I sacerdoti imperturbati invocavano Allah sotto il sole che ardeva.

Le Case della Gioia.

Ho veduto le case della gioia, le piccole tane del piacere. Torno or

ora dal mio giro solitario e ho nelle orecchie tuttavia le contumelie

di cui sono stato gratificato mercè la mia qualità di cane infedele.

Se mi soffermavo, qualcuno mi gridava:

— _Barra, barra!_... (via, via!)

Se proseguivo indifferente udivo dietro le spalle, a quando a quando,

risate di scherno e suoni diversi di significato non dubbio. Comunque

sia, la mia tranquillità mi ha permesso di compire il giro di ispezione

senza incidenti spiacevoli.

Gli arabi, generalmente parlando, trattano male le loro donne, non

le hanno in maggior conto di una bestiola graziosa, o le baciano o le

picchiano, non le ascoltano, non le considerano molto più di una cosa,

le addomesticano come i canarini in gabbia, se ne stancano spesso e,

quando ne sono stanchi, le scacciano; ma ne sono gelosissimi. La loro

gelosia è pari al loro fanatismo e sarebbe men che prudente soffermarsi

a guardare a lungo una donna, avesse pur questa, avvolto nella mano

destra, il fazzoletto che distingue la femmina di malaffare da quella

che vive nei casti ginecei.

[Illustrazione: SUSA. — Strade sul mare.]

Ora percorrere i quartieri della lussuria che si offre al richiedente

non è cosa difficile, però conviene assumere l’indifferenza di colui

che si trova a passare di là per caso e che non ha alcuna intenzione

di offrire una colomba a Venere pandemia. Con simile atteggiamento se

ne può uscire con le costole illese, che se a qualcuno passasse per il

capo la malaugurata idea di andar donneando per simili quartieri, non

potrebbe evitare una solenne bastonatura.

Aggirandomi così per i vicoli mal selciati e pieni d’ombra, nei quali,

senza quasi ve ne avvediate in causa all’oscurità, vi trovate innanzi

uomini che scivolano via silenziosi e che non avevate intravvisto;

passando da tana a tana venivo rievocando la suburra di Pompei: le

stesse angustissime stanzuccie aperte su la via e, ritta o seduta su

la soglia o sdraiata, in fondo, sul giaciglio, la creatura indifferente

che attende e tenta sorridere e non sa più e si angoscia in una smorfia

tragica.

Ho cercato procedere con lentezza senza preoccuparmi degli urtoni

piuttosto frequenti ricevuti casualmente dai frettolosi passanti.

Le stanze sono arredate quasi tutte ad un modo: un giaciglio o un

divano, un piccolo tavolo, alcune stuoie e una lampada dalla luce

raccolta che lascia intravvedere appena i volti e sì li vela e li

accarezza e li avvolge da creare la fuggevole illusione di un lontano

fascino giovanile. Lontano sì, chè, se pur giovani d’anni, son vecchie

di corpo queste derelitte dai grandi occhi bistrati che hanno una

luminosità falsa come certe gemme create ad arte.

Talune sono su la soglia, su la nuda soglia accosciate: il mento su le

palme, gli occhi fissi e inebetiti. Non portano veli; hanno scoperto il

volto e i capelli uniti e intrecciati a nastri rossi e gialli. Vestono

un paio di brache, un corsaletto a colori vivaci, una maglia; hanno le

unghie rosse, tinte con l’_henne_; le sopracciglia unite da una linea

nera trasversale, sono dipinte e tatuate. Maschere inespressive a

volte, a volte feroci, pietose sempre.

Ne ho osservato una che era sola, sul principio di un vicolo oscuro.

Non passava gente in quel punto, ho potuto soffermarmi nell’ombra

e sogguardarla. Sedeva sopra una misera stuoia, le gambe incrociate

su lo scalino della soglia; appesa all’architrave, alta sul capo di

lei, ondulava una lampada e fiammeggiava e fumigava guizzando. Tale

intermittenza di luce dava al volto appassito, come la contrazione di

un singhiozzo, di uno spasimo dilacerante. Era orribile a vedersi.

A volte pareva si scarnificasse nell’ombra; rimaneva il teschio

coronato dai rossi capelli accesi. Poi il moto della lampada si è

fatto più lento, è cessato, e allora ho potuto osservare, nella luce

tranquilla, il volto della sperduta. La faccia del silenzio, nulla più;

un volto impietrito, mummificato, tutto spento.

