[_Opere_, XVI, 135-138].
La storia italiana nella metà prima del secolo XVIII potrebbe per
certa guisa assomigliarsi al quarto atto d’un dramma: tutto ciò che
è annunziato preparato e svolto negli atti anteriori, si ravvolge di
nuovo, si mescola e intralcia. Nell’atto quinto, cioè nella seconda
metà, fuor di metafora, tutto ciò che dell’antico sistema politico e
della vecchia società rimane, precipita o accenna a precipitare, per
dar luogo a un nuovo ordine di cose. Non però che in questo mezzo lo
spirito e il pensiero italiano sia retrocesso o eclissato: il costume
si è, pur troppo, guasto, e depravato e abiettato il sentimento; ma
l’ingegno nella terra di Dante, di Michelangelo, di Galileo, piú
veramente che non il sole nei regni di Carlo quinto, non tramonta
mai. Nel secolo XIV il lavoro artistico fu toscano: e quando nel XV e
XVI allargandosi alla penisola divenne italiano, toscano pur sempre
rimase il motivo, toscane eran le forme, o almeno eran quelle dai
grandi scrittori toscani consecrate. All’opera del Rinascimento le
altre popolazioni italiane conferirono co ’l latino o con l’elemento
volgare: nella forma e nell’anima letteraria serbarono quasi sempre
la impronta toscana. Del secolo XVII, la prosa, e per nuova infusione
scientifica galileiana e per l’abituale e meglio regolata imitazione
classica, è pur sempre toscana; ma la poesia, movendo dal Tasso e
sbizzarrendosi co ’l Marino, apparisce meridionale. E meridionale è
nella metà prima del sec. XVIII l’Arcadia: il cui solo vero poeta,
e il maggior poeta italiano dopo il Tasso e dell’Europa in quegli
anni, Pietro Metastasio, fu tale perchè serví, innalzandola co ’l
suo magistero a rappresentazione estetica per eccellenza, serví a
una condizione e necessità dell’arte nostra pronunziata e presentita
dal secolo XVI finiente, l’idealizzazione cioè della poesia con la
musica nel melodramma; che fu l’opera tipica del settecento e l’ultima
forma poetica d’invenzione italiana, e terminò con la perfezione
nell’_Attilio Regolo_ dato al teatro imperiale di Vienna nel carnevale
del 1750. Ma la metà prima del secolo XVIII, al che non avvertono i
superficiali esploratori della storia letteraria non veggenti oltre
l’Arcadia, fu anche tutta occupata dal gran lavoro della dottrina
critica intorno alla storia e al giure, alle origini alle instituzioni
e alle leggi, alle costumanze e alle lingue, che promosso nel secolo
XVI dal Sigonio e da Vincenzo Borghini, emigrato nel XVII in Germania
e in Olanda, rimpatriava originalmente ed eminentemente italiano con
Giov. Vincenzo Gravina [1664-1718], G. B. Vico [1668-1744], Lod.
Antonio Muratori [1672-1750], Scipione Maffei [1675-1755], Pietro
Giannone [1678-1748]. Quali uomini e come immortalmente moderni!
Il Vico rivelava la divinazione e la scienza dell’istorie alla Germania
per mezzo dell’Herder e alla Francia per il Michelet, e rilegasi al
Risorgimento nostro per lo scritto piú omogeneo di Giuseppe Ferrari.
Il Gravina trasmetteva al Montesquieu la massima fondamentale «La
riunione di tutte le forze particolari costituisce lo stato politico
di una nazione: la riunione di tutte le volontà ne costituisce lo stato
civile». E il Maffei, un de’ primi evocatori delle arti antiche, un de’
primi affrontatori de’ problemi medievali e un fiero abbattitore delle
ultime medievali superstizioni, osava presentare al consiglio de’ Dieci
una proposta di riforme che forse avrebber salvo il Senato di Venezia;
in vano. E il Muratori, non pur dava all’Italia con la sua storia
l’avviamento dell’avvenire, ma dava severi moniti alla Curia romana su
le rapacità e iniquità sue e savi consigli al suo duca di buon governo
ed economia. E il Giannone, rivendicatore della podestà civile, vittima
egli di due despotismi, finiva con parola e mente romana vaticinando
a casa Savoia, che lo teneva prigione, i destini futuri mercè la
disciplina e la tradizione dell’armi.