Primo scrittore di ecloghe, primo Tirsi dell’Arcadia nuova in Italia,
fu Dante, a istanza d’un romagnolo, o d’onde altrove si fosse Giovanni
del Virgilio. E dopo Dante abbondano ecloghe latine per tutto il
secolo: le mal tribuite ad Albertino Mussato, e che potrebber essere
d’un poeta aulico, lombardo o veneto, dei Visconti: le molte, e alcune
veramente belle, del Petrarca e del Boccaccio: le ancora inedite di
Giovan de’ Boni aretino: le otto che avea composte Coluccio Salutati.
Tutte a dialogo; e i loro poeti, passando oltre, o anzi ignorando i
_cuculi_ del venerabile Beda e d’Alcuino, tornaron diritti a Virgilio
e un po’ a Calpurnio; e, se di Virgilio non appresero la suprema
eleganza, assunsero al piú alto e austero concetto di verità la
forma allegorica, per mezzo la quale credevano esser passata la voce
della Sibilla annunziante Cristo nato. Di Teocrito non seppero che
per udita e non lessero che per citazione. Quell’ecloga nell’_Ameto_
del Boccaccio, ove cantano in gara il pastor siculo Acate e Alceste
pastore arcade, adombra ella da vero, come un dotto e ingegnoso uomo
avvisò[108], la differenza, qual vedevala il medio evo, tra l’idillio
teocriteo reale e l’allegorica ecloga virgiliana? Anche se no, esso il
Boccaccio nell’epistola dichiarativa della sua bucolica[109] affermava
che Teocrito nulla intese oltre quello che la corteccia delle parole
dimostra, ma Virgilio asconde sotto la corteccia piú sensi. Cosí le
ecloghe latine del Trecento ricuoprono dell’involucro pastorale o
avvenimenti personali degli autori o grandi fatti della storia politica
e religiosa dei tempi; e Francesco Petrarca ribattezza Mition il
pontefice Clemente V e dà del Panfilo a san Pietro, che il Boccaccio
chiama invece Glauco, e chiama Dafni l’imperatore Carlo IV. Che resta
dunque l’affermazione di Francesco De Sanctis a proposito del Tasso e
del Guarino, che l’ideale poetico posto in un mondo pastorale rivela
una vita sociale prosaica e vuota d’ogni idealità? Cotesti trecentisti,
anche Dante, anche il Petrarca, ai quali certo idealità non mancavano,
andarono a cercar la poesia nel _mondo pastorale_, come gli estetici
direbbero con espressione né filosofica né italiana. Ma perché? Per due
ragioni, imagino io: una sociale e una letteraria. Non ne potevano piú
di quei baroni e cavalieri, epici quanto volete nelle canzoni di gesta
e nei romanzi, ma rozzi e brutali nella vita; di quei frati e monaci,
santi quanto volete nelle auree leggende, ma abbuiatori e accidiosi e
un cotal po’ ancor puzzolenti; di quei cittadini, valenti e magnanimi
nelle croniche, ma di picciol animo in fatti e ringhiosi e ignoranti;
e si rifugiavano nella libertà fraternità egualità dell’Arcadia.
Nell’arte della poesia sentivano mancarsi qualche cosa, la forma
drammatica; e disdegnando cercarla nelle laudi e ne’ misteri né osando
ciò che il Mussato, crederono trovarne un’apparenza nei dialoghi
dell’ecloga.
Quanto invalesse tuttora nell’arte anche pastorale del Trecento
l’allegoria, lo mostra Giovanni Boccacci nell’_Ameto_. Composto del
1342, quando il ventottenne amante di Fiammetta dalle voluttà di
Napoli si fu restituito alle bellezze di Firenze, l’_Ameto_ vorrebbe
essere in principio un’opera uscita tutta classica dai recenti studi
latini. Giocondo rivelatore di forme e apritore di nuove fonti alla
poesia, messer Giovanni dà qui il primo esempio del romanzo pastorale
misto di prosa e di versi; e nei versi deduce primo l’antica ecloga
dall’esametro latino a mormorare scorrevole pe’ freschi e molli
canali della terzina; e in questi versi la purità del Trecento e la
peregrinità classica si assorellano ingenuamente tanto che no ’l
potranno sentir mai né capire i giudicanti stranieri e tali altri
nati e cresciuti a essere tuttavia stranieri. La _commedia delle
ninfe fiorentine_, come s’intitola l’_Ameto_, pare in principio
un’opera del giorno: l’azione è nei dintorni di Firenze; e i templi
s’intendono chiese, e le feste son sacre. Le donne, alcune co’ nomi
che infioreranno poi il Decameron, sono, s’intende, tutte belle; e le
descrizioni delle varie bellezze, fatte lungamente secondo gli schemi
dei romanzi, riescono a essere piú raffinate e provocanti che non le
simiglianti della maggiore opera. Tutte innamorano il rozzo Ameto, e
tutte hanno i loro amori, non coniugali, ma, in onta del coniugio,
conducenti a perfezione; e di quegli amori si contan le storie, e
anche del padre e della madre del Boccaccio che è detto Caleone, e
dell’amata Fiammetta, con intermezzi pastorali e descrizioni naturali.
Tutto va bene, in pieno classicismo, in calda e rosea sensualità di
primavera toscana, fino a un certo punto, quando a un tratto tutto
muta. L’idillio è la visione del canto vigesimonono del Purgatorio:
le sette ninfe fiorentine sono l’umanazione delle virtú teologali e
cardinali, _Noi sem qui ninfe e nel ciel siamo stelle_; ed Emilia, per
esempio, è la famula di Diana, la quale è la Giustizia; e Fiammetta
è la sacerdotessa di Vesta, la quale è la Speranza; e Lia è sotto il
potere di Cibele, che è la Fede. E finisce con l’apparizione di Venere,
che è la Carità: alla cui luce Ameto si trasforma e diviene perfetto.
Come del romanzo pastorale, cosí il Boccaccio fu autor primo del poema
pastorale. Tutto l’opposto dell’_Ameto_, che move dalle circostanze
reali per metter capo alle allegorie teologiche, il _Ninfale fiesolano_
move dal mito preistorico per riuscire alla vita reale del Trecento:
comincia dal coro di Diana che scorre i monti dove poi Atlante
fonderà Fiesole, segue con le fantasie ovidiane delle ninfe converse
in ruscelli dai noti nomi, e riesce alla rappresentazione viva della
passione umana e degli affetti domestici. Mensola che si rimorde del
fallo; Giraffone (è già nel nome l’urto della nuova rusticità con
le leggiadrie mitologiche) che recasi su le spalle il cadavere del
figliuolo mortosi per amore; la vecchia ninfa che presenta a’ due
genitori orbati il fanciullino nato dell’amore punito da Diana, paiono
creazioni moderne e sono dell’antica verità eterna; e l’idealità mitica
pastorale finisce con la realità sociale politica, che abolisce il rito
di Diana, marita le ninfe e fonda la città. E il poema liberandosi
quasi súbito dalle fasce dell’idillio distendesi a scendere naturale
con una favella e una verseggiatura limpidamente rispecchiante le cose
nell’intimo della verità semplice che non urta né offende. Non mai il
Boccaccio fece meglio in versi, e di rado la pastorale italiana fu cosí
poetica.