Chi avesse core di truccare la faccia di una mummia e di infiggere

nelle orbite vuote due grandi occhi di vetro otterrebbe l’immagine

esatta della donna ch’io vedevo.

L’età? Nessuna. L’età del patimento. Non si poteva numerare gli

anni a tale spettro; era su la soglia del trapasso; cominciava la

trasfigurazione finale.

Il vicolo era deserto, buio. Sul bianco muro che fronteggiava la tana

della donna sola, si apriva, ingrandito più volte dalla luce della

lampada, il rettangolo della piccola porta e in quella chiazza di luce

che faceva più densa la tenebra circostante appariva l’ombra della

sciagurata che attendeva un ignoto e il suo pane.

Nessuna voce: un busso di zoccoli lontano, il suono di una _guzla_ più

remotamente; non un suono distinto ma una eco interrotta, malcerta;

languida e lieve, sospirata e remota. Intorno, lungo il vicolo breve,

nessun altro lume: due archi moreschi, il muro di un giardino occulto,

l’incerto biancore di una terrazza sotto alle stelle e l’ombra e il

silenzio deserto. Chi poteva attendere in tale solitudine la reietta?

da quanto tempo sedeva su quella soglia? Chi, senza sentirne ribrezzo e

pietà, avrebbe osato chiederle un simulacro d’amore? Le altre non erano

sole; ella non conosceva se non l’incubo del silenzio.

Stava diritta sul torso, immobile, gli occhi muti come la bocca

sottile. Dietro di lei era un piccolo giaciglio intatto, coperto da

uno sciamma rosso; una vecchia stuoia sul pavimento umido, e, su la

parete bianca, tracciata da mano inesperta, simile in tutto ai disegni

di certi pazzi, la sagoma di un leone. Una sagoma rossa, grottesca e

spaventosa. Riempiva la camera di un terrore fanciullesco, era l’unico,

singolare adornamento che apparisse su le nude pareti.

Ho atteso inutilmente un gesto, un sospiro, un nuovo atteggiamento

della solitaria; ella non soffriva, non aveva coscienza della propria

miseria; il pensiero ed il dolore erano morti in lei, se pure avevano

avuto mai un albore remoto.

Le sue guance infossate erano rosse, accese dal carminio. Aveva il

colore delle bambole, se non l’espressione dolcemente idiota, quella

bambola muta che attendeva un padrone per giacersi con lui senza nulla

dire, senza contrastare, impassibile e compiacente.

Sono uscito dall’ombra. Non appena mi ha veduto si è guardata intorno,

poi è sorta in piedi lentamente.

— _Nehârak sa’ îd!_ (Che il tuo giorno sia felice!)

Ha mormorato l’augurio; ho visto solo un breve tremito delle labbra, ma

gli occhi e il viso non hanno mutato espressione.

Le ho chiesto:

— Come ti chiami?

— _Zubeida_[1].

— Quanti anni hai?

— Ventidue.

L’ho guardata meravigliato. Ella non si è accorta della mia meraviglia.

D’altra parte chi le aveva mai chiesto simili cose? Forse le apparivo

strano come lo sono tutti gli europei agli occhi degli arabi i quali

non si spiegano il loro amore al viaggio e alla investigazione.

— Da quanto tempo vivi qui?

— Da quindici anni.

— Sei sola?

— Sola.

— Non hai figli?

— Ne avevo uno, è morto.

Neppure il ricordo della sua creatura l’ha turbata.

— _Tfaddal!_ (Entra, prendi qualcosa!)

Ha mosso l’invito timidamente, senza guardarmi in viso, guardando

l’ombra sua sul muro bianco.

Non le ho risposto nè il mio silenzio l’ha sorpresa. Ho veduto sopra un

tavolinuccio un vassoio di lacca con alcune mandorle di _lukùm_[2], ma

la prospettiva di doverne inghiottire qualcuna per corrispondere alla

cortesia di Zubeida (cortesia disinteressata, d’altra parte, perchè è

costume tanto degli arabi quanto dei turchi, anche nelle malinconiche

case della lussuria, di offrire ai visitatori qualcosa senza richiedere

per questo alcun sacrifizio personale) mi ha trattenuto dal rispondere

all’invito.

È trascorso un silenzio penoso, per me non per lei forse che era solita

ad ogni più rude rifiuto, poi le ho chiesto:

— Ma non hai paura di viver sola in questo vicolo buio?

