_Altezze Reali_[2],
_Signore_, _Signori_.
Sul cader dell'autunno del 1852, un italiano ritirato a Parigi moriva
nottetempo, solo, in un modesto quartierino da studente. Era il
triste decennio che successe alla caduta delle speranze italiane; e
sei anni ancora dovevano passare, sei anni d'indecoroso servaggio,
di aspirazioni mal represse, di angosciose trepidazioni, prima che i
patimenti della patria nostra si accogliessero, da regione a regione,
in quel grido di dolore che sulle labbra del Primogenito di Carlo
Alberto fu squillo di guerra, della guerra trionfale per la giustizia
e per la libertà. Sopra il letto di quel glorioso solitario, da
ambasciatore del suo Piemonte fattosi esule e restituitosi banditore
dei nazionali destini, due libri si trovarono aperti, i due ultimi a
cui fossero consacrate le veglie di quella gran mente: i _Promessi
Sposi_, l'_Imitazione di Cristo_. Il filosofo che le ragioni del
diritto italico congiungeva con le funzioni provvidenziali dei
popoli nella cristiana civiltà; lo scrittore che nella parola italica
cercava il suggello indelebile della nazione; ebbe da que' due libri
immortali le visioni alla mente, le ispirazioni al cuore, supreme; ebbe
l'affidamento delle magnanime speranze per la patria terrena, delle
speranze cristiane nella divina finalità. Su quella «deserta coltrice»
scendevano dall'alto alla morte di Vincenzo Gioberti consolazioni
degne.
La vita di quell'uomo fu tutta una contemplazione in ispirito, e un
apostolato in azione, della potenziale e attuale grandezza della patria
italiana. Di vocazione sacerdote e filosofo; per abito d'ingegno e
vigoria di spiriti, divulgatore d'idee; integratore e innovatore
negli ordini morali e civili, con larga e razionale comprensione
storica dai loro ideali principii all'auspicato avvenire; il Gioberti
segna nella storia del pensiero italiano il compiuto svegliarsi della
coscienza nazionale, che, dal Parini evocata, si era con l'Alfieri,
quasi sobbalzando, riscossa. E come questo riscuotersi fu violento
e convulso, così quello svegliamento veniva a diffondersi in una
specie di estasi, i cui fantasmi, le idealità del _Primato_, erano
sovrapposizioni luminose a quel «vero» che, secondo il concetto
dantesco, si sogna «presso al mattino.» Ma il mattino era l'età nuova
d'Italia; e il vero, la realtà destinata, di quei sogni augurali era il
_rinnovamento civile_ d'Italia, sotto l'egemonia politica del Piemonte
guerriero e dinastico, e ne' santi auspicii dell'unità della Patria.
Il Gioberti, che aveva veduto svanirsi dinanzi agli occhi, nel
vorticoso turbine delle contingenze mondane, le splendide fantasie del
Primato, non sopravvisse alla profezia di quel Rinnovamento, del quale
designò, con la lucidità d'un veggente biblico, in Vittorio Emanuele
e in Cammillo Cavour gli eroici iniziatori. Ma il nome di lui è con
que' due nomi indissolubilmente congiunto; mentre poi, nella storia
dei nostri fatti e del nostro pensiero, egli è quello che, mediante
il largo avvolgimento delle sue sintesi, conserta i tempi nuovi
dell'Italia che tra il 1815 e il 1870 ha compiuta la sua laboriosa
evoluzione, con le età precedenti, durante le quali l'evo barbarico e
medio, i Comuni e le libertà, i Principati e le domestiche o straniere
servitù, contengono di quella Italia e trattengono i germi.
Che se verso quel fortunoso passato un altro nobilissimo e vigoroso
pensatore subalpino, Cesare Balbo, spinse più addentro, con pazienti e
sagaci analisi, l'acume della ricerca storica, e si studiò di rannodare
le memorie d'Italia con le speranze, il termine ultimo a cui queste
per impulsione provvidenziale si spingevano; fu tuttavia il Gioberti
che di grado in grado lo attinse, e lo determinò, e lo additò con
sicuro intuito alla generazione che sorgeva quand'egli, adempiuti in
breve spazio gli uffici di una lunga vita, scendeva nel sepolcro. Tale
testimonianza è doveroso rendergli oggi noi, che posseditori di fatto
della unità della patria, ci accorgiamo aver già bisogno di ravvivarne
le generose idealità, e che i giovani abbiano presente da quali vicende
preparata e disposta, a quale susseguita irrequieto alternarsi di
condizioni di fatto deficienti d'un diritto supremo e reale, da quali
contrasti emersa, l'unità di nazione abbia finalmente coronata di
legittima corona la storia d'Italia.
Fra le letture di quest'anno sul Risorgimento italiano, non Vi
dispaccia che una, ed è questa mia, rimonti pe' tempi, e rannodi e
rattesti con l'antica storia della patria italiana l'ordine nuovo di
cose, che ha trasformate le relazioni nostre con le altre nazioni,
integrando il diritto, iniquamente impeditoci, d'essere una di
esse. La genesi storica dell'unità italiana, che io mi studierò
di tracciar sommariamente nella breve ora concessami, dimostra che
l'unità nella quale l'Italia oggi si afferma ed è, non ce l'hanno
data gl'impeti della rivoluzione, nè i maneggi delle sètte, nè le
espansioni d'un'ambizione dinastica; ma che ad essa per lento e
involuto procedimento hanno dovuto far capo, col non fermarsi mai
in nessun'altra forma organica e sospinti sempre dalla coscienza del
pensiero italiano, gli elementi costitutivi della nostra nazionalità.
Il tema, come vedete, esce alquanto, da capo e da piedi, fuor de'
limiti cronologici delle Conferenze di quest'anno, proponendomi io,
fra la _Vita italiana_ dei passati secoli e il _Risorgimento italiano_,
dal quale avrà nella storia titolo d'onore il secolo nostro, disegnarvi
come una linea di congiunzione, i cui estremi risalgono e discendono,
fuori di quei confini, necessariamente. A ogni modo, se riuscirò a
cattivarmi, come altre volte, la vostra attenzione benevola, meglio
avere sconfinato non dispiacendovi, che se vi avessi, dentro i confini
dal 15 al 31, fatta parer lunga o vuota quest'ora del 97 che mi fate
l'onore di passare con me.