I _politofilakes_ di Creta corrisponderebbero ad un di presso alle
nostre guardie di pubblica sicurezza.
Magnifico corpo sul quale si può contare come su la famosa fede punica.
I cretesi lo sanno, ma chiudono gli occhi, e perchè li chiudano non lo
so io.
Disciplinati come le anatre, le quali hanno inventato primamente la
fila indiana, ossequenti verso i loro superiori, corretti nella divisa
e nei modi, danno un punto ai famosi _policemen_ inglesi.
Li osservo da qualche giorno. Sono vestiti di tela gialla, calzano un
berretto a visiera e goffi stivali; passano a due, a tre, a quattro
per volta (il numero poco importa), ridendo forte, dandosi di braccio,
spassandosela allegramente.
Buoni amiconi, cuori d’oro!
Osservano i forestieri con curiosità infantile e si lasciano andare a
commenti più o meno garbati; scherzano col pubblico, si accompagnano
alle belle ragazze, e, quando il buon umore soverchia, si rincorrono.
Formano una compagnia istituita per dare un esempio di serenità agli
uomini tetri.
Non sono chiamati mai a prestar man forte nei servizi di una certa
importanza, perchè non si sa quale partito potrebbero prendere
all’improvviso. Essi decidono per conto loro, e il comando di un capo
può avere un certo valore se a questa bella società garba l’ubbidire.
Sono giovinetti imberbi e non rappresentano i migliori campioni della
razza cretese.
A volte arrestano qualcuno e si abbandonano a piacevoli conversari con
l’arrestato stesso; li vedete passare per la via in fraterna comunione,
tanto che, fra i tre, non vi spiegate quale possa essere il malvivente.
Qui a Canea tutto ciò non desta stupore; ci si è abituati anche ai
_politofilakes_.
Questa mattina ne ho osservati quattro che seguivano un uomo ubbriaco
fradicio. Credevo volessero portarlo in _domo petri_, ma la mia
ingenuità era troppo grande. Dovevo supporlo! I buoni giovinotti
volevano divertirsi un poco alle spalle del malcapitato, niente più. E
si sono divertiti come quattro monelli che abbiano saltata la scuola.
Nè si può biasimarli se la loro indole li porta a simili manifestazioni.
Essi costituiscono, in verità, la compagnia del buon umore.
Kanna.
Kanna è arabo di origine, ma è nato a Canea, ed ha adottato gli usi e i
costumi di questo popolo antichissimo.
Come tipo è insignificante: grande, grosso, un viso da bestia e le mani
enormi; ma come innamorato è originale e val la pena conoscerlo.
I _palikari_ cioè i _giovani arditi_, gli _elegantoni_, i _temerari_
allorchè l’amore li colga, usano dare alla loro amata una prova
singolarissima della loro passione, una prova tale che obbliga la donna
ad un affetto eterno. Diventano autofagi.
Un bel giorno, quando più li preme l’ansia d’amore corrono dalla loro
donna, estraggono l’acuminato pugnale che portano sempre alla cintura,
si tagliano da un braccio o da qualche altro luogo nel quale il muscolo
sia più spesso, un pezzetto di carne, la infilano su la punta del
pugnale, l’arrostiscono e la mangiano.
Un esperimento simile può accadere una volta forse nella vita di un
uomo; Kanna non è un uomo comune, egli ha amato più di una volta,
ragion per la quale si è mangiato mezzo.
Ad una mia domanda acconsente a mostrarmi le braccia; sono tutta una
cicatrice; paiono irrigate da tanti fossatelli.
Gli chiedo quale sapore abbia la sua carne e mi risponde ridendo:
— Sa di porco!
— Come?
— Sì, assomiglia a quella del porco.
— Ed ora sei innamorato?
— No.
— E non hai intenzione di ricominciare?
— No, basta! Le donne non valgono neppure la cima di un’unghia.
Confessione preziosa per chi, come Kanna, ha consumato sè stesso per
amor delle donne.
Il canto dei muezzin.
“_Allah Acbar. Echhed en la ila ella Allah. Echhed en Mahammed Raçu
Allah. Hai ala Elsalat. Haë ala Elfalah. Allah Acbar. La ila ella
Allah._[6]„
Queste le parole che i _muezzin_, in tutti i paesi mussulmani, cantano
dall’alto dei minareti cinque volte al giorno e cioè: all’aurora, a
mezzogiorno, alle tre pomeridiane, al tramonto e due ore dopo.
Da secoli sono le stesse parole, la consuetudine è immutata, e cioè dal
giorno in cui Abdallah, figlio di Zaid ebbe una pretesa rivelazione.