Ella ha rivolto su di me i suoi grandi occhi di vetro; come un’ombra di

stupore ha animato un attimo le pupille larghe nella scarsa luce:

— Paura? — e ha alzato leggermente le spalle.

— Ma se passano i soldati ubbriachi?

Ha chinato il viso esclamando:

— _Mâchallâh!_ (Ciò che Dio vuole!)

— E se ti bastonano?

— _Inchâllâh!_ (Se così piace a Dio!)

— Non hai nessuno che possa difenderti?

— _Robbi!_ (Iddio!)

E su tale parola ha taciuto guardando, sul muro del giardino occulto,

il bianco rettangolo di luce che la lampada vi proiettava. Chiusa nel

suo fatalismo immutabile, radicato profondamente nell’essere suo,

fino alle radici della vita; insensibile ad ogni sofferenza fisica

o morale, impietrita come la sfinge, simile in tutto a’ suoi grandi

occhi di vetro senza luminosità nessuna, il muto fantasma, la carne

martoriata, sottoposta ad un vituperio diuturno, trovava nella propria

fede l’impassibilità della cosa, la forza inerte della cosa che non

vede e non sente e non partecipa e non si addolora. Un bagliore in

alto: Iddio; una spessa tenebra intorno. Per lei la morte non era

che un fenomeno come il sonno: nè un incubo, nè una liberazione; non

l’affrettava col desiderio nè la temeva; quando fosse giunta l’avrebbe

trovata sola più che mai (anche se un’ombra fosse stata accanto alla

sua sul giaciglio), nè avrebbe penato troppo a trascinarla con sè.

Il silenzio della sua bocca non sarebbe stato accresciuto che di un

niente: del fruscìo de’ suoi piedi scalzi, immobili ormai.

Se l’avessero veduta non ne avrebbero avuto maggior ribrezzo di quello

che poteva destare quando attendeva ad occhi aperti un ignoto padrone.

Il volto imbellettato, biaccoso, rosso di carmino; le sopracciglia

unite dal nerofumo, le unghie tinte di _henne_, le labbra screpolate

ma fiammanti come il fior dei gerani, per i sapienti pennelli, non

avrebbero subìto oltraggi. Qualcuno si sarebbe affacciato alla porta,

una voce bestialmente rauca avrebbe gridato:

— Zubeida?... o Zubeida, destati!... — Poi un fiato grave, le avrebbe

ventato su la faccia fredda finchè la lampada, come l’anima di lei, non

si fosse spenta per mancanza d’alimento.

La bambola dagli occhi di vetro avrebbe trovato un suo signore per

l’eternità.

Ancora per Zubeida come per il vecchio centenne abbandonato in fondo

a un cortile, come per cento altri che ho osservato durante il mio

peregrinare, l’islamismo è un fulcro di resistenza, un cosciente

irrigidimento morale e materiale, una passività tetragona ad ogni

assalto. Si annienta la vita per annientare il dolore. È come una morte

innanzi alla morte poichè tutti i sensi si ottundono, si addormentano,

si annientano; una potenza negativa; un ritorno alla quiete della

tenebra. Senza disperazione, senza grida, senza follie convulsionarie

la creatura si isola in sè in un suo concetto solo e attende. Prepara

le vie alla morte, non ha fretta nè tormento, discende agli ipogei del

suo destino.

L’anima nostra turbolenta, instabile, timorosa ne è sorpresa e stupita.

Ho proseguito il cammino chè un improvviso urlìo di arabi

sopraggiungenti mi vi ha sospinto. Sorpassato il piccolo arco moresco

la lampada di Zubeida è scomparsa. La scena ha mutato aspetto.

Le tane sono successe alle tane, l’una appresso all’altra come le celle

di uno strano alveare. L’identico ammobigliamento: un giaciglio, un

divano, alcune stuoie, una lampada dalla luce modesta.

I tipi quasi sempre gli stessi. Donne invecchiate anzitempo; truccate,

imbellettate, coperte da stoffe vistose, gialle, rosse, verdi. A volte

sono in due, in tre nella stessa tana; siedono intorno a piccoli

bracieri nei quali ardono profumi, le gambe incrociate, il viso

indifferente.

Con la paziente lentezza dei ruminanti masticano e rimasticano una

sostanza gommosa profumata, una specie d’ambra che dovrebbe ingentilire

l’alito; sono sempre occupate in tale faccenda quando non fumano.

