I compagni ridono, il vecchietto scuote il capo.

Il dialogo continua tranquillo su lo stesso argomento.

Un giovinetto mi si accosta e mi offre una corba di frutta. Faccio per

pagarlo ed egli rifiuta sdegnosamente e mi dice:

— Prendi, non voglio niente. Può darsi che anch’io, un giorno, venga

nell’isola tua: allora mi renderai ciò che ti ho dato.

Una bimba selvaggia, dai capelli disciolti, seminuda, è ferma vicino ad

una cascatella lucente. Intorno le pascola un gregge di pecore bianche.

Su le porte, su quasi tutte le porte, sopra all’architrave è appesa una

ghirlandella ben contesta. Ora è disseccata.

È un ricordo della prima alba di maggio. Allora i giovani giunsero

cantando ad appendere l’augurio su le porte del loro amore.

Collane azzurre.

Passano cani, cavalli e muli, cinto il collo da collane azzurre. Nulla

è più strano e più ridevole. Un vecchio asino dalle orecchie pendule,

dalle gambe piegate, recante un vezzo azzurro sopra i guidaleschi, mi

ricorda una vecchia signora nordica che si era vestita di rosa pallido

fra trine e falpalà e si pensava ammirata.

So bene che l’associazione di immagini è irriverente, ma non l’ho

provocata ad arte.

L’orecchiuta bestia che ebbe pure il vanto, allorchè discendeva lungo

l’Eufrate, con la gaia vendemmia, dall’Armenia a Babilonia, di dare

origine ad un demone dolce e impuro, _Bel-Phegòr_[7], è giusto non

abbia il senso del ridicolo, ma per quale singolarità nei popoli

nordici tale senso è sì scarsamente diffuso?

Mehemed bey.

L’ho conosciuto per caso, sta sempre su la soglia del suo negozio,

il _fez_ di traverso. Anche il signor Mehemed ha sul volto ambiguo

le caratteristiche della sua razza, solo vi si aggiunge una specie di

vacuità dolcemente insensata. È molle; ha la molle imbecillità degli

uomini lussuriosi. Il volto biancastro, gli occhi sporgenti, dalla

sclerotica cosparsa di venoline rosse, il grosso labbro inferiore

pendente, le guance floscie e ricadenti a borsa mi significano subito

l’essere suo.

Tardo nel dire, più tardo nel comprendere, senza anima, senza scatti,

senza entusiasmi, pare una cosa vuota, una povera cosa ridotta ad un

esercizio meccanico.

L’altra sera, con la cortesia degli uomini tardi, volle per forza ch’io

lo seguissi; doveva mostrarmi la sua casa, voleva farmi assaggiare la

sua birra.

Andammo. La casa sorgeva in fondo a un vicoletto fra gli orti. Era

deserta. Mehemed bey mi precedette per avvertir le donne che si

nascondessero, e quando giunsi non udii che un fruscìo di rapidi passi

su la ghiaia del giardino, ma nulla distinsi.

Sedemmo in una veranda coperta da un pergolato.

Dietro gli alberi neri sorgeva la luna rossa.

Una vecchia ci servì birra e cacio, cocomero e olive, carne secca e

carne arrostita in pezzetti minuscoli e.... si bevve! La conversazione

era penosa, ma come intenderci? Fra il francese, l’inglese e l’italiano

il buon uomo aveva fatto tale confusione babelica da sbalordire.

— _Drink! drink, my dear!... Kalò kalò!_...

— Non bevo, sono astemio.

— _Buvete buvete, c’est de la bierra et.... par consequence!_

Il “_par consequence_„ era la conclusione di tutti i suoi discorsi e se

il senso non correva tanto peggio per il senso.

— Debbo andarmene....

— _Oki oki! Il faut stop et.... par consequence!_...

— Ma mi aspettano!

— _Mi aspettano, ne ne, mi aspettano et.... par consequence!_...

Lo guardavo negli occhi ed egli rideva. Che bello spasso!... E per

altri dieci minuti si restava l’uno di fronte all’altro senza dir

parola.

Finalmente fra una interminabile fila di _par consequence_ gli sfuggii.

Mehemed bey è un buon ragazzo ed ama svisceratamente la Turchia.

Oggi ho veduto sfilare fra i celebri _politofilakes_, otto uomini

ammanettati.

Hanno percorso fra l’indifferenza comune il _quai_ per tutta la sua

lunghezza: solo innanzi ad un caffè al quale sedevano dei giovani

cretesi qualcuno ha gridato togliendosi il cappello:

— Addio, patrioti!

E i malviventi hanno riso ed hanno riso i _politofilakes_ che li

accompagnavano.

Prodoti.

