Ma quando il principio popolare e nazionale si mise all’opera
letteraria, quali monumenti trovò egli per la sua via, quali avanzi,
quali parti incompiute o lasciate a mezzo o a pena delineate, del gran
lavoro che avean fatto per addietro o stavan facendo i due principii
emuli? Badò egli o disprezzò? riformò o distrusse? Distruggere è dei
barbari; e l’elemento italiano troppo è di natura sua assimilatore. E
di piú l’opera di quei due principii tanto era stata prossima e tanto
influsso aveva esercitato su le idee, che sottrarsele ed evitarla
diveniva, per allora almeno, impossibile.
Cominciamo dal principio cavalleresco, la cui arte si spande per due
rivi: soggettiva, nella lirica amorosa dei trovadori e minnesingheri;
oggettiva, nelle epopee romanzesche normanne bretoni e alemanne.
Ma l’epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per la
intromissione e la mezzanità del principio religioso. Ora nel primo
ciclo di quelle epopee, intieramente germanico, anzi, della Germania
pagana, nel cielo dei Nibelunghi e della Kudrun e del Libro degli eroi,
la chiesa non ebbe che fare; né il cristianesimo era ancor giunto a
incivilire con la cavalleria quegli eroi, che son veri germani della
migrazione e si scannano ferocemente tra loro da veri burgundi e
franchi veri. Questo ciclo adunque rimase interamente germanico, e non
poteva entrare a parte della letteratura cavalleresca europea, e tanto
meno della italiana. Delle quali in vece è universal vanto il ciclo
carolingio probabilmente normannico, santificato dalla chiesa con la
introduzione delle crociate e delle guerre per la fede, e per ciò, e
per la memoria del ristorato impero, coltivato con amore speciale dai
popoli di Europa. Romanzesco piú veramente nel senso moderno, pieno
cioè di avventure ardite e di tenere elegie d’amore, era il terzo
ciclo, celtica invenzione dei bretoni, piú intimo, piú moderno, piú
veramente francese: e anche di quello s’impossessò la chiesa, e lo
affidò a’ pii tedeschi che lo idealizzassero fino a simboleggiarvi
il mistero dell’eucaristia. Tale era la materia epica, germanica e
celtica, che l’Italia ebbe innanzi. Ma l’ordine feudale da cui moveva
e a cui ritornava la poesia cavalleresca, in Italia, senza centro suo
d’unità, fu bentosto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino
con cui si fuse: onde inspirazione d’arte puramente cavalleresca
l’Italia non ebbe mai. Ebbe una materia cavalleresca, che fu spasso
al popolo e soggetto di esperienze artistiche ai poeti. Le canzoni di
gesta e i romanzi avevano da un pezzo passate le Alpi, e seguitavano
probabilmente a passarle dopo l’avvenimento degli angioini. Ma gente
che finiva allora d’avere messo insieme il corpo del diritto romano,
gente che aveva da affrontare la realtà della vita negl’interessi
dei comuni, nelle lotte dei partiti, negli ardimenti dell’industria,
potevano per allora pensare a rifar su ’l serio quegl’intrecci di eroi
dai lievi contorni che vanno sfumando in un turbine di avventure mal
comprese? potevano pensarvi essi che ammiravano Virgilio ed Ovidio?
Cavalieri e dame leggevano di Lancillotto e Ginevra in francese: il
popolo ascoltava con diletto nelle piazze i cantastorie di Orlando
e Carlo Magno, che potevano essere anche francesi o che cantavano
un francese fatto a pena italiano nelle desinenze, come è quello del
Renart veneto; ascoltava, e, dov’ei vedesse un masso di meravigliosa
mole, diceva esser quello stesso che fu spezzato in due dalla spada
del paladino d’Anglante; affermava rialzate o edificate dal santo
imperatore quelle mura e quella basilica; poneva nell’Etna il fatale
nascondiglio di Artú o nelle buche delle fate di Fiesole il misterioso
sacrario dell’incantagione d’Orlando. Ma intanto il comune di Bologna,
a cui certi oziosi circoli non garbavano, vietava con decreto del
1288, che i _cantores francigenarum_ si fermassero su le piazze.
E i cavalieri attendevano alle loro possessioni allodiali, o con
lor masnade andavano di terra in terra per capitani e podestà; e il
popolo badava a snidar dai castelli quel che avanzava di feudatarii
e costringerli a città e poi cacciarli anche di città come grandi.