A quando a quando una porta si chiude, una lampada si spegne.

Talune hanno sul grembo un loro marmocchio giallo come lo zafferano e

lo cullano con la stessa indifferenza con la quale masticano l’ambra.

Una piccola beduina tutta piena di medagliette, di ciondoli, di

armille, una giovinetta di undici anni forse, se pure ne ha tanti,

ritta su la soglia del suo tugurio provoca i passanti. La sua

giovinezza è sfiorita benchè negli occhi grandi, cinerei, se ne

mantenga il lume. La volgarità della piccola traviata non ha nome; non

ho udito mai un turpiloquio simile. In fondo, una sudanese, nera come

la fuliggine, guarda accigliata a simiglianza di un vecchio scimmione

inciprignito.

Frotte di fanciulli passano da porta a porta ridendo e urlando.

Qualcuna esce ad inseguire un uomo che scivola via ammantato nel bianco

_burnus_.

Un’ebrea che ha un gorgo di capelli nerissimi, seduta su la porta, il

capo appoggiato allo stipite in un atto di languido abbandono, canta

lentamente accompagnandosi sul salterio che tiene sul grembo. Le sue

babbucce rosse sono vicino a lei su la stuoia gialla accanto a una

tazza di caffè. Rievoca le nenie de’ suoi remotissimi padri, dei popoli

pastori dai quali discende.

Vedo la bianca gola tutta scoperta, tremare nel fremito del canto. Poi

mi allontano, mi allontano sempre più verso l’ombra delle vie deserte.

La favola di un cieco.

Rientrando oggi, verso sera, su l’_avenue_ Bab Djedid mi sono imbattuto

in un piccolo gruppo di beduini. Erano raccolti sotto un albero, in

circolo. Tenevano il volto levato un poco verso il cielo e un sorriso

vago, quasi interiore errava su la loro faccia olivigna. Erano ciechi.

Forse attendevano chi li guidasse. C’erano due vecchi, tre uomini, una

giovinetta e due fanciulli.

Conversavano; mi sono soffermato ad ascoltare. Si raccontavano antiche

novelle, favole, enigmi. Il rosso sole tramontava dietro le loro spalle

e l’aria era infocata, era come una fiorita di papaveri vermigli.

Il più vecchio, lo chiamavano Salah ben es Sa’ad, ha detto:

— Queste sono le nozze della formica.

La formica si tinse con l’_henne_ e si fece le labbra rosse. Partì e

lungo il cammino incontrò uno sciacallo che le chiese:

— Dove vai? perchè ti sei tinta con l’_henne_? perchè sono rosse le tue

labbra e sei tanto profumata?

— Voglio maritarmi, — rispose la formica.

— Sposa me!

— Parla. Io ti conoscerò alle tue parole.

Lo sciacallo parlò; la formica rispose:

— Non fai per me.

Dopo aver lasciato lo sciacallo incontrò il grillo che le disse:

— Formica, mi sposerai?

— Parla.

Il grillo parlò e la formica lo sposò.

Sgozzarono un montone: con la pelle costruirono una tenda; con le tibie

fecero delle vanghe e con le coscie dei vasi.

Il grillo portò la farina. La formica cominciò a passarla allo staccio.

[Illustrazione: Un mercato a Kairuan.]

[Illustrazione: KAIRUAN. — La tomba di un santone.]

[Illustrazione: _Chadliia._]

[Illustrazione: Giovinetta araba.]

— Scuoti la polvere che hai su la testa, — le disse il grillo.

La formica scossò tanto forte che la testa si staccò dal busto e cadde

ruzzoloni.

Il grillo per il gran ridere crepò e morì.

Quando Salah ben es Sa’ad si è taciuto, il sole era già scomparso.

La piccola Jasmina.

Avrà sei anni forse. Ella non sa numerare il tempo alla sua vita;

quando le ho chiesto: — Quanti anni hai? — mi ha risposto: — Sono nata

da Alì ben Hamed, a Mohamedia.

La incontro tutti i giorni vicino a un arco moresco a Bab Djedid. Ella

è là e si balocca; o ride o passeggia grave. I primi giorni mi chiamava

_Khanâdja_ (signore); ora mi dice: — Addio!

Jasmina è nera, ha la pelle liscia come il velluto e il visetto tondo;

gli occhi grandi e sereni e una boccuccia di fiore. Se ride è un dolce

biancore sul suo viso; allora il nome di lei: Gelsomina, pare le stia

dipinto, chè sono gelsomini i bei denti serrati e gli occhi bianchi fra

le palpebre nere.