Si era al primo anno dell’Egira (632 d. C.); Maometto, che si trovava
allora a Medina, era incerto sul modo che avrebbe adottato per chiamare
il popolo alla preghiera. Le trombe delle quali si servivano gli ebrei
e la tempella che usavano i cristiani non lo soddisfacevano. Preferì la
voce dell’uomo. Non gli mancava se non la formula che avrebbe adottata.
Era incerto allorchè Abdallah gli propose la formula che disse essergli
stata rivelata.
Maometto l’accettò e comandò a Belal, che era il suo banditore,
di pronunziare ad alta voce tali parole nelle ore già fissate alla
preghiera. E dal primo anno dell’Egira e cioè dal 632 dopo Cristo o,
se più vi piace, seguendo lo storico arabo Abul-Feda, dal 6217 dalla
caduta di Adamo, in tutti i paesi della terra nei quali si adora Allah,
si cantano le parole di Abdallah, figlio di Zaid.
[Illustrazione: Il bazar di Bengasi.]
[Illustrazione: DERNA (Cirenaica).]
[Illustrazione: ZRAIB. — Villaggio alle porte di Bengasi.]
[Illustrazione: Oasi in Cirenaica.]
E fra tali cantori è una specie di gara. Le moschee cercano scegliere
gli uomini dalla voce migliore perchè il pubblico dei fedeli li ascolti
più volentieri.
Anche Allah, il violento Allah deve ricorrere a lenocinï per sedurre il
suo popolo fanatico.
Canea.
Quale è l’anima riposta di questo popolo? Quali ne sono le sfumature,
le ebbrezze, gli abbandoni? Quale il pensiero che regge la loro vita?
Tante volte mi sono rivolto tale domanda e ho atteso, ho interrogato,
ho scrutato per sapere se oltre la scorza si celava qualche luce che mi
sfuggisse, qualche vita misteriosa e dimenticata, qualche concezione
nuova ed inattesa. E mi è parso, o mi inganno forte, che null’altro
trasparisse dalle parole e dagli atti se non un profondo cinismo.
Orgogliosi anzi tronfii di un passato col quale non hanno niente a
che fare, vani ed ignoranti in gran parte, presuntuosi fino al punto
da credersi capaci di guidare il mondo, imbevuti nel pettegolezzo
quotidiano di una politica parolaia della quale si compiace e si
inebbria la loro superficialità, appariscono a tutta prima all’occhio
dell’osservatore, in una luce antipatica, che una più lunga conoscenza
può attenuare.
La colpa non è tutta loro. Il giorno in cui avranno maggior contatto
col mondo esterno e con la grande onda di idee che agita l’età moderna,
la loro psiche dovrà forzatamente modificarsi, e se ne attenueranno le
asprezze e le manchevolezze pur rimanendo satura di quel cinismo che fu
sempre una prerogativa della razza.
Per ora essi non hanno una vera e propria idealità altamente intesa. La
stessa lotta per l’annessione alla Grecia si riduce e si immiserisce
in una guerricciuola di parti, nel prevalere di un uomo, in un giuoco
di scaramucce. Il loro interesse è sempre in ballo. Ora a Canea vedono
di buon occhio l’intervento delle Potenze, perchè la permanenza di
otto navi nelle acque di Creta significa per i commercianti un’entrata
quotidiana di parecchie migliaia di lire.
V’è chi dice, e sono i vecchi del luogo, che se domani avvenisse
l’annessione alla Grecia la contentezza non sarebbe di lunga durata.
Già gli ufficiali greci che hanno sostituito gli italiani nel comando
della gendarmeria hanno destato frequenti malumori. Si dice manchino di
_camaraderie_, siano prepotenti, intransigenti e villani.
Per quanto abbia accostato persone di ogni condizione, non una volta
mi si è comunicato quel brivido di entusiasmo, quell’alata poesia che
accende tutta quanta l’anima ed arde per gli occhi e trascina. L’idea
pura, l’amore profondo per il quale fiorisce l’immagine della patria
non l’ho conosciuto quaggiù. Forse esisterà nella massa, ma per quanto
abbia fatto e mi sia indugiato cercando ridestarlo, non mi è balzato
mai d’innanzi radioso e bello.
Mai! Un sorriso, un freddo acconsentimento, una parola glaciale furono
le risposte e molto più spesso l’indifferenza.
Mi dicono che gli sfakioti, che gli abitanti dell’interno, siano
differenti, e lo credo perchè conosco i loro eroismi. Qui, a Canea, il
cinismo è legge.
L’esodo degli alberi.
