CAP. XLVIII.

_Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti._

Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane

cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per

esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta

la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel

piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di

messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di

gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò

a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e

messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa

cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle

dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer

Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli

s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro

alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane

sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e

in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il

ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un

colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu

bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo,

il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in

vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli

altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era

suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo.

E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che

fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello,

mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo

che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite

al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando,

acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta.

Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il

fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La

cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che

’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che

conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a

che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo

montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso

si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due

scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e

dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò,

e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di

presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello

alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che

avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli

si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che

gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare,

e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a

casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia

di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese

per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in

venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che

gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire

il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane,

parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il

potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere

grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al

giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al

potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori.

La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea

preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto

di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre,

che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era

grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola

costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il

quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita:

fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò

per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente

gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato

che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’

cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè

al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi

cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli.

Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne

raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre

sotto il giogo della sfrenata tirannia.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 226 / 289 题