Al nome e agli scritti di Vittorio Alfieri, il piú italiano degli
italiani dopo l’Alighieri e il Machiavelli, tre maniere di letterati
fecero guerra, impotente negli sforzi, miserabile negli sdegni: i
puristi e gli accademici che ogni bello ripongono nella regola e nella
parola, i novatori che solo veggono grandezza nell’insolito, i nemici
tristissimi d’ogni libertà e d’ogni progresso civile. Che se contro le
tragedie fecero mala prova, non riuscí vano lo sforzo contro le poesie
minori: le quali, benché generalmente si faccia professione di amare
e volere nell’arte la dignità e civiltà sopra tutto, rimangono pure
quasi obliate dagl’italiani. Di che, oltre il gridare che tanto han
fatto gli avversari dell’Alfieri e l’inclinare dei piú tra i leggenti
alla poesia molle e fumosa, è anche per gran parte cagione la mancanza
di una stampa accurata e non indegna, dove le si possano leggere piú
comunemente. Imperocché le edizioni originali e le piú autorevoli né
danno tutte e acconciamente raccolte le Poesie minori del Tragico, né
sono a ritrovare e comperare facilissime: brutte poi d’ogni scorrezione
e turpi nell’opera tipografica sono le posteriori ristampe, non
divulgate molto pur esse.
In questo volumetto, non inopportuno adesso che la poesia per tornare
non affatto inutilissima dovrebbe ritemperare gli animi dei leggitori
all’amore della forma parca e severa e a fortezza di pensieri e di
sentimenti, escono ristampate quasi che tutte le poesie minori di
Vittorio Alfieri: tutte ed intere le Satire, gli Epigrammi, la Etruria
vendicata: scelte le Rime ed il Misogallo.
Nelle Satire, pensate fin nel 1777, distese dall’86 al 99, è tutto
quello che l’Alfieri avea veduto e odiato e spregiato e deriso nella
vecchia Europa de’ tempi suoi, dai re fino alle donne: «e questo
letterario guerriero — scrive Silvestro Centofanti[208] — questo
tribuno Alfieri, che, invincibile nel sentimento sublime della sua
arte, vuole abbattere checchè si opponga al nascimento della vaticinata
civiltà, sono la forza che imprime una forma caratteristica a tutte le
satire». Le cause e gli effetti dei vizi vede acuto e profondo come
filosofo della scuola del Machiavello: quelli talora fulmina con lo
sdegno superbo del censore romano, talora perseguita co ’l sogghigno
amaro della commedia antica ateniese. E il fine politico di questa
nella satira alfieriana c’è tutto: satira la piú strettamente classica
e la piú larga ad un’ora nel concetto sociale che abbia l’Italia. Che
se ti piace considerarla per rispetto al tempo nel quale fu scritta,
la satira politica di Vittorio Alfieri è compimento necessario e quasi
ragione della satira cittadina del Gozzi e della aristocratica del
Parini; perocché dei vizi dell’uomo dipinti comicamente ed epicamente
dal veneziano e dal lombardo quella del nostro ti dà la ragionevol
cagione nei vizi delle leggi e dei governi, della educazione e della
filosofia; ed è insieme con le satire degli altri due documento per
la parte dei costumi utilissimo alla storia del secolo decimottavo in
Italia. La forma è tutta nuova e tutta propria: «paragonate (segue
a dire il Centofanti) queste satire con quelle dell’Ariosto, del
Bentivoglio, del Guidiccioni, del Nelli, dell’Adimari, del Soldani, del
Menzini, di quanti tra mediocri e cattivi ne scrissero fino a noi; e le
troverete dissimili da tutte, simili solo all’Alfieri».
