ALLE SOGLIE DELL’ORIENTE.

Tunes el bida.

Navighiamo da varie ore sul mare tempestoso che non si queta ma sempre

più infuria sotto la violenza del fortunale.

Sul castello di prua non sono che pochi marinari. Il ponte è deserto.

Dalle cabine salgono lamenti, piagnucolìi e spasmodiche maledizioni

dirette alla tormentosa danza della quale il mare ci gratifica da quasi

dodici ore. La notte è chiara, appena velata da nubi bianchicce che

il vento fa mulinare sotto la luna. L’Africa è in vista. Lontanamente,

sotto il bagliore diffuso del plenilunio, sorge e si profila contro la

diafanità perlacea del cielo notturno, una catena di piccole montagne:

è il capo Bon, l’estrema punta del continente nero. Una esigua catena

di monti aguzzi, i quali si inseguono a simiglianza di una sega:

null’altro sorge intorno a loro. La bassa costa si disperde nella

penombra. Più ci avviciniamo e più chiara ci appare la loro immagine:

hanno il profilo aspro; i fianchi scoscesi scendono quasi dirittamente

sul mare, acquistano, nel fioco barlume, come un lividore azzurrastro.

Li sorpassiamo. Si allontanano nel vuoto orizzonte rimpiccolendo finchè

non sembrano se non sette piccole vele sospinte alla deriva.

Ed ecco i primi fari della costa, ecco i lumi della Goletta; fra non

molto la laguna di _Tunes el bida_ (Tunisi la bianca), darà pace ai

sofferenti e a questo colosso che sbuffa e freme e scricchiola e trema

tutto, ruggendo allorquando le eliche escono inutilmente a turbinare

nel vento.

L’aria si è fatta serena, tutta serena dal levante all’occaso. Gli

ultimi fiocchi di nebbia scendono al mare, greggi disperse nella

solitudine del plenilunio. Il cielo è di un bell’azzurro saracino.

Come per l’incantesimo di questa pace improvvisa ogni lamento si tace.

Il vapore che ora procede lento e tranquillo nel canale che taglia a

mezzo la laguna, si anima poco alla volta di una vita inattesa; voci di

richiamo, voci di augurio, sospiri e risate sorgono da’ suoi fianchi.

Chi ha sofferto si rianima; chi si è taciuto, raccolto immobilmente

nella cuccetta in uno stordimento pauroso, nella vaga sensazione di

inerte e doloroso vaneggiamento che precede il male, balza dal proprio

rifugio, si riveste alla meglio, esce sul ponte a godere la frescura

dell’alba nuova. Appaiono a poco a poco volti pallidi e disfatti, visi

sinistramente accigliati che appena si riconoscono. Il ponte è denso

di passeggeri come al momento della partenza allorquando il vento non

faceva presagire burrasca.

Oltre gli argini diritti, che delimitano il canale, si distende la

laguna deserta della quale si intravede il vasto giro. Navighiamo

fra due albe: da un lato tramonta la luna e le acque sono tuttavia

animate dal suo chiaro lume; dal lato opposto l’alba solare dilaga

sempre più e spegne le ultime stelle. Le due luci si combattono; ad

un punto si fondono in una identica chiarità e _Tunes el bida_ appare

innanzi a noi fra acque e cielo. Non è più di un biancore sulla bassa

costa; un biancore indeterminato su l’azzurro. Ci raccogliamo verso

la prora, intenti al sorgere e al delimitarsi della visione lontana.

Trascorrono su l’argine velocemente i treni elettrici diretti alla

Goletta che abbiamo lasciato alle nostre spalle; è uno stridulo fragore

che sopraggiunge rapido e rapido si disperde fra questa immensità

tranquilla. Non una vela è all’orizzonte, nè una imbarcazione; tutto

dorme nella dolce ora del sogno. E noi pure sogniamo ad occhi aperti.

Ogni loquacità cade innanzi alla lenta apparizione. L’aurora si

invermiglia e dona all’azzurro dei cieli una prodigiosa profondità.

Quanto più cresce la luce tanto più si intensifica l’azzurro di questo

cielo orientale. Io lo vedo, più vicino alla terra, inarcarsi nella

gran volta del sole.

Ed ecco sorgere chiarissimamente su tale sfondo di magnificenza, di

cui l’arte moresca volle adorni i suoi tempii, ecco vivere e palpitare

sotto la luce nuova, la città bianca.

Sono terrazze, minareti, _cube_, palmizi, fiocchi di verdura e

lucentezze abbaglianti; linee squisite di grazia e di incantesimo.

Le terrazze si susseguono inalzandosi come in un’ampia e incomposta

scalinata verso il cielo; tutte bianche e tersissime, adorne di luce,

di null’altro se non di luce. Pare che l’umanità ne abbia fatto tanti

luoghi di contemplazione e di silenzio. La casa moresca si compendia

nella sua terrazza bianca, ricinta di bassi ripari, aperta all’ampio

orizzonte come l’anima del popolo che l’immaginò e la volle. Più in

alto rifulgono i minareti lanciati nel sereno. Fioriscono su dal bianco

sciame delle taciturne sorelle accesi negli smalti policromi ultimando

coi loro arditi fastigi la linea della città singolare.

Cupole e torri e fiocchi di palmizi sboccianti con la grazia di un

capitello oltre l’esile tronco diritto; tonalità bianche, verdi ed

azzurre fuse in un’ampia armonia, ecco la caratteristica più spiccata

di _Tunes el bida_.

Per un attimo ancora l’apparizione magica vivrà nel silenzio fra le sue

piccole alture, rilevata su lo sfondo di un cielo luminosissimo; per

un attimo ancora questo schiudersi dell’anima orientale ci apparirà

fra la quiete indisturbata dell’ampia laguna in un raccoglimento che

favorisce l’intima comprensione, chè il porto si avvicina e si avvicina

il tumulto. Le linee si amplificano, appare la città europea con le sue

larghe strade fiancheggiate da alberi. Gli edifizi pubblici che sorgono

attorno al porto nascondono a poco a poco la città araba.

Gettiamo l’ancora, le eliche si arrestano. Dalla riva si distaccano

e si spingono a gran forza verso il nostro piroscafo, piccole

imbarcazioni cariche di facchini arabi e sudanesi. Toccano il bordo.

La nuova folla, lacera e urlante, si slancia sospingendosi su per le

scalette, invade i ponti, ci attornia, ci interroga in francese, in

italiano, in dialetto siciliano, vuole strapparci a forza le valige,

vuole farci comprendere, mettendoci sotto il naso la targhetta col

numero d’ordine, che essa è autorizzata a fare ciò che fa, che nessuno

può proibirglielo, che dobbiamo cedere; e ci pigia e ci insidia e ci

calpesta sorridendo, balbettando, urlando, in un luccichìo di volti

neri, bronzei, ambrati, in uno svolazzare di cenci bianchi, rossi,

celesti, gialli.

Tale la prima manifestazione della vita indigena che viene ad

incontrarci e ci saluta.

Tunisi la bianca presenta a tutta prima una singolare ed inattesa

fusione della vita indigena e della vita europea. Percorrendo l’_Avenue

de la Marine_, l’_Avenue de Carthage_, l’_Avenue de Paris_, i magnifici

quartieri moderni, sorti in pochi anni per iniziativa dei francesi,

vi sorprende e vi disillude la mescolanza dei tipi e l’assenza del

carattere orientale che vi eravate ripromesso. Vi pare che la civiltà

prepotente abbia cancellato ogni traccia dell’antica città araba, che

tutto si sia livellato nel tipo comune alle grandi città europee.

[Illustrazione: El Djem.]

[Illustrazione: KAIRUAN. — La moschea del barbiere.]

[Illustrazione: Piccolo villaggio sul mare.]

[Illustrazione: Un incantatore dei serpenti.]

Qualche edifizio imita le linee dell’architettura moresca ma non riesce

a convincervi e vi fa l’effetto di una smorfia fuor di luogo.

Belle ed ampissime vie fiancheggiate da palazzi, caffè e negozi

sontuosi; frastuono di automobili, di tramvie elettriche, di

vetture, di carri, di carretti; il caratteristico brusìo della gente

affaccendata che va e viene e corre e si incrocia e parla ad alta voce,

ecco l’aspetto primo che vi stordirà lasciandovi un po’ disillusi.

Ma poco alla volta tale folla tumultuante non vi appare grigia ed

uniforme; anzi quanto più si prosegue tanto più vi si appalesa la

piacente varietà dei tipi e dei costumi e vi si manifesta la profonda

disparità di due razze, le quali non possono e non potranno mai

fondersi e comprendersi interamente.

La Tunisi nuova, la Tunisi moderna; chè quella araba, la vera, giace

più in alto, lontana dal frastuono, tutta raccolta nel dedalo delle sue

viuzze solitarie, la Tunisi moderna seduce il viaggiatore che vi giunga

nuovo, per il contrasto continuo ch’egli può cogliere di passo in passo

per le vie, nei caffè, nei negozi, ovunque si agiti la vita.

All’infuori dei Tunisini più evoluti (che qui chiamano i _giovani

turchi_) i quali vestono all’europea e per distinguersi dall’uman

gregge e render note le loro tendenze avveniriste calzano un berrettone

di astrakan; all’infuori di costoro e di gran parte degli ebrei, e

fra tutti non sono molti, la popolazione indigena ha mantenuto intatto

l’antico costume, o meglio la grande varietà dei costumi. Dai poveri

che vestono il _kadrun_, una specie di tonaca di rozzo panno, tutta

spalle e niente maniche, terminata da un cappuccio e adorna da cordoni

biancastri che ne seguono le giunture, ai ricchi che passano avvolti

nel loro ampio _burnus_, bianco e lucente, alta sul capo la _cecìa_

ricinta più volte dalla bianca benda che si chiama _kasta_, la varietà

si moltiplica, si espande, fiorisce nei colori, nelle forme, si fonde,

si completa in un quadro abbagliante che questo sole torrido vivifica

magnificamente.

Passano mori dalle gambe nude, i piedi scalzi, un paio di brache

bianche, un _kadrun_ su le spalle; recano ceste di violette, di piccoli

tulipani e vi offrono con garbo la loro mercanzia floreale, senza

sorridere, quasi compissero un gesto di estrema dignità; passano bimbi

seminudi, vestiti a volte da una sola camicia bianca, strappata in

varii punti, e vogliono lucidarvi le scarpe a tutti i costi (Tunisi è

invasa da un vero esercito di lustrascarpe indigeni); passano arabe,

nascosto il viso dalla benda nera, panneggiate nel loro _sifseri_

che è un manto il quale le avvolge tutte. Procedono lentamente e

silenziosamente, infilati i piedi in certe loro pantofole e rosse e

gialle e verdi. Passano ebrei dalla _dgebba_ azzurra e ebree nel loro

caratteristico costume, terminato da un cono: sono piccole, rotonde,

grasse, dal nasetto affogato fra due guance enormi. Camminano in fretta

ondeggiando come anatroccoli spaventati. Poi sudanesi spettralmente

lunghi, tanto più neri quanto più bianca è la loro veste. Quando ridono

pare facciano bella mostra di tutta la chiarezza che hanno disponibile

negli occhi e nei denti; quando parlano la loro voce gutturale ed

aspra vi fa l’effetto di un mugolìo squisitamente bestiale. Ed altri

ancora, infiniti altri in una cinematografia che non ha termine, che

vi abbaglia e vi sorprende. Sono beduini che giungono dalle campagne

poi che la carestia li sospinge; santoni _dervisc_ che vestono una sola

camicia, che hanno il capo scoperto attorniato da una selva irsuta di

capelli, gli occhi larghi e stupiti, il magro volto oscuro contratto

dalle sofferenze. Si appoggiano ad un lungo bastone, trascorrono fra la

folla senza guardare, senza osservare, tutti assorti nella loro follia.

E sono fanciulli che sospingono, gridando, un vecchio asinello; ragazze

che passano nel sole avvolte in un loro _sifseri_ vermiglio; teorie

di portatori mori e sudanesi che trascorrono offrendosi e cantando;

gente agiata che passeggia, annegata nella _kasciabìa_, specie di sacco

di lana con maniche cortissime, adorno e fioccuto come una bardatura

da cavallo; ricchi che sfoggiano manti verdi, celesti, paonazzi; è

una folla multicolore che si accorda, sotto l’azzurro cupo di questo

cielo di smalto, in una composta letizia, la quale non ha riscontro;

una folla grave, accigliata, solenne, dal portamento sacerdotale,

sdegnosa e indifferente per tutto quanto si agita intorno a lei, muta e

assorta in un secolare fatalismo. E, nella città moderna, ogni aspetto

della civiltà europea, della nostra vita quotidiana, impallidisce,

scompare di fronte a questo mondo ignoto che non possiamo intendere

compiutamente, che ci passa vicino sì, ma velato come il volto delle

sue donne dai grandi occhi di gazzella.

Tale è il primo aspetto di _Tunes el bida_ distesa nel suo

piano fiorente, coronata da minareti e da _cube_ fra i monti di

_Hamman-el-lif_ e i monti _Laguan_: una fastosità occidentale

sopraffatta dal carattere di un oriente che si mantiene intatto nel suo

taciturno mistero. Una fusione strana in cui vari elementi si mescolano

senza disperdersi, senza confondersi, senza originare l’uniforme gora

della vita nostra.

La nostalgia dell’oriente che aveva animato di singolari fantasie i

lunghi silenzi della mia prima giovinezza deserta, non mi aveva tratto

in inganno; ciò che vedevo nell’incerto sfondo di una lontananza

irraggiungibile ecco fiorisce innanzi agli occhi miei con tutta la sua

luce e il suo fascino occulto.

Mi allontano dalla Tunisi moderna, varco la _Porte de France_, entro

nelle piccole strade che precedono lo schiudersi della città moderna.

A poco a poco il frastuono si disperde, i passanti si fanno sempre più

radi, sempre più scarsi gli europei. Il passaggio è quasi insensibile,

ma ad un tratto mi accorgo di essere solo in una viuzza bianca,

inondata di sole, silenziosa come certe vie conventuali nelle nostre

città di provincia. Quattro archi moreschi susseguentisi inquadrano

lo sfondo di un’altra via la quale si disperde in una penombra

azzurrastra. In alto, dai muri bianchissimi, sporgono le _barmacli_,

le finestre protette da griglie fittissime attraverso le quali le

arabe guardano per la via senza essere vedute. Le piccole porte ad

arco moresco, dai battenti rossi e verdi lavorati ad arte, sono tutte

chiuse. Più su si elevano nel sole le terrazze. In fondo appare il

profilo gibboso di una _cuba_. Non si ode che il cinguettìo dei passeri

da invisibili giardini e, a volte, un altro cinguettìo più sommesso

attraverso le _barmacli_ chiuse nel profilo di un arco squisito o

lavorate come graziosissime mensolette sospese nell’aria ad accogliere

un nascosto tesoro. Un grido lento e nasale si avvicina:

— _El fakrun!_ (Le testuggini!)

Passa una vecchia scalza, sporca di fango, dalla faccia tatuata. Reca

su le spalle un sacco di testuggini. Le chiedo:

— Dove le hai raccolte?

— Nella foresta! — mi risponde e prosegue lanciando all’aria il suo

grido nasale, in attesa di qualcuno che voglia comprare le tarde bestie

tenute in gran pregio dagli arabi perchè portano fortuna.

Poi anche la voce di lei si disperde, è riassorbita dal silenzio gaio,

dalla raccolta solitudine pensosa.

La luce si fa sempre più viva, inonda le piccole vie bianche, pulite,

nelle quali permane un vago odore di muschio e di gelsomino, di incenso

e di rose. Ad un tratto sotto un arco più alto che si apre nel sole,

oltre l’ombra di una moschea, appare una giovane beduina. Potrà avere

dodici anni forse; è alta, sottile come il fusto del papiro, bruna come

la buccia del grano maturo. Porta sul capo e la sorregge col braccio

destro una grande anfora. È bella come la luce del suo deserto. Gli

occhi grandi e luminosi hanno una trasparenza gemmea.

Si chiama Khadija (la pura). La fame l’ha scacciata dai campi insieme

a tutta la famiglia sua. Hanno abbandonato la tenda per cercare in

città di che vivere. Non si lamenta, non impreca. Ad una piccola

fonte deterge i piedi scalzi e si allontana, e scompare nel sole,

silenziosamente.

Dagli invisibili giardini giunge il cinguettìo dei passeri che pare

culli il languore e la dolcezza stanca di _Tunes el bida_, l’estrema

città dell’oriente.

Il Mercato del Dolore.

Sono passato oggi dal _Suk_, il mercato coperto pieno di brusio e di

profumi.

In un angolo, alcune donne ammantate sedevano a terra, in fila lungo

il muro. Ognuna aveva innanzi a sè un mucchietto di cenci: vecchie

vesti, _sifseri_, veli sdrusciti. Attendevano il compratore. Vendevano

l’ultima loro miseria. Erano calme e rassegnate.

Un vecchio passava e ripassava agitando un incensiere nel quale ardeva

del benzoino. Incensava le povere donne per portar loro fortuna e

raccoglieva qualche soldo. Un negro, un po’ più lontano, intingeva

in un po’ d’olio raccolto sul fondo di una scodella, un pezzo di pane

ammuffito.

E le donne velate guardavano senza fiatare, senza invitare i passanti a

soffermarsi per offrir loro le vecchie vesti stinte, i veli a lustrini,

gli _sifseri_ vermigli. Avevano le mani piccole, bianche e scarne e gli

occhi solari lucevano dietro alle bende.

Si è fermato un vecchio, ha contrattato per lungo tempo, con una

giovinetta, uno sciamma cilestrino, poi l’ha gettato a terra e se ne è

andato ridendo.

A voce sommessa, dolcemente, senza ira nè dispetto, ella ha allungato

il braccio a raccorre la sua miseria derisa e ha mormorato:

— Pazienza, mio Dio!

Poi è ricaduta nel suo dolce stupore.

Il Santone.

Alle porte di Tunisi, fra i fichi d’india e le macerie, in un terreno

cosparso di rovi, di pietre, di buche e di immondizie abita un Santone.

È un uomo scarno, lacero, sporco, dai lunghi capelli azzollati, ridotti

a una massa compatta innominabilmente lurida.

Veste uno sciamma che non ha colore, che non ha età e lascia

trasparire, dagli innumerevoli strappi, il corpo macerato, ricoperto di

loja.

Cammina lentamente appoggiandosi ad un lungo bastone; è scalzo, ha lo

sguardo attonito, le labbra flaccide, il volto di un idiota. Non parla,

non sorride, non si guarda attorno, non si preoccupa del mondo più che

non si preoccupi del lerciume nel quale vive. Non so se tanta sporcizia

sia un segno della sua superiorità divina; forse sì, se si considera il

venerando rispetto dal quale è circondato.

Si chiama Mohamed; ha sessant’anni; è solo. Sua casa è un buco nella

terra; una tana come non ne hanno le volpi; vive sotto il sole e sotto

l’acqua; mangia quel che mangia: un fico d’India, un rosicchiolo,

una buccia di cocomero; cade sovente lungo la strada, e le sue cadute

si moltiplicano innanzi alle botteghe dei fornai, o ai venditori di

_kuskus_; allora la gente gli si stringe intorno; lo risolleva e lo

ammira.

Qualcuno sorride. Il popolo lo chiama: — Il giusto, il santo! — e lo fa

morir di fame.

Odia gli europei, gli infedeli contro i quali ha tentato di bandire,

molti anni or sono, una specie di crociata. Ora attende che Maometto

lo chiami. Non so se le divine Urì possano sedurlo; su la terra, a’

suoi bei tempi, ha odiato le donne e vuolsi ch’egli sia stato un padre

Origene dell’islamismo.

L’ho incontrato oggi nei dintorni di Tunisi. C’era un gran sole;

Mohamed, il santo, veniva lentamente verso me a capo scoperto.

Ad un tratto, da una maceria, è sbucata una frotta di ragazzi che si

è data a rincorrerlo e a lanciargli sassi. Mohamed si è rivolto; gli

occhi suoi si sono illuminati di repente, poi, levando il bastone, ha

gridato a gran voce:

— Possiate essere maledetti e sia maledetto il vostro seme e tutta la

razza umana....

Le quali parole, in bocca a un Santone, mi hanno fatto pensoso.

Un Funerale.

Questa mattina ho assistito a un funerale arabo. Passava per le vie di

Tunisi e le vie erano quasi deserte.

Era un piccolo feretro chiaro, portato a spalle da quattro uomini;

dipinto in celeste e lavorato ad arte graziosamente; traforato,

scolpito ma semplice; semplice come un fiore. Aveva, a sommo, una

ghirlandetta di viole: null’altro e, intorno, tutto l’oro del mattino.

Alcuni sacerdoti gravi ed austeri andavano innanzi salmodiando,

seguiva un brevissimo corteo. Non un volto addolorato, non un segno di

sconforto: portavano una morta, nel sole, verso una tomba bianca.

Ad una cantonata due operai siciliani si sono soffermati a sogguardare

e l’un d’essi ha mormorato:

— _Fimmena è!_

Poi hanno proseguito indifferenti.

Di repente una piccola beduina, avvolta in una hamla tutta azzurra,

è sbucata correndo da una via laterale; si è soffermata, incerta,

scoprendo il suo piccolo volto color delle selci poi si è gettata

prona, la faccia su la terra, e ho udito il singhiozzo di lei alto e

straziante.

Il diario di un viandante · 第 10 / 34 题