Se mi vede, sorride. I primi giorni mi guardava imbroncita con una sua

gravità di donna esperta che diffida dello straniero; ora appena appaio

in fondo alla via di Bab Djedid mi si fa incontro. Ha letto forse negli

occhi miei quanto io ami i bimbi; si è accorta che non saprei dirle

male parole, che non saprei guardarla con viso torvo; si è accorta

che poteva dirmi: — _Khanâdja_, dammi questo; _Khanâdja_, regalami un

fiore, un balocco, una moneta.

Jasmina ama i fiori come tutti i bimbi in tutto il mondo.

Non appena sbocco all’un capo della strada sento gli zoccoletti di

Jasmina, odo il loro busso affrettato sui ciottoli.

Se non la guardo mi segue, mi si pone al fianco, mi sfiora un braccio:

— Addio, _Khanâdja_....

E se non rispondo insiste. Una volta mi ha chiesto:

— Sei inquieto?... Che cosa ti hanno fatto le tue donne?...

Ella crede ch’io possegga un _harem_ con mogli e schiave circasse e

serve sudanesi.

Siamo diventati tanto amici che non lascierei trascorrere un giorno

senza passare, alla solita ora, per la via Bab Djedid.

Ella sa che debbo andarmene presto e mi chiede quando ritornerò e

quante settimane debbo viaggiare per giungere alla mia tenda lontana.

È figlia di una schiava. Verrà anche il suo tempo, quando il rapido

amore la farà sbocciare per trarla alla bestiale cecità di qualche

padrone. Il suo cuore che sa intenerirsi sarà fatto di selce allora.

Oggi le ho detto addio.

L’Hara (il Ghetto).

La sudiceria del quartiere ebreo a Tunisi è cosa che non ha paragone.

Non v’è luogo sulla terra che non abbia gente sudicia, ciò resta

inteso; all’estremo nord i contadini della Scania, ad esempio,

potrebbero gareggiare senza timore di perder la partita, coi contadini

delle nostre Calabrie i quali, nonpertanto, in tema di sporcizia godono

di una immeritata fama mondiale. Gente sporca, ce n’è per tutta la

terra e chi arriccia il naso nominando l’Italia meridionale segno è che

ben non conosce casa propria.

Ammetto come verità dimostrata quanto ho esposto sopra, ma conviene

aggiungere che nessun paese e nessuna razza può sperare di portar la

palma su gli ebrei di Tunisi. La loro sudiceria è una cosa iperbolica,

colossale.

Volevo percorrere il loro quartiere da vari giorni; oggi solo mi vi

sono azzardato perchè è sabato, è festa, e le donne fanno pulizia.

Avanziamo turandoci il naso; sarà prudente far ciò.

Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui.

Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata

da chi sa quali elementi. Meglio è non guardare; tirar diritto con

cuore risoluto.

Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre.

Il lerciume non ha avuto riguardi, nè pudori, nè titubanze: si è

esteso con bella franchezza dalle strade alle stanze; è salito dai

marciapiedi ai comignoli; ha accolto tutte le cose sotto il suo velo

pareggiatore. Una veste bianca pone una nota stridente fra tutto questo

grigio: stona, non è a posto, dispiace, direi quasi disgusta. Due mani

candide farebbero ribrezzo. È questione di far l’occhio, di abituarsi

ad uno stato di fatto, a una predilezione. Si vede tutto uguale, tutto

concorde in una mirabile armonia e si pensa: — Questo è un mondo

a parte: ha i suoi gusti, le sue tradizioni, le proprie preferenze

e conviene accettarlo tal quale esso è. Discuterlo significherebbe

diminuirlo.

E per diminuire il lerciume del quartiere israelita tunisino

occorrerebbero tutte le pompe a vapore di cui può disporre Londra e

forse non basterebbe. No, perchè si tratta di una veste secolare di

una qualità che non si ferma alla superfice ma che ha raggiunto l’anima

delle cose.

