CAP. XIII.

_Come il doge di Vinegia fu decapitato._

Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno,

reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia

de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non

parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo

la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del

consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro

a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto

avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e

di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per

la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire

agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’

gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò,

che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che

si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia

al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco,

e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’

Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili

uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere

e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani

armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle

spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il

popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio

e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo

con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea

seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge

in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di

grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si

dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli

biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse

recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al

doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe.

Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli

diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si

rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto

suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò

ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge,

che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo

suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi,

e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del

doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non

procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo

di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea

però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo

che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e

nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per

alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea

che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea

che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui

perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori

del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua

testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che

ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La

mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a

prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge

li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli

fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era

s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe

negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio

per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne

del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del

doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli

concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà;

e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il

misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente

il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati;

e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il

rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione

grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 17 / 289 题