_Come il popolo di Pavia prese le bastite, e liberossi dall’assedio._
Essendo con tre grandi e forti bastite assediata la città di Pavia
da’ signori di Milano, confidandosi nelle grandi fortezze, ne
trassono de’ cavalieri e de’ masnadieri per sovvenire all’altre loro
imprese; e avvedendosene quelli da Beccheria che governavano la città,
procacciarono d’avere segretamente aiuto dal marchese di Monferrato.
Era in quella stagione in Pavia un frate Iacopo Bossolaro de’ romitani,
in cui gli uomini e le donne di Pavia aveano grande divozione: costui
colle sue prediche avea confortato molto il popolo alla sua franchigia
contro alla potente tirannia di quelli di Milano; e avendo avuta gente
dal marchese, la quale v’era entrata di notte chetamente, essendosi
provveduti della bastita ch’era loro più di presso, che rispondea a
quella di là dal Tesino, dato il dì ordine a’ cavalieri e al popolo, e
apparecchiate scale e argomenti di legname da entrare nella bastita,
per modo che i loro nemici non n’ebbono alcuno sentimento, e dato
l’ordine dell’assalto a’ caporali, sicchè catuno sapea ciò che s’aveva
a fare, e da qual parte avea a fornire la sua battaglia, s’andarono
la sera a posare: e nella mezza notte s’armarono e guernirono d’ogni
cosa; e poi, come ordinato era, in sù l’aurora, a dì 28 di maggio del
detto anno, uscirono della città, e il buono frate Iacopo Bossolaro
con loro. Cominciarono l’assalto d’ogni parte alla bastita, e fecionlo
sì contamente, ch’elli sprovveduti dentro del subito assalto perderono
ogni facondia di consiglio e d’aiuto alla loro difesa; e’ cavalieri
tedeschi che dentro v’erano, vedendosi d’ogni parte assaliti, non
ebbono cuore alla difesa, e stavano smarriti a vedere come se fossimo
consenzienti, e ciò non era vero: ma per loro natura rinchiusi non
sanno combattere, nè resistere come in aperto campo. E però quelli di
Pavia con poca resistenza entrarono nella bastita, e presonla, facendo
grande uccisione de’ loro nemici, e la maggiore parte ne presono; gli
altri che poterono fuggire non furono perseguitati, e camparono. Presa
la prima bastita, di presente si dirizzarono al ponte, e presonlo, e
fedironsi nell’altra bastita di là dal Tesino. I capitani di quella
impauriti della sconfitta de’ loro compagni, e della perdita della
forte bastita, non ebbono cuore di mettersi alla difesa, ma alla fuga,
chi meglio il seppe fare, ma non sì che assai non ne rimanessono morti
e presi. E vinta, e messo fuoco alla seconda bastita, si dirizzarono
alla terza ch’era dall’altra parte della città, e quella vinsono per
simigliante modo. E come saviamente per loro era ordinato, seicento de’
loro fanti a piè forniti di seghe, e d’altri argomenti da tagliare,
e da svegliere palizzati e rompere catene, furono mandati per acqua
al navilio di Piacenza ch’era raunato in Po, e alquanti cavalieri per
terra in loro aiuto, i quali valorosamente feciono il servigio: e per
forza presono il navilio, e arsonne la maggiore parte, e alquanto ne
ritennono, e quelli che v’erano alla guardia ne mandarono in rotta.
E così maravigliosamente, come a Dio piacque, quella franca gente
assediata lungamente dalla gran potenza de’ signori di Milano, in
uno dì se ne liberò vittoriosamente, dando abbassamento alla superba
potenza de’ grandi tiranni.