Primus ego in patriam mecum, modo vita supersit,
Aonio rediens deducam vertice Musas;
Primus idumaeas referam tibi, Mantua, palmas;
Et viridi in campo templum de marmore ponam
Propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat
Mincius et tenera praetexit arundine ripas.
Nessuna parola in questo luogo e in questo giorno poteva essere
pronunziata innanzi a quella di Virgilio; nessuna, prima dei solenni
versi con i quali egli offeriva alla patria la corona sua di poeta,
con i quali poneva su i dolci campi nativi l’imaginato tempio della sua
gloria.
Dopo adombrate nelle ecloghe le agitazioni e perturbazioni della sua
gioventú e del suo popolo tra il tumulto delle guerre civili; su ’l
terminare il poema della pacificazione d’Italia, le Georgiche; fermo
già il pensiero alla epopea della nazione e dell’Impero d’Italia e
di Roma, la Eneide; Publio Virgilio Marone, nel florido vigor della
vita, a quarant’anni, dagli ozi felici di Partenope chiedeva con i voti
gli auspicii non alle glorie antiche della Grecia, non alla presente
fortuna di Roma, sí alla sua Mantova, alla veneta umbra etrusca città
«gens illi triplex», verso la quale e carità del luogo natio e le
fatidiche memorie del vecchio popolo italiano lo richiamavano. — Io
primo — cantava —, cosí la vita mi basti, ritornando dalla vetta aonia
condurrò meco in patria le Muse: io primo porterò a te, o Mantova, le
palme idumee; e ne’ campi tuoi verdi alzerò un tempio di marmo presso
dove il Mincio erra largo in lente curve di avvolgimenti e veste le
rive d’una molle cintura di canne. — In mezzo il tempio ei vuol porre
la effigie di Cesare: a onore di Cesare cento quadriughi saranno
agitati in corso lungo il fiume ocneo e celebrati su la pianura di
Bianore i giuochi di Grecia; ai quali indirà le prove e assegnerà i
premi egli il poeta, nello splendor della porpora, coronato d’oliva.
Nelle porte del tempio saranno effigiate le battaglie di Cesare e
le armi di Quirino vittorioso: staranno attorno in marmo di Paro i
discendenti di Assaraco e di Giove, gli eroi troiani, e Apollo in mezzo
di essi.
Il monumento sórse, ma non in picciolo campo, sí nella estensione
dei secoli: il monumento sórse, ben altro che di marmo pario: voi lo
sapete, è la Eneide. Ma in cotesta affettuosa fantasia di cittadino
è l’imagine vera della poesia virgiliana: dalla tranquilla verdura
di questo piano lombardo, su ’l nitido specchio del largo fiume, ella
sorge, nel candido splendore del marmo pario, serena, pura, solenne;
e intorno a lei si agitano in basso i rumori gloriosi dei popoli e dei
condottieri de’ popoli.
Non dunque un monumento a Virgilio: troppo solenne se ne levò uno da
sé. Non l’encomio: il nostro eloquio, tutto ancora mortificato dalle
bassezze della servitú e già chiazzato dalle macchie della licenza,
troppo suona inferiore e discorde a quella perfetta armonia d’arte
che è la poesia virgiliana. Io, se il mio proposito, signor Prefetto e
signor Sindaco e voi tutti spettabili uomini del Comitato e di Pietole,
non paiavi ardito, io mi proverò d’interpretare e dimostrare, come
voi, con devozione di posteri e con reverenza d’italiani intitolando
dal nome di Virgilio il vostro comune e la effigie di lui, quasi
nume presente, collocandovi in mezzo, faceste cosa degna in tutto
dell’antica Italia. Io toglierò il poeta dalle scuole degli eruditi,
dalle academie dei letterati, dalle aule dei potenti, e lo restituirò
a te, o popolo di agricoltori e di lavoratori, o popolo vero d’Italia.
Egli è sangue vostro e vostra anima: egli è un antico fratello, un
paesano, un agricoltore, un lavoratore italico, che dalle rive del
Mincio salì al Campidoglio e dal Campidoglio all’Olimpo.