Da Santi Quaranta in poi, e cioè dalle coste montuose dell’Albania
fino a quest’isola controversa, inutilmente fertile, nella quale più
abbondano i guerrieri che non gli agricoltori, l’aridità continua
ininterrotta. Non una selva, mai. Le coste dei monti e le ampie vallate
si succedono rocciose, squallide, deserte. Ardono sotto il sole, non
conoscono freschezza di fonti, mormorii di polle o di ruscelli, gioiosi
impeti di fiumi sonori. Non un’ombra, non un riposo; sembra che la
maledizione del deserto abbia inaridito ogni sorgente di vita, che la
terra nel suo interminato squallore non possa alimentar seme, che tutto
ciò sia condannato ad una morte lenta ed inevitabile.
Santi Quaranta è una rovina cinta tuttavia dalle antiche mura
veneziane. Ai lati della strada carrozzabile che giunge da Jànina
sorgono quindici o sedici case fetidissime, innominabilmente sporche,
nelle quali si accumulano uomini, mosche, e generi alimentari. Tra
queste case è un albergo, o meglio un _han_, come lo chiamano i turchi.
Tale _han_, per definirlo con precisione concisa, è uno stallatico per
uomini e cavalli. Ai cavalli è riservato il pianterreno, agli uomini
il piano superiore; ma l’atmosfera è sempre la stessa. V’è in ciò
una fraterna tolleranza encomiabile. La sala da pranzo, che è nello
stesso tempo cucina ed osteria, occupa un angolo angusto ed è come
la dipendenza della stalla. Oltre a ciò l’albergo non presenta cosa
osservabile se ne togli i tipi diversi e turchi e greci e albanesi;
questi ultimi specialmente, notabilissimi per i baffi che sembrano
spade, per la fustanella, per le grandi scarpe rosse a forma di
gondola. Su la soglia dell’_han_ si adunano le diligenze che provengono
dall’interno; vecchie carcasse sospese su ruote enormi, dondolanti come
cune, arabescate d’oro e d’argento, cigolanti, pericolanti sotto il
grave peso dei secoli. Poi muli, asini e cavalli ovunque ci si rivolga:
al sole e all’ombra; uomini armati, casette dischiuse, donne coperte e
scoperte, e il grande velo livellatore del sudiciume.
Tutto ciò si aduna in breve spazio; in quattro palmi di terra, fra
ruderi e ortiche. Gli alberi sono rappresentati da qualche cipresso
ombreggiante una piccolissima chiesa greca, e gettano un’ombra funebre
su la terra deserta. Da questo punto fino all’isola dei rapsodi non
ho incontrato una selva. L’Epiro e l’Attica non sono che un seguito
di montagne brulle, aride che solo la bellezza del cielo e del mare
riveste di splendore. Al canale di Corinto, prima di entrare nella
stretta fornace per la quale il piroscafo si attarda, rimorchiato
a rilento, ricordo una pianura ondulata, che chiudeva intorno tutto
il giro dell’orizzonte. Il sole meridiano vi ardeva incontrastato.
Impeti di vento caldissimo, vere ondate di fiamma giungevano fin
sul mare a mozzarci il respiro; a intorpidirci i sensi. E sotto tale
canicola, per un sentiero appena tracciato fra i cardi secchi, i roveti
e i crepacci della terra riarsa, alcuni contadini, in fustanella
bianca, se ne venivano lentamente l’un dietro l’altro appoggiandosi
a piccoli bastoni, la testa bassa, ricurvi come sotto pesi enormi.
Quando giunsero alla chiatta che doveva trasportarli all’altra riva
si abbandonarono disfatti, senza dir parola, congestionati in viso,
la bocca socchiusa, gli occhi torbidi ed atoni. Nessuno li compianse.
Essi stessi si erano preparati e venivano preparandosi tuttavia tale
supplizio col distruggere metodicamente e gli alberi e gli arbusti e
ogni vita vegetale che non apparisse più direttamente utile alla loro
supina cecità. Essi avevano incendiato le selve e le macchie per dar
pascolo ai loro montoni; neppure un arbusto si era salvato da tale
furia devastatrice e la terra, che avevano voluto deserta, li ripagava
giustamente.
A Creta, come nell’Attica, la poesia degli alberi è morta. Internandomi
nell’isola ho potuto vedere di notte, su le coste dei monti, vasti
fuochi accesi dai montanari a sopprimere la vegetazione che tenta
riprendere il proprio dominio. Non si concede tregua. Non so se vi
siano leggi che vietino tale insensato vandalismo, ma se anche vi
fossero chi potrebbe metterle in pratica? I pastori si ribellerebbero,
ed ogni pastore ha il suo fucile al quale affida le proprie ragioni.
