L’OPERA DI L. A. MURATORI

[_Opere_, XVI, 79-86].

..... E pure su quel primo aprire del secolo l’Italia parea dar

qualche guizzo, mal saprebbesi dire se degli ultimi spiriti della

vita vecchia o dei primi annunziatori della nuova. La Sicilia, dopo

centosettant’anni d’oblio, ripigliava il filo delle sue storie al punto

ove l’avea lasciato nel 1550. Giovan Battista Caruso (1673-1724),

cui Bacone aveva divezzato dalla filosofia scolastica e il Mabillon

indirizzatolo agli studi diplomatici, dava mano nel 1720 a una

_Bibliotheca historica Siciliae, seu historicorum de rebus siculis

a saracenorum invasione ad Arragonensium principatum collectio_

(Palermo, due volumi): comprende trenta documenti inediti e rari, tra

i quali compariscono la prima volta degli arabici. In Venezia, dove

sin dal 1648 si era pensato a una raccolta di scrittori delle storie

veneziane, Apostolo Zeno incarnava al fine il disegno nel 1721 con la

stampa degli _Istorici delle cose veneziane i quali hanno scritto per

pubblico decreto_, quando chiamato alla corte di Vienna ne commise

la continuazione al fratello Pier Caterino, che la condusse a fine

in dieci volumi nel 1722, con la intenzione, non però mai recata in

effetto, di far seguitare a quelli che eran delle cose edite altri poi

delle inedite. Il buono Apostolo nel lasciare l’Italia lasciava erede

il Muratori del suo grande giovanile disegno d’una raccolta storica

nazionale; e lo afforzò cominciata che l’ebbe, di consigli, di lodi,

d’aiuti, cedendogli quel che aveva adunato per sé, tra gli altri il

manoscritto della cronaca di Dino Compagni, prestandosegli assistente o

mediatore per la collezione dei testi.

*

* *

Quelle siffatte produzioni storiche erano state in Italia fin allora

come chi dicesse sporadiche, quasi fruttificazioni ritallite d’alcun

seme qui e colà sepolto d’una coltura anteriore o lasciato cadere

da uccelli migranti o trasportato a volo dai venti sopra alture

solinghe; il gran dissodamento, la gran seminagione, la gran fioritura

storica non era omai piú italiana: l’esempio, il motivo, l’impulso

ci veniva dal di fuori. L’Italia, fin che vide svolgere felice o no

la storia viva da se stessa o in se stessa, la contemplò, rapita nel

miraggio dell’antichità percossole in faccia dalla incessante magia

del rinascimento, come una prosecuzione, in necessarie permutazioni,

della storia romana; e la contemplò e se la rappresentò, a sé e agli

altri, con gli spiriti e le forme di quella: ciò che vi portò di nuovo

fu la filosofia pratica degli ordini statuali e una quasi divinazione

nella serie degli antecedenti e dei conseguenti; in che fu massimo

il Machiavelli: ma la scienza del fatto nessuno, salvo forse il

Guicciardini, la possedè o la curò, dei nostri grandi cinquecentisti,

contenti e superbi di quel loro filosofare acutamente sufficientissimo

e di quel loro narrare superbamente togato. Quando la storia neanche

avvenne piú in Italia, quando la energia dello spirito scattò fuor

del paese e delle sue contingenze, attratta o dal vampo delle guerre

civili o dal turbine delle agitazioni politiche tra le vicende di

Spagna, delle Fiandre, di Germania, di Francia, fino dall’ardenza

delle missioni religiose nell’Asia, allora ci fu una storia del

mondo straniero descritta da italiani su ’l disegno di quella del

cinquecento, e di quella del cinquecento piú scioltamente parlata

ma meno intensamente pensata: la concezione scientifica della storia

generale d’Italia, non che fare un passo avanti, arretrò. La Germania,

mossa dall’impulso della riforma, trascinata dal suo vertiginoso

circolamento d’erudizione, die’ un esempio vigoroso d’infaticabilità

nella compilazione dei grandi corpi di storia onde veniva a resultare

l’organismo de’ suoi secoli: compilazione che l’Olanda poi e

l’Inghilterra disciplinarono sotto una cotale scorta d’idee giuridiche.

La Francia diede l’altro grande esempio di compilazione della storia

nazionale sotto due idee direttive, politica e morale, con una dotta

costruzione e ordinazione degli istrumenti e del metodo. L’Italia

intanto eloquente nelle storie degli altri aveva perduto nella

propria la conscienza di se stessa: o meglio dallo smarrimento della

conscienza propria si era rifuggita nel cosmopolitismo della scienza.

La scienza fu il grande affare dell’Italia nel secolo decimosettimo:

su i termini del quale e nella metà prima del seguente, mentre gli

acquisti scientifici italiani passavano alle altre nazioni per essere

applicati ed ampliati, dalle altre nazioni, dalla Francia, dalla

Germania, dall’Olanda, passavano a noi gli esempi e gl’impulsi al

lavoro su l’antichità nuova, se mi sia permesso dire cosí, del medio

evo e su la storia. Gli esempi e gl’impulsi s’abbatterono tra noi, in

quello scivolante passo tra due età, ad uomini, dopo la disgregazione

del secolo diciassettesimo, rifatti in un ritorno sopra di sé, alle

idee filosofiche dell’antichità senza retorica, alle erudizioni del

rinascimento senza scolastica, alla giurisprudenza dell’impero senza

cavillazione; cioè a Giov. Battista Vico, a Lod. Ant. Muratori, a

Pietro Giannone. E cosí, mentre il Leibnizio recava i lumi della

politica nell’opera del raccogliere, e il Mabillon quelli della

diplomatica e della critica nell’opera del pubblicare, il Muratori

si accingeva ad applicare gli aiuti e gl’istrumenti riacquistati

all’Italia dall’uso degli stranieri, si accingeva ad applicarli a opera

nuova e nostra, i _Rerum italicarum scriptores_, il piú gran corpo di

storia nazionale che fosse fin allora pubblicato in Europa.

