_Di quello medesimo._
Presa, come detto è, l’antica città di Tripoli, e chiuse le porti, i
Genovesi diedono ordine di spogliare le case, e di farsi insegnare
i tesori del signore e l’avere de’ cittadini, e che ogni cosa
pervenisse a bottino, sicchè lo spogliamento andasse per ordine;
e così seguitarono penando più giorni a fare questa esecuzione, e
condussono a bottino in pecunia, e in avere sottile, e ornamenti d’oro
e d’argento il valere di più di diciannove centinaia di migliaia di
fiorini d’oro, e settemila prigioni tra uomini, femmine, e fanciulli;
e questo fu senza le segrete ruberie ch’e’ galeotti e gli altri
maggiori feciono, che non le rassegnarono in comune, e di ciò non
si fece cerca nè inquisizione; e avendo così spogliata la terra, la
guardarono, e mandarono una delle loro più sottili galee al comune
di Genova, significando quello ch’aveano fatto, e come teneano la
città a farne la volontà del comune. I governatori di quel comune, e
appresso i buoni cittadini si turbarono forte del tradimento fatto a
coloro che non erano nemici, e non aveano guardia di loro, non ostante
che fossono Saracini, e temettono forte, ch’e’ cittadini di Genova
ch’erano in Tunisi e in Egitto tra’ Saracini, e in loro mani colle
loro mercatanzie, non fossono per questo a furore presi e morti; e così
sarebbe avvenuto, se non fosse che Tripoli era sotto reggimento di vile
tiranno, e non ubbidia al re di Tunisi, e però egli e gli altri signori
saracini contenti del suo male non se ne curarono. Agli ambasciadori
della galea non fu risposto; i quali vedendo i cittadini mal contenti,
senza prendere comiato si tornarono a Tripoli a’ loro compagni; i quali
vedendosi smisuratamente ricchi, del cruccio del loro comune, sapendo
che tutti erano corsali, poco si curarono, e in Tripoli si misono
a stare, consumando ogni reliquia di quella città, e cercavano di
venderla per averne danari da chi più ne desse: e questo fu di giugno
del detto anno.