Essi non sanno forse che procacciano il loro danno, ma se anche
lo sapessero muterebbero forse? Ne dubito molto. La pastorizia è
press’a poco un vagabondaggio quotidiano, un dolce far niente senza
interruzione, e ciò conviene alla scarsissima attività di queste
genti. Procedendo dal piano verso il monte ci si convince sempre più
di tale verità fondamentale. La terra fertilissima che può dare fino
a tre raccolti all’anno, rende per proprio conto. L’uomo se ne cura
appena appena quel tanto che può essere necessario. Gli olivi secolari
crescono enormi senza traccia di potatura, e così le viti. Veri e
propri campi coltivati non ne esistono. Di tanto in tanto, senza regola
e senza legge, qualche appezzamento di terreno è stato grattato da un
aratro primordiale simile a quello che usano gli arabi e che usavano
gli egiziani; un poco di sementa vi è stata sparsa, poi la terra si è
incaricata del resto. Le erbe parassite possono crescere a loro agio
fra i seminati, che nessuno si cura di estirparle. A tempo giusto
si ritorna a raccogliere ciò che la dovizia di questa natura regala
largamente, e non ci si occupa d’altro. Dormire, oziare, cantare,
combattere, ecco ciò che desidera questo popolo. Forse l’influenza del
clima dolcissimo e snervante lo spinge all’inerzia. Così si dice. Siamo
alle soglie dell’Oriente.
Verso l’interno.
Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni
traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta
l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri
e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a
volte assolutamente impraticabili.
Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito;
ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto
fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta
da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza
tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle
quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli
di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case
turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case
cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora
più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia
passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin
dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime
convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno
innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva,
oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare:
nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio
senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale
e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che
è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle
campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.
Il rapsodo.
Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e
odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella
luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre
di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa,
qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In
fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una
soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini.
Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile
pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse,
ci offrono la _mastika_, che è una specie di acquavite dal gusto assai
discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno
costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè
la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene
assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare
l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito
che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte,
cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe
omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi,
ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano
all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del
paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli
occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di
nuovo.
Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido,
ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune,
sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente.
La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la
mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo;
paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il
caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto
e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche
volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto
nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che
stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i
giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo
arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza
gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.
L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i
giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato
qualche banda di insorti. Il più vecchio: _barba_ Sifi, dalla
fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è
circondato da una muta venerazione. Quando parla _barba_ Sifi tutti
ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma _barba_ Sifi beve
e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia
grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte
grida: _evviva!_ e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre
gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte
su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro;
alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre
più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti
tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:
— Diamarta!
Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la
bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto
severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente
austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime
ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.
Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la _lira_ (un
istrumento a corde che serba il nome dell’antica _lira_ se non la
forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza
aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i
capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio.
Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:
— Ora canterà i giorni della rivoluzione!
Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una
continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in
alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo
il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e
la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono
si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici
succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una
gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di
cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura
per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto
di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si
vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola
ebbrezza.
[Illustrazione: La chiesa di Mora.]
Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più
dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano
di pianto.
E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma
cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti
manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si
fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche
rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro
Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo
li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra
più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.
Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto
non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda,
il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste.
E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine
uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema
è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più
compiuta indifferenza.
Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per
volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie
fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè
curiosità. Si attende il domani.
Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che
si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi.
Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista
uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a
tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed
appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono
meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi.
Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia
stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni
e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo.
Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta
impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via
d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il
sonno.
Ho già conosciuto perfettamente tutti i frequentatori delle banchine
del porto e della piazza Montenegro; sono sempre gli stessi, sempre
negli identici atteggiamenti e con la stessa aria di gente che si
annoia a morirne. Se non fanno gorgogliare gli enormi _narghilè_, fanno
passare fra le dita i grani del _komboloi_, che è una coroncina, molto
spesso di ambre, la quale non serve ad altro che a contare il tempo per
convincersi che non è moneta.
Sorbiscono enormi bicchieri d’acqua, guardano il cielo, guardano il
mare, osservano, parlucchiano. Ed ogni caffè ha una montagna di sedie a
loro disposizione.
Ci si può sedere quando si voglia, e se il cameriere si avvicina gli si
grida:
— _Tìpota!_ (Niente).
Ed egli se ne torna come è venuto. Che se poi si voglia consumare
qualcosa si può ordinare signorilmente:
— _Mikrè, ena krio nerò!_ (Cameriere, un bicchier d’acqua fresca!)
E, sopra un bel vassoio, vi è servito un bicchiere che conterrà
mezzo litro d’acqua; voi lo sorbite facendo la vostra siesta, che può
continuare fino a sera, poi ve ne andate senza avere sborsato un soldo
e il _mikrè_ si guarderà bene dal serbarvi rancore, perchè tale è la
consuetudine comune....