Segnati anzi tutto nettamente i limiti e le materie: croniche, istorie,

documenti, testimonianze di cose italiane dall’anno dell’era cristiana

500 fino al 1500, cioè dal principio del secolo sesto alla fine del

decimoquinto, cioè dall’oscuramento della letteratura e specie della

storia al massimo folgorare del rinascimento di tutt’e due. Tenuti

fuori cosí, ciò che era grossa parte delle raccolte germaniche, gli

storici del cinquecento, di cui la fama andava per tante lingue e

il racconto per tante stampe; ristretta l’ammissione degli umanisti

del quattrocento a soli gl’inediti e i men diffusi; restava comporre

insieme quanto fosse dato trovare sí a stampa sí per manoscritti,

e pubblicare o ripubblicare il tutto raffrontato co’ testi piú

autorevoli: ripubblicare, con le illustrazioni de’ primi pubblicatori

opportunamente rivedute e a’ lor luoghi emendate, il già pubblicato:

pubblicare novamente l’inedito con prefazioni e note brevi e concinne a

ripurgare il testo, a rischiarare i fatti, a somministrare le nozioni

di storia che potessero occorrere. Centosedici fra piccole e grandi

le scritture che il Muratori riprodusse da anteriori edizioni; ma ben

duemila tra diplomi, cronache, storie, poemi, statuti ei seppe trarre

da archivi di famiglie, di città, di vescovati, di monasteri, di

capitoli, non che da biblioteche pubbliche e private. Vero è ch’egli

ebbe a dolersi della insipienza e ignavia che invidiò la compiutezza

della raccolta; credo avesse in mente i Genovesi, i quali, _improvvida

sollicitudine et politico inani metu_, avevangli rifiutato fino il

raffronto all’originale del Caffaro, e i Lucchesi da cui non poté

ottenere una parte della cronaca di Giovanni Sercambi con la quale

integrare l’altra che l’Ambrosiana gli somministrava. Dei Veneziani

non disse parola: ma i fatti furono gli stessi. Le tre repubbliche

mostrarono di restare a dietro anche in questo agli altri miseri

governi della miserissima Italia; e si può di tutte tre ripetere ciò

che di Lucca scrisse un de’ suoi, Salvatore Bongi, nel pubblicare di

recente intero il Sercambi. «Una certa prudenza, che a noi in tanta

mutazione di casi pare ignobile timidezza, consigliava a’ cauti signori

di fare ogni opera perchè non si stampassero libri di storia paesana».

Ma non piú franco Vittorio Amedeo II di Sardegna lasciò cadere in

nulla le promesse due volte date, una dal ministro march. Del Borgo

(1721), altra da esso lui con autografo (17 aprile 1723) al Muratori,

anzi gli notificò d’aver fatto sopprimere una desiderata cronaca

di Saluzzo, «contenendo cose che non sono decorose né utili per il

nostro interesse». Al difensore delle ragioni estensi le porte della

vaticana erano chiuse: i signori milanesi, che presero l’accomandita

della collazione, le fecero battere da uno di loro: fu risposto, la

concessione de’ codici vaticani potrebbe parere trar seco una tacita

approvazione dell’opera per cui doveva aversi la piú gelosa riserva (10

aprile 1723). Dopo sí alto esempio non è meraviglia che il cardinale

Albani negasse al Muratori l’archivio di Nonantola di cui era abbate.

Codici e carte del Friuli gli furono sequestrati dalla boria saputa

del vescovo d’Ancira Giusto Fontanini, il quale, son parole di esso

Muratori, «dopo saccheggiati gli archivi di quella regione e fatte di

gran promesse a quei cittadini, voleva esser lui solo il restauratore

della storia friulana».

Torniamo a cose piú degne. Tra gli _Scriptores rerum italicarum_ una

novità furono, come non ammesse fino allora nelle cosí fatte raccolte,

le cronache volgari; volgari non pur nella favella onde la risvegliata

gente latina attestava il suo novello essere, ma anche nella nudità

delle cose che riferivano. «Quella stessa semplicità — notava il

dottissimo raccoglitore con avvertimento che sa d’una critica nuova —,

quella stessa semplicità e popolar forma del descrivere che succedesse,

ha il suo pregio; non vi scorgi arte e colori da infoscare la verità,

e vi occorrono minuzie che ingegni maggiori avrebbero saltate e pur

c’interessa conoscere». Non prevenne la critica nuova, anzi osservò

la rigida secchezza del suo secolo, in altri casi, quando alcune di

quelle piú grosse cronache sí volgari sí latine, movendo il racconto

da Gesú Cristo e anche da Adamo, ripetono e ricopiano, con tramettere

di favole e di leggende, ciò che si può avere ben altrimenti puro da

altre scritture. «Di tali cronache è da accogliere e può poco o molto

conferire alla nostra erudizione ciò che scrivono del loro secolo o

degli scorsi di recente: in ciò sono da consultare, e, se non ostino

migliori documenti, in ciò quei poveri scrittori meritano la medesima

fede che prestiamo agli altri maggiori». Cosí pensava e scriveva

il Muratori; e le mutilava, senza pietà, delle parti vane: fiabe e

leggende non lo allettavano a cercarvi sotto nulla.

Queste le massime e le norme che L. A. Muratori si propose e tenne

nella sua grande raccolta.

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