[Dallo studio _Musica e Poesia nel mondo elegante italiano del secolo
XIV — Opere_, VIII, 301-303].
Che nel secolo decimoterzo fossero musicate anche le canzoni di lunghe
stanze, quelle a cui Dante volea riserbato il volgare altissimo e lo
stile tragico, esso Dante ce ne fa fede nel Purgatorio[22], ove induce
l’anima di Casella a ricantargli la seconda canzone del Convivio
com’egli l’avea in suo vivente armonizzata; e il Boccaccio e Giovanni
Fiorentino su ’l finire di ciascuna giornata dei loro novellieri ci
attestano, che pur lungo il secolo decimoquarto seguitavasi nelle
brigate gentili a cantare le ballate di piú stanze. Ma a quella forte
e severa generazione che nacque tra la battaglia di Benevento e i
Vespri siciliani, che crebbe tra le memorie dei vecchi ghibellini
di Federigo secondo e gli esempi de’ guelfi che rifacevano il popolo
nuovo, altre generazioni succederono, piú mobili e leggere, piú fini
e polite; e venne meno quell’ideal rapimento di gioventú sobria e
verginale, quella lucida tensione ed elevazione di spiriti, quella
quasi estasi intellettiva che produsse le canzoni di Dante e certe
opere d’architettura. Come alle grandi arcate di Arnolfo successero
le piramidi e le nicchie di Giotto, cosí alle volte delle canzoni
di Dante, che abbraccian tant’aria su quelle loro quasi colonne di
tutti endecasillabi, successe l’armoniosissimo intreccio delle volte
del Petrarca variate di endecasillabi e settenari. Gli effetti della
poesia scemarono volgarizzandosi; e la gente elegante, guasta anche
allora un cotal poco dalle costumanze di Francia, cercava il grazioso
e col grazioso il piccolo. Ché, se bene giullari e uomini di corte
ricorressero al Petrarca chiedendogli delle cose sue e si facessero
grassi e ricchi del cantarle per le sale e le piazze d’Italia, non
trovo però memoria, che veruna canzone o del Petrarca o di altri
fosse, come allora dicevasi, intonata, o, come diremmo noi, messa
in musica; le ballate sí, i madrigali e qualche sonetto. Le ballate,
quelle specialmente di sola una stanza, e i madrigali; alcuni mottetti
e cobbole; parecchie canzonette o rondelli francesi; ecco in Italia
il soggetto e la materia della musica profana per tutto il secolo
decimoquarto.
Che differenza sentisse e intendesse già il trecento fra la poesia
musicale e quella per certo modo piú seria o piú grave, lo dichiarava
Franco Sacchetti in un sonetto «contro a uno che volea che sue rime
filosofiche e sottili fossono intonate» e quelle di Franco spregiava.
Ben che io senta in me poco valore,
I’ pur conosco il dir sí come e dove
Ne gli tuo’ versi viene, et a che prove
Segue l’effetto che tu tien’ nel core.
Se tu in filosofia se’ dicitore,
Le tue rime convien che mandi altrove,
Cioè in parte ove risuoni Jove,
Teologia mostrando il suo valore;
O in canzon morali il dir tuo sia,
Perché d’alta matera, a ’ntender cruda,
Par che ricerchi sempre nuova via.
Cosa sottile in canto poco muda:
Agli amorosi versi par che sia
Musica di servir solo tegnuda[23]