Del resto, nelle mie continue peregrinazioni per il mondo, non ho
trovato mai i caffè tanto a buon mercato quanto a Creta. In primo
luogo non esiste qui la consuetudine delle mance, e non per questo
i camerieri sono meno premurosi; in secondo luogo le bibite più
care non costano che quattro soldi, ma i prezzi normali variano da
uno a due soldi. Per un soldo potete avere un buon caffè oppure un
bicchierino di _mastika_ accompagnato da una manciata di olive secche,
da un piattellino di ceci abbrustoliti, da un po’ di formaggio, da un
pezzetto di pane e da un pomodoro. Poi la sedia, il cielo, il mare e
la vista dei passanti. Che più? In questo soldo è compendiata tutta
una vita. Ci si accontenta, ed io ammiro chi apprezza il proprio
destino e lo accetta tal quale e aspetta che giunga l’ora sua buona,
tranquillamente, facendo girare fra le dita i grani del _komboloi_.
Lungo la banchina c’è un caffè turco e quattro o cinque caffè greci;
sono gremiti dalla mattina alla sera. Le sedie per i poveri sono
disposte in fila lungo il mare, e i poveri vi siedono e dormono o si
guardano i piedi per ore ed ore. È una contemplazione pensosa che non
so precisamente a che cosa riesca; ma forse non riesce più in là del
sonno.
Si odono le grida del _mikrè_:
— _Ena pagotò!_ (Un gelato!)
— _Ena mastika!_ (Una mastika!)
Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida
del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando
ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi
chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti
innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.
Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta
nella _milàia_ (così si chiama la veste particolare alle mussulmane
di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un
suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo.
Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida
infaticabilmente le lodi delle sue frutta:
— _Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata!_ (Fichi, uva,
cocomeri! Color sangue!)
Un venditore di _halluf_, un dolce turco seminato di mandorle, passa
senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo
strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di
mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.
Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo,
fa afa.
Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante
le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:
— _Glìgora, glìgora!_ (Presto, presto!)
Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta
indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in
maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso
infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia
le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può
fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole,
così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai
piccoli occhi gaiamente infantili.
Una barca dalle vele bianche si allontana sul magnifico mare. Dal
minareto della moschea giunge il canto gargarizzante del _muezzìn_:
— _Allah Acbar_....
O kapetanios Blum.
Ballonzolando in vettura per una strada inverosimile, data la
sonnolenza di Canea, mi faccio condurre a Suda; ma anche Suda dorme.
Nella magnifica baia circondata dai monti sono ancorate le navi da
guerra. La solita gente ai numerosi caffè. Alì, il vetturino nero, mi
chiede, veduta la mia perplessità:
— Andiamo a Kalyves?
— Andiamo — rispondo.
E si parte. Kalyves è un villaggio situato all’entrata della baia di
Suda, e a Kalyves vive, quasi a guardia della baia stessa _o kapetanios
Blum_, il capitano Blum! Il nome è già una divisa.
Giungiamo al piccolo villaggio mezzo ruinato. Non abbiamo veduto che
monti aridi e capre fameliche, ma lo splendore del mare ha vinto la
povertà del monte. Poi hanno fatto capolino, ai lati della strada, le
piccole case a terrazza, tutte bianche, con appese agli architravi
delle porte le ghirlandette, appassite ormai, che vi furon lasciate
dai giovani al nascer di maggio, per amore e per augurio, e Kalyves è
apparso.
Ne uscivano, quando entravamo noi, alcuni villani recanti in città
il miele contenuto in certi loro otri ampissimi. Ne avevano caricato
quattro asinelli. Si sono allontanati sotto il sole fra le mosche e la
polvere.
Ed eccoci giunti alla piazza del paese. Un immenso platano ne occupa
il centro, al quale platano sono appesi gli avvisi del Comune. Stanno,
intorno, alcune casette, un mulino e un fiumicello attraversato da un
antico ponte. Le finestre sono adorne di fiori e le terrazze scompaiono
sotto i grandi pergolati.
Mi siedo al caffè e attendo pazientemente qualcosa di insolito che mi
scuota e ravvivi lo spirito mio.
Qualcuno mi parla di lui:
— Venite. È bene conoscerlo. È un uomo straordinario.
Non cerco di meglio. Si attraversa il ponticello e ci si presenta su la
soglia di una bottega.
— C’è? — chiede chi mi accompagna ad un giovinetto fermo dietro il
banco.
— Sì — risponde l’interloquito.
— Chiamalo. Presto!
Qualche minuto di attesa, poi si ode un passo cadenzato e, di repente,
una lunga ombra si disegna nel vano di un’altra porta che immette in un
giardino.
Eccolo. È lui!