Oggi le donne fanno pulizia. Convien dire così perchè non si può

disporre di una parola diversa; converrebbe crearla per significare

esattamente ciò che fanno le donne ebree (tunisine) nel giorno

consacrato al riposo. Rinnovano la superfice, mescolano le varie

sostanze di rifiuto, le tramutano o le adunano su la soglia. Ogni

soglia è una concimaia; ciò è esatto. Può darsi che tale uso leggiadro

abbia una ragione; ad esempio quella di non invitare il passante

ad entrare; sarebbe la ragione opposta al _salve_ patriarcale. Una

soglia fetida non vi lusinga anzi è un invito a proseguire. Comunque

sia, la via è di tutti, ragione per la quale nessuno si sente in

obbligo di curarla, di rispettarla. Le cose di tutti sono sempre le

più disgraziate. All’infuori del _mio_ e del _tuo_ l’uomo non ci vede

chiaro e doventa un animale maligno. Parlategli del bene sociale ed

egli vi capirà solo allora quando potrà pensare di chiamarsi società.

In ogni uomo c’è un _Io-società_ e basta; più oltre c’è la tenebra.

Le astrazioni non hanno fortuna e, sotto un certo punto di vista, una

strada non potendo essere nè mia nè tua è una specie di astrazione.

Ecco perchè su la strada, nella strada e per la strada ogni cosa è

lecita. In questo quartiere, ad esempio, è diventata per comune accordo

uno sterquilinio.

A quando a quando certe zaffate come d’aglio stantio giungono non si sa

da dove; sono per l’aria; caratterizzano l’ambiente.

Tutte le porte sono aperte: sogguardo: ecco una fila di anditi

angustissimi, scivolosi, nerastri; un’umidità tenebrosa e puzzolente.

Sono lastricati? E chi lo sa? Le pareti furono un giorno imbiancate a

calce? Chi potrebbe dirlo? In fondo riluce qualche _patio_, qualche

cortiletto in cui la grigia giornata affoga malinconicamente in un

lungo sbadiglio.

Le donne si muovono, gridano, cantano, urlano. Assisto a frequenti

bisticci. È una razza irrequieta, nervosa e litigiosa; si accapiglia

con facilità, strilla che pare abbia di continuo le doglie del

parto. È affannata: un niente la fa montare in furore. Oh santa

pace! Come potrà prosperare il classico istituto della famiglia dati

simili temperamenti? È come una antropofagia intenzionale; se non si

mangiano in realtà, si consumano nell’ira, le quali cose hanno punti

di contatto. Vivono in tempesta; sono come legni che si cozzano in un

porto malsicuro.

Dalle finestre aperte, basse, difese malamente da griglie in isfacelo

mi giungono, quasi da ogni casa, simili concerti vocali: sono donne e

bambini, ragazzetti e fanciulle; ne deduco che il giorno festivo sia

dedicato di proposito a tale novissima esercitazione.

Un uomo mi sorride. È fermo sopra una soglia immonda come tutte le

sue sorelle. Lo guardo in viso, lo riconosco. Piccolo, grassoccio,

sorridente; affogato nelle ampie brache farebbe la fortuna di un circo

equestre. Si chiama Jacob. Da dieci giorni lo trovo alla _Porte de

France_ e da dieci giorni mi chiede imperturbato se sono disposto a

vendergli un paio di calzoni. La mia impazienza non lo ha scoraggito nè

punto nè poco. Una volta la sua petulanza è giunta a tanto, che mi si è

fatto incontro con le mani unite a giumella facendo risuonare le monete

che vi teneva rinchiuse per trarmi al mercato proposto.

— Buongiorno, signore.

— Buongiorno.

Con un gesto ripete l’offerta; ormai sa che non occorrono parole a

spiegare il desiderio che lo anima.

Gli dico:

— Accompagnami per il quartiere ebreo; fammi entrare in qualche casa;

avrai una buona mancia.

Jacob sorride e annuisce.

— Vieni con me.

Lo seguo. Si passa di vicolo in vicolo, ci si addentra per un laberinto

pantanoso e oscuro. Le case sono alte; il buio aumenta sempre più.

— Dove mi conduci?

— Non vuoi vedere una casa ebrea?

— Sì.

— Vieni. Vedrai delle ragazze da marito.

— E che me ne importa?

— Vedrai!...

Lo seguo docilmente; vedremo. Jacob è l’uomo dalle sorprese.

Si entra in un andito. Ci si fa incontro una donna immonda, dal volto

gialliccio, dalle mani giallicce. Quando ha parlato con Jacob tenta un

sorriso e si volge a precederci. Ha le calze rotte, un paio di brache

ampissime che le giungono alla caviglia, un giubboncello poverino, ma

tanto poverino che non copre nulla e, sui capelli grigi, una specie di

cono sul quale è appuntato un velo. Batte gli zoccoli sul selciato, si

sofferma ad una porta e, mentre la dischiude, parla in una lingua che

non intendo.