I romanzi d’avventura furon dunque riserbati per il rifacimento,
pe ’l ricreamento, dirò anzi, artistico, a secoli piú oziosi o piú
aristocraticamente foggiati, il decimoquinto e il decimosesto; per
allora si tradussero alla meglio, tanto per servire alla richiesta dei
disoccupati e delle donne, alla meglio, come sono stati tradotti a’
nostri tempi i romanzi del Dumas da mestieranti. Ci fu per avventura
qualche tentativo poetico, ma di poco nome o di niuno: tutto finisce
qui. Per adesso della poesia cavalleresca maggior vestigi lasciò e piú
si apprese alle menti quella parte che di natura sua è piú universale
e comune; la lirica individuale. E due effetti operò; buono l’uno e
pessimo l’altro: inculcò, almeno per moda, quello speciale rispetto
alla donna, considerata come sorgente di virtú e perfezione, che
mantenne certa gentilezza nel costume e nelle idee de’ nostri popoli
di un po’ rude naturalezza: esercitò con le sue forme una ben triste
influenza su la lirica italiana, impigliandone piú d’una volta e
costringendone il proprio e libero procedere, e avvezzandola talvolta,
e assai di buon’ora, a un che di arguto e manierato.
Piú efficace opera, e di piú durevole impressione, almeno in parte,
aveva fatto il principio ecclesiastico. Lasciamo stare i suoi cicli
leggendarii accumulati nelle età grosse del medio evo e tramandati
di secolo in secolo; i cicli orientali e bizantini dei martiri, dei
solitari e dei contemplanti; i cicli latini cominciati da Gregorio
Magno col Dialogo e chiusi con l’Aurea leggenda del Da Varagine;
lasciamoli stare, sebbene e’ sien qui tutti pronti su le soglie
dell’età nuova a fornire materia ed argomento ai raccontatori ed ai
mistici del secolo decimoquarto, alla poesia drammatica del secolo
decimoquinto, alla pittura dal duecento a tutto quasi il cinquecento.
La Chiesa aveva fatto assai di piú. Su ’l principio del secolo
decimoterzo, contro le eresie della ragione e del sentimento d’ogni
dove irrompenti e favoreggiate piú o meno apertamente, secondo le
occasioni, da Federico secondo e dalla parte imperiale, la Chiesa avea
commesso il suo verbo a due potenti milizie; e queste si erano sparse
tra le genti rinnovando su ’l mondo il suggello della fede. Intorno
al capo di San Francesco, frate innamorato di tutte le creature,
socialista cristiano, volano le colombe, e i lupi gli lambiscon la
mano; e il popolo gl’intesse una ghirlanda lucida e serena che si
riflette su l’arte della parola e del disegno. Intorno al capo di san
Domenico rugghiano le fiamme dei roghi e sibila come fionda di piombo
il sillogismo del definitore teologo: egli brandisce una facella, che
vorrebbe esser di luce, ma che vapora d’inferno per la via dei secoli.
E due famiglie, due eserciti, seguitano quei padri e quei duci. In
mezzo all’una procede contemplando e inneggiando il serafico autore
dell’Itinerario della mente verso Dio, in mezzo all’altra, tutto
chiuso e concludendo in forma, l’«Angelo delle scuole». Gli uni si
rivolgono al sentimento col misticismo, gli altri all’intelletto con
la scolastica. Letterati e artisti, gli uni fanno miglior prova nella
leggenda nella lirica nell’architettura, gli altri nel trattato e nella
pittura. Ribelli all’autorità, gli uni si chiameranno fraticelli della
povera vita, specie di quaqueri, e daranno, vittima ignota, un fra’
Michele; gli altri produrranno fra’ Girolamo Savonarola e i piagnoni,
tendenti a una democrazia monastica. Per intanto due forme d’arte
mistica rifioriscono intorno a loro, la visione e la meditazione. E
in cima alla Somma di Tommaso d’Aquino la teologia s’abbraccia con la
scienza; e in cima alla ontologia di Bonaventura la fede s’abbraccia
con l’arte; e tutte quattro paion d’alto irraggiare le belle cattedrali
sorgenti nell’Italia di mezzo e i timidi colori dell’arte che aspetta
Giotto. Dante sta ritto in piedi tra i colonnati solenni e leggiadri, e
guarda, rapito in contemplazione.