Due alti stivali, un paio di calzoni da soldato, una fascia rossa
alla cintura, dalla quale fascia occhieggia un pugnale; poi una maglia
grigia: ecco il capitano Blum. Quando si presenta ha fra le mani una
maschera di fil di ferro simile a quelle che usiamo noi nelle sale
di scherma. Suppongo stesse esercitandosi in giardino contro qualche
avversario che non si presenta, ma il capitano Blum si affretta a
dissipare il mio dubbio. Con un sorriso ne’ suoi grandi occhi chiari mi
dice:
— Cercavo un’ape!
— Un’ape?
— Sì. Con loro permesso.... torno subito. Siedano, siedano!
E scompare di bel nuovo senza ch’io riesca a spiegarmi la ragione
di tale sua nuovissima ricerca! Dopo pochi minuti si ripresenta.
L’osservo meglio. È lungo due buoni metri e magrissimo; le braccia e
le gambe non finiscono mai. Sul collo nudo e sottile le grosse vene si
inturgidiscono ad ogni piccolo moto. Da sotto la maglia, le scapole,
le clavicole, le costole, ogni squisita particolarità dello scheletro,
si addimostra in perfetto rilievo. Il lungo collo è terminato da
una piccola testa rotondeggiante, compiutamente rasa e adorna da
un pizzo mefistofelico e da due lunghi baffi orizzontali. È di pelo
bianco. Le guancie incavate dànno maggior rilievo e solennità al pizzo
triangolare. Ha gli occhi grandi e chiari or sorridenti, or fieri,
ora ammiccanti nei frequenti sottintesi erotici ed eroici. Siede alla
tavola con noi.
— Il signore è italiano? — chiede sorridendo.
— Sì.
— Io ho un certificato di Canevaro.
— Un certificato? E di che si tratta?
— Si tratta della mia opera di combattente.
Si rivolge, dà un ordine ad un ragazzo e il ragazzo si allontana, ma
non ritorna più.
Vogliamo farlo parlare, ma non è necessaria troppa insistenza per
deciderlo a ciò.
Portano il vino, portano la _mastika_, ci preparano una piccola
refezione, poichè la bottega del capitano Blum è anche trattoria. Molte
volte l’ospite nostro deve interrompere il racconto per dare ordini in
cucina, dove la sua grossa moglie sbraita; ma tali piccole miserie non
tolgono serenità allo spirito suo eroico.
A poco a poco la parlantina gli si snoda. Si spiega in un suo italiano
semibarbaro commisto di greco e di francese. Ci racconta come nel ’66
fosse con Garibaldi ch’egli chiama molto semplicemente “il vecchio
Giuseppe„. Fu a Pisa e non so perchè; fu a Roma e a Torino, e ancora il
perchè di tale spedizione mi riesce oscuro. Ad un tratto s’interrompe
per soggiungere:
— Gli volevo tanto bene! È stato il mio maestro!
E guarda il mare e si passa la mano anchilosata su la piccola testa
glabra.
— E i turchi? — gli chiedo all’improvviso.
Egli si volge di scatto. Vedo sul suo viso succedersi varie smorfie.
— I turchi?... Pff!... — E traccia un gran gesto nell’aria.
— Nel 1867 — riprende — ho dato loro una buona lezione. La ricorderanno
per un pezzo. Avevo il mio manipolo: eravamo duecento cinquanta contro
duemila. Ci eravamo accampati a Vrises, alle fontane. Combattemmo
da cani. Il giorno dopo, dei duemila turchi non ne erano vivi che
trecento. Li avevamo bloccati. Chiesero di venire a patti. Bè, veniamo
a patti. Ci lasciarono ottanta uomini come ostaggio e partirono
disarmati. Viene la notte. Io dico ai miei uomini: — Che cosa ne
facciamo di questa gente? — Che cosa ne facciamo? — Non si poteva
dormire insieme, è vero? Erano disperati; potevano farmi uno scherzo.
Bè! — pensai — Accorciamo la loro pelle!
— E li uccideste?
— Tutti! — risponde trinciando l’aria. E gli occhi gli si allargano. Ad
ogni parola grande, gli occhi doventavan più larghi.
— Bè! — conchiude e per la seconda volta guarda il mare oltre le sue
case. Possiede due case fra un monte di rovine che rappresentano gli
avanzi di una piccola moschea. C’era la rivoluzione, tutto andava a
soqquadro. Un uomo come lui non poteva rimanere inattivo. Si scagliò su
la moschea e la distrusse. Non restò pietra su pietra. Poi, che fare?
Il terreno non era più dei turchi, era una _res nullius_ ed egli vi
riconobbe il proprio diritto tanto più forte quanta maggior fatica gli
era costata la demolizione. Nessuno lo disturbò, nè egli lo avrebbe
permesso.
— Ho combattuto, ho vinto, sono in casa mia!
[Illustrazione: CIRENAICA. — Sul limite del deserto.]