Seguono pur nel concetto alle Satire gli Epigrammi: se non che,
mostrando essi talvolta piú che l’aculeo il precetto politico, tu
diresti che si piacciano allora a pigliare la forma della poesia
gnomica greca. Lasciò scritto l’Alfieri stesso nella sua Vita[209]:
«Io era intimamente persuaso, che, se degli epigrammi satirici,
taglienti e mordenti, non avevamo nella nostra lingua, non era certo
colpa sua; ch’ella ha ben denti ed ugne e saette e feroce brevità,
quanto e piú ch’altra lingua mai l’abbia o le avesse». E lo mostrò
ben egli l’Alfieri negli epigrammi suoi, non lepidi né graziosi, ma
rabbiosamente incisivi se altri ve ne ha.
Dopo le Satire e gli Epigrammi, dove l’Alfieri o fremente o
sogghignante ha ritratto il mondo esteriore del tempo suo, séguita la
Etruria vendicata; nella quale egli portò e ritrasse il suo ideale,
quell’ideale medesimo che informa tutte le tragedie
Incise co ’l terribile
Odiator dei tiranni
Pugnale, onde Melpomene
Lui fra gl’itali spirti unico armò:[210]
nella quale Alessandro e Lorenzino sono i due caratteri del
tiranno e del tirannicida che trovi poi moltiplicati nelle tragedie
dell’astigiano. Il che è ragionevole. Imperocché, molto al di sopra
delle partizioni scolastiche e delle teoriche sistematiche, hannovi
due grandi maniere di poesia, e per ciò due grandi famiglie di poeti
diverse. Avvi tal poesia che move tutta dal di fuori; per la quale
il poeta collocatosi come in mezzo al creato si fa specchio d’ogni
idea e di ogni forma, d’ogni intelligibile e di ogni sensibile; e
sereno, imperturbato, ne riproduce fedelmente la imagine: havvi altra
poesia che partesi affatto dall’interno, per la quale il poeta, in
vece di lasciarsi modificare dalle impressioni esteriori, quelle si
assoggetta, e dà loro l’interno abito dell’animo suo. I poeti della
prima maniera sono oggettivi, ed espandono largamente la loro poesia;
tale è il Monti: i secondi sono soggettivi e la ristringono intorno a
sé; tale è l’Alfieri. Il quale nato con un amore immenso della libertà
al modo antico, e vissuto in tempi in paesi e tra popoli dove non
potea tradurre quell’amor suo nell’azione, egli che nato tra i greci e
i romani avrebbe operato altissime cose, afferrò quel solo argomento
che aveva a manifestarsi; l’arte. E nell’arte sempre riprodusse se
stesso e il suo tipo; esagerato naturalmente, come quegli che non aveva
potuto appurarlo operando; dolorosamente ammirabile (e se la pigli
chi vuole con la «tirannofobia» alfieriana), come uomo che rappresenta
immaginando ciò che dispera, e non per colpa sua, di poter conseguire
in effetto. Tale è pure nell’Etruria vendicata; concepita e cominciata
a distendere nel bollore degli studi primi e della gioventú matura, nel
1778; proseguita a pezzi tra gli amori furiosi e i non meno furiosi
concetti tragici e l’errare inquieto di paese in paese. E questa
Etruria presenta in piccolo l’imagine di quella epopea mista, che sola
è possibile ai tempi moderni, e che fu tratteggiata fantasticamente
dal Byron e allegoricamente dal Leopardi: vi è l’elegia e la satira,
la tragedia e la commedia; il colloquio di Lorenzino con la madre e la
sorella, e il consiglio del duca Alessandro; l’apparizione dell’ombra
di frate Girolamo Savonarola, e il confessore del pio tiranno mediceo:
mescolanza che il grand’uomo non volle portare nel dramma.
