccio sui carboni ardenti, innanzi alla faccia
barbuta del re Porsenna; sarà lui che, avvolgendosi nella toga bianca,
cadendo trafitto a morte in Senato sotto la statua di Pompeo, esclamerà
dolorosamente con l'eloquenza del gesto: — _Tu quoque Brute, fili mi_:
sarà lui infine che, ramingo per le terre d'Italia, cieco e vecchio,
andrà supplicando la pietà dei passanti, mormorando col gesto triste:
_Date obolum Belisario!_ E quando sulle rovine dei bassi tempi sorgerà
il gentil fiore azzurro dell'ideale, sarà lui, il manichino, che
ritornerà di Terra Santa a cavallo d'un caval a riabbracciare la sua
donna che lo attese per ben sette anni sul verone del maniero avito.
Lui scenderà cinto di maglia nel torneo di Tolosa, e galopperà su un
leardo pomellato, con la salda lancia in resta; lui, col liuto su la
schiena, cacciato in bando, s'aggirerà solingo e pensoso nella selva
bruna, fuggendo ogni chiaror fuor che la luna! Lui, infine, salirà
trepidante, fra il fogliame verde scuro dell'edera, sopra il veron di
gotica torretta, e lassù si stringerà al petto la castellana infedele,
mentre la scaletta di seta oscillerà lievemente, nel bujo, baciata
dalla tepida e dolce aura notturna!
E poi, o signori, dalla scimmia non dirò che ci siate venuti voi; ma io
ci son venuto di certo. Chi potrà dire che cosa verrà dal manichino?
Forse nelle lontane epoche dell'avvenire, egli saprà rimediare al
malanno che ora lo affligge, la calvizie, e saprà ornare di una bella
barbettina bionda le sue gote pallide. Forse allora, egli avrà non più
nelle vuote orbite due punti neri inanimati; ma due lucenti e mobili
occhi, e nel suo corpo batterà un cuore ove pulseranno onde purissime
di sangue. Sarà bene? Non lo credo.
Ah, meglio il manichino di legno che il manichino di carne e d'ossa!
Il manichino di legno non vi secca con la sua parola sciocca e vanesia,
non vi annoia, per divertirvi, zufolandovi all'orecchio le ariette e le
frasi udite ai concerti e nei teatri, non vi infastidisce ripetendovi
le discussioni politiche da lui udite fra il fumo dei sigari, su le
panche dei caffè, non vi punge con gli spilli della maldicenza, non
vi scaglia nella schiena la freccia avvelenata della calunnia, non
viene ad ammirare i vostri quadri per poi andare a sparlare delle
opere vostre, non penetra amicamente nei vostri studii a rubarvi i
bozzetti. Oh, meglio, meglio il manichino di legno, credete. Pure, la
trasformazione si compirà, e sarà ancora una volta provato l'assioma
della dottrina darwiniana sulla evoluzione, così detta, perfettiva
degli esseri. Verrà un giorno in cui anche i manichini si agiteranno
a chiedere diritti e guarentigie, a vociare discorsi e a unirsi in
falange compatta e ordinata per soverchiare le prepotenti forze degli
umani. In quel giorno il pittore sarà costretto dal suo manichino a
posargli da modello. Forse allora i manichini invaderanno i pubblici
uffici, le università, il parlamento, il senato, la reggia; e andranno
a scacciare dalle cattedre delle Accademie di belle arti i professori,
per diventare essi professori a loro volta. Il più onestamente
mite si limiterà a chiedere il grado di sottotenente nella milizia
territoriale. I più irrequieti chiederanno di far parte del Circolo
artistico, e uno di costoro, acclamato dal plauso unanime, seduto sul
seggio presidenziale avrà l'onore di governare le legioni artistiche.
Forse uno di loro chiederà al consiglio direttivo il permesso di
annoiare il prossimo suo e terrà un corso di conferenze nella maggior
sala dell'Associazione. E, quel manichino riconoscente, inizierà
la serie tenendo una conferenza su questo bel soggetto: «Cesare
Pascarella».