_Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti._
Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane
cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per
esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta
la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel
piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di
messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di
gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò
a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e
messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa
cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle
dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer
Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli
s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro
alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane
sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e
in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il
ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un
colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu
bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo,
il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in
vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli
altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era
suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo.
E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che
fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello,
mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo
che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite
al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando,
acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta.
Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il
fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La
cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che
’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che
conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a
che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo
montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso
si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due
scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e
dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò,
e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di
presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello
alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che
avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli
si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che
gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare,
e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a
casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia
di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese
per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in
venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che
gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire
il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane,
parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il
potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere
grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al
giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al
potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori.
La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea
preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto
di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre,
che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era
grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola
costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il
quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita:
fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò
per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente
gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato
che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’
cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè
al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi
cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli.
Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne
raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre
sotto il giogo della sfrenata tirannia.