Vengono ultime le Rime, quasi commenti alla Vita, quasi confessioni
del tragico: nelle quali Vittorio Alfieri mostra se stesso dinanzi
a’ suoi tempi rappresentati nelle Satire e negli Epigrammi, dinanzi
al suo ideale riportato nell’Etruria vendicata; e si mostra come
scrittore, come uomo, come cittadino e filosofo. Per lo che, lasciata
la partizione che se ne fece in altre edizioni, io credo ben dividerle
in Rime varie dove mostrasi specialmente lo scrittore, in Rime di
affetto ov’è l’uomo, in Rime filosofiche e politiche dove ragiona o
si commove il pensator cittadino: e, quando potei con certezza o per
induzione quasi sicura, segnai l’anno in che furono scritte, affinché
e a cui si ricordi della Vita e a cui piaccia di rileggerle insieme con
quella presentino esse gli studi gli affetti i pensamenti dell’Alfieri
in uno svolgimento continuo ed ordinato. Sotto il titolo di Rime varie
(che meglio sarebbesi detto di arte) raccolsi poche cose che l’Alfieri
compose a prova d’esercizio e di stile nei vari generi, e nelle quali
almeno per le materie egli non si diversifica molto dai poeti del tempo
suo: poche cose ma osservabili, come esperimenti di Vittorio Alfieri.
Le Rime di affetto si compongono di una canzone e di molti sonetti,
scelti i piú tra gli amorosi. E a chi le vorrà leggere con intenzione
non corrotta da giudizio anteriore piaceranno, anche dopo quelle del
Petrarca; e osserverà il modo del sentire e dell’esprimere diverso ne’
due poeti, anche dove il moderno vuol parere imitator dell’antico.
Tuttavia tanta è in alcuni la preoccupazione contro l’Alfieri come
poeta di sentimento, che parlando io con persona, pur gentile e
intinta di lettere, del pregio grande delle rime d’affetto di lui, mi
rispose non averle mai lette; d’altra parte saper bene che gli affetti
dell’Alfieri non potevano essere se non di testa. E sí che Cesare
Cantú, non alfieriano punto, credo io, diceva le cose dell’Alfieri
piacer sempre perché scritte con passione[211]: e Nicolò Tommaseo,
non molto amico pur egli al conte scrittore, consigliava una volta:
«Delle liriche potete scegliere dall’Alfieri (tra i sonetti amorosi
ce n’è di belli)»[212], e giudicava: «Delle sue liriche parecchie
vivranno perchè in esse è l’affetto e il linguaggio poetico»[213], che
detto dal Tommaseo non è poco. Sebbene assai prima Ugo Foscolo aveva
scritto: «Parecchi de’ suoi molti sonetti, benché abbiano poca musica
e certa trivialità di voci qua e là, possono ad ogni modo andare del
pari co’ piú lodati in Italia. Ma il mondo non vuol dare la palma ad
uno scrittore se non in un solo genere[214]». E parmi sarebbe stato da
desiderare che la scuola degl’imitatori del Petrarca, a cui è gran lode
essere stata chiusa da un Alfieri, si fosse incominciata da un ingegno
cosí nuovo e robusto; il quale altro avviamento avrebbe dato a quella
imitazione, che pure è parte elettissima della nostra poesia melica. Le
Rime filosofiche e politiche si lodano di per sé a chi ami conoscere
certi pensieri e giudizi dell’Alfieri sopra se stesso e i suoi tempi.
Nella scelta di queste ho piú che molto allargata la mano: solo le
veramente mediocri rigettai: le accennanti a fatti ed avvenimenti
accolsi tutte, anche dal Misogallo: nel quale hannovi pure assai cose
rettamente pensate, e fortemente, per ciò bellamente, espresse.
Si chiudono i sonetti da me accolti tra queste ultime rime con un vóto
santissimo e degnamente altero all’Italia.
Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui
Redivivi omai gl’itali staranno
In campo audaci, e non co ’l ferro altrui
In vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui,
Lor virtú prisca ed i miei carmi, avranno:
Onde, in membrar ch’essi già fur, ch’io fui,
D’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste
Spirato in me dall’opre dei lor avi,
Faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O vate nostro, in pravi
Secoli nato, e pur create hai queste
Sublimi età che profetando andavi.
Cosí Vittorio Alfieri, ripigliando in poesia il concetto ragionato
in vano dal Machiavelli ad una età, potente di armi, bandiva primo
l’impresa fatale a questa nuova generazione d’Italia, che, piú debole
dell’antica, pur doveva propugnarla fino a tre volte in meno di
cinquant’anni.