Prodoti è un vecchio cencioso che vive per le vie di Canea. Indossa

l’antico costume saraceno comune a tutti; ha le gambe nude e le

scarpe rotte. Sui lunghi capelli bianchi e ricciuti calza una vecchia

paglietta di colore incerto. Ha gli occhi azzurri e un bel viso largo

da profeta. Lo chiamano a scherno _Prodoti_, il traditore. E il buon

vecchio a quando a quando si sofferma, si accende di sdegno, urla

improperi e decanta il suo amore per la patria.

Dicono in realtà che, a’ suoi tempi belli, egli fosse uno fra i tanti

capitani di ventura i quali, adunato un manipolo di valorosi, muovevano

la guerriglia ai turchi. Non ho potuto appurare a fonti sicure il suo

passato, ma Prodoti, quando si infuria, sostiene di avere speso 20.000

piastre per la santa causa e di avere ucciso da solo, nel 1866, ben

venti turchi.

Il popolo ride; Prodoti impallidisce e se ne va. Non possiede

un soldo e molte volte non mangia. Quando la fame lo ha condotto

all’esasperazione, verso sera si dirige alla punta occidentale del molo

dove sorge il caffè dei ricchi e comincia a girare fra i tavolini, la

testa inchina e le mani annodate dietro le reni, e parla concitato

e impreca ai conterranei suoi che non riconoscono il valore del suo

sacrificio.

La scena continua finchè un cameriere non lo scaccia o qualcuno non gli

dona un soldo.

Porta sempre seco il libro dei Profeti, sul quale maledice coloro che

lo chiamano traditore.

Nuriè.

Nuriè è una giovinetta turca che ho conosciuta a Rethimo. A tredici

anni fu venduta al turpe mercato della strada; ora ha dieciotto anni.

Ha la pallida e calda bellezza delle donne turche, le quali poco vivono

al sole, che pure dà agli occhi loro una fosforescenza viva e alla

pelle un dolce tono dorato.

I capelli spessi e ricciuti, ribelli ad ogni acconciatura, nerissimi,

le formano attorno ai capo un’aureola selvaggia.

Nuriè, come le compagne sue: Azidiè, Fatima, è la vittima inconscia

contro la quale si sfoga l’odio dei greci per la razza turca.

Essa deve sottostare ad ogni vituperio, ed ogni vituperio è ritenuto

giusto perchè è nata di un altro sangue.

Contuttociò serba, per la sua età giovanile, una freschezza di fiore.

Tutte le sere, per ritornare al mio albergo, debbo passare innanzi

alla sua soglia e la vedo ferma sul limitare, i capelli cosparsi di

gelsomini.

Ieri a sera la sua lanterna rossa era spenta.

La strada di lei dalle piccole case in legno piene di verande e di

terrazze e di pergolati, si illumina a notte di lanterne rosse; ogni

soglia ha la sua lanterna fioca: un occhio e un cuore nell’oscurità, un

invito a chi è solo, a chi cerca un asilo e una creatura. Ieri a sera

Nuriè non era su la soglia.

Non chiesi di lei; andai pel mio cammino. Fra noi non c’era stato che

un silenzio, nulla più.

Oggi sul piroscafo che mi conduce a Candia e a Smirne, mentre ero solo

sul ponte deserto e guardavo sotto le stelle il lontano profilo del

monte Ida, ho veduto una donna ammantata accostarmisi.

Si è soffermata ad un passo, ha sollevato il velo ed è apparso il volto

pallido e dolce di Nuriè.

— Vado a Candia — ha sussurrato. — Ti ho veduto. Volevo dirti addio.

Non so che cosa le abbia risposto.

Quando è ripartita e mi ha distese le mani ho sentito al contatto una

ciocca de’ suoi gelsomini.

Le sue piccole mani tremavano e negli occhi grandi era un’ombra

accorata.

L’ombra di una lanterna rossa nel cuor della notte, in una strada

solitaria.

Di lei, della sua vita, del suo destino non so che il mistero.

In viaggio.

Dopo Candia, più bella forse ma molto meno caratteristica di Canea,

dopo Cnosso e Festo, con la memoria piena di ruderi titanici e di una

civiltà che per opera sapiente degli scienziati si viene illuminando,

ho ripreso le vie del mare.

Dire delle cose vedute?... Fare una dissertazione e a quale pro?...

Della civiltà minoica molto si è scritto anche in Italia. Chi può

cercare fra gli appunti di un viandante, di un’anima nostalgica, la

dissertazione sapiente? Qui passa una vita diversa e la figura tragica

del re sacerdote non vi avrebbe luogo.

Meglio è ch’io la veda fra i ruderi del suo palazzo, ricinto di altari

consacrati al sole, levarsi contro l’immensità, nel rosso fuoco di

un’aurora, intenta a celebrare il mistero della vita e della morte.

E poi dilegui, come dilegua il picco dell’Ida nel fondo del mare

turchino.

Il diario di un viandante · 第 23 / 34 题