VIII.

Ma quando il principio popolare e nazionale si mise all’opera

letteraria, quali monumenti trovò egli per la sua via, quali avanzi,

quali parti incompiute o lasciate a mezzo o a pena delineate, del gran

lavoro che avean fatto per addietro o stavan facendo i due principii

emuli? Badò egli o disprezzò? riformò o distrusse? Distruggere è dei

barbari; e l’elemento italiano troppo è di natura sua assimilatore. E

di piú l’opera di quei due principii tanto era stata prossima e tanto

influsso aveva esercitato su le idee, che sottrarsele ed evitarla

diveniva, per allora almeno, impossibile.

Cominciamo dal principio cavalleresco, la cui arte si spande per due

rivi: soggettiva, nella lirica amorosa dei trovadori e minnesingheri;

oggettiva, nelle epopee romanzesche normanne bretoni e alemanne.

Ma l’epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per la

intromissione e la mezzanità del principio religioso. Ora nel primo

ciclo di quelle epopee, intieramente germanico, anzi, della Germania

pagana, nel cielo dei Nibelunghi e della Kudrun e del Libro degli eroi,

la chiesa non ebbe che fare; né il cristianesimo era ancor giunto a

incivilire con la cavalleria quegli eroi, che son veri germani della

migrazione e si scannano ferocemente tra loro da veri burgundi e

franchi veri. Questo ciclo adunque rimase interamente germanico, e non

poteva entrare a parte della letteratura cavalleresca europea, e tanto

meno della italiana. Delle quali in vece è universal vanto il ciclo

carolingio probabilmente normannico, santificato dalla chiesa con la

introduzione delle crociate e delle guerre per la fede, e per ciò, e

per la memoria del ristorato impero, coltivato con amore speciale dai

popoli di Europa. Romanzesco piú veramente nel senso moderno, pieno

cioè di avventure ardite e di tenere elegie d’amore, era il terzo

ciclo, celtica invenzione dei bretoni, piú intimo, piú moderno, piú

veramente francese: e anche di quello s’impossessò la chiesa, e lo

affidò a’ pii tedeschi che lo idealizzassero fino a simboleggiarvi

il mistero dell’eucaristia. Tale era la materia epica, germanica e

celtica, che l’Italia ebbe innanzi. Ma l’ordine feudale da cui moveva

e a cui ritornava la poesia cavalleresca, in Italia, senza centro suo

d’unità, fu bentosto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino

con cui si fuse: onde inspirazione d’arte puramente cavalleresca

l’Italia non ebbe mai. Ebbe una materia cavalleresca, che fu spasso

al popolo e soggetto di esperienze artistiche ai poeti. Le canzoni di

gesta e i romanzi avevano da un pezzo passate le Alpi, e seguitavano

probabilmente a passarle dopo l’avvenimento degli angioini. Ma gente

che finiva allora d’avere messo insieme il corpo del diritto romano,

gente che aveva da affrontare la realtà della vita negl’interessi

dei comuni, nelle lotte dei partiti, negli ardimenti dell’industria,

potevano per allora pensare a rifar su ’l serio quegl’intrecci di eroi

dai lievi contorni che vanno sfumando in un turbine di avventure mal

comprese? potevano pensarvi essi che ammiravano Virgilio ed Ovidio?

Cavalieri e dame leggevano di Lancillotto e Ginevra in francese: il

popolo ascoltava con diletto nelle piazze i cantastorie di Orlando

e Carlo Magno, che potevano essere anche francesi o che cantavano

un francese fatto a pena italiano nelle desinenze, come è quello del

Renart veneto; ascoltava, e, dov’ei vedesse un masso di meravigliosa

mole, diceva esser quello stesso che fu spezzato in due dalla spada

del paladino d’Anglante; affermava rialzate o edificate dal santo

imperatore quelle mura e quella basilica; poneva nell’Etna il fatale

nascondiglio di Artú o nelle buche delle fate di Fiesole il misterioso

sacrario dell’incantagione d’Orlando. Ma intanto il comune di Bologna,

a cui certi oziosi circoli non garbavano, vietava con decreto del

1288, che i _cantores francigenarum_ si fermassero su le piazze.

E i cavalieri attendevano alle loro possessioni allodiali, o con

lor masnade andavano di terra in terra per capitani e podestà; e il

popolo badava a snidar dai castelli quel che avanzava di feudatarii

e costringerli a città e poi cacciarli anche di città come grandi.