Dove si andrà? quale sorpresa ci attende?

Entriamo. Una stanza quadrata; alcune stuoie luridissime; due divani

lungo le pareti, un tavolo nerastro, qualche sedia zoppa; tale è

l’ammobigliamento.

Siamo immersi in una penombra spessa. La donna che ci ha accompagnato

scompare da un’altra porta.

— Ed ora? — chiedo a Jacob.

— Ora si aspetta.

— Che cosa?

— Le figlie di Debora.

— Per che farne?

— Per vederle.

— Sono tanto belle?

— No, sono grasse!

— Grasse?

— Sì, ingrassano perchè debbono sposare presto.

Non riesco ad orientarmi. O che si ingrassa per sposare? Quale concetto

hanno del matrimonio queste genti? Non risolvo il dubbio ed attendo;

quand’ecco che la porticina si riapre per lasciar passare Debora la

quale reca un lume a petrolio. La stanza ne è rischiarata. Trascorrono

altri dieci minuti; siamo seduti vicino alla tavola attendendo; si ode

l’acqua sgrondare.

La signora Debora dopo averci illuminato l’ambiente è scomparsa di bel

nuovo.

— Ma che fanno? — chiedo a Jacob.

— Si vestono. Vogliono farsi vedere nei loro costumi più belli. Ti

piaceranno.

— Ah!

Frattanto guardo le travi che sono nere come il pavimento; tutta una

architettura di tele di ragno ne riempie gli angoli.

La porta si riapre: un sussulto, un bagliore, un biancore inusitato:

ecco Debora ed ecco le belle figlie: l’una appresso all’altra, in fila

indiana.

Fanno due passi e si soffermano presso la soglia guardandomi; credo mi

abbiano sorriso, qualcosa è passato infatti sul loro volto enorme.

Resto stupito, inchiodato al mio posto, incapace di far parola.

Odo Jacob che mi chiede:

— Ti piacciono? L’una ha sedici anni e l’altra diciotto. Andranno spose

fra qualche settimana. Debora ha lavorato per bene, vedi? Sono fra le

più grasse del quartiere.

È vero è vero! Una pinguedine gialla, molle, traballante, gelatinosa;

qualcosa di informe, una specie di elefantiasi artificiale mi sta

innanzi. Quali campioni della specie! Tutto è cresciuto a sproporzione

deformandosi in una mostruosità bofficiona che desta ilarità e

compassione. Ogni linea ha superato le misure della verosimiglianza.

Le guance non si posson più chiamar tali, non sono guance anzi gotoni,

due sfericità sovrabbondanti che sopravanzano dando al volto un che

di badiale e di allegroccio che fa pensare a cose ridanciane. La

grazia della gola e la linea del mento scompaiono sotto una enorme

pappagorgia. Il naso è ridotto ad una coserellina minuscola, umilmente

inutile; la bocca si è arrotondita, costretta com’è a rimaner

dischiusa; assomiglia al becco del pesce palla. Il resto del corpo

non ha linea, è una deformità impacciata che stenta a muoversi e il

costume ne compie la grazia. Le solite brache fino alla caviglia e il

corsaletto e l’ampio velo che dipartendosi dal cono fermato sui capelli

si stende lungo tutta la persona a pareggiarla in una linea ancor più

goffa. Vedute di dietro in tal costume codeste giovinette da marito non

sembrano già creature ma otri fantastici, semoventi faticosamente fra

il brusìo delle vie popolose.

Nessuno dice parola.

Debora guarda con vivo compiacimento la sua pingue prole poi, a un

cenno di Jacob, le due grazie fanno una specie di inchino, si rivolgono

ed escono senza dir parola. Non ho udita la loro voce, non so, ma mi

pare debba essere sottile, eunuca, tremante. I grandi involucri hanno

talvolta sorprese simili.

Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e

i pochi passi faticati e le rotondità mostruose.

[Illustrazione: Una via di Susa.]

Quando siamo per la strada, Jacob mi dice che da quattro o cinque mesi

non escono di casa ma stanno rinchiuse di continuo in una stanza buia,

tutte intente a rimpinzarsi, a trangugiare, fin che resistono, certi

cibi speciali preparati ad arte dalla madre loro. Più ingrassano e

più sono certe di raggiungere il termine estetico verso il quale si

appunta il desiderio maschile. Per un ebreo tunisino una donna magra è

ripugnante; esso porta nell’apprezzamento della bellezza femminile gli

stessi criteri seguiti dai mercanti di certi quadrupedi commestibili.

