Della poesia pastorale gli antichi (intendo oramai soltanto greci e
romani) non ebbero che una forma, l’idillio o l’ecloga: il romanzo
pastorale misto di prosa e verso, la favola pastorale drammatica, sono
produzioni italiane derivate e _composite_. Ma composite come? o come
derivate? Dopo tanta sazievolezza d’Arcadia, la poesia pastorale venne
giustamente in uggia: ma questa non è una ragione per discorrerne
leggermente e a traverso, disprezzando. Il critico, o, meglio, lo
storico letterario non deve disprezzar nulla: ogni manifestazione dello
spirito umano nell’arte del verso e della prosa va studiata, esaminata,
spiegata con rispetto; massime quando v’han cooperato una serie
d’ingegni molto superiori al volgo dei critici. Però del passaggio
e svolgimento della poesia bucolica in Italia chiedo il permesso di
raccogliere in breve quel tanto che mi occorre al soggetto.
Gl’idillii di Teocrito erano, come suona il vocabolo, imaginette o
bozzetti di caratteri e scene non pur tratti dalla vita dei bovari e
pastori, ma dei pescatori, dei contadini, della plebe e cittadinanza
minuta della città di provincia. E in questa larghezza nella piccolezza
è il gran valore di Teocrito, che fu certamente nell’età alessandrina
il maggiore se non l’unico poeta; e disegnava dal vero, superiore
al reale soltanto quando la visione passando per il filtro della
concezione poetica prendeva l’impronta dell’arte. Ma non pare esatto
ciò che fu ultimamente supposto, che il dialogo sia piú frequente
nell’ecloga posteriore che nel primitivo idillio. Il dialogo fu
sempre la forma prediletta, perché naturale e necessaria, della poesia
bucolica. Dei ventisette idillii di Teocrito i veramente bucolici sono
undici; dei quali, nove a dialogo e due monologhi rappresentativi.
Oltre il dialogo propriamente detto prevale nell’idillio bucolico di
Teocrito il canto amebeo e l’intercalare: ultimo testimonio questo d’un
qualche attacco alla poesia popolare, se non di provenienza diretta:
indizio quello d’una tendenza primordiale al dramma. Tendenza, perché
in fondo la sostanza è racconto: racconto, non del fatto eroico,
sebbene qualche volta del mitico sí, ma specialmente dell’amore o
d’altra minor passione o tenue avvenimento. Né, oltre il racconto,
manca all’idillio un certo fondamento epico: Dafni, il primo pastore,
il figlio di Hermes e della ninfa ignota, è per questa poesia ciò che
per l’epos propriamente detto l’eroe: di piú epica è la verseggiatura,
l’esametro. Sicché l’idillio bucolico viene ad essere un genere misto
tra drammatico ed epico: se non che il movimento e fervore del canto
nella passione lo fa anche lirico. Finalmente, la poesia bucolica,
sorgendo sempre di mezzo a un’età raffinata, aspira e prosegue almeno
esteriormente l’idealità d’una vita semplice e pura, che essa cerca di
restaurare nella rappresentazione dell’idillio: indi l’espressione o
l’atteggiamento sentimentale, che vedesi a pena in Teocrito, si rileva
in Virgilio, cresce poi sempre fino alle caricature di Gessner.
Con Virgilio il poeta entra personalmente nella rappresentazione
bucolica, e v’introduce argomenti e trattazioni che paiono meno acconci
a quel genere. Il che non solamente Virgilio fa esponendo con molta
poesia nel Sileno un sistema filosofico e dei mitici colori adornando
nella quarta ecloga e nella decima l’ambizion di Pollione e l’amicizia
di Gallo, ma anche nei colloqui e nei canti e nelle querele de’ pastori
adombra e ritrae i tristi effetti delle guerre civili e i lieti delle
riparazioni di Mecenate e Ottaviano. E chi può risolutamente negare che
il Dafni della quinta sia Cesare?
Tale passò Virgilio co’ suoi imitatori Calpurnio e Nemesiano al
medio evo; all’età vaga dell’oscuro e del sottile, all’età mistica
e scolastica piacendo sopra tutto per ciò ch’ella credea vedere e
intravedere nelle figure dei pastori e sotto i veli dell’allegoria.
Cosí l’academia carolina del secolo ottavo, che prima diè l’esempio
d’imporre nomi etnici a persone cristiane, e le sue erano tedeschi
o britanni, mandava con Angilberto-Omero ecloghe-epistole all’onor
di Carlo e di Pipino, cantava con Alcuino-Flacco cuculi e Coridoni
allegorici, cantava con un Nasone in due proprie ecloghe virgiliane
l’alto Palemone che dalla rinnovata Roma domina i regni; e solo in un
_Conflictus veris et hiemis_, o del venerabile Beda o di un discepolo
d’Alcuino che sia, trovava l’accomodamento della natura e della
tradizione germanica con la forma latina. Cosí la poesia monastica dei
secoli decimo e undecimo faceva di Fille e Galatea velame ai lutti
delle abazie vedovate, e nella _Bucolica quirinalium_ di un Metello
benedettino [circa 1160] alternava in dieci ecloghe vóti, punizioni e
premii di Melibei e Titiri e del nuovo santo Quirino[107]. Da allora
incomincia il vocabolo e il concetto allegorico dell’ecloga, quale
durò fino al Rinascimento. _Idillio_ ed _ecloga_ son denominazioni
che rimasero alle due opere bucoliche di Teocrito e di Virgilio; ma
quanto felice la prima, altrettanto impropria e non rispondente la
seconda, che in somma vuol dire «alcune cose scelte da molte piú»; e
forse il grammatico, che primo l’appose, congetturava o sapeva d’una
scelta fatta da Virgilio tra le sue _bucoliche_: ché tale è il termine
proprio a questa poesia nell’antichità greca e romana. La denominazione
d’_ecloga_ invalsa nell’epoca carolingia fu propagata anche alle
poesie descrittive e alle giocose, ma piú specialmente significò le
rappresentative pastorali. Cosí l’usarono i poetanti in latino del
nostro Trecento, e cosí venne alle lingue nuove latine.