I romanzi d’avventura furon dunque riserbati per il rifacimento,

pe ’l ricreamento, dirò anzi, artistico, a secoli piú oziosi o piú

aristocraticamente foggiati, il decimoquinto e il decimosesto; per

allora si tradussero alla meglio, tanto per servire alla richiesta dei

disoccupati e delle donne, alla meglio, come sono stati tradotti a’

nostri tempi i romanzi del Dumas da mestieranti. Ci fu per avventura

qualche tentativo poetico, ma di poco nome o di niuno: tutto finisce

qui. Per adesso della poesia cavalleresca maggior vestigi lasciò e piú

si apprese alle menti quella parte che di natura sua è piú universale

e comune; la lirica individuale. E due effetti operò; buono l’uno e

pessimo l’altro: inculcò, almeno per moda, quello speciale rispetto

alla donna, considerata come sorgente di virtú e perfezione, che

mantenne certa gentilezza nel costume e nelle idee de’ nostri popoli

di un po’ rude naturalezza: esercitò con le sue forme una ben triste

influenza su la lirica italiana, impigliandone piú d’una volta e

costringendone il proprio e libero procedere, e avvezzandola talvolta,

e assai di buon’ora, a un che di arguto e manierato.

Piú efficace opera, e di piú durevole impressione, almeno in parte,

aveva fatto il principio ecclesiastico. Lasciamo stare i suoi cicli

leggendarii accumulati nelle età grosse del medio evo e tramandati

di secolo in secolo; i cicli orientali e bizantini dei martiri, dei

solitari e dei contemplanti; i cicli latini cominciati da Gregorio

Magno col Dialogo e chiusi con l’Aurea leggenda del Da Varagine;

lasciamoli stare, sebbene e’ sien qui tutti pronti su le soglie

dell’età nuova a fornire materia ed argomento ai raccontatori ed ai

mistici del secolo decimoquarto, alla poesia drammatica del secolo

decimoquinto, alla pittura dal duecento a tutto quasi il cinquecento.

La Chiesa aveva fatto assai di piú. Su ’l principio del secolo

decimoterzo, contro le eresie della ragione e del sentimento d’ogni

dove irrompenti e favoreggiate piú o meno apertamente, secondo le

occasioni, da Federico secondo e dalla parte imperiale, la Chiesa avea

commesso il suo verbo a due potenti milizie; e queste si erano sparse

tra le genti rinnovando su ’l mondo il suggello della fede. Intorno

al capo di San Francesco, frate innamorato di tutte le creature,

socialista cristiano, volano le colombe, e i lupi gli lambiscon la

mano; e il popolo gl’intesse una ghirlanda lucida e serena che si

riflette su l’arte della parola e del disegno. Intorno al capo di san

Domenico rugghiano le fiamme dei roghi e sibila come fionda di piombo

il sillogismo del definitore teologo: egli brandisce una facella, che

vorrebbe esser di luce, ma che vapora d’inferno per la via dei secoli.

E due famiglie, due eserciti, seguitano quei padri e quei duci. In

mezzo all’una procede contemplando e inneggiando il serafico autore

dell’Itinerario della mente verso Dio, in mezzo all’altra, tutto

chiuso e concludendo in forma, l’«Angelo delle scuole». Gli uni si

rivolgono al sentimento col misticismo, gli altri all’intelletto con

la scolastica. Letterati e artisti, gli uni fanno miglior prova nella

leggenda nella lirica nell’architettura, gli altri nel trattato e nella

pittura. Ribelli all’autorità, gli uni si chiameranno fraticelli della

povera vita, specie di quaqueri, e daranno, vittima ignota, un fra’

Michele; gli altri produrranno fra’ Girolamo Savonarola e i piagnoni,

tendenti a una democrazia monastica. Per intanto due forme d’arte

mistica rifioriscono intorno a loro, la visione e la meditazione. E

in cima alla Somma di Tommaso d’Aquino la teologia s’abbraccia con la

scienza; e in cima alla ontologia di Bonaventura la fede s’abbraccia

con l’arte; e tutte quattro paion d’alto irraggiare le belle cattedrali

sorgenti nell’Italia di mezzo e i timidi colori dell’arte che aspetta

Giotto. Dante sta ritto in piedi tra i colonnati solenni e leggiadri, e

guarda, rapito in contemplazione.

Pagine di storia letteraria · 第 34 / 157 题