Dio mi guardi dal voler adombrare con ciò la gentilezza di cotali

vergini ebree; dopo tutto esse non fanno che piegarsi alle esigenze

maschili, si deformano perchè ciò è necessario; debbono piacere, e si

sottopongono alla cura dell’impinguamento. Le ottentotte, allo stesso

scopo, si allungano le labbra per mezzo di dischetti, tanto da sembrare

mostruosi anatroccoli; le negre di Bengasi si infilano un corallo rosso

nel naso; le sudanesi cercano di avere i piedi enormi e via dicendo.

Non v’è cosa più insensata del desiderio umano, soggetto, com’è, a

deformazioni stravaganti.

— Vuoi vederne ancora? — mi chiede Jacob.

— No; mi basta ciò che ho veduto.

E si prosegue per viottoli sempre più neri, sempre più fetidi.

Incontriamo ancora donne goffe nei loro goffi costumi a colori

vivacissimi. Quanto più vivo e stridente è un colore tanto più sembra

bello. Non conoscono o non sanno apprezzare le sfumature.

Ma non sono tutte brutte codeste donne; qualcuna si salva e più

precisamente _le ridestate_, quelle che non seguono la macabra

tradizione.

Ecco Rebecca. L’ho veduta su lo sfondo di un piccolo patio nel quale

mormorava una fontanella. Era appoggiata ad una colonnetta bianca.

Vestiva di scarlatto. Era bella come le donne di Moab, come le vergini

d’Israel sotto i padiglioni lucenti. Bella d’occhi e di capelli e di

persona; il suo colore era quello dell’oliva quando il sole la feconda.

Per il silenzio di lei fioriva il Cantico d’amore, dato al Capo de’

Musici dei figlioli di Core, sopra Sosannim:

.... _Ascolta, fanciulla, e riguarda, e porgi l’orecchio: e dimentica

il tuo popolo, e la casa di tuo padre:_

_Ed il Re porrà amore alla tua bellezza_....

_E la figliuola di Tiro, ed i ricchi fra i popoli, ti supplicheranno

con presenti_....

Era pura come un mattino sul mare.

Le Tombe dei Santoni.

Poco distante dal _Suk_ dei profumi, entro il recinto dei mercati

coperti, una griglia verde fra colonne policrome, rosse e turchine

chiude l’accesso a un piccolo cimitero. È un quadratuccio di terreno

alto quasi mezzo metro sul livello della strada; vi cresce un’erba

rada e pallida poichè vi manca la luce. Ivi sono raccolte due tombe

quadrangolari che assomigliano a due arche, ma sono di legno, dipinte

in rosso ed in celeste ad archi moreschi. Vi riposano due santoni, due

saggi che vissero in santità e onorarono Iddio. Data la singolarità

della loro ultima dimora, vien fatto di pensare contengano ben altra

cosa che non poche ossa polverose, raccolte tuttavia negli ultimi

brandelli di un sudario. Arche sembrano, sì, ma arche nuziali, odorate

di spigonardo e d’ambra. La santità de’ buoni vecchi non basta a

inciprignire la gaiezza della loro dimora.

D’altra parte gli arabi non temono la morte e non la vogliono nera.

Non conoscono nè la tetraggine, nè la sfacciata volgarità dei nostri

cimiteri. Meglio è sorridere di una tomba anzichè ritrarsene con paura

o con disgusto. Una morte che si perpetui in un sorriso non è morte

compiuta. Noi, sì, ci annientiamo miseramente in un lugubre rituale,

per il nostro spirito misero, troppo misero di sole e di gaiezza.

Ho ripensato alle due tombe medioevali elevate a due legisti in una

piazza di Bologna, alte sopra sottili colonne gemine, circondate d’aria

e di luce, simili a un dolce nido sotto l’azzurro. Non so concepire

come il medioevo abbia potuto creare qualcosa di tanto sereno.

L’età moderna non ne comprese la bellezza quando negò a un suo grande

poeta una simile esaltazione.

L’anima nostra è ancora troppo oscura. Noi non amiamo i morti.

Ecco quattro proverbi che ho raccolto oggi da un vecchio, in un bagno

arabo:

Il diario di un viandante · 第 11 / 34 题