_Come il doge di Vinegia fu decapitato._
Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno,
reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia
de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non
parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo
la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del
consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro
a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto
avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e
di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per
la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire
agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’
gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò,
che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che
si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia
al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco,
e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’
Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili
uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere
e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani
armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle
spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il
popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio
e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo
con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea
seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge
in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di
grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si
dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli
biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse
recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al
doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe.
Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli
diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si
rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto
suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò
ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge,
che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo
suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi,
e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del
doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non
procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo
di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea
però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo
che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e
nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per
alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea
che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea
che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui
perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori
del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua
testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che
ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La
mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a
prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge
li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli
fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era
s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe
negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio
per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne
del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del
doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli
concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà;
e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il
misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente
il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati;
e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il
rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione
grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti.