Ricreare letteratura degna alla nazione e la nazione a quella
ritemperare, fu a Vittorio Alfieri termine fisso di tutte le facoltà,
opera continua di tutta la vita. A questo indirizzò gli affetti
che ebbe da natura súbiti e veementi, educò la fantasia che volle
mostrare virilmente severa, ordinò i pensieri che nutrí generosi
nella splendida ira; e degli affetti, della fantasia, de’ pensieri
fe’ tale contemperamento, che ne riuscí uomo, scrittore, pensatore
novo ed eguale. Onde, tra le figure levigate e le cammuffate d’avanti
e dopo la rivoluzione, questo conte repubblicano ti spicca dinanzi
monumentale, come statua d’arte greca lavorata a’ bei tempi di Roma; e
su l’austera imagine sua, che imparammo fanciulli a venerare ed amare,
torna volentieri a posarsi l’animo, quando, giunti a quel punto della
gioventú dove comincia a conoscersi utilmente la vita, meglio ch’uom
vero lo crederemmo un fantasma della nostra adolescenza; fantasma di
tribuno o d’antico savio trascorrente alto e con isplendore all’intorno
per i tempi scuri e su’ mortali rimpiccoliti. Lo crederemo; se a
chiarirci ch’egli è vissuto non sussistesse l’eredità ch’e’ volle
lasciare all’Italia negli esempi della sua vita e negli scritti di
rima e di prosa. Ai quali ultimi ristampati in questo libretto dovendo
io come introdurre i leggitori prima dirò un motto del tempo e degli
uomini che quelli videro uscire. Cosí i geografi a meglio determinare
nelle loro carte la postura d’una regione segnano intorno con tócchi
lesti i paesi a’ quali confina. E veramente, come quei tócchi de’
geografi, i miei cenni saranno piú propriamente lineati che non
coloriti.
Togli dalle opere di letteratura scritte nella metà prima del
settecento un luccicar rado qua e là di trita pulitezza, e qualche
generosità di spiriti solitaria; tutto è uggia di boschetti parrasii
il restante, e sente il riscaldato de’ serbatoi dell’Arcadia. Nella
forma, barbarie; e non baliosa e rilevata come ne’ tempi di mezzo,
ma per soverchio di delicature tisicuzza e calamistrata: nel concetto
(se concetto s’ha a dire), vigliacchissima, schifosissima servilità.
In prosa; libri critici di gravità pesante e pur vani, trattati di
scienza imbellettati e co’ nei, dissertazioni di segretari e lezioni
d’accademici sopra argomenti da accademie; di quaresimali e di
predicatori, «Metastasi del pulpito», gran quantità, come d’elogi
d’uomini grandi riadattati e scamozzati, e d’uomini celebri di cui
niun sa che esistessero, e d’orazioni funebri in morte de’ padroni
graziosissimi. In rima; canzoni e sonetti per un duca che muore o per
un infante che arriva; poemetti per i funerali d’una duchessa o per
un viaggio di arciduchi o per un ereditario pur mo’ nato; complimenti
per gli onomastici e gli anniversari d’imperatori e imperatrici, dove
interloquiscono l’arciduchessina prima e l’arciduchessina seconda; odi
pindariche per principessine che vanno spose o si rendono monache.
Tutta cotesta letteratura ti pare uno stupido inno a uno statu quo
stupidissimo. Chi bene intenda, sola una voce ne esce; voce di greggi
belanti a’ pastori — Battete, tosate, scorticate a baldanza; traete le
bestie da vendere e da macellare; ma un po’ di stalla e di mangiatoia
sicura alle superstiti —.
«Codesti modernacci maladetti scrivono come se tutta Italia fosse una
galera e tutti i suoi abitatori tanti vilissimi schiavi», gridava, con
intenzione speciale alla lingua e allo stile, Giuseppe Baretti[215].
E il prete Parini, scrivendo al conte di Firmian, osservava:
l’oppressione della libertà fiorentina, lo scadimento della potenza
veneta, la tirannia degli spagnoli, la ipocrisia introdottasi nella
corte romana dopo la riforma, avere spento in Italia ogni sentimento
di gloria nazionale, ogni libertà pubblica di pensare: quindi avviliti
quasi tutti gli animi italiani; quindi servitú, mediocrità, barbarie
nelle lettere e nelle arti italiane: a ciò conferire anche i frati
pubblicamente insegnanti; non sapere i frati eloquenza che pur sia;
sapendolo, trovare il loro conto a non insegnarla rettamente; pur
volendolo, non potere, per i loro spiriti parziali che rompono la unità
e la conformità dell’instituzione[216]. E non pure con l’insegnamento
(tutto cosa loro), ma con intrudersi poco monasticamente nelle
accademie nelle case nelle conversazioni, spegnevano i frati ogni
buon gusto, ogni alto spirito comprimevano. Da coteste scuole ed
instituzioni de’ frati usciva una gioventú, mézza: materia formata a
levarne fuora cortigiani, impiegati, persone di qualità, accademici e
professori e poetini d’Arcadia. A’ quali tutti instituto letterario era
dissimular la natura, gli spontanei moti attutarne, pulire e ripulire
l’esterno, all’anima imbiancare e verniciare il sepolcro, schiacciarsi
al giogo e portarlo con garbata disinvoltura: onde piú ricercata la
contorsione che non la grandezza, piú il giro della frase ambizioso
che non la schiettezza vigorosamente nuda, piú la grazietta che non
la forza, piú la punta dell’epigramma che non l’affetto: obliato
il vocabolo paesano «ingegno», accattati di fuori i piú materiali o
facilmente spendibili o indefiniti «talento» e «spirito» e «genio».
Poi, queste «persone di qualità» e cortigiani e cavalieri, questi
professori e maestri e persone di «talento» di «genio» di «spirito»,
questi non uomini in somma ma crisalidi ed entòmati d’uomini, venivano
a sedere nelle accademie, messe sú due secoli in dietro da’ principi
per istaccare la letteratura dalla nazione e farne un commercio di
pochi a loro tutela. E nelle accademie proclamavano: essere molta parte
di lode piacere a principi e grandi: gli Orazi e i Virgili, gli Ariosti
e i Tassi, i Racine e i Molière non poter fiorire senza i Mecenati
e gli Augusti, senza i Medici e gli Estensi, senza i Luigi: d’altra
parte, soli i letterati fioriti in corte poter essere esemplari di
stile, di gusto, di letteraria creanza; barbari essere e scapestrati
e goffi gli Omeri e gli Eschili, i Lucrezi e i Danti, o tutto al piú
grandi d’ingegno, rozzi d’arte: il burbero Tacito e il bisbetico Gian
Giacomo chi può patire? adunque doversi cercare su tutto la protezione
de’ principi, e comporre tal poesia tal filosofia tal eloquenza da
piacere a’ principi, e le composizioni dedicare a’ principi.
Di fatto furioso fu per tre secoli il prosternarsi di filosofi e di
scrittori, dal Tasso al Metastasio, dal Galileo al Vico, dinanzi a
corone a tiare a mitre e a cappelli di cardinale. E che provenisse
dal prosternarsi lo seppero ben essi il Tasso ed il Vico. Al quale
ultimo il cardinale Lorenzo Corsini (poi Clemente XII), che gli
«avea compartito il sommo onore di ricevere nell’alta sua protezione»
la Scienza nuova, e «all’ombra della cui gloria assicurava il nome
suo»[217] Giovanni Battista Vico, non si degnò pure risponder motto del
pigliar egli le spese di stampa, come avrebbe desiderato il filosofo
povero: onde di cinquecento fogli che era da prima il manoscritto
della Scienza nuova fu con «aspra meditazione» ristretto ne’ dodici:
per il cardinale non restò che la Scienza nuova non si stampasse.
Pure i letterati seguitarono a dedicare. E raccolte e volgarizzamenti
intitolava con le frasi d’uso alle Eccellenze veneziane quel Cesarotti,
che poi scrisse i due libercoli della democrazia e del patriottismo, e
poi sonetti a Napoleone massimo e poi la schifosa Pronèa. Né pure un
Parini poté espedirsi dal far sonetti per le arciduchesse: e a nozze
d’arciduchesse cantava quel Cerretti, che quindi a poco in un’ode
imprecatoria ai monarchi d’Europa vantava «io solo forse tra i poeti,
io libero, io franco, tonai ne’ gravi modi d’Alceo fra un popolo
imbelle di schiavi»[218]. E Giovanni Fantoni; la cui musa verso il
90 «amava la plebe oppressa, odiava i tiranni», e nel 97 pregava che
«la libertà con erculeo braccio riducesse in polvere i ferrei troni
e calpestando i tiranni atterrasse i vizi»[219]; nell’85, scrivente
Alfieri il Principe e le lettere, questo Giovanni Fantoni faceva
una vera supplica in versi a Maria Carolina di Napoli, chiedendo «un
fertile campo un picciol tetto ove Flacco ebbe la cuna», e promettendo
di far sapere al mondo che la Maestà sua aveva «il core di Tito e la
virtú e la mente di Augusto»[220]. Pur tuttavia nulla ebbe l’Orazio
toscano (cosí lo chiamavano): e fu bene; ché il Fantoni, fatto poi
amatore verace e incorrotto di libertà, fu, quando Europa tutta
inginocchiavasi a Napoleone, de’ magnanimi pochi che si tenner ritti
fremendo, degno almen nella fine che lo avesse lodato l’Alfieri. Ma
supremo e impudentissimo rappresentatore di quel costume letterario
del settecento fu il Casti; che prima si godé alla corte di Caterina
di Russia, poi mise in canzone gli amorazzi dell’imperatrice e in
caricatura il cavalleresco Gustavo di Svezia per compiacere a Giuseppe
austriaco, su ’l quale morto sparse alla sua volta il ridicolo
di un’ottava famosa; all’ultimo ridottosi nel 92 all’ombra della
Convenzione diè segno d’animo libero con ammorbare delle Novelle
galanti l’Europa.
A questi tempi, e fra tali uomini il conte Vittorio Alfieri, nel 1775,
all’età sua di anni ventisette, meditava un tribunato letterario a
rinnovar la nazione; tribuna il palco scenico, tromba di riscossa la
poesia di Dante. Ma né l’Italia ha teatro, né il giovine conte ha pur
l’uso della lingua materna. Che importa? Ecco: ei si lancia al suo
fine con quella rapidità irresistibile con cui ha trascorso l’Europa
dall’uno all’altro capo, da Stockholm a Cadice; l’aggiunge con quella
impazienza di deviamenti con la quale nelle sue tragedie precipita alla
catastrofe. E in quattro anni non solo il poeta tribuno è compiutamente
formato, ma già s’apparecchia a discorrere nelle prose la ragione
filosofica del suo rinnovamento; e in otto anni ha finito di preparare
a sé la tribuna, all’Italia un teatro novissimo. Ora quale magia ha
egli trovato il giovane conte pur ora ignorante e «asino quanto ce
n’entra»?[221]. La magia l’ha trovata nel contemperamento de’ suoi
affetti d’uomo, della sua fantasia di poeta, del suo raziocinio di
pensatore.