[Illustrazione: SVEZIA. — Il lago Siljan (Dalarna).]
Allora, oltre i due coltellacci, portava uno jatagan, che ora è appeso
in cucina, sopra il banco della vendita. Così si era stabilito su la
terra di Maometto.
I turchi lo conoscevano bene e lo avrebbero fatto ricco s’egli avesse
voluto sposare la loro causa; ma Blum non tradiva, Blum si vendicava
terribilmente.
Una volta era possessore di due barchette, due barchette belle che gli
servivano per andarsene pescando lungo le coste. Una mattina si leva,
scende sulla spiaggia, guarda intorno, guarda più lontano, guarda sul
mare, ma nulla vede; le barchette non c’erano più. I turchi le avevano
rubate.
Scuote il capo, non fa parola, si arma di un fucile e di una grande
scure e parte. Parte in guerra contro gli ulivi. In pochi giorni ben
quattordici mila ulivi fra i più saldi cadono rasi al suolo per mano
sua. Erano ulivi turchi. Non contento di ciò rende nota ai proprietari
la sua impresa e impone loro di rendergli nel termine di ventiquattro
ore le barche se vogliono aver salve le case e le vite. E le due barche
gli furono rese. Per la magnificenza della persona e per le singolari
imprese piene di impetuoso ardimento non vi era donna che non morisse
d’amore per lui, e di ciò grandemente si compiace l’eroe ammiccando,
mentre la sua casta moglie, la buona Zacarenia dalle larghe spalle,
lo guarda melanconicamente da dietro il banco sul quale troneggiano,
infilate in una bottiglia, due lunghe penne di pavone.
E parla e parla offrendoci le vivande, affettando il pane co’ suoi
coltellacci anneriti dal lungo uso domestico. Si fa sera, la trattoria
si anima, giungono gli avventori e il buon capitano deve interrompersi
cento volte per correre da un tavolo all’altro.
Ci racconta le sue tristezze. Non è contento della patria. Poi che
Creta ebbe ottenuta l’autonomia egli non si ebbe altro incarico se non
quello di guardia carceraria. E come se ciò non bastasse, una volta
dovette sorbirsi ventisette giorni di prigione, perchè ricercando un
prigioniero evaso, aveva telegrafato di sua iniziativa al questore
di Cefalonia firmandosi: Capitano Blum, comandante della gendarmeria
cretese.
Un bel giorno piantò in asso ogni incarico e ritornò alla sua cara
libertà attendendo gli eventi. Ora affila le armi in silenzio, le
affila per i suoi usi domestici, ma anche perchè ai turchi non venga la
disgraziata voglia di ritornare. E grida e corre in cucina e ne ritorna
con grandi vassoi ricolmi che deposita ai singoli tavoli.
— _Kalispera!_ (Buona sera).
— _Kalispera!_
Non si sofferma, disdegna i suoi umili avventori, corre da noi ad ogni
intervallo e ricomincia il racconto.
— Una volta c’erano cinquemila turchi, erano accampati ad Armenus, io
non avevo che il mio _jatagan_....
Dai tavoli lo chiamano, dalla cucina lo chiamano. Egli si volge
urlando, poi si arresta, lungo, sparuto, affilato come una lama di
rasoio. Guarda l’immenso orizzonte marino; tace.
— Che vedete, capitano?
Non risponde. Tutto a punte come il suo bel pizzo spavaldo, affissa i
grandi occhi lontano.
— Ha scoperto la flotta turca! — grida un avventore. Blum tace
tuttavia. Nulla ha scoperto: attende. Attende dalla penisola iberica
il suo grande fratello. Ecco già lo vede fiero e solenne, la lancia in
resta, chino sul collo di Ronzinante; già lo sente lanciato nell’impeto
irresistibile, alto cavalcando sul mare.
Peleka pina.
Poco distante da Canea sorge una fattoria che serba il nome antico di
_Peleka pina_ (lavora ed abbi fame). È un ricordo della dominazione
mussulmana. I greci erano costretti a lavorare le terre come servi
della gleba, avendone in compenso bastonate e peggio. Di simili
ricordi è ricca tutta l’isola di Creta. La piaga è viva tuttavia e
assolutamente insanabile. Se vi è un sentimento nel quale convergano
tutti i cretesi senza distinzione è l’odio che portano ai turchi. Anche
se la Turchia spendesse milioni per rabbonir gli animi non riuscirebbe
ad essere popolare nell’isola. È un odio antico ed immutabile, nato nei
secoli per le infinite sofferenze patite, ed è santo quanto l’amore e
il dolore.
Superstizioni.
Passeggiando questa sera verso Butsumaria, che era un’antica fattoria
veneziana convertita poi in luogo di villeggiatura da Mustafà
Pascià (ora è tutta diroccata chè così la ridussero gli insorti),
e conversando con un vecchio contadino ho imparato alcune credenze
popolari che mi sembrano insolite. Eccole:
A sera, camminando per le vie deserte della campagna è ritenuta grande
fortuna quella di imbattersi in un cane nero.
Gli spiriti maligni non potranno sorgere su la vostra strada e
impedirvi il cammino.
E ancora, per salvarsi dall’influenza di tali spiriti i cretesi portano
un pugnale dal manico nero.
Ed ecco uno scongiuro d’amore detto _thesimo_. Si pratica tuttavia nei
villaggi dell’interno.
Quando due giovani sono innamorati della stessa donna, colui che ha
minor fortuna e vuole riuscire al proprio intento aspetta che la luna
sia in quintadecima; allora, a mezzanotte precisa, prende una gallina
nera, si ferma ad un bivio e uccide la bestia con un pugnale dal
manico nero. Prende poi una manciata di polvere, la intride col sangue
della vittima e ne fa una specie di pasta che depone su la soglia
dell’innamorata. Se questa, uscendo di casa, scavalca la pasta fatata,
è presa dall’incanto e non può amare se non colui che era per lo
innanzi il deriso.
Però l’infelice può liberarsi da tale fascino nel modo che segue. Ella
ruba al nuovo innamorato il cordone delle brache, lo introduce nella
canna di un fucile e spara.
Lo scongiuro è infallibile.
Così mi ha assicurato in perfetta buona fede il mio grande compagno
dalla folta barba ricciuta. Un sereno tipo di Giove dalla fronte
diritta.
Passavamo, a cavallo, fra cespi di gelsomino e di mirto, fra gli
enormi ulivi secolari e gli eucalipti e le agavi e i gelsi giganteschi.
Ogni casa era una rovina e dietro le macerie sorgevano i nuovi tuguri
abitati dai contadini.
Le tracce della lotta furiosa, senza quartiere, abbondavano ad ogni
passo.
Andavamo alla montagna della fonte lungo sentieri quasi impraticabili.
Fanciulli e fanciulle uscivano dalle catapecchie a offrirci grandi
mazzi di basilico. Su ogni ramo cantava una cicala. Dalle brulle
montagne e dalle vallate occulte si elevavano immense nubi di fumo.
Alla fonte.
Sono in un villaggio remoto, nell’interno dell’isola, fra le montagne.
Per giungervi abbiamo cavalcato due giornate fra alte pareti di granito
e precipizi, nel silenzio.
Il villaggio e come tutti gli altri semisventrato, miserevole. Sediamo
sotto ad un platano presso a una fonte.
Vicino a noi, attorno a un tavolo, sono raccolti gli anziani del
paese: il sindaco e cinque o sei uomini dai cinquanta ai settanta anni.
Vestono il loro costume tradizionale.
Hanno l’aria tranquilla e beata; parlano pacatamente; mi paiono vecchie
conoscenze.
Ecco mastro Mikali. È un bel vecchio dal viso rubizzo, dalle spalle
quadre. Sorride volentieri sorseggiando la mastika.
Racconta di una gran festa che fecero nel 1872. Ammazzarono sette
montoni e non so più quanti polli e quante pernici, di cui l’isola
abbonda. Sgombrarono due botti di vino. Sedettero a tavola a
mezzogiorno per levarsi a mezzanotte.
— Erano bei tempi quelli! — soggiunge mastro Mikali. — Ci saremmo
mangiati un bue e lo avremmo digerito come un boccon di pane.
Si ode lo stormire del platano.
Nella fonte, fra le canne e i ligustri della riva, navigano diguazzando
alcuni anatroccoli.
Il vento porta un profumo inebbriante di gelsomini. Sui monti più
lontani si leva una gloria di bianchissime nubi.
Il sindaco fuma il _narghilè_, pensosamente, le braccia incrociate.
Parla di rado, sorride e consente. Siccome, data la sua carica, ci
terrebbe a parlare il greco puro, e non sa parlarlo, si limita ai
monosillabi.
Barba Sifi (lo zio Giuseppe) rievoca il ricordo di un altro festino
molto più grande, perchè furono uccisi quindici montoni e si
consumarono quattro botti di vino.
— Dovemmo restar seduti più di cinque ore — dice ridendo — tanto
eravamo ingozzati; ma si smaltì tutto. Ce ne fosse stato del ben di Dio
per quanta fame avevamo.
— Però Mikali ne ammalò — soggiunge un vecchietto pallido seduto in
disparte.
— Mi ammalai di testa e non di stomaco! — risponde Mikali. — Tu
piuttosto dovresti pensare a ber del buon vino; non vedi